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Non è un caso se le note sono sette come i colori dell’arcobaleno

L’arcobaleno è forse la magia più affascinante che il cielo ci regala. Quando i raggi del sole alla giusta inclinazione incontrano delle goccioline di pioggia nasce una meraviglia che è impossibile non soffermarsi ad ammirare. Un arco di sette colori: rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco e violetto.

Come per ogni numero di magia sarebbe meglio godersi lo stupore e non cercare di svelarne il trucco; anche se una fredda e calcolata spiegazione scientifica c’è e dovremmo risalire agli studi di uno dei più famosi scienziati della storia: Isaac Newton.

Fu “grazie” ad un’epidemia che nacque la scienza dell’arcobaleno di Newton. Tra l’agosto 1665 e l’aprile 1667, quando Londra era invasa da una terribile peste, il giovane Newton, allora 23enne, si rifugiò in quarantena volontaria in campagna, nella tenuta di famiglia nel Lincolnshire, a Woolsthorpe.

Newton sfruttò quel periodo dedicandosi a tempo pieno allo studio e allo sviluppo di diverse teorie ed esperimenti che poi rivoluzioneranno la storia della scienza.

Ciò accadeva durante gli anni della peste del 1665 e 1666; infatti in quei giorni ero nel fiore degli anni quanto alle invenzioni, e mi occupavo di matematica e di filosofia più che in qualsiasi altro periodo successivo.  

Fu proprio in un periodo di quarantena nel lontano Seicento che Isaac Newton intuì che la luce bianca che noi vediamo in realtà è composta da particelle di colori differenti e riuscì a dimostrarlo servendosi di un prisma triangolare: la luce bianca del sole, attraversandolo, veniva scomposta nei sette colori dello spettro formando un arcobaleno artificiale.

La copertina di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd.
L’arcobaleno più famoso della storia della musica.


Inizialmente Isaac Newton individuò cinque gradazioni di colore (rosso, giallo, verde, blu e violetto) per poi aggiungere anche l’arancione e l’indaco, per analogia alle sette note musicali. Newton mise in diretta analogia i fenomeni acustici con quelli ottici e osservò una forte corrispondenza tra i sette colori dell’arcobaleno e le sette note della scala musicale. In una lettera del 1675 scriveva che:

È possibile che il colore possa essere distinto nei suoi principali gradi, rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto scuro, con lo stesso principio per cui il suono in una ottava è graduato in toni.
– Isaac Newton

L’opera principale di Newton sull’ottica dal titolo “Opticks” fu pubblicata a Londra nel 1704 e torna ancora sull’argomento. Newton notò che la geometria dello spettro visibile coincideva con la geometria metrica di una particolare successione di toni musicali, in modo tale che: «i colori rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, viola [sono] proporzionali alle differenze di lunghezza di un monocordo che suona i toni di un’ottava: sol, la, fa, sol, la, mi, fa, sol. [Cioè sono] proporzionali ai numeri 1, 8/9, 5/6, 3/4, 2/3, 3/5, 9/16, 1/2 che esprimono le lunghezze di un monocordo che suona le note di un’ottava». [Isaac Newton, “Opticks”, 1704, pp. 295, 305].

Newton, forse il più grande scienziato della storia, era convinto che in analogia con le note musicali i colori primari fossero sette (forse anche per il valore mistico che ha questo numero) e inserì l’indaco tra il Si e il Do, come disegnò in questa immagine:

Nello schema Newton assegna ad ogni colore un arco diverso in funzione di corrispondenze che egli pensa che i colori abbiano con le sette note musicali (qui scritte in notazione alfabetica).

I colori in un arcobaleno sfumano l’uno nell’altro, non sempre riusciamo a distinguerli bene tutti, così successivamente l’indaco è stato declassato a sfumatura di blu tanto che oggi sarebbe più preciso dire che i colori dell’arcobaleno sono sei. A voler essere pignoli nemmeno le note sono solo 7…

Si sono poi sviluppate tantissime teorie, diverse tra loro, che legano insieme note e colori per il loro significato simbolico, filosofico, psicofisico o armonico. Ma alle volte è meglio soffermarsi ad ammirare la magia.

Non troverai mai arcobaleni se guardi in basso. [Charlie Chaplin]

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Le trombe maledette di Tutankhamon

Molti sono i tesori ormai celati dagli eoni del tempo, tesori sepolti in una dimenticata grotta oscura, sommersi nelle tenebre remote degli abissi marini e, per i più romantici, nascosti sotto un simbolo a X in una sconosciuta isola deserta.

Uno degli scenari più fantastici, misteriosi ed evocativi della nostra storia è certamente l’antico Egitto. Un’epoca magica che a distanza di millenni affascina scrittori, registi e scatena le teorie più fantasiose. C’è ancora chi si domanda chi può mai aver costruito le piramidi: folle di schiavi, saggi ingegneri dalle conoscenze sorprendenti o visitatori da galassie lontane?

Non è questo il luogo per rispondere a queste domande, ma un tesoro della storia della musica antica lo dobbiamo proprio ad uno dei più celebri, seppur sfortunati, faraoni: il leggendario Tutankhamon.

