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Eddie Vedder, John Lennon e una stella cadente

In ogni epoca fare musica e ascoltare musica può essere considerato come un collante di gruppo: nei campi di cotone, nelle risaie, nelle marce degli alpini, a Woodstock, ai concerti dei Beatles, nei rave: la musica è il collante di un’identità.

Ascoltare, ballare o suonare un certo tipo di musica è un modo per affermare la propria identità e sentirsi parte di una collettività. I concerti possono essere visti come dei grandi rituali collettivi: migliaia di persone unite dalla musica. Si canta, ci si emoziona, si balla; uno scambio fatto di sudore, passione, movimento e adrenalina.

Cosa succede quando l’energia di migliaia, anche decine di migliaia, di spettatori viene convogliata dalle stesse onde sonore e veicolata dalla stessa vibrazione?

«Succede che persino il cielo si commuove e gioisce con te» risponde Paola Maugeri nel suo libro “Resilienza” raccontando di un concerto magico, quello di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, al Firenze Rocks del 2017.

Scenografia intimista perfetta, migliaia di persone pronte a un avvenimento speciale: il più grande concerto della sua carriera solista. (…) Un viaggio musicale intimo attraverso i pezzi più conosciuti dei Pearl Jam, quelli più toccanti dei suoi album solisti e alcune canzoni tra le più rappresentative che hanno trasformato la Visarno Arena in un amabile salotto sotto il cielo stellato.

In quell’atmosfera quai intimista, Eddie Vedder ha dedicato un bellissimo pensiero a John Lennon, sottolineando quanto “Imagine” sia stato un pezzo visionario, ma allo stesso tempo anche profondamente realista, e auspicando che il mondo vada nella direzione anelata dal geniale musicista di Liverpool.

Ed ecco che la vicinanza, la condivisione, l’afflato per un mondo migliore hanno creato un piccolo grande miracolo: sulle note finali di “Imagine” una magnifica stella cadente ha percorso luminosa il cielo facendo palpitare all’unisono i cuori di più di 50.000 esseri umani che, con il naso all’insù, si chiedevano a chi si doveva il piacere di quella perfetta sincronicità.

Nei giorni seguenti centinaia di messaggi increduli sono arrivati sui miei social: si trattava davvero di una stella cadente o di una trovata scenografica di altissimo livello? Era troppo bella e luminosa per essere vera, e com’era possibile che avesse lasciato la sua scia proprio sulle note di “Imagine”?

All’inizio pensavo si trattasse solo di battute scherzose, ma poi ho capito che in moltissimi avevano davvero pensato a una trovata della produzione.

Ebbene, temo che ormai siamo così abituati a vedere il mondo attraverso gli schermi di un telefonino da non sapere più riconoscere la realtà quando si palesa in tutta la sua bellezza e imprevedibilità, tanto da pensare che si tratti di finzione.

Quella stella cadente era vera!

Sì, vera!

Mandata dal cielo per ricordarci cosa può succedere quando ci lasciando andare alla bellezza della musica! Quando le note, i corpi e i volti parlando di pace e di libertà, non esistono più barriere, sovrastrutture, ipocrisie e ci sentiamo talmente liberi da godere appieno dell’amore universale che la musica può donarci. Amore per noi stessi, per gli altri e per il solo fatto di essere vivi!


da Paola Maugeri “Resilienza. Come la musica insegna a stare al mondo” ed. Pickwick, 2019 (pp. 207-211)


You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one…”

Eddie Vedder “Imagine” (live, Firenze Rocks 2017)
(si vede anche la stella cadente, ultimi secondi del video a fine canzone)

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Le regole per una canzone di successo, ma è davvero così?

Per creare una canzone di successo le ricette sono diverse, in rete oggi si trovano tantissimi consigli sulle regole da seguire e solitamente si parte da alcune certezze di base: una intro sotto i 10 secondi (la fase più importante, quella che cattura l’attenzione), strofe brevi, ritornello catchy che deve arrivare entro i 30 secondi e poi ripetuto più volte nel corso del pezzo, bridge breve seguito dalla chiusura del brano e una durata complessiva di 3 minuti circa.

La durata è uno dei parametri centrali, una canzone ha delle esigenze commerciali da rispettare: la maggior parte delle programmazioni radiofoniche richiedono una durata compresa tra i 3 e i 4 minuti.

Il motivo della scelta di questo minutaggio canonico è legato a esigenze tecnologiche di inizio ‘900, quando sui primi dischi in commercio non poteva essere registrata più di 3 minuti di musica per lato. Le cose cambiarono negli anni ’60 con la diffusione degli LP che potevano contenere anche una decina di minuti per lato, poi i problemi si sono risolti fino ad arrivare all’avvento delle musicassette e dei CD.

