Browsing Tag

logica

logica

Beethoven e Kandinskij: la Quinta Sinfonia in due linguaggi differenti

Musica e pittura: due arti che utilizzano due linguaggi espressivi differenti, legate tra loro da un rapporto profondo. Un binomio quasi magico che nel corso della storia ha sviluppato tantissime teorie, diverse tra loro, che legano insieme note e colori per il loro significato simbolico, filosofico, psicofisico o armonico.

Vassilly Kandinskij, tra i pittori più conosciuti e importanti del Novecento, oltre ad essere il fondatore della pittura astratta, fu il pioniere dello studio della sinestesia tra suono e colore. Imprescindibile il testo “Lo spirituale nell’arte” (1910) in cui viene alla luce la complessità del suo progetto artistico e la riflessione sui rapporti fra musica e pittura.

In generale il colore è un mezzo che consente di esercitare un influsso diretto sull’anima. Il colore è il tasto, l’occhio il martelletto, l’anima il pianoforte dalle molte corde. L’artista è una mano che toccando questo o quel tasto mette in vibrazione l’anima umana.

Vassilly Kandinskij da “Lo spirituale nell’arte”

L’ESPRESSIONE GRAFICA DELLA MUSICA

Un testo forse meno conosciuto, ma altrettanto importante, è l’opera “Punto, linea, superficie” (Punkt und Linie zu Fläche), pubblicata nel 1926,  che ebbe un’influenza determinante in diversi campi, basti pensare alla grafica. Per Kandinskij la forma, che sia naturale o artificiale, è manifestazione significante di una realtà. Kandinskij ci insegna ad “ascoltare” la forma mettendoci in un nuovo rapporto con l’opera d’arte: apre a nuove possibilità, nuove letture, nuovi significati: “la possibilità di entrare nell’opera, diventare attivi in essa e vivere il suo pulsare con tutti i sensi”.

Ecco che una musica può diventare colori, linee e punti; ma anche colori, linee e punti possono diventare musica. Un suono lungo, ad esempio, potrebbe essere raffigurato con una linea, mentre un suono breve attraverso un punto.

Kandinskij propone la traduzione grafica di alcune battute della “Quinta Sinfonia” di Beethoven (la Sinfonia n. 5 in Do minore Op. 67), dando così forma grafia alle note e alle melodie create dal celebre compositore.

Le prime battute d’apertura (il famoso motivo di quattro note che rappresenta “il destino che bussa alla porta”) per Kandinskij diventano una successione di punti, più o meno grandi, posizionati ad una determinata distanza, in modo da rendere ritmo e durata delle note. La linea melodica viene resa con una linea che sale, scende, diventa più spessa, per trasmettere le stesse tensioni musicali.

2474679566_e92abb0407_o
Il secondo tema (in versione grafica e audio)


Una linea per Kandinskij può comunicare sensazioni e movimento: la linea verticale esprime elevazione, tensione spirituale, quella orizzontale quiete. Le linee ondulate esprimono armonia e le spezzate asprezza ed energia.

Due modi di esprimere la propria arte differenti, Beethoven in musica e Kandinskij in pittura, vengono così tradotti in due linguaggi diversi, ma uniti negli intenti. Una musica può essere trasformata in punti, linee e colori, ma avreste mai pensato di poter “cantare” un quadro?

Kandinskij “Diagramma 17” (dal testo “Punto, linea, superficie”)

Per approfondimenti:
“La corda di Aries. Dall’espressionismo musicale alla psichedelia” di Fausto Bisantis, in particolare il capitolo: “Kandinsky, Schonberg e la dodecafonia”

logica

Dante e la musica nella Divina Commedia

dante musica divina commedia

Scrivere di Dante è tanto scontato quanto complesso. Se poi prendiamo in esame la Divina Commedia sono tantissimi i filoni tematici e gli spunti di riflessione sui cui ci si può soffermare, ampiamente affrontanti dalla critica e studiati nelle scuole.

La dimensione musicale però è forse uno degli argomenti meno conosciuti, anche se non è fatto mistero del grande amore che il Sommo Poeta aveva per la musica. Immergersi nella Divina Commedia è ritrovarsi in un modo di suoni e di canti.

Dante utilizza spesso simboli e metafore musicali per affrontare l’argomento centrale del poema: l’amore di Dio. La Divina Commedia è un cammino spirituale che eleva l’uomo dal peccato attraverso la purificazione per arrivare alla redenzione. La musica accompagna Dante tra Inferno, Purgatorio e Paradiso cambiando ed evolvendosi con lui, con una precisa logica e coerenza.

Tre cantiche, tre regni, tre musiche

Dante sceglie il numero 3 per costruire la sua opera, numero che rimanda alla Trinità Cristiana, alla perfezione e alla conoscenza. A livello strutturale la Divina Commedia è formata da 100 canti, suddivisi in 3 cantiche (secondo lo schema 1+33+33+33, dove il primo canto svolge il ruolo di introduzione) e la forma metrica scelta è la terzina di endecasillabi a rima incatenata.

Dante attraversa 3 differenti regni (Inferno, Purgatorio e Paradiso), nel suo viaggio è accompagnato da 3 diverse guide (Virgilio, Beatrice e San Bernardo), incontra 3 fiere, attraversa 3 fiumi e molto, molto ancora si potrebbe citare.