Correva l’anno 1922 quando l’archeologo britannico Howard Carter scoprì, nella Valle dei Re, la tomba di Tutankhamon. Fu una delle grandi scoperte dell’egittologia, permeata da un’aura di mistero, probabilmente anche per via della presunta maledizione legata a filo doppio alla profanazione del tesoro sepolto assieme al giovane e sfortunato faraone. Oltre a corredi religiosi, statue e gli immancabili vasi canopi, furono rinvenuti degli strumenti musicali: due trombe risalenti a 3.340 anni prima. Le più antiche trombe ancora funzionanti ad oggi mai scoperte. 

La tromba in bronzo

La prima è una tromba in bronzo (o forse in rame) e fu trovata nell’anticamera della tomba, assieme a oggetti di stampo militare. Alcune raffigurazioni nei dipinti dell’antico Egitto associano spesso, infatti, simili trombe a contesti militari.

La seconda tromba, d’argento e oro, fu rinvenuta nella camera funeraria. Entrambe presentano intarsi e decorazioni raffiguranti divinità. Al loro interno è stata trovata un un’anima di legno decorata, probabilmente per proteggere il sottile metallo dalla deformazione o per mantenere pulito il tubo. La tromba d’argento inoltre ha delle incisioni raffiguranti un fiore di loto e il nome del re Tutankhamon. Il bocchino è in oro, lo stesso materiale usato per una fascia applicata al bordo della campana.

La tromba in argento

Le trombe sono state sepolte insieme al faraone Tutankhamon e sono rimaste nascoste nel più totale silenzio per oltre 3000 anni. Ma il 16 aprile 1939 oltre 150 milioni di persone hanno potuto ascoltarne il suono durante una trasmissione radiofonica della BBC. Le trombe sono state suonate per la prima volta nell’era moderna da James Tappern, musicista della fanfara della British Army, durante una breve performance al Museo Egizio del Cairo dove gli strumenti sono conservati ancora oggi.

Gli strumenti erano talmente antichi e fragili che durante le prove la tromba d’argento si danneggiò, facendo ricoverare in ospedale per l’angoscia Alfred Lucas, un membro del gruppo di archeologi che scoprì la tomba di Tutankhamon. I racconti non si fermano qui e si dice che poco dopo aver sentito per la prima volta dopo tanti secoli il suono delle trombe, ci sia stato un grosso blackout in tutto il museo de Il Cairo. Cinque mesi dopo la Gran Bretagna entrò nella Seconda Guerra Mondiale e iniziò la guerra in Europa.

Da qui è nata la leggenda delle trombe “maledette”. A quanto pare hanno una sorta di potere magico e ogni volta che qualcuno fa suonare questi strumenti si scatena una guerra. Si dice che le trombe siano state suonate di nuovo prima della Guerra Arabo-Israeliana dei Sei Giorni nel 1967 e prima della Guerra del Golfo nel 1990.

Particolare della tromba in argento

È una delle tante leggende che avvolgono di mistero l’antico Egitto, civiltà che teneva la musica in grande considerazione e praticata a tutti i livelli sociali. Per gli egizi la musica era chiamata “hy” che vuol dire “gioia”, aveva origine divina e custode di quest’arte era la casta sacerdotale. Sono pervenute a noi notizie di canti popolari e leggendari, come il “Maneros” di cui ha parlato lo storico Erodoto.

Oggi dopo più di 3.000 anni possiamo ancora ascoltare il suono di questi preziosissimi strumenti. Un suono senza tempo. Un suono che è stato descritto come rauco e potete, il suono delle più antiche trombe ancora funzionanti del mondo.

Lo potete ascoltare qui:

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Perché Santa Cecilia è la patrona della musica?

simon vouet santa cecilia

Anche la musica e musicisti hanno un santo protettore a cui rivolgersi: è Santa Cecilia e si festeggia il 22 novembre. Come mai proprio lei? Non era una musicista e pare che il suo nome sia stato legato alla musica per errore…

Una storia che si mescola alla leggenda ed inizia a Roma tra il II e il III secolo, al tempo delle persecuzioni cristiane ordinate dal prefetto Almachio. Cecilia era una ricca e nobile romana che si convertì segretamente al cristianesimo e fece voto di castità. Fu però data in sposa ad un giovane pagano di nome Valeriano. Durante il banchetto di matrimonio, mentre tutti festeggiavano cantando inni pagani, in cuor suo Cecilia cantava lodi al suo mistico e vero sposo, Gesù.

Cecilia confessò il suo voto a Valeriano che si convertì al Cristianesimo e la notte del matrimonio ricevette il battesimo da papa Urbano I. Vissero insieme come fratelli, ma furono scoperti, torturati e condannati a morte. Cecilia fu prima soffocata con del vapore (o dell’acqua bollente, a seconda delle fonti); ma non morì e fu decapitata, ci vollero tre colpi d’ascia e quattro giorni di agonia, venne poi deposta nella tomba vestita di broccato d’oro.

Orazio Gentileschi “Santa Cecilia suona la spinetta” (1618 -1622)

Fu Papa Urbano I, sua guida spirituale, a renderle degna sepoltura. Nel 1599, durante i restauri delle catacombe di San Callisto in occasione del Giubileo del 1600, venne ritrovato il suo corpo in un ottimo e sorprendente stato di conservazione.