La musica digitale che non soffre di queste limitazioni ha nuovamente cambiato le cose, accorciandole. Uno studio sui brani musicali entrati nella classifica Billboard Hot 100, la più citata per la musica Pop internazionale, ha evidenziato tra il 2013 e il 2018 un abbassamento della durata delle canzoni: da 3 minuti e 50 secondi ad una media di 3 minuti e 30 secondi.

Questo abbassamento della durata sembra essere stato causato dai nuovi servizi d’ascolto in streaming, ormai il mezzo più utilizzato per ascoltare musica, che attuano precise regole per la distribuzione dei guadagni agli artisti. I servizi in streaming considerano “riprodotta” una canzone quando l’ascoltatore supera una durata minima di secondi, di solito 30 circa. Quindi per case discografiche e artisti risulta più remunerativo l’ascolto di più brani di breve durata che pochi, ma lunghi. Ovvero: per un totale di 15 minuti di ascolto si guadagna di più se si tratta di 5 canzoni da 3 minuti che 3 canzoni da 5 minuti.

Oltre ai freddi calcoli commerciali, altre cause si possono trovare nell’abbassamento della soglia d’attenzione degli ascoltatori, nella musica vissuta come un “mordi e fuggi” di hit del momento che si susseguono l’una all’altra e che forse non si ascoltano nemmeno mai per l’intera durata.

Ogni regola però, si sa, ha le sue eccezioni e così scopriamo che la canzone più ascoltata in assoluto tra quelle composte nel XX secolo con oltre 2 miliardi di ascolti sulle varie piattaforme streaming è “Bohemian Rhapsody” dei Queen con i suoi 5 minuti e 55 secondi. Vertice del capolavoro “A Night alt the Opera” del 1975 e una delle migliori canzoni Rock di sempre per la sua geniale commistione di hard rock, ballad e opera.

Queen “Bohemian Rhapsody” (1975)


“Bohemian Rhapsody” è la canzone più ascoltata in streaming eppure non segue affatto le regole canoniche per il successo commerciale. I Queen per questo si sono visti sbattere la porta in faccia quando l’hanno proposta al lungimirante manager della Emi che la riteneva «troppo lunga, nessuna radio trasmetterà mai una canzone di sei minuti».

Ci dicevano che era troppo lunga e non avrebbe funzionato, ma abbiamo detto di no. O i sei minuti o niente.

Roger Taylor

Le cose cambiarono quando un dj amico di Freddie Mercury, Kenny Everett, la fece trasmettere fino a 14 volte in due giorni, ininterrottamente. Fu un tale successo che l’etichetta fu “costretta” a pubblicarlo come singolo e svettò subito in classifica fino a diventare forse il brano più famoso dei Queen e una delle pietre miliari del Rock.

Di esempi ne possiamo trovare molti altri, come “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin con i suoi 8 minuti e 2 secondi di durata o “November Rain” dei Guns’n’Roses di 8 minuti e 57 secondi. Due canzoni che non hanno bisogno di presentazioni, altre due pietre miliari del Rock, universalmente note e immortali che però non seguono le classiche strutture strofa/ritornello delle hit radiofoniche. Non hanno neppure un vero e proprio ritornello!

Per non parlare nel genere Progressive, più di nicchia, ma che ha prodotto “lunghissimi” capolavori come “Close to the Edge” degli Yes, “2112” dei Rush e “Change of Seasons” dei Dream Theater.

Sono solo eccezioni, casi fortunati, o forse alle volte si sottovaluta la capacità di giudizio del pubblico? Oggi la regola è cercare a tutti costi il tormentone, creare una canzone semplice, facile da memorizzare, seguendo precise regole di sicuro impatto perché “questo è quello che piace al pubblico”. Ma è davvero così?

Led Zeppelin “Stairway to Heaven” (1971)
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La musica è diventata invisibile

La musica è la più impalpabile e inafferrabile di tutte le arti.

La musica la si può ascoltare, la si può comporre, creare, suonare; la si può immaginare, ballare, interpretare; la si può studiare, raccontare, sognare; la si può amare, odiare, subire, vivere… ma non si può toccare. È immateriale, è fatta di onde sonore, di vibrazioni, sembra quasi una magia. La musica a Federico Fellini ricordava una dimensione di armonia, di pace, di compiutezza dalla quale si è stati esclusi.

La musica è crudele quando finisce non sai dove va, sai solo che è irraggiungibile e questo ti rende triste.