Il numero 3 torna anche nel concetto culturale che si aveva al tempo della musica, legato alla sua tripartizione teorizzata dal filosofo Severino Boezio (vissuto tra il V e il VI d.C.) nell’opera De institutione musicae. Il pensiero medievale distingueva la musica in tre categorie (ne ho già parlato qui).

musica mundana (l’armonia delle sfere celesti)
musica humana (che nasce dall’armonia tra corpo e spirito dell’uomo)
musica instrumentalis (quella udibile, prodotta dagli strumenti e dalla voce umana)

L’ordine d’importanza è decrescente: dalla forma concettualmente più alta data dall’armonia delle sfere celesti alla musica prodotta dagli strumenti. La musica che accompagna Dante nel suo cammino è quindi simbolo dell’ascesa: i rumori infernali vengono purificati dalla melodia e dall’armonia del Purgatorio fino ad arrivare alla polifonia e ai canti celestiali del Paradiso.


Inferno

L’Inferno è fatto di suoni sgradevoli, aspri e cupi. I rumori che Dante sente nei gironi sono sgraziati, lontanissimi dall’armonia celeste, è quasi “anti-musica”. Non ci sono armonie o melodie, sono lamenti e suoni che suscitano angoscia e paura. Non ci sono musiche ad alleviare le sofferenze dei dannati.

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle


(Inf. III, vv. 22-27)


Nel regno dei dannati ci sono “parole di dolore” “accenti d’ira” “voci alte e fioche” “suon di man”. Una disarmonia infernale che marca ancor di più la distanza con i “dolci salmi” del Purgatorio, e che si ritrova anche nel corno del gigante Nembrot che risuona nel trentunesimo canto.

«Raphél maì amèche zabì almi», 
cominciò a gridar la fiera bocca, 
cui non si convenia più dolci salmi.

E ’l duca mio ver lui: «Anima sciocca, 
tienti col corno, e con quel ti disfoga 
quand’ira o altra passion ti tocca! 


(Inf. XXXI, vv. 67-72)


Purgatorio

Mentre nell’Inferno le grida dei dannati e i suoni sinistri che riecheggiano nei gironi sono una rappresentazione della condanna alla disperazione eterna, nel Purgatorio domina la salmodia (l’intonazione dei canti) elemento primitivo del canto cristiano. I salmi cantanti dalle anime del Purgatorio sono veri e propri riti di purificazione.

Il Purgatorio è il regno dello spirito che si purifica dal male e si salva. È il regno della liturgia cantata: la musica risuona in tutta la cantica assumendo un valore di rinnovamento e redenzione. Le anime trovano pace e armonia cantando: come nella tradizione gregoriana, cantare all’unisono è simbolo di unificazione interiore e riconciliazione con Dio.

Cantare insieme richiede disciplina, bisogna intonarsi con le altre voci e trovare la propria armonia interiore, la “musica dell’uomo”.

Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.


‘In exitu Isräel de Aegypto’
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.


(Purg. II, vv. 43-48)

Il primo canto del Purgatorio è il salmo CXIII, “In exitu Isräel de Aegypto” (salmo biblico della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto) che le anime cantano mentre sono ancora sul vascello. Dante ascolterà anche “Venite, benedicti Patris mei“, “Beati quorum tecta sunt peccata”, “In te, Domine, speravi”, l’Osanna, il Padre Nostro e l’elenco sarebbe ancora molto lungo.

Non sempre questi salmi sono cantati nella loro forma originaria, ma si alternano a grida e gemiti. Parole e lamenti caratterizzano il “canto del penitente” che comunica così la sua sofferenza.

La prima musica che Dante e le anime sul vascello ascoltano però è un canto profano. Il poeta nel secondo canto riconosce l’anima di un suo caro amico, il musicista Casella. I due si appartano e scambiano alcune parole affettuose e Dante chiede poi all’amico di rallegrare la sua anima intonando un canto e Casella esegue la canzone “Amor che ne la mente mi ragiona” (commentata da Dante nel III trattato del Convivio). Dante, Virgilio e tutte le anime ascoltano rapite quel canto melodioso: la memoria e la nostalgia del mondo terreno sono ancora vive e presenti.

E io: «Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!».

 ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

(Purg. II, vv. 106-114)



Paradiso

Il Paradiso è il regno dell’armonia, della musica divina prodotta dall’armonia delle sfere celesti: il suono delle eterne rote.

L’approdo al Paradiso segna l’ingresso di Dante nel regno della polifonia: diverse voci insieme sperimentano la massima libertà all’interno di un rigido ordine dato dalle leggi del contrappunto. E mentre nel Purgatorio la musica ascoltata da Dante è legata alla parola di brani noti del repertorio sacro; nel Paradiso la musica rimanda alla raffigurazione della luce e al moto delle anime. Si riscatta dalla rappresentazione fedele della riproduzione melodica del testo sacro.

Musica, luce e movimento: il movimento è dato dal desiderio e dall’amore per Dio, mentre la musica e la luce sono la propagazione di Dio. Il Paradiso è un mondo di luce e suoni armoniosi, tanto forti e potenti che Dante ne rimane annientato.

‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
cominciò, ‘gloria!’, tutto ‘l paradiso,
sì che m’inebrïava il dolce canto.


Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso.


(Par. XXVII, vv. 1- 6)

La musica trascende la comprensione intellettuale, diviene mezzo per creare un’esperienza mistica di armonia e bellezza avvicinandosi al divino. La musica è un simbolo per tentare di esprimere il mistero dell’Amore eterno.

così vid’ ïo la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch’esser non pò nota
se non colà dove gioir s’insempra.


(Par. X, 144 -148)

Nell’Empireo si arriva all’assenza di musica, che non è da intendersi come silenzio, ma l’essere arrivati a quella perfezione che l’orecchio umano non può comprendere (la “musica mundana”, l’armonia delle sfere celesti).

Parlare di musica nella Divina Commedia è un tema molto vasto. Questo articolo è solo un breve cenno, una base per approfondimenti più ampi e minuziosi. La musica in Dante, inoltre, non si esaurisce nel Poema delle cento cantiche, per questo concludo con una citazione dal Convivio:

La Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, si che quasi cessano da ogni operazione: si è l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre a lo spirito sensibile che riceve lo suono.

(Convivio II, 24).


Le immagini che accompagnano questo articolo sono alcune delle bellissime incisioni di Gustave Doré ispirate alla Divina Commedia.

logica

John Sheperd e la musica per gli alieni

Creare un contatto, un punto di incontro, condividere un messaggio. La musica può essere un vero e proprio strumento di comunicazione con le sue geometrie, i suoi rapporti matematici. Ripetizioni e formule, armonia e melodia.

John Sheperd ha dedicato gran parte della sua vita nel dimostrare che “la musica è un linguaggio universale”. Un animo sensibile, una sorta di eroe romantico dei nostri tempi. Anno dopo anno, dando fondo a tutti i suoi risparmi, John Shepard ha costruito un vero e proprio laboratorio da scienziato pazzo con tanto di apparecchi tecnologici, trasmettitori e computer all’avanguardia. Tutto questo per trasmettere musica verso l’ignoto, oltre il nostro sistema solare, nella speranza che lassù, qualcuno, potesse ricevere quel segnale e risponderci.

Musica di tutti i generi, soprattutto elettronica ed esotica (la cosiddetta World Music), predilette probabilmente perché più matematica e quantizzata la prima, quanto tribale e legata all’istinto primario della vita la seconda.

Dal 20 agosto, “John e la musica per gli alieni”, il breve corto-documentario della sua storia diretto da Matthew Killip, è disponibile su Netflix (link).


Il sogno di un folle?

Seppur possa essere considerato il “sogno di un folle”, l’impresa di John Sheperd non può che farci riflettere sul potere comunicativo della musica. Abbiamo già approfondito in precedenza le contraddizioni e i vicoli ciechi riguardo al tema “la musica è un linguaggio universale” e questa storia offre ulteriori spunti di riflessione tanto da ricordare e rievocare la celebre scena di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg. Il grido di un uomo alla ricerca di qualcuno che possa portarlo a un livello superiore, anche solo un bisogno di essere ascoltato e capito.

Probabilmente il vero alieno è proprio lui, John Sheperd, una persona di sicuro particolare, così diversa dall’uomo comune delle campagne del Michigan, un visionario figlio dei fiori, omosessuale, con un’ossessione di raggiungere qualcuno che a noi è invisibile.

Tutto questo può portarci a riflettere su quale musica sia la più adatta ad essere fruita e compresa da una cultura così lontana dalla nostra.

Innanzitutto, la base di ogni fenomeno è il movimento, la dinamicità, il ritmo. Una cultura lontana dovrà condividere con noi una percezione del ritmo. Senza questo ogni comunicazione non sarebbe possibile, che sia verbale, scritta o musicale. Su questa base è possibile l’elaborazione di un codice a partire dalle frequenze e dai rapporti matematici costruiti attorno ad esse.

Ma non è proprio quello che è successo con il nostro modo di percepire e vivere la musica? Dai canti tribali alla dodecafonia la storia della Musica è la storia di un linguaggio che si è evoluto da semplici e primordiali percussioni ad elaborate sequenze concettuali. Per una cultura come la nostra, egocentrica e globalizzata, è difficile pensare ad un concetto di linguaggio universale della musica a livello oggettivo.

Probabilmente con esseri diversi da noi sarebbe ancora più complicato, in quanto anche gli archetipi presenti nel profondo di ogni istinto umano verrebbero meno. Tuttavia, la poetica della fantascienza ci apre le porte a una spinta verso nuovi orizzonti, al vedere e capire il mondo non più attraverso i nostri occhi, ma cercando di raggiungere una nuova comprensione grazie al diverso. E in questo mondo c’è bisogno di persone disposte a realizzare i propri sogni, persone capaci di mettere in discussione le contraddizioni dei nostri tempi, persone come John Sheperd.

Leggi anche:
Musica, comunicazione e linguaggio
Musica, alieni e viaggi nello spazio-tempo
Voyager Golden Record: la playlist che viaggia nello spazio
Il suono dello spazio, un concerto di elettroni
La Musica (non) è un linguaggio universale – parte 1

logica

La musica potrebbe essere un linguaggio universale – I suoni binaurali

music brain

Esistono domande scomode, quasi proibite. Spesso ci si concentra sul dettaglio tralasciando la forza primigenia, l’archè (ἀρχή), per dirla con un termine caro alla filosofia greca. Il musicologo, come un moderno Socrate, deve utilizzare tutta la sua energia maieutica per rispondere alla grande domanda: “Che cos’è la musica?”