E la musica cosa c’entra?

Le motivazioni che hanno poi portato Santa Cecilia ad essere proclamata patrona della musica sono incerte e un primo documento che unisce Cecilia alla musica risale al tardo Medioevo. Santa Cecilia sembra essere diventata patrona dei musicisti per un’errata interpretazione di un canto latino, l’antifona di introito della messa nel giorno della sua festa, che recita: Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar (Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: “Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa”).

In realtà la corretta interpretazione di “organi” non sarebbe “strumenti musicali”, ma “strumenti di tortura”. L’antifona descriverebbe dunque Santa Cecilia che tra gli strumenti di tortura, cantava a Dio nel suo cuore. Non un riferimento al banchetto di nozze, ma al momento del martirio.

Simon Vouet “Santa Cecilia” (1626)

A partire dal XV secolo si cominciò a raffigurare la Santa con un piccolo organo e in seguito fu canonizzata e sempre raffigurata con uno strumento musicale tra le braccia. Nei secoli, sotto il nome di Santa Cecilia sorsero così scuole, associazioni, periodici che consolidarono il suo ruolo di patrona della musica.

Cecilia ha ispirato anche moltissimi capolavori artistici tra cui l'”Estasi di santa Cecilia” di Raffaello,  la “Santa Cecilia” di Rubens; dai “Racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer alla “Missa Sanctae” Ceciliae di Joseph Haydn e moltissime altre musiche di Alessandro Scarlatti, Charles Gounod,  Henry Purcell, Arvo Pärt, arrivando persino al Rock dei Foo Fighters con il loro EP “Saint Cecilia” del 2015.

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Il suono dello spazio, un concerto di elettroni

Nello spazio cosmico non ci sono suoni, vige il silenzio. La musica trasmessa da una fonte sonora o un ipotetico violino suonato da un astro-musicista sarebbero silenti, al nostro orecchio non arriverebbe nessuna nota. Non si udirebbero nemmeno gli spari nelle battaglie tra navicelle spaziali dei film di fantascienza o il fragore di una stella che esplode.

O almeno questo è quello a cui siamo sempre stati portati a pensare.

Il suono per la Fisica è un fenomeno acustico prodotto dal movimento (l’onda sonora) di particelle (atomi e molecole) trasmesso nell’ambiente circostante grazie ad un mezzo fisico di propagazione (come l’aria). Un classico esempio è quello del sasso gettato nello stagno che provoca una serie di onde concentriche che si propagano nell’acqua.

In realtà recenti studi di fisica quantistica hanno scoperto che, anche se nello spazio non c’è aria che possa far propagare il suono, ciò non significa che non ci siano suoni nello spazio. Oltre all’onda acustica esiste anche un’onda elettromagnetica creata dalla contemporanea propagazione di un campo elettrico e un campo magnetico, capace di generare una vibrazione e quindi un suono.

Lo spazio non è vuoto, ma è pieno di particelle cariche elettricamente che a contatto con un gas fluttuante, il plasma, sprigionano delle onde a loro volta influenzate da campi elettrici e magnetici. Queste particolari onde non sono altro che interazioni tra particelle elettromagnetiche provenienti dal vento solare e dalla magnetosfera dei pianeti che possono essere convertite in suoni.

È quello che è riuscita a fare la NASA ottenendo così il suono dello spazio, una sorta di “concerto” di elettroni. Una sinfonia di fischi che possono ricordare il verso di uccelli tropicali, sibili simili a quelli delle pistole della saga di Guerre Stellari e fruscii inquietanti.

E per le galassie più lontane?

Esiste un metodo artificioso chiamato sonificazione capace di trasformare le immagini del cosmo in suoni, fino a realizzare vere e proprie composizioni. La luce delle stelle e di altre sorgenti luminose viene convertita in note che aumentano di volume all’aumentare dell’intensità della luce emessa. Le nubi di gas e polveri invece creano delle variazioni armoniche in evoluzione.

Ecco un “concerto galattico” nel cuore della Via Lattea, a circa 26.000 anni luce dalla Terra.


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Il padovano che inventò il pianoforte

Il pianoforte è uno strumento di assoluto fascino, protagonista di infinite composizioni musicali e tra gli strumenti più conosciuti e praticati. Viene definito tecnicamente come uno “strumento musicale a corde percosse mediante martelletti azionati da una tastiera”, una descrizione che nasconde l’evoluzione di una storia da scoprire, merito della geniale intuizione del padovano Bartolomeo Cristofori.

L’alba del pianoforte ha origine nei primi strumenti a corda come il salterio, in uso presso Egiziani ed Ebrei, più volte citato nella Bibbia, che si suonava pizzicando le corde tese sopra ad una cassa di risonanza. Uno strumento analogo esisteva anche in Cina migliaia di anni prima dell’era Cristiana e Pitagora, nel VI secolo a.C., nei suoi studi sulle relazioni matematiche tra i toni musicali utilizzò il monocordo, la corda era tesa su una cassa di risonanza e si poteva dividere in varie lunghezze mettendola in vibrazione con un plettro. Passando poi alla storia degli organi (uno dei primi è stato l’Hydraulis, III secolo a. C.) che svilupparono un’altra componente fondamentale del pianoforte: la tastiera.