 Federico Fellini nel libro “Sul cinema” a cura di Giovanni Grazzini

Per secoli, per millenni, la musica è esistita solamente nell’istante in cui veniva eseguita. È stato con l’avvento delle scoperte nel campo della riproduzione audio e gli sviluppi tecnologici che è stato possibile ascoltare musica riprodotta su supporti registrati e non solamente durante una sua esecuzione dal vivo.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. C’è stato un allargamento esponenziale del pubblico, l’industrializzazione del consumo, l’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

La musica “riprodotta” è diventata una realtà che è andata sovrapponendosi alla musica “dal vivo” e che oggi ormai l’ha quasi eclissata sottraendone la sua naturale e genuina spontaneità, l’hic et nunc in cui ha preso vita. Quell’attimo in cui viene creata è salvato per sempre e diventa quasi un monumento perenne. Si può finalmente toccare la musica, la si può possedere per sempre.

Vinili, cd, musicassette sono degli scrigni magici. Racchiudono la storia di un disco: dai disegni e i colori scelti per la copertina, ai nomi di tutte le persone che l’hanno creata, i testi, le note, i ringraziamenti, le fotografie. La musica è concreta, è reale, si può annusare, si può vedere.

L’evoluzione non si è fermata, ha portato alla nascita dei supporti digitali, della musica liquida, degli mp3 fino ad arrivare al ritorno della musica invisibile. Oggi la musica esiste solo su smartphone o chiavette usb tanto che gli ultimi modelli di automobili non hanno nemmeno più il lettore cd. Sembra quasi un’involuzione: si vengono a perdere tutte le ricchezze che i supporti fisici avevano aggiunto e fisicamente la musica non esiste più e non la si possiede più. Esiste in file all’interno di applicazioni digitali che non dureranno per sempre.

La musica è diventata invisibile. Nelle fotografie, nei post e nelle storie Instagram in cui immortalare l’atto di ascoltare musica, non ci sono le copertine degli album, le fotografie dei musicisti o i testi contenuti all’interno, il disco del cd, un nastro, i solchi del vinile; si possono solo fotografare i supporti con cui la si ascolta come cuffie, cuffiette, screenshot di applicazioni sullo schermo di uno smartphone. È sempre più effimera e transitoria, quasi non esiste più.

E al posto di Ricordi nella mia città ora c’è Prada.

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Che musica si cerca su Google?

Il motore di ricerca Google lo conosciamo tutti, è il più usato al mondo per cercare qualcosa nel web. Forse non tutti sanno dell’esistenza di Google Trends: uno strumento di analisi (gratuito) che offre un enorme database di informazioni sulle oltre 5 miliardi di ricerche che vengono effettuate quotidianamente su Google.

Quali sono gli argomenti più gettonati? Le parole chiave (keyword) più cercate? Le tendenze del momento? Cosa cerca “la gente” su Google?

Google Trends ha le risposte a tutte queste domande e anche ad una mia curiosità: quali sono le ricerche più gettonate associate alla musica? Che “musica” cerca la gente su Google?

Questo è il risultato:

Dati relativi al periodo 3/07/2019 – 3/07/2020
(il valore numerico si riferisce all’indice di interesse, espresso con un punteggio da 0 a 100)

Questi sono i primi 15 risultati delle ricerche più popolari effettuate nel motore di ricerca Google durante l’ultimo anno in Italia associate alla parola “musica”. Risultato evidente e schiacciante: scaricare musica. Gratis. Scaricare, non ascoltare, ovviamente.

Non c’è una curiosità per qualcosa di relativo alla musica, un musicista ad esempio, una canzone (da segnalare un’impennata a febbraio 2020 della ricerca “musica e il resto scompare” titolo del brano presentato da Electra Lamborghini a Sanremo). Interessante notare come la musica “classica” superi di una posizione la musica “italiana”, entrambe battute dalla musica “rilassante” al quarto posto.

Per il resto tranne il revival della “musica anni 80” che appare in fondo classifica (ma lo sappiamo che non se ne esce vivi dagli anni ’80!) il resto è sconfortante: quello che interessa maggiormente è trovare il modo di scaricare musica, gratuitamente, o ascoltarla, sempre gratuitamente, su YouTube. E di modi per farlo legalmente o illegalmente il motore di ricerca risponde con pagine e pagine di link.

Questo mi richiama alla mente una recente intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e notissimo divulgatore lanciato dal programma Superquark di Piero Angela. L’intervista (che potete vedere qui) ha come tema l’insegnamento della Storia e Barbero sottolinea come sia difficile far amare agli studenti una materia così noiosa – se limitata allo stretto nozionismo scolastico – ma in realtà così appassionante e avvincente; dopotutto si parla di “noi”, è la storia dell’umanità, del nostro passato.

Con la Musica penso che la partenza sia opposta e il risultato non si discosti troppo: a tutti piace la musica, tutti la ascoltano, hanno voglia di ascoltarla e si ingegnano con metodi più o meno legali per poterla ascoltare “facilmente”. Ma a quanti poi interessa davvero approfondirla come arte, come portatrice di storia e cultura, al di là di possederla come un bene di consumo che fa compagnia e sottofondo?