Il tema è complesso e il lavoro di musicologica ruota attorno a questo concetto fin dalle sue origini.

Quello che la maggior parte delle persone intende come musica è in realtà una piccola percentuale di quello che la Musica è. La forza della Musica si propaga nella cultura, nella geometria, nelle arti e anche nelle scienze.

Per identificare la Musica come un linguaggio universale doveremmo riuscire a separarla dal concetto che ne abbiamo nella cultura e scoprirla attraverso altre angolazioni. Un linguaggio universale deve, per definizione, funzionare, essere compreso, allo stesso modo per ogni uomo, indiscriminatamente, al di là di ogni luogo di origine, epoca e cultura. La musica “occidentale” è un codice “occidentale” e, nonostante la globalizzazione abbia avvicinato le diverse culture, alcune differenze permangono e persistono.

La musica indiana, in ere antiche, ha avuto un’intuizione per cerca di creare un linguaggio musicale universale (ne ho parlato qui).  Un campo di studi molto più recente e che, in futuro, potrebbe portare a risultati interessanti riguarda i cosiddetti suoni binaurali.


I suoni binaturali

Il concetto si collega direttamente al fenomeno dei battimenti, un’interessante effetto vibratorio scoperto dalla Fisica acustica. Il battimento si genera quando un’oscillazione vibratoria di un corpo che produce un suono si scontra con un’oscillazione vibratoria di un altro suono di frequenza diversa ma vicina. Vengono a crearsi contemporanemente due sinusoidi che, interagendo e sovarpponendosi tra loro, portano l’orecchio a percepire “note” aggiuntive, diverse dalle due vibrazioni d’origine

Nel caso dei suoni binaurali l’effetto è ancora più sorprendente perché è previsto l’utilizzo di auricolari, in modo da poter ascoltare due suoni di frequenza diversa da un orecchio all’altro. Per esempio, immaginiamo che nell’orecchio destro venga fatto pulsare un suono a 195 Hz, mentre nell’orecchio sinistro un suono a 190 Hz. Il nostro cervello cercherà automaticamente di compensare la differenza portando la propria frequenza cerebrale a 5 Hz

Il fenomeno venne scoperto per la prima volta nel 1839 dallo scienziato prussiano Heinrich Wilhelm Dove, ma la sua applicazione ed efficacia è ancora in fase di studio. Molto considerato dalla cultura New Age per la sua non ancora dimostrata capacità di favorire stati meditativi, il fenomeno dei suoni binaurali potrebbe essere un nuovo e rivoluzionario strumento per applicazioni mediche e terapeutiche.

Una musica “diversa”, certamente lontana dalla nostra concezione di musica occidentale legata più allo svago e all’evasione.

Leggi anche:
La Musica (non) è un linguaggio universale – parte 1
La Musica (non) è un linguaggio universale – parte 2

La musica potrebbe essere un linguaggio universale – L’esperimento indiano
Vedere l’armonia: il suono si fa forma

logica

Le regole per una canzone di successo, ma è davvero così?

Per creare una canzone di successo le ricette sono diverse, in rete oggi si trovano tantissimi consigli sulle regole da seguire e solitamente si parte da alcune certezze di base: una intro sotto i 10 secondi (la fase più importante, quella che cattura l’attenzione), strofe brevi, ritornello catchy che deve arrivare entro i 30 secondi e poi ripetuto più volte nel corso del pezzo, bridge breve seguito dalla chiusura del brano e una durata complessiva di 3 minuti circa.

La durata è uno dei parametri centrali, una canzone ha delle esigenze commerciali da rispettare: la maggior parte delle programmazioni radiofoniche richiedono una durata compresa tra i 3 e i 4 minuti.

Il motivo della scelta di questo minutaggio canonico è legato a esigenze tecnologiche di inizio ‘900, quando sui primi dischi in commercio non poteva essere registrata più di 3 minuti di musica per lato. Le cose cambiarono negli anni ’60 con la diffusione degli LP che potevano contenere anche una decina di minuti per lato, poi i problemi si sono risolti fino ad arrivare all’avvento delle musicassette e dei CD.

La musica digitale che non soffre di queste limitazioni ha nuovamente cambiato le cose, accorciandole. Uno studio sui brani musicali entrati nella classifica Billboard Hot 100, la più citata per la musica Pop internazionale, ha evidenziato tra il 2013 e il 2018 un abbassamento della durata delle canzoni: da 3 minuti e 50 secondi ad una media di 3 minuti e 30 secondi.

Questo abbassamento della durata sembra essere stato causato dai nuovi servizi d’ascolto in streaming, ormai il mezzo più utilizzato per ascoltare musica, che attuano precise regole per la distribuzione dei guadagni agli artisti. I servizi in streaming considerano “riprodotta” una canzone quando l’ascoltatore supera una durata minima di secondi, di solito 30 circa. Quindi per case discografiche e artisti risulta più remunerativo l’ascolto di più brani di breve durata che pochi, ma lunghi. Ovvero: per un totale di 15 minuti di ascolto si guadagna di più se si tratta di 5 canzoni da 3 minuti che 3 canzoni da 5 minuti.