Fino ad arrivare al precursore del moderno pianoforte: il clavicembalo, inventato dal viennese Hermann Poll (1370-1401). Uno strumento a corde pizzicate tese sopra una tavola armonica e dotato di tastiera. Pigiando un tasto veniva azionato un plettro che pizzicava la corda facendola vibrare e quindi produrre un suono. Il clavicembalo per tutto il periodo Barocco divenne uno strumento molto amato nelle case nobiliari ed è usato ancora oggi per eseguire musica antica; il suo suono ha anticipato la ricchezza dinamica e l’eleganza del pianoforte moderno.

Qui fa il suo ingresso nella storia Bartolomeo Cristofori, nato a Padova il 4 maggio del 1655 e conosciuto fin da giovane come bravo costruttore di cembali e strumenti a corda molto apprezzati. Nel 1688 passò dalle sue parti il principe Ferdinando de’ Medici, grande mecenate, umanista e ottimo clavicembalista, che lo volle a Firenze come cembalaro di corte. È tuttora documentata la sua attività di progettista e costruttore di strumenti musicali e al museo Cherubini di Firenze si possono ammirare una sua spinetta, un cembalo in cipresso, un organo e anche un pregevole contrabbasso, testimonianza della sua abilità come liutaio.

Ritratto di Bartolomeo Cristofori del 1726

Bartolomeo Cristofori rimase a Firenze fino alla sua morte e alla corte di Ferdinando de’ Medici ebbe una geniale intuizione: creare un nuovo strumento con possibilità dinamiche controllabili dall’esecutore. Pensò quindi di sostituire il meccanismo dei salterelli del clavicembalo con quello dei martelletti, cioè passare da uno strumento con corde pizzicate a uno strumento con corde percosse. Questo ha dato la possibilità di poter dosare la sonorità e suonare sia “il piano che il forte” a seconda della forza con cui si pigiano i tasti: la percussione delle corde per mezzo di un martelletto azionato con maggiore o minore forza permette di ottenere suoni più o meno intensi.

Il costruttore padovano dette nome allo strumento da lui inventato “Gravicembalo col piano e col forte” da cui deriva il moderno nome “Pianoforte” preceduto dal più antico “Fortepiano”.

Questo nuovo strumento diede la possibilità ai musicisti di ottenere sonorità più o meno forti a seconda della forza con cui le dita premevano i tasti, a differenza di strumenti come organi e clavicembali il cui meccanismo a corde pizzicate non permetteva di controllare la dinamica.

particolare del meccanismo a martelletti del Fortepiano costruito da Bartolomeo Cristofori nel 1720

L’invenzione di Bartolomeo Cristofori viene descritta qualche anno dopo nel 1711 in un articolo pubblicato dal marchese veronese Scipione Maffei nella rivista scientifica “Giornale dei letterati d’Italia” che ne descrive nel dettaglio anche l’innovativa meccanica.

Dei numerosi strumenti di questo tipo da lui costruiti ce ne sono pervenuti solo tre e sono tutti firmati con la scritta: “Bartholomaeus de’ Christophoris Patavinus inventor faciebat Florentiae” cui segue la data a numeri romani. Il più antico è del 1720 (quest’anno compie 300 anni e si può ancora suonare!) già appartenuto alla fiorentina signora Emesta Mocenni Martelli e ora conservato al Metropolitan Museum di New York (per donazione di Mrs. J. Crosby Brown). Il secondo datato 1722 è al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma e il terzo del 1726 è conservato nel Musikinstrumenten Museum dell’Università di Lipsia.

Il Fortepiano costruito da Bartolomeo Cristofori nel 1720 conservato al Metropolitan Museum di New York

Il Fortepiano di Bartolomeno Cristofori però non ebbe successo in Italia e molti anni dopo, nel 1726, il costruttore tedesco di organi Gottfried Silbermann costruì una copia esatta del pianoforte di Cristofori che sottopose al parere anche di Johann Sebastian Bach. Lo strumento piacque molto anche a Federico II di Prussia che ne comprò ben sette.

E così il pianoforte, nato in Italia, divenne ben presto appannaggio dell’industria tedesca e poi francese ed inglese. La musica composta specificatamente per pianoforte iniziò ad essere scritta qualche anno dopo e la sua ascesa come strumento da concerto e da esecuzione solistica fu inarrestabile.

Solo di recente sono stati valorizzati i meriti di Bartolomeo Cristofori ad esempio con le grandi celebrazioni del 1955 nel tricentenario della sua nascita e con la recente istituzione a Padova dell’Associazione Bartolomeo Cristofori Amici del Conservatorio e del Festival Pianistico Internazionale “Bartolomeo Cristofori” la cui edizione 2020 si sta tenendo proprio in questi giorni.

per visualizzare il Doodle clicca qui

Anche Google ha omaggiato Bartolomeo Cristofori, nel giorno del suo 360° compleanno il 4 maggio 2015, con un Doodle dinamico che consente di capire meglio il cambiamento tecnologico apportato da Bartolomeo Cristofori e permettere di suonare, forte o piano, la melodia della Corale della Cantata 147 di Johann Sebastian Bach.