Perché si cercano tutti i modi possibili per scaricarla, anche illegalmente, piuttosto che acquistarla? Siamo al paradosso per cui, abituati alla musica gratis, si spendono centinaia di euro per cuffie e altoparlanti da esibire come capi di abbigliamento di lusso e collegare a smartphone costosissimi, ma si faticano a pagare 10 euro al mese per un abbonamento che dà accesso ad un catalogo infinito di 35 milioni di canzoni.

E non è un processo causato dalla musica liquida, che lo ha solo aumentato. I dischi si copiavano anche su cassetta negli anni ’80. È un problema di soldi? Di mentalità? Aveva ragione Adorno quando negli anni ’50 e ’60 tuonava contro la massificazione alienante degli individui messa in atto dall’industria culturale? La tecnologia ha avvilito l’arte, l’ha resa un bene di consumo distorcendone il significato?

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La funzione della musica

musica vilini

La nostra quotidianità è piena di musica, infinitamente di più rispetto al tempo in cui vivevano i grandi pensatori del passato. La musica, diceva Aristotele (IV sec a.C.), non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici: può servire all’educazione, per procurare la catarsi, per la ricreazione, il sollievo e il riposo dopo lo sforzo.

Avvicinandoci ai nostri giorni, illuminante e severo il commento che a riguardo ci ha lasciato il filosofo e sociologo Thedor W. Adorno nel suo libro “Introduzione alla sociologia della musica” pubblicato nel 1962.

La questione relativa alla funzione della musica nella società moderna viene posta in relazione all’uso quotidiano, anzi di “routine quotidiana” che ne fa l’uomo-massa, l’uomo ingranaggio della gigantesca società massificata. La musica è un’arte, ma Adorno sostiene che «il tipo di coloro che intendono la musica come passatempo è di gran lunga più diffuso». Questo toglie il valore estetico della musica come opera d’arte che non viene più percepita come tale, arrivando al concetto di perdita del “peso specifico dell’arte”.

Thedor W. Adorno

Secondo Adorno la principale funzione della musica nella società di massa è legata al concetto di passatempo quale veicolo di piacere: «non a caso la musica più consumata, quella appartenente alla sfera “leggera”, è sempre accordata su un tono di diletto, dove il mondo minore è una spezia elargita raramente».

E ancora, musica come consolatrice, un conforto alla comunità solitaria: Adorno vede nella musica il suono di una voce della collettività massificata, capace di far sentire uniti i singoli che la compongono. Musica che poi diviene, inevitabilmente, un pretesto del settore produttivo: musica usata per vendere, musica che diventa pubblicità, bene di consumo. Un’opera d’arte quasi profanata, sfruttata.

Adorno parla anche del feticismo che coinvolge tutti i beni di consumo in generale e quelli musicali in particolare. Era il 1962, chissà cosa direbbe oggi che salviamo nelle nostre playlist centinaia di dischi e canzoni, accumuliamo centinaia, migliaia, di ore di musica pur sapendo che non avremo mai il tempo di ascoltarla.

«La funzione della musica oggi non è poi affatto così diversa da quello dello sport, non meno enigmatica nella sua ovvietà. In effetti il tipo dell’intenditore di musica che sul piano della reazione fisica misurabile risulta un intenditore, si avvicina al tipo del tifoso sportivo. Studi approfonditi sui frequentatori abituali degli stadi e sugli ascoltatori della radio che hanno la mania della musica potrebbero rivelare analogie sorprendenti».

Per molti cosiddetti uomini di cultura sembra che dopotutto parlare e leggere musica sia più importante della musica stessa.

Thedor W. Adorno

Una visione che ci risulta severa, estrema; forse perché, purtroppo, vera?  

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La musica può essere inquinante?

Ascoltare musica oggi è un’esperienza quotidiana di vita: possiamo sentirla per scelta o involontariamente ovunque, sia negli spazi comuni di condivisione sociale e persino quando squilla un telefono. L’avvento delle nuove tecnologie ha comportato un cambiamento delle modalità di ascolto e di ricezione della musica che spesso non viene nemmeno percepita e di fatto relegata a semplice sottofondo.

Su queste problematiche lo psicologo John Sloboda ha effettuato un’interessante ricerca volta a quantificare la musica alla quale un individuo è generalmente sottoposto nell’arco di una giornata e valutarne le conseguenze: i volontari dovevano segnalare le varie musiche che di volta in volta sentivano, specificando l’ora e la circostanza alla quale erano associate. Dall’analisi dei dati è emerso che la presenza della musica è rilevata come attività di per sè solo nel 2% dei casi, mentre è il lavoro che si sta svolgendo l’occupazione sentita come principale. L’ascolto di brani musicali assume soltanto un ruolo secondario, di sottofondo, e finisce per non essere nemmeno più rilevato.