Oltre ai freddi calcoli commerciali, altre cause si possono trovare nell’abbassamento della soglia d’attenzione degli ascoltatori, nella musica vissuta come un “mordi e fuggi” di hit del momento che si susseguono l’una all’altra e che forse non si ascoltano nemmeno mai per l’intera durata.

Ogni regola però, si sa, ha le sue eccezioni e così scopriamo che la canzone più ascoltata in assoluto tra quelle composte nel XX secolo con oltre 2 miliardi di ascolti sulle varie piattaforme streaming è “Bohemian Rhapsody” dei Queen con i suoi 5 minuti e 55 secondi. Vertice del capolavoro “A Night alt the Opera” del 1975 e una delle migliori canzoni Rock di sempre per la sua geniale commistione di hard rock, ballad e opera.

Queen “Bohemian Rhapsody” (1975)


“Bohemian Rhapsody” è la canzone più ascoltata in streaming eppure non segue affatto le regole canoniche per il successo commerciale. I Queen per questo si sono visti sbattere la porta in faccia quando l’hanno proposta al lungimirante manager della Emi che la riteneva «troppo lunga, nessuna radio trasmetterà mai una canzone di sei minuti».

Ci dicevano che era troppo lunga e non avrebbe funzionato, ma abbiamo detto di no. O i sei minuti o niente.

Roger Taylor

Le cose cambiarono quando un dj amico di Freddie Mercury, Kenny Everett, la fece trasmettere fino a 14 volte in due giorni, ininterrottamente. Fu un tale successo che l’etichetta fu “costretta” a pubblicarlo come singolo e svettò subito in classifica fino a diventare forse il brano più famoso dei Queen e una delle pietre miliari del Rock.

Di esempi ne possiamo trovare molti altri, come “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin con i suoi 8 minuti e 2 secondi di durata o “November Rain” dei Guns’n’Roses di 8 minuti e 57 secondi. Due canzoni che non hanno bisogno di presentazioni, altre due pietre miliari del Rock, universalmente note e immortali che però non seguono le classiche strutture strofa/ritornello delle hit radiofoniche. Non hanno neppure un vero e proprio ritornello!

Per non parlare nel genere Progressive, più di nicchia, ma che ha prodotto “lunghissimi” capolavori come “Close to the Edge” degli Yes, “2112” dei Rush e “Change of Seasons” dei Dream Theater.

Sono solo eccezioni, casi fortunati, o forse alle volte si sottovaluta la capacità di giudizio del pubblico? Oggi la regola è cercare a tutti costi il tormentone, creare una canzone semplice, facile da memorizzare, seguendo precise regole di sicuro impatto perché “questo è quello che piace al pubblico”. Ma è davvero così?

Led Zeppelin “Stairway to Heaven” (1971)
logica

La musica è diventata invisibile

La musica è la più impalpabile e inafferrabile di tutte le arti.

La musica la si può ascoltare, la si può comporre, creare, suonare; la si può immaginare, ballare, interpretare; la si può studiare, raccontare, sognare; la si può amare, odiare, subire, vivere… ma non si può toccare. È immateriale, è fatta di onde sonore, di vibrazioni, sembra quasi una magia. La musica a Federico Fellini ricordava una dimensione di armonia, di pace, di compiutezza dalla quale si è stati esclusi.

La musica è crudele quando finisce non sai dove va, sai solo che è irraggiungibile e questo ti rende triste.

 Federico Fellini nel libro “Sul cinema” a cura di Giovanni Grazzini

Per secoli, per millenni, la musica è esistita solamente nell’istante in cui veniva eseguita. È stato con l’avvento delle scoperte nel campo della riproduzione audio e gli sviluppi tecnologici che è stato possibile ascoltare musica riprodotta su supporti registrati e non solamente durante una sua esecuzione dal vivo.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. C’è stato un allargamento esponenziale del pubblico, l’industrializzazione del consumo, l’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

La musica “riprodotta” è diventata una realtà che è andata sovrapponendosi alla musica “dal vivo” e che oggi ormai l’ha quasi eclissata sottraendone la sua naturale e genuina spontaneità, l’hic et nunc in cui ha preso vita. Quell’attimo in cui viene creata è salvato per sempre e diventa quasi un monumento perenne. Si può finalmente toccare la musica, la si può possedere per sempre.

Vinili, cd, musicassette sono degli scrigni magici. Racchiudono la storia di un disco: dai disegni e i colori scelti per la copertina, ai nomi di tutte le persone che l’hanno creata, i testi, le note, i ringraziamenti, le fotografie. La musica è concreta, è reale, si può annusare, si può vedere.

L’evoluzione non si è fermata, ha portato alla nascita dei supporti digitali, della musica liquida, degli mp3 fino ad arrivare al ritorno della musica invisibile. Oggi la musica esiste solo su smartphone o chiavette usb tanto che gli ultimi modelli di automobili non hanno nemmeno più il lettore cd. Sembra quasi un’involuzione: si vengono a perdere tutte le ricchezze che i supporti fisici avevano aggiunto e fisicamente la musica non esiste più e non la si possiede più. Esiste in file all’interno di applicazioni digitali che non dureranno per sempre.