«La musica, negli ultimi secoli, ha attraversato periodi di profonde trasformazioni proprio per merito della mai sopita ricerca in campo costruttivo ed esecutivo da parte di compositori, interpreti, teorici e costruttori di strumenti musicali; essi a partire dal XVII secolo, seguendo le trasformazioni politiche, sociali e di costume delle varie epoche, hanno contribuito alla evoluzione culturale e, nel caso limitato alla nostra indagine, alla evoluzione tecnologica del pianoforte e della relativa letteratura.

Uno dei punti più affascinanti della critica pianistica è sempre stato quello di cercare di comprendere come i compositori suonavano e volevano che si eseguissero le loro opere ma anche come le eseguono gli interpreti d’oggi e del passato. Stabilire i parametri interpretativi entro i quali esercitare le proprie capacità artistiche e di conseguenza adottare quest’ultimi anche nel valutare le esecuzioni musicali altrui è forse il compito più arduo per un musicista.»

Prof. Pierluigi Secondi
Conservatorio Statale di Musica, Istituto di Alta Cultura Musica “Luisa D’Annunzio” di Pescara.

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Che musica si cerca su Google?

Il motore di ricerca Google lo conosciamo tutti, è il più usato al mondo per cercare qualcosa nel web. Forse non tutti sanno dell’esistenza di Google Trends: uno strumento di analisi (gratuito) che offre un enorme database di informazioni sulle oltre 5 miliardi di ricerche che vengono effettuate quotidianamente su Google.

Quali sono gli argomenti più gettonati? Le parole chiave (keyword) più cercate? Le tendenze del momento? Cosa cerca “la gente” su Google?

Google Trends ha le risposte a tutte queste domande e anche ad una mia curiosità: quali sono le ricerche più gettonate associate alla musica? Che “musica” cerca la gente su Google?

Questo è il risultato:

Dati relativi al periodo 3/07/2019 – 3/07/2020
(il valore numerico si riferisce all’indice di interesse, espresso con un punteggio da 0 a 100)

Questi sono i primi 15 risultati delle ricerche più popolari effettuate nel motore di ricerca Google durante l’ultimo anno in Italia associate alla parola “musica”. Risultato evidente e schiacciante: scaricare musica. Gratis. Scaricare, non ascoltare, ovviamente.

Non c’è una curiosità per qualcosa di relativo alla musica, un musicista ad esempio, una canzone (da segnalare un’impennata a febbraio 2020 della ricerca “musica e il resto scompare” titolo del brano presentato da Electra Lamborghini a Sanremo). Interessante notare come la musica “classica” superi di una posizione la musica “italiana”, entrambe battute dalla musica “rilassante” al quarto posto.

Per il resto tranne il revival della “musica anni 80” che appare in fondo classifica (ma lo sappiamo che non se ne esce vivi dagli anni ’80!) il resto è sconfortante: quello che interessa maggiormente è trovare il modo di scaricare musica, gratuitamente, o ascoltarla, sempre gratuitamente, su YouTube. E di modi per farlo legalmente o illegalmente il motore di ricerca risponde con pagine e pagine di link.

Questo mi richiama alla mente una recente intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e notissimo divulgatore lanciato dal programma Superquark di Piero Angela. L’intervista (che potete vedere qui) ha come tema l’insegnamento della Storia e Barbero sottolinea come sia difficile far amare agli studenti una materia così noiosa – se limitata allo stretto nozionismo scolastico – ma in realtà così appassionante e avvincente; dopotutto si parla di “noi”, è la storia dell’umanità, del nostro passato.

Con la Musica penso che la partenza sia opposta e il risultato non si discosti troppo: a tutti piace la musica, tutti la ascoltano, hanno voglia di ascoltarla e si ingegnano con metodi più o meno legali per poterla ascoltare “facilmente”. Ma a quanti poi interessa davvero approfondirla come arte, come portatrice di storia e cultura, al di là di possederla come un bene di consumo che fa compagnia e sottofondo?

Perché si cercano tutti i modi possibili per scaricarla, anche illegalmente, piuttosto che acquistarla? Siamo al paradosso per cui, abituati alla musica gratis, si spendono centinaia di euro per cuffie e altoparlanti da esibire come capi di abbigliamento di lusso e collegare a smartphone costosissimi, ma si faticano a pagare 10 euro al mese per un abbonamento che dà accesso ad un catalogo infinito di 35 milioni di canzoni.

E non è un processo causato dalla musica liquida, che lo ha solo aumentato. I dischi si copiavano anche su cassetta negli anni ’80. È un problema di soldi? Di mentalità? Aveva ragione Adorno quando negli anni ’50 e ’60 tuonava contro la massificazione alienante degli individui messa in atto dall’industria culturale? La tecnologia ha avvilito l’arte, l’ha resa un bene di consumo distorcendone il significato?

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Il mito della Musica nella Grecia antica

La storia della Musica del mondo occidentale ha il suo inizio nella Grecia antica, un percorso documentato da numerose fonti letterarie e teoriche che sono state alla base del nostro sistema musicale moderno.