Riflettendo su questi dati non sembra poi così strano parlare di “inquinamento musicale” (un caso particolare di inquinamento acustico). In Italia già nel 2002 si era svolto a Bologna un convegno su queste tematiche, dove si erano messi a confronto musicologi, giuristi, economisti, medici, ed esperti in comunicazione. Un fenomeno relativamente recente, nato nella società contemporanea, in cui la diffusione indiscriminata della musica arriva anche ad ignorare i principi fondamentali della convivenza civile, come l’elementare rispetto di chi in quel momento non vuole ascoltare musica o quello specifico brano musicale.

Una musica non voluta e quindi subita non è più fonte di piacere e di sollievo, ma invadendo lo spazio interiore della persona diventa causa di malessere: se il luogo, la situazione o lo stato fisico e psichico non richiedono la presenza di una musica, ascoltarla può creare disagio, o addirittura risultare insopportabile. La costante presenza della musica ignora i principi di convivenza civile, calpesta la libertà d’ascolto e l’inquinamento musicale diventa una questione tipicamente urbana di civiltà offesa.

Non è una questione di generi musicali di per sé, ma fondamentalmente di disposizione all’ascolto: anche la musica classica, più consonante e timbricamente morbida, può risultare insopportabile anche ad un amante del genere se in quel momento non ci si sente predisposti ad un adeguato ascolto.

Nella nostra società pregna di rumori non c’è più spazio per il silenzio, un momento di attività in cui si favorisce l’ascolto profondo, la riflessione, il pensiero, facendolo oggi diventare una risorsa. L’abuso di musica in tutti gli ambienti della vita quotidiana impedisce non solo un rapporto con se stessi, ma anche il dialogo con gli altri: a causa della sua invasiva presenza risulta a volte impossibile comunicare con il proprio interlocutore.

Il critico, compositore e teorico dell’ascolto Michel Chion nel libro “Musica, Media e Tecnologie” (Milano, Il Saggiatore, 1996) propone un “elogio dell’ascolto”, lamentando il fatto di come nella nostra società, sia nei comportamenti come nel linguaggio, nulla venga fatto per valorizzare l’ascolto e trova le ragioni di questa svalutazione nelle basi della cultura moderna, che è essenzialmente una cultura visiva. Nello specifico sottolinea come una delle esperienze più profonde legate alla musica, ovvero «l’ascolto anima e corpo», venga sottovalutato e siano invece considerati con maggior enfasi altri aspetti della comunicazione musicale, come il numero di ascoltatori di un determinato programma (anche se magari sono ascoltatori distratti) o l’esuberanza dimostrata dal pubblico (anche se non è sempre segno di una comprensione profonda del pezzo).

La difesa dal rumore, e specificamente dall’inquinamento musicale, va affidata a un’educazione musicale che sia vera educazione all’ascolto consapevole, critico e selettivo, più rispettoso dell’essere umano, della convivenza civile, della musica stessa.

E, forse, se ci fosse meno musica la apprezzeremmo di più?


Altri articoli su queste tematiche:
L’ascolto inconsapevole
Che tipo di ascoltatore sei?

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Che cos’è la Sociologia della Musica?

La relazione tra musica e società è centrale nell’esperienza dell’uomo ed è stata oggetto d’indagine sin dalle origini della riflessione teorica su questa specifica forma espressiva. La dimensione sociale è ravvisabile a più livelli: dall’esecuzione in pubblico di un brano, visto come momento di coesione tra gli spettatori, alle influenze storiche e sociali che gravano su un’opera in misura diversa relativamente al proprio periodo storico.

Nel corso degli ultimi cento anni ci si è rivolti con sempre maggiore attenzione agli aspetti contestuali del fatto musicale, tanto che oggi lo studio della storia musicale, unito dal punto di vista delle scienze sociali è diventato un fatto acquisito. Alcuni importanti settori della musicologia tendono a sviluppare l’interdisciplinarietà intensificando il legame con altre discipline di studio quali, ad esempio, l’antropologia, la psicologia, la sociologia e la musicoterapia.

La Sociologia della Musica è una disciplina che, a differenza della critica e dell’analisi musicale concentrate sull’osservazione dell’oggetto in sé, tende a focalizzare il suo interesse su problemi legati alla distribuzione, alla divulgazione e alla fruizione:

I sociologi analizzano la “costruzione sociale” delle idee e dei valori estetici, piuttosto che la qualità “intrinseca” degli oggetti artistici.

Marcello Sorce Keller (dal libro: “Musica e sociologia” Milano, Casa Ricordi, 1996, p. 7).