La musica è diventata invisibile. Nelle fotografie, nei post e nelle storie Instagram in cui immortalare l’atto di ascoltare musica, non ci sono le copertine degli album, le fotografie dei musicisti o i testi contenuti all’interno, il disco del cd, un nastro, i solchi del vinile; si possono solo fotografare i supporti con cui la si ascolta come cuffie, cuffiette, screenshot di applicazioni sullo schermo di uno smartphone. È sempre più effimera e transitoria, quasi non esiste più.

E al posto di Ricordi nella mia città ora c’è Prada.

logica

La funzione della musica

musica vilini

La nostra quotidianità è piena di musica, infinitamente di più rispetto al tempo in cui vivevano i grandi pensatori del passato. La musica, diceva Aristotele (IV sec a.C.), non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici: può servire all’educazione, per procurare la catarsi, per la ricreazione, il sollievo e il riposo dopo lo sforzo.

Avvicinandoci ai nostri giorni, illuminante e severo il commento che a riguardo ci ha lasciato il filosofo e sociologo Thedor W. Adorno nel suo libro “Introduzione alla sociologia della musica” pubblicato nel 1962.

La questione relativa alla funzione della musica nella società moderna viene posta in relazione all’uso quotidiano, anzi di “routine quotidiana” che ne fa l’uomo-massa, l’uomo ingranaggio della gigantesca società massificata. La musica è un’arte, ma Adorno sostiene che «il tipo di coloro che intendono la musica come passatempo è di gran lunga più diffuso». Questo toglie il valore estetico della musica come opera d’arte che non viene più percepita come tale, arrivando al concetto di perdita del “peso specifico dell’arte”.

Thedor W. Adorno

Secondo Adorno la principale funzione della musica nella società di massa è legata al concetto di passatempo quale veicolo di piacere: «non a caso la musica più consumata, quella appartenente alla sfera “leggera”, è sempre accordata su un tono di diletto, dove il mondo minore è una spezia elargita raramente».

E ancora, musica come consolatrice, un conforto alla comunità solitaria: Adorno vede nella musica il suono di una voce della collettività massificata, capace di far sentire uniti i singoli che la compongono. Musica che poi diviene, inevitabilmente, un pretesto del settore produttivo: musica usata per vendere, musica che diventa pubblicità, bene di consumo. Un’opera d’arte quasi profanata, sfruttata.

Adorno parla anche del feticismo che coinvolge tutti i beni di consumo in generale e quelli musicali in particolare. Era il 1962, chissà cosa direbbe oggi che salviamo nelle nostre playlist centinaia di dischi e canzoni, accumuliamo centinaia, migliaia, di ore di musica pur sapendo che non avremo mai il tempo di ascoltarla.

«La funzione della musica oggi non è poi affatto così diversa da quello dello sport, non meno enigmatica nella sua ovvietà. In effetti il tipo dell’intenditore di musica che sul piano della reazione fisica misurabile risulta un intenditore, si avvicina al tipo del tifoso sportivo. Studi approfonditi sui frequentatori abituali degli stadi e sugli ascoltatori della radio che hanno la mania della musica potrebbero rivelare analogie sorprendenti».

Per molti cosiddetti uomini di cultura sembra che dopotutto parlare e leggere musica sia più importante della musica stessa.

Thedor W. Adorno

Una visione che ci risulta severa, estrema; forse perché, purtroppo, vera?  

logica

La musica può essere inquinante?

Ascoltare musica oggi è un’esperienza quotidiana di vita: possiamo sentirla per scelta o involontariamente ovunque, sia negli spazi comuni di condivisione sociale e persino quando squilla un telefono. L’avvento delle nuove tecnologie ha comportato un cambiamento delle modalità di ascolto e di ricezione della musica che spesso non viene nemmeno percepita e di fatto relegata a semplice sottofondo.

Su queste problematiche lo psicologo John Sloboda ha effettuato un’interessante ricerca volta a quantificare la musica alla quale un individuo è generalmente sottoposto nell’arco di una giornata e valutarne le conseguenze: i volontari dovevano segnalare le varie musiche che di volta in volta sentivano, specificando l’ora e la circostanza alla quale erano associate. Dall’analisi dei dati è emerso che la presenza della musica è rilevata come attività di per sè solo nel 2% dei casi, mentre è il lavoro che si sta svolgendo l’occupazione sentita come principale. L’ascolto di brani musicali assume soltanto un ruolo secondario, di sottofondo, e finisce per non essere nemmeno più rilevato.

Riflettendo su questi dati non sembra poi così strano parlare di “inquinamento musicale” (un caso particolare di inquinamento acustico). In Italia già nel 2002 si era svolto a Bologna un convegno su queste tematiche, dove si erano messi a confronto musicologi, giuristi, economisti, medici, ed esperti in comunicazione. Un fenomeno relativamente recente, nato nella società contemporanea, in cui la diffusione indiscriminata della musica arriva anche ad ignorare i principi fondamentali della convivenza civile, come l’elementare rispetto di chi in quel momento non vuole ascoltare musica o quello specifico brano musicale.