Il termine “musica” deriva dal greco “mousiké” che significa “l’arte delle muse” ciò che è “riguardante/pertinente alle Muse”, le deità che presiedevano alle diverse arti nel mondo classico. Un significato che quindi non si riferiva alla sola arte dei suoni, ma si allargava ad una nozione più ampia che abbracciava anche altre arti come, ad esempio, la poesia e la danza.

Le Muse erano nove: Clio, Euterpe, Talia, Melopnene, Tersicora, Erato, Polimnia, Urania e Calliope. Erano invocate dai poeti come dee ispiratrici del loro canto e come dee del canto erano collegate con Apollo, dio della musica, dell’arte e della lira. Esiodo nella sua opera “Teogonia” racconta che ogni Musa tutelava un’arte e tutte avevano a che fare con la Musica, in altre parole tutte le arti erano collegato con un elemento musicale. La musica aveva a che fare con la danza, la tragedia, la commedia, la poesia…

Baldassarre Peruzzi, la danza di Apollo con le Muse
Baldassarre Peruzzi “La danza di Apollo con le Muse” (1514 – 1523 ca)


La Musica anche se arte indipendente era a servizio di altri modi di espressione. La musica “pura” rappresentava solo uno dei casi possibili, mentre più spesso era parte di qualcosa di composito che investe linguaggi e funzioni parallele.

Una curiosità: seguendo l’evoluzione della mitologia relativa alle Muse nel periodo della Grecia arcaica, a Delfi c’è testimonianza di sole tre muse, i cui nomi corrispondevano alle tre corde della lira: Nete, Mese, Hypate.

Due importanti divinità collegate alla musica sono Apollo e Dioniso, due opposti.

Ad Apollo era demandata la possibilità di guidare le muse (per questo il dio viene spesso indicato con l’epiteto “musagete”). Apollo, dio della divinazione e della poesia, con la musica aveva un legame diretto e rappresentava i principi della chiarezza e dell’aristocratica eleganza. Dioniso invece era la parte irrazionale, l’abbandono alla fisicità, l’aspetto della musica che suscita nell’animo le passioni invece di placarle. Due opposti, l’apollineo e il dionisiaco, che nella storia della musica si pongono spesso in rapporto o ad una esclusività estrema.

“Danzatori” nella Tomba del Triclinio, Museo Nazionale di Tarquinia

Un altro elemento della mitologia greca che offre un’interessante riflessione è la nascita delle Muse, figlie di Zeus e Mnemosyne; quindi la divinità suprema dell’Olimpo (Zeus) insieme a colei che presiede alla memoria (Mnemosyne). La centralità della memoria è fondamentale per il mondo classico e l’uso della memoria è sempre stato centrale nella musica. 

La trasmissione delle melodie nel mondo greco rimase sempre in prevalenza affidata all’ascolto e alla memoria. Motivo per cui, a differenza delle numerose fonti di teoria musicale che sono giunte fino a noi, i testi con notazione musicale sono pochissimi, di epoca piuttosto tarda e di difficile interpretazione.

La musica era presente in quasi tutte le cerimonie pubbliche, private, civili, religiose. Non era solo un’arte, ma una parte importante nella formazione culturale e nella vita individuale e sociale dei greci. Per filosofi come Platone e Aritstotele la musica aveva un ruolo di primo piano nell’educazione dei giovani, e Pitagora la accostò alla sfera della matematica e al movimento degli astri.


Altri articoli a riguardo:
Pitagora: la musica, la matematica e l’armonia delle sfere.
La funzione educativa ed etica della musica.

Per un approfondimento:
“Musica e mito nella Grecia antica” a cura di D. Restani, Bologna, Il Mulino, 1995.

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Perché il 21 giugno è la Festa della Musica?

Ormai c’è una giornata dedicata a festeggiare pressoché qualsiasi cosa: si va dalla Festa della donna, della mamma, del papà, alla Giornata mondiale per la Pace (1 Gennaio), delle torte (23 Gennaio), della carbonara (6 Aprile). Oggi (19 Giugno) è il Garfield Day, ma anche il Martini Day. Se volete scoprirle tutte cliccate qui: daysoftheyear.com

Non poteva mancare una giornata dedicata alla Festa della Musica che si celebra il 21 Giugno, il giorno del solstizio d’estate. Un grande evento internazionale che si ripete regolarmente da 38 anni, una delle più importanti feste a valore culturale che sia mai stata istituita.

Tutto iniziò nell’ottobre del 1981 in Francia. L’allora Ministro della Cultura Jack Lang nominò Maurice Fleuret direttore della musica e della danza. Fleuret presentò una nota dove sosteneva che la nuova politica musicale del Paese avrebbe dovuto tenere conto di un dato rilevante: 5 milioni di francesi, di cui un giovane su due, suonavano uno strumento musicale, mentre le manifestazioni musicali organizzate fino ad allora riguardavano solo una minoranza della popolazione.

Fête de la musique au Palais Royal, à Paris, le 21 juin 1982 ...

Fleuret propose una rivoluzione nel contesto della musica, che mirava a fare incontrare tutti i tipi di musica, senza gerarchie e distinzioni: “una liberazione sonora, un’ebbrezza, una vertigine tra le più autentiche, le più intime, le più eloquenti dell’arte”.