Nell’ambito degli studi socio-musicali ci si occupa di quelle forme e generi musicali che hanno un concreto e forte impatto nella vita sociale attraverso analisi interne ai casi e ai contesti che vi corrispondono. Nell’ambito degli studi contemporanei è il sociologo della musica a studiare i fenomeni legati alla cultura di massa e, in particolare, la popular music: un genere di produzione musicale legato a logiche di produzione e fruizione massificate.

Rispetto all’evoluzione storica e sociale dei rapporti fra mecenati, committenti, impresari, producer, artisti, pubblico e fruitori, interessanti sono i contributi della Sociologia della Musica in riferimento alla differenziazione delle figure del musicista “professionista” e “dilettante”: dal musico che prestava servizio presso le Corti piuttosto che per la Chiesa, fino alla contemporaneità che vede il musicista legato alle logiche del mercato musicale di massa.

Nella modernità si sono imposte nuove situazioni che la Sociologia non manca di analizzare: il nuovo grande pubblico creato dai mass media, totalmente differente a quello che nell’Ottocento era solito riunirsi nelle sale da concerto; la questione del riconoscimento del diritto d’autore e l’istituzione del copyright che iniziarono ad affermarsi a seguito della Rivoluzione Francese e Americana, come attestazione della tutela della proprietà intellettuale di un individuo.

Il contributo dato da Theodor W. Adorno nei riguardi di queste tematiche è fondamentale. Adorno considera la società a lui contemporanea come conseguenza del mito illuministico del progresso, che ha finito per subordinare gli individui ad un processo di massificazione alienante. Motore di questo processo è quella che lui chiama “industria culturale”: un complesso tecnologico-industriale che con i mezzi di comunicazione rende possibile la produzione, la riproduzione e la distribuzione dei prodotti artistici . Secondo Adorno perciò gli strumenti di riproduzione delle opere d’arte, e quindi anche della musica, avviliscono l’arte reificandola e distorcendone il significato.

Questa visione totalmente negativa della condizione della musica nella nostra società moderna non viene però condivisa, ad esempio, da Walter Wiora, che parla di un’attuale “quarta età della musica”, cioè  quella che «unisce l’eredità di tutte le culture precedenti in una specie di museo universale, creando una vita concertistica internazionale, così come internazionali sono gli sviluppi della tecnica, della ricerca, della composizione ecc…, che si manifestano di fronte ad un pubblico anch’esso mondiale».

Appare evidente come la Sociologia della Musica non sia da considerarsi una disciplina in senso stretto, quanto piuttosto un campo di studio. Si parla a questo proposito di:

Natura duale della sociologia musicale: ricerca empirica da un lato, riflessione filosofica dall’altro.

Marcello Sorce Keller
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L’ascolto inconsapevole

Ascoltare musica oggi è un’esperienza quasi quotidiana di vita: possiamo sentirla per scelta o involontariamente ovunque, sia negli spazi comuni di condivisione sociale e persino quando squilla un telefono. L’avvento delle nuove tecnologie ha comportato un cambiamento delle modalità di ascolto e di ricezione della musica che spesso non viene nemmeno percepita e di fatto relegata a semplice sottofondo.

Per “ascoltare” veramente la musica si dovrebbe invece prestarle la dovuta attenzione, coscienziosamente, come accade quando si legge un libro, ad esempio. Ma a differenza dell’uso della vista, che richiede una volontarietà di movimento per utilizzarla, la musica può raggiungere l’orecchio umano senza l’obbligo della concentrazione o dell’esplicito desiderio di sentirla. Per questo motivo risulta difficile riuscire ad estraniarsi da una musica che viene diffusa in un determinato luogo: a differenza di un oggetto visivo, non possiamo “volgerle la schiena”.

La comunicazione musicale a differenza della comunicazione linguistica non ha come funzione primaria quella di trasmettere un significato. Per comprendere ciò che viene detto durante un discorso è necessaria una decodifica costante, mentre per quanto riguarda una musica, una melodia, la ricezione può avvenire anche in maniera distratta e discontinua.


L’opera ha un senso ma non ha un significato, cioè non permette di definire delle relazioni tra significante e significato paragonabili a quelle del linguaggio.

Michel Imberty in “Suoni, emozioni, significati”

La musica più che “significare” trasmette, suggerisce delle emozioni che provocano delle associazioni verbali che nascono dall’interpretazione che ogni ascoltatore fa di un dato brano. La musica ci offre però numerosi esempi di ambiguità percettive che evocano significati complessi e molteplici, tra i quali non è possibile effettuare una scelta netta, ma che arricchiscono e rinnovano ogni volta l’ascolto.