Una musica non voluta e quindi subita non è più fonte di piacere e di sollievo, ma invadendo lo spazio interiore della persona diventa causa di malessere: se il luogo, la situazione o lo stato fisico e psichico non richiedono la presenza di una musica, ascoltarla può creare disagio, o addirittura risultare insopportabile. La costante presenza della musica ignora i principi di convivenza civile, calpesta la libertà d’ascolto e l’inquinamento musicale diventa una questione tipicamente urbana di civiltà offesa.

Non è una questione di generi musicali di per sé, ma fondamentalmente di disposizione all’ascolto: anche la musica classica, più consonante e timbricamente morbida, può risultare insopportabile anche ad un amante del genere se in quel momento non ci si sente predisposti ad un adeguato ascolto.

Nella nostra società pregna di rumori non c’è più spazio per il silenzio, un momento di attività in cui si favorisce l’ascolto profondo, la riflessione, il pensiero, facendolo oggi diventare una risorsa. L’abuso di musica in tutti gli ambienti della vita quotidiana impedisce non solo un rapporto con se stessi, ma anche il dialogo con gli altri: a causa della sua invasiva presenza risulta a volte impossibile comunicare con il proprio interlocutore.

Il critico, compositore e teorico dell’ascolto Michel Chion nel libro “Musica, Media e Tecnologie” (Milano, Il Saggiatore, 1996) propone un “elogio dell’ascolto”, lamentando il fatto di come nella nostra società, sia nei comportamenti come nel linguaggio, nulla venga fatto per valorizzare l’ascolto e trova le ragioni di questa svalutazione nelle basi della cultura moderna, che è essenzialmente una cultura visiva. Nello specifico sottolinea come una delle esperienze più profonde legate alla musica, ovvero «l’ascolto anima e corpo», venga sottovalutato e siano invece considerati con maggior enfasi altri aspetti della comunicazione musicale, come il numero di ascoltatori di un determinato programma (anche se magari sono ascoltatori distratti) o l’esuberanza dimostrata dal pubblico (anche se non è sempre segno di una comprensione profonda del pezzo).

La difesa dal rumore, e specificamente dall’inquinamento musicale, va affidata a un’educazione musicale che sia vera educazione all’ascolto consapevole, critico e selettivo, più rispettoso dell’essere umano, della convivenza civile, della musica stessa.

E, forse, se ci fosse meno musica la apprezzeremmo di più?


Altri articoli su queste tematiche:
L’ascolto inconsapevole
Che tipo di ascoltatore sei?

logica musica

Che cos’è la Sociologia della Musica?

La relazione tra musica e società è centrale nell’esperienza dell’uomo ed è stata oggetto d’indagine sin dalle origini della riflessione teorica su questa specifica forma espressiva. La dimensione sociale è ravvisabile a più livelli: dall’esecuzione in pubblico di un brano, visto come momento di coesione tra gli spettatori, alle influenze storiche e sociali che gravano su un’opera in misura diversa relativamente al proprio periodo storico.

Nel corso degli ultimi cento anni ci si è rivolti con sempre maggiore attenzione agli aspetti contestuali del fatto musicale, tanto che oggi lo studio della storia musicale, unito dal punto di vista delle scienze sociali è diventato un fatto acquisito. Alcuni importanti settori della musicologia tendono a sviluppare l’interdisciplinarietà intensificando il legame con altre discipline di studio quali, ad esempio, l’antropologia, la psicologia, la sociologia e la musicoterapia.

La Sociologia della Musica è una disciplina che, a differenza della critica e dell’analisi musicale concentrate sull’osservazione dell’oggetto in sé, tende a focalizzare il suo interesse su problemi legati alla distribuzione, alla divulgazione e alla fruizione:

I sociologi analizzano la “costruzione sociale” delle idee e dei valori estetici, piuttosto che la qualità “intrinseca” degli oggetti artistici.

Marcello Sorce Keller (dal libro: “Musica e sociologia” Milano, Casa Ricordi, 1996, p. 7).

Nell’ambito degli studi socio-musicali ci si occupa di quelle forme e generi musicali che hanno un concreto e forte impatto nella vita sociale attraverso analisi interne ai casi e ai contesti che vi corrispondono. Nell’ambito degli studi contemporanei è il sociologo della musica a studiare i fenomeni legati alla cultura di massa e, in particolare, la popular music: un genere di produzione musicale legato a logiche di produzione e fruizione massificate.

Rispetto all’evoluzione storica e sociale dei rapporti fra mecenati, committenti, impresari, producer, artisti, pubblico e fruitori, interessanti sono i contributi della Sociologia della Musica in riferimento alla differenziazione delle figure del musicista “professionista” e “dilettante”: dal musico che prestava servizio presso le Corti piuttosto che per la Chiesa, fino alla contemporaneità che vede il musicista legato alle logiche del mercato musicale di massa.

Nella modernità si sono imposte nuove situazioni che la Sociologia non manca di analizzare: il nuovo grande pubblico creato dai mass media, totalmente differente a quello che nell’Ottocento era solito riunirsi nelle sale da concerto; la questione del riconoscimento del diritto d’autore e l’istituzione del copyright che iniziarono ad affermarsi a seguito della Rivoluzione Francese e Americana, come attestazione della tutela della proprietà intellettuale di un individuo.