Da queste considerazioni e riflessioni il 21 giugno 1982 venne organizzata la prima Festa della Musica (la “Fête de la Musique”), un fenomeno culturale senza precedenti che non aveva niente in comune con i Festival di musica usuali: una festa della musica nazionale, popolare, gratuita e aperta a tutti i generi musicali. Musicisti dilettanti e professionisti invasero strade, cortili, piazze, giardini, stazioni, musei. La festa di tutte le musiche e di tutti i musicisti.

Il giorno scelto è simbolico: il 21 giugno cade il solstizio d’estate, il più lungo giorno dell’anno, ma anche giorno legato a molte tradizioni pagane e ancestrali, e già festa di San Giovanni.

Dilettante o professionista, ognuno si può esprimere liberamente, la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

www.festadellamusica.beniculturali.it

Il successo fu grande e immediato. Dal 1985, anno europeo della Musica, la Festa della Musica si svolge in Europa e nel mondo. Dal 1995, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Budapest, Napoli, Parigi, Praga, Roma, Senigallia sono le città fondatrici dell’Associazione Europea Festa della musica. Tantissimi i concerti che si svolgono ogni anno, il 21 giugno, in tutte le città. Concerti gratuiti dove dilettanti e professionisti si possono esprimere liberamente: la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

Questi i principi che ispirano la Festa della Musica e che potete trovare sul sito web del Ministero per i beni e le attività culturali cliccando qui:

La musica è un linguaggio universale che può veicolare messaggi e contenuti di altissimo significato e superare barriere culturali, politiche ed economiche ed è quindi occasione di socialità;


Tutti i generi musicali potranno essere rappresentati, affinché la giornata diventi la festa di tutte le musiche;

Tutti gli artisti, dagli allievi delle scuole di musica ai musicisti di fama internazionale, devono poter trovare una scena nella quale esibirsi;

Le manifestazioni dovranno essere aperte a tutti per favorire, con l’ingresso gratuito, la maggior partecipazione possibile agli eventi musicali.

In Italia la Festa della Musica 2020 sarà un’edizione molto particolare che vedrà protagonisti, oltre a Paolo Fresu come testimonial, anche tanti medici ed infermieri. Una giornata che sarà poi dedicata alla memoria di Ezio Bosso, che ne fu testimonial nel 2018. Tantissime le iniziative previste in oltre 300 città per un totale di 13.000 artisti coinvolti. Per tutte le informazioni rimando al sito ufficiale.

Per non farci mancare mai nulla, secondo una bizzarra rilettura del calendario Maya che è circolata in rete nei giorni scorsi (una bufala) la data della fine del mondo calcolata il 21 dicembre 2012 era sbagliata: sarebbe il 21 giugno 2020. Una curiosa coincidenza.

In ogni caso, se volete star tranquilli, potete affidarvi alla santa patrona della musica, Santa Cecilia, che viene ricordata il 22 novembre. Perché? Questa è un’altra storia…



L’immagine di copertina è un’illustrazione di Heng Swee Lim.

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Il valzer, un ballo scandaloso

Se si dovessero elencare dei balli che nel corso della loro storia sono stati proibiti perché ritenuti scandalosi, vengono facilmente alla mente il tango o il rock’n’roll. E immediatamente il nostro immaginario ci riporta alla mente il film cult “Dirty Dancing” (tradotto in italiano con “Balli proibiti”) del 1987 con Patrick Swayze e Jennifer Grey, entrato nella storia del cinema, trainato anche da una colonna sonora storica che ha fatto impazzire milioni di fan in tutto il mondo.

Avreste mai pensato di dover aggiungere a questo elenco anche il valzer? Il ballo romantico per eccellenza la cui melodia rimanda a scenari principeschi e alle atmosfere fiabesche delle sale da ballo della Vienna ottocentesca. Eppure, proprio come avvenne per il rock’n’roll e per il tango, anche il valzer all’inizio della sua storia venne considerato scandaloso, volgare e indecente.

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Le sue origini sono umili, popolari e controverse: il nome deriva dal tedesco “walzen” che significa “girare”, ed è una danza in ritmo ternario che si diffuse verso la fine del ‘700 in Austria e nella Germania meridionale fino a diventare la protagonista indiscussa del secolo successivo. Si dice derivi dal “ländler” un ballo popolare austriaco caratteristico delle regioni montane, come il Tirolo e la Stiria; altri studiosi invece ritengono che derivi dalla “volta”, un ballo in misura ternaria proveniente dalla Provenza.

All’inizio dell’Ottocento il valzer ebbe una grande presa tra i più giovani come espressione della nascente borghesia, la nuova società che si stava lasciando alle spalle gli antichi costumi aristocratici. Era un ballo simbolo di libertà totalmente diverso nel modo di danzare dagli ingessati balli di corte dove ci si limitava a prendersi per mano in complicate coreografie, come il minuetto. Il valzer era un ballo di coppia che permetteva per la prima volta ai ballerini di stringersi e danzare volteggiando in un vertiginoso abbraccio, una sensazione di libertà assoluta.