Secondo il musicologo Philip Tagg si possono distinguere tre diversi livelli di comunicazione musicale:

1) strutturalmente conscio/cognitivo: comprende i casi in cui l’ascoltatore si rende conto della presenza della musica e vi presta la sua attenzione;

2) preconscio/affettivo: riguarda le reazioni che la musica ascoltata consapevolmente provoca ad un livello preconscio. È quello su cui Tagg si sofferma maggiormente, in quanto ritiene che qui si trovino le risposte riguardanti il funzionamento comunicativo della Popular Music. Afferma infatti che la musica, a livello preconscio, comunica degli “affects”, cioè emozioni interiori, che spesso non sono spiegabili verbalmente e che non sempre si manifestano in un comportamento esteriore;

3) subconscio/neurologico che si presenta quando degli stimoli musicali provocano delle risposte in un ascoltatore che non si accorge nemmeno della loro presenza. È il caso, ad esempio, del cliente di un supermercato che, anche se non si rende conto del fatto che viene diffusa della musica, adatta il proprio passo a tale stimolo sonoro. Per capire cosa la musica comunichi a questo livello, si tratterà di studiare le risposte neurologiche ed i componenti inconsci attivati dall’ascoltatore.

Molte discipline tra cui le neuroscienze e la psicologia hanno indagato quali siano i meccanismi celebrali alla base di tutte queste operazioni apparentemente facili ed automatiche.

Mentre una delle più note distinzioni delle diverse tipologie dei comportamenti di ascolto musicale “consapevole” è quella stilata dal musicologo, sociologo, filosofo Theodor W. Adorno che trovate all’articolo: Che tipo di ascoltatore sei?


Per un approfondimento:
– Oliver Sacks, “Musicofilia. Racconti sulla musica e il cervello” ed. Adelphi, 2008.
– Philip Tagg, “On the specificity of musical communication. Guidelines for Non-Musicologists” Göteborg: Stencilled Papers from the Musicology Department, 1981.

Immagine di copertina: Lim Heng Swee

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La musica come affermazione della propria identità

In ogni epoca il fare musica può essere considerato come un collante di gruppo: nei campi di cotone, nelle risaie, nelle marce degli alpini, a Woodstock, ai concerti dei Beatles, nei rave: la musica è il collante di un’identità.

Ascoltare, ballare o suonare un certo tipo di musica è un modo per affermare la propria identità e sentirsi parte di una collettività come può essere la scelta di quali abiti indossare, che mezzo di trasporto usare o quali letture fare.

La Sociologia della Musica ha studiato come l’esperienza musicale svolga un ruolo importante nella formazione e nell’affermazione di identità individuali e collettive. Nel corso della nostra esistenza sviluppiamo un senso di appartenenza ad un determinato luogo, nazione, religione, parte politica, gruppo d’età, classe sociale… Sono forme di identità che la musica, attività sociale per eccellenza, aiuta a determinare, e alle volte anche ostentare, caricandole di un valore simbolico profondo ed efficace.

Il musicologo e sociologo Marcello Sorce Keller afferma che: «L’attività del far musica, i nostri gusti nel produrla, nell’ascoltarla, le nostre scelte di partecipare con altri ai riti a cui essa dà sostanza, costituiscono un ulteriore modo di chiarire a noi stessi e a chi ci osserva chi siamo (o perlomeno chi pensiamo di essere o desideriamo essere), con chi ci identifichiamo e con chi invece non desideriamo confonderci».

La musica, il far musica pertanto, è un’attività che, al tempo stesso, ci accomuna a qualcuno e ci separa da qualcun altro, sempre e ovunque.

Marcello Sorce Keller

Per trovare degli esempi non occorre andare molto lontano nel tempo, se ne possono ritrovare facilmente molti nel corso della storia del Novecento. Negli anni Cinquanta il Rock’n’Roll fu il primo caso in cui un genere musicale venne usato da un’intera generazione di ragazzi quasi come una bandiera e un mezzo per dare voce alla rottura con i valori della società dei loro padri.

Il Rock’n’Roll dall’America si diffuse poi in tutta Europa e formò una sottocultura giovanile che scelse a simbolo della propria identità quella particolare musica, anche se proveniva da un altro continente. Questo è un esempio di come si possa formare un “sound group” di persone che sceglie di adottare una certa musica come stile di vita per i valori che in essa vede rappresentati. Così accade oggi con generi musicali come la Trap, l’Indie Rock, il K-Pop e molti altri che fanno presa sulle giovani generazioni, ma che non catturano tutti coloro che a quegli ambiti appartengono.

La musica Classica europea, per secoli dominata dalla Chiesa e privilegio delle corti aristocratiche, nell’Ottocento è diventata un rito sociale appartenente alla borghesia. Le canzoni di una patria lontana invece mantengono vivi il sentimento di appartenenza degli emigrati; gli inni nazionali, le marce militari, le canzoni di protesta e i canti religiosi sono altri facili esempi. Mantenendo sempre validi altri generi musicali ormai classici e le loro relative differenti identità come Jazz, Blues, Pop, Rock, Punk, Metal. Ognuno nel tempo ha creato determinate sottoculture portatrici di specifici valori i cui fan, ieri come oggi, si sentono accomunati.