Il contributo dato da Theodor W. Adorno nei riguardi di queste tematiche è fondamentale. Adorno considera la società a lui contemporanea come conseguenza del mito illuministico del progresso, che ha finito per subordinare gli individui ad un processo di massificazione alienante. Motore di questo processo è quella che lui chiama “industria culturale”: un complesso tecnologico-industriale che con i mezzi di comunicazione rende possibile la produzione, la riproduzione e la distribuzione dei prodotti artistici . Secondo Adorno perciò gli strumenti di riproduzione delle opere d’arte, e quindi anche della musica, avviliscono l’arte reificandola e distorcendone il significato.

Questa visione totalmente negativa della condizione della musica nella nostra società moderna non viene però condivisa, ad esempio, da Walter Wiora, che parla di un’attuale “quarta età della musica”, cioè  quella che «unisce l’eredità di tutte le culture precedenti in una specie di museo universale, creando una vita concertistica internazionale, così come internazionali sono gli sviluppi della tecnica, della ricerca, della composizione ecc…, che si manifestano di fronte ad un pubblico anch’esso mondiale».

Appare evidente come la Sociologia della Musica non sia da considerarsi una disciplina in senso stretto, quanto piuttosto un campo di studio. Si parla a questo proposito di:

Natura duale della sociologia musicale: ricerca empirica da un lato, riflessione filosofica dall’altro.

Marcello Sorce Keller
logica

L’ascolto inconsapevole

Ascoltare musica oggi è un’esperienza quasi quotidiana di vita: possiamo sentirla per scelta o involontariamente ovunque, sia negli spazi comuni di condivisione sociale e persino quando squilla un telefono. L’avvento delle nuove tecnologie ha comportato un cambiamento delle modalità di ascolto e di ricezione della musica che spesso non viene nemmeno percepita e di fatto relegata a semplice sottofondo.

Per “ascoltare” veramente la musica si dovrebbe invece prestarle la dovuta attenzione, coscienziosamente, come accade quando si legge un libro, ad esempio. Ma a differenza dell’uso della vista, che richiede una volontarietà di movimento per utilizzarla, la musica può raggiungere l’orecchio umano senza l’obbligo della concentrazione o dell’esplicito desiderio di sentirla. Per questo motivo risulta difficile riuscire ad estraniarsi da una musica che viene diffusa in un determinato luogo: a differenza di un oggetto visivo, non possiamo “volgerle la schiena”.

La comunicazione musicale a differenza della comunicazione linguistica non ha come funzione primaria quella di trasmettere un significato. Per comprendere ciò che viene detto durante un discorso è necessaria una decodifica costante, mentre per quanto riguarda una musica, una melodia, la ricezione può avvenire anche in maniera distratta e discontinua.


L’opera ha un senso ma non ha un significato, cioè non permette di definire delle relazioni tra significante e significato paragonabili a quelle del linguaggio.

Michel Imberty in “Suoni, emozioni, significati”

La musica più che “significare” trasmette, suggerisce delle emozioni che provocano delle associazioni verbali che nascono dall’interpretazione che ogni ascoltatore fa di un dato brano. La musica ci offre però numerosi esempi di ambiguità percettive che evocano significati complessi e molteplici, tra i quali non è possibile effettuare una scelta netta, ma che arricchiscono e rinnovano ogni volta l’ascolto.

Secondo il musicologo Philip Tagg si possono distinguere tre diversi livelli di comunicazione musicale:

1) strutturalmente conscio/cognitivo: comprende i casi in cui l’ascoltatore si rende conto della presenza della musica e vi presta la sua attenzione;

2) preconscio/affettivo: riguarda le reazioni che la musica ascoltata consapevolmente provoca ad un livello preconscio. È quello su cui Tagg si sofferma maggiormente, in quanto ritiene che qui si trovino le risposte riguardanti il funzionamento comunicativo della Popular Music. Afferma infatti che la musica, a livello preconscio, comunica degli “affects”, cioè emozioni interiori, che spesso non sono spiegabili verbalmente e che non sempre si manifestano in un comportamento esteriore;

3) subconscio/neurologico che si presenta quando degli stimoli musicali provocano delle risposte in un ascoltatore che non si accorge nemmeno della loro presenza. È il caso, ad esempio, del cliente di un supermercato che, anche se non si rende conto del fatto che viene diffusa della musica, adatta il proprio passo a tale stimolo sonoro. Per capire cosa la musica comunichi a questo livello, si tratterà di studiare le risposte neurologiche ed i componenti inconsci attivati dall’ascoltatore.

Molte discipline tra cui le neuroscienze e la psicologia hanno indagato quali siano i meccanismi celebrali alla base di tutte queste operazioni apparentemente facili ed automatiche.

Mentre una delle più note distinzioni delle diverse tipologie dei comportamenti di ascolto musicale “consapevole” è quella stilata dal musicologo, sociologo, filosofo Theodor W. Adorno che trovate all’articolo: Che tipo di ascoltatore sei?


Per un approfondimento:
– Oliver Sacks, “Musicofilia. Racconti sulla musica e il cervello” ed. Adelphi, 2008.
– Philip Tagg, “On the specificity of musical communication. Guidelines for Non-Musicologists” Göteborg: Stencilled Papers from the Musicology Department, 1981.

Immagine di copertina: Lim Heng Swee