Per questo venne osteggiato dagli spiriti più conservatori, era immorale che una coppia ballasse a così stretto contatto. Ne parlò anche Goethe ne “I dolori del giovane Werther” (1774): «Non mi sono mai sentito così sciolto, leggero: non ero più nemmeno un uomo. Avere tra le mie braccia la più adorabile delle creature, farsi travolgere con lei in un turbine, svelti come la saetta, e non percepire più nulla intorno a sé…». Monotono e folle” lo definisce Puskin; una danza che “può inebriare i giovani cuori, far sparire la timidezza e concedere l’audacia di amare” nota Stendhal; Madame de Genlis, istitutrice del futuro re Luigi Filippo di Francia, disse che il valzer avrebbe fatto smarrire qualsiasi fanciulla onesta che l’avesse ballato e nel 1833 un manuale britannico di buone maniere lo sconsigliava alle donne non sposate, perché era «un ballo troppo immorale per le signorine».

Era un ballo troppo immorale per le signorine.

Grazie a questo contatto ravvicinato il valzer permetteva lo scambio di confidenze tra le coppie che ballavano, ne favoriva l’intimità in un ondeggiare sinuoso e travolgente.
Il valzer si diffuse rapidamente in tutta Europa, e in Francia fu Maria Antonietta, la sposa austriaca di Luigi XVI, ad introdurlo alla corte di Versailles e trasformarlo nel ballo da sala per eccellenza. L’aumento della popolarità di questa danza deve molto ai compositori austriaci Johann Strauss padre (1804-1849) e Johann Strauss figlio (1825-1899) che trasformarono una semplice danza contadina in opere piene di brio e di musicalità, destinate a un pubblico molto più raffinato.

Ed è proprio Johann Strauss figlio il compositore del valzer per eccellenza, il famosissimo “Sul bel Danubio blu”. A metà Ottocento il valzer era già diventato il re assoluto dei saloni delle classi aristocratiche in tutta Europa, uno dei tanti segnali che i tempi stavano cambiando (a passo di danza!).

Johann Strauss – “Sul bel Danubio blu”
New Year’s Concert 2011 – Vienna Philharmonic Orchestra


Immagine di copertina: Auguste Renoir “Dance at Bougival“, 1882-1883.

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Sono davvero necessarie tutte queste dirette?

Un titolo provocatorio per un articolo diverso dal solito, un momento di riflessione sul particolare momento che stiamo vivendo. In piena emergenza Coronavirus e chiusi in casa dalla quarantena, il mondo si è reso conto delle possibilità che offre il web. E i social network vengono vissuti e utilizzati in modo differente: non più come passatempo invasivo alle normali forme di socializzazione umana, ma come dei mezzi per riuscire a mantenere rapporti sociali anche se “virtuali”.

Le piattaforme virtuali di condivisione globale annientano i rischi di contagio e ci fanno sentire meno soli in questo particolare periodo di isolamento. Ecco il proliferare di film e serie tv in streaming, tour virtuali e centinaia di migliaia di concerti in diretta. Uno degli antidoti al malumore e allo sconforto di questi giorni è ascoltare musica. Il potere terapeutico delle note è attestato da innumerevoli studi e ve ne ho parlato in un precedente articolo: Perché ascoltare la musica ci fa stare bene?

La musica è un momento di svago, evasione, compagnia, ma ha anche il potere di promuovere la salute e il benessere fisico e psicologico. Ecco che i social network come Instagram e Facebook sono diventati dei nuovi palchi virtuali dove si esibiscono sia semplici appassionati, sia i grandi artisti. Concerti casalinghi che danno la possibilità di godere della musica dal vivo direttamente dal divano di casa, in tutta sicurezza.

La parola d’ordine in questo momento è streaming.

Questa nuova modalità di fare e di fruire musica sta tenendo compagnia a tutti gli amanti della musica, vecchi e nuovi, che hanno più tempo a disposizione per ascoltare qualche diretta. Aumenta anche la curiosità di ascoltare qualche artista che in tempi di vita “normali” non avrebbero avuto voglia o tempo di seguire ad un concerto.

Lo streaming quindi è un alleato del nostro tempo? E la musica che ruolo ha in tutto questo?

Quando potranno durare questi concerti in streaming per non diventare poi un surrogato della normale performance dal vivo? O possono invece diventare un alleato per il futuro? Magari immaginando nuovi modi di fare musica sfruttando l’enorme potenzialità che questi palchi virtuali offrono: dal un lato raggiungere un pubblico virtualmente infinito e dall’altro poter assistere comodamente da casa a concerti eseguiti dall’altra parte del mondo.

Dei grandi momenti rivoluzionari per la storia della musica sono stati l’invenzione della radio, del fonografo e poi della musica liquida, che hanno cambiato per sempre il modo di concepire l’ascolto musicale. C’è chi dice abbiano lentamente ucciso la voglia di musica, chi invece al contrario che l’abbiano moltiplicata.

C’è il rischio di una disaffezione al concerto dal vivo e il rischio che la musica venga percepita ancor di più come un sottofondo sonoro gratuito, o invece si è amplificata la curiosità e la voglia di andare ai concerti?

Si è forse riusciti a sensibilizzare il pubblico sull’importanza che la musica, le arti e la cultura in generale hanno nelle nostre vite?