La propria identità sociale non è però fissa e univoca, si può far parte contemporaneamente di diversi gruppi sociali all’interno dei quali ci sono diversi gusti e generi musicali; poi si cresce e anche l’età e l’evoluzione personale contribuiscono alle scelte musicali. Insomma, quasi nessuno ama solo e per sempre un unico genere musicale.


Per un approfondimento:
Marcello Sorce Keller «Musica come rappresentazione e affermazione di identità». In: Tullia Magrini (a cura di), Universi sonori: Introduzione all’etnomusicologia, Torino, Einaudi.

logica

La funzione educativa ed etica della musica

In un precedente articolo vi ho parlato di quando nel 1865 il Ministro dell’Istruzione Francesco De Sanctis aveva tristemente dichiarato che la musica non andava insegnata a scuola perché «non fa valentuomini, ma buffoni».

Sono passati 155 anni, la scuola è molto diversa da allora, alcune materie si sono attivate, ma nella nostra società certi pregiudizi non sono molto cambiati. Guardo al passato (Bernardo di Chartres diceva: «siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane») e torno nella Grecia di Platone e Aristotele.

Platone in vari suoi dialoghi toccò temi riguardanti la musica affidandole un valore educativo in quanto arte legata all’armonia dell’universo, idea di chiara derivazione pitagorica (ne ho parlato qui). Nella “Repubblica” e nelle “Leggi” Platone sostiene l’importanza della musica in quanto modello di organizzazione nel processo educativo del cittadino: il consenso della comunità cittadina nell’uniformarsi spontaneamente alle leggi dello Stato si basa sulla possibilità di persuaderne i singoli membri attraverso un sistema educativo sostanzialmente coreutico-musicale.

Platone esortò i tutori del suo stato ideale, fondato sulla giustizia, ad assegnare alla musica un ruolo fondamentale nell’educazione dei giovani: la musica doveva servire ad arricchire l’animo, così come la ginnastica educava il corpo. La pratica musicale doveva essere resa obbligatoria, ed in effetti la musica divenne materia di studio.

Chi possiede una sufficiente educazione musicale può accorgersi con grande acutezza di ciò che è brutto o imperfetto nelle opere d’arte o in natura, mentre sa approvare e accogliere con gioia nel suo animo ciò che è bello, e nutrirsene e diventare un uomo onesto.

Platone, “Repubblica” (401d-402a)

Nel “Simposio” Platone tratta della correlazione fra la pratica della musica (ritmo e melodia) e l’indole umana (ethos), intesa come risultato di educazione. Questa duplice validità della musica, aspetto edonistico (passeggera distrazione) e aspetto intellettuale (oggetto di ragione e studio legata alle divine proporzioni, come inteso dai pitagorici), rimarrà per tutto il Medioevo ed oltre.

Per i pensatori ellenici la musica, per il suo essere legata all’armonia delle sfere, influiva anche sull’animo umano, sia positivamente che negativamente, arrivando anche potenzialmente a poter turbare le leggi e le istituzioni dello Stato se affidata a persone non virtuose. Il musicista era quindi tenuto a rappresentare i valori positivi per la comunità, come il coraggio, virtù tipicamente maschile, o la temperanza, suo corrispettivo femminile.

Platone nella “Repubblica” spiega anche come ogni armonia (scala musicale) possieda un “ethos” specifico, ovvero una particolare capacità di influire sulla psiche e sul corpo. Ad esempio, la scala Dorica, grave e virile, poteva suscitare nell’animo compostezza e determinazione; la Frigia era capace di persuadere, calmare e portare pace.

Rafaello Sanzio, “Scuola di Atene” (1509-1511 circa)


Aristotele amplia e approfondisce ulteriormente il pensiero di Platone. L’estetica musicale ha un posto di rilievo anche nelle sue opere, come nella “Politica” di cui gli ultimi cinque capitoli dell’ottavo libro costituiscono un vero trattato sull’uso della musica nell’educazione, con un’importante puntualizzazione al suo rilievo sociale e pedagogico.

La musica non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per la ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo.

Aristotele, “Politica”

Il pensiero di Platone mirava a fornire allo Stato gli strumenti per selezionare le musiche più funzionali a rafforzare le tradizioni e i valori della comunità; Aristotele ritiene utile utilizzare ogni genere di musica conosciuta riconoscendole quattro funzioni: non solo educazione (paideia), ma anche divertimento (paidia), nobile ricreazione intellettuale (diagoge) e in particolare Aristotele attribuisce alla musica qualità terapeutiche capaci di purificare l’anima dalle emozioni pericolose ed eccessive (katharsis).

“La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia”

Ludwig Van Beethoven