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Alla Biennale Arte 2022 vince la musica (parte 2)

Sono stata alla Biennale di Venezia qualche giorno fa e girando tra i vari padiglioni nazionali la musica mi ha sommersa. Non solo nel padiglione Gran Bretagna, vincitore del Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale con “Feeling Her Way” di Sonia Boyce; un’installazione che indaga musica e identità, improvvisazione e libertà. Ne ho già parlato qui: Alla Biennale Arte 2022 vince la musica (parte 1).

Uno dei luoghi che più mi ha stupito e affascinato è un piccolo padiglione, a Campo della Tana, proprio di fronte alle porte d’ingresso dell’Arsenale. Ad entrata libera. Era un appartamento veneziano della classe operaia, uno spazio che conserva le memorie dei suoi precedenti inquilini, offrendo un rifugio temporaneo al Padiglione Nazionale dell’Armenia.

Padiglione Armenia

Un padiglione collocato in un luogo diverso, non nelle due sedi centrali dell’Arsenale o dei Giardini. Un padiglione dove la Musica è protagonista di una riflessione su concetti come estraneità e appartenenza.

Andrius Arutiunian, artista e compositore armeno-lituano classe 1991, ha intitolato questo progetto Gharīb. Una parola dalle origini quasi criptiche, nata tra le terre del Caucaso e del Medio Oriente che si traduce come “lo straniero che entra nella nostra cerchia”. Lavorando con forme ibride di suono, creando strutture auree e fonti di suono sintetico, ha voluto rendere in musica un senso di appartenenza e straniamento che permea gli immaginari arabo, armeno e farsi. Gharīb è un termine associato ad attività sommerse e clandestine di produzione musicale, centri ricreativi illegali, commerci di sostanze psicotrope e marginalità politica.

Accordature alternative e modalità di dissenso sonoro creano una forma di dissonanza rispetto alle interpretazioni, tanto musicali quanto politiche, di tempo, ritmo e sintonia influenzate dall’Occidente. Affiora una partitura musicale, costellata delle voci sommesse degli inascoltati, degli scomparsi e dei radicali.

“Gharīb, dissonanza e liminalità, un modo di ritracciare i margini politici. Un’oscillazione radicale tra dissenso e accordo. Integrarsi e scomparire, esistere ed evaporare allo stesso tempo, riscoprire il mondo. Ecco allora cosa fare, non farsi ingannare da ciò che è reale. Optare invece per sistemi disordinati di elusività. Schivare l’ordine pervasivo, risintonizzarsi e poi dissiparsi completamente.”

You Do Not Remember Yourself

Arutiunian mette in atto questa riflessione attraverso diverse installazioni musicali, come “You Do Not Remember Yourself”. Un enorme strumento musicale di sei metri formato da una sottile lamina di ottone ricurva e flessibile (You do not remember yourself: non ricordarsi di se stesso). Dei microfoni e degli altoparlanti a contatto con la lastra d’ottone trasmettono il suono (si tratta di registrazioni vocali distorte, manipolate elettronicamente) facendo vibrare il metallo che così diventa lo strumento stesso di trasmissione sonora, uno strumento musicale che suona di risonanze naturali e diafonia. Una curiosità: se si tocca la lastra d’ottone la si sente vibrare chiaramente e il suono varia.

Andrius Arutiunian, You Do Not Remember Yourself, brass instrument, 1x6m, surface transducers, sound, 2022

Seven Common Ways of Disappearing

Camminando tra le stanze di questo ex appartamento veneziano, si arriva all’installazione centrale presente nell’ex molo dal titolo “Seven Common Ways of Disappearing”. La stanza è vuota, tranne per un giradischi, un amplificatore stereo e due casse che riproducono continuamente, per tutto il giorno, la musica di un vinile. Sulla parete opposta sono riprodotti due strani disegni geometrici: è la partitura, trascritta in un enneagramma.

L’enneagramma è una figura formata da un cerchio che include un triangolo equilatero intersecante una figura a sei lati. I punti che toccano il cerchio sono collegati da linee e frecce in entrambe le figure interne. Un sistema introdotto per la prima volta in Occidente dal mistico e filosofo armeno-greco Georges Ivanovich Gurdjieff intorno al 1913. Gurdjieff lo utilizzava per descrivere l’ordine cosmico dell’universo e per trovare equilibrio nei differenti lati della natura umana. Il suo intento era risvegliare l’uomo a uno stato di coscienza superiore, renderlo consapevole della sua personalità meccanica e attivare la sua parte più essenziale.

Nell’installazione di Arutiunian la partitura è scritta in un enneagramma: si tratta quindi di una partitura aperta (per pianoforte con accordatura differente rispetto alla tradizione musicale occidentale) indefinita nella durata: gli esecutori sono chiamati a trovare proprie strade all’interno delle regole musicali.
La versione presente nel vinile la potete ascoltare cliccando qui.

Si torna ancora una volta al concetto di musica e identità, presente anche nell’installazione di Sonia Boyce al Padiglione Gran Bretagna. Ancora una volta la dimostrazione di come e di quanto la musica sia un forte mezzo di affermazione della nostra identità. La Sociologia della Musica ha studiato come l’esperienza musicale svolga un ruolo importante nella formazione e nell’affermazione di identità individuali e collettive, nel raccontare chi siamo.

La cosmologia del Padiglione Gharīb ruota attorno alle modalità del dissenso sonoro, delle conoscenze vernacolari e dei sistemi disordinati di elusività. Canzoni di origine illecita, altri sistemi di accordatura, estrazione del petrolio e Cher con i suoi trucchi di autotuning, l’armonica legge del sette e i sistemi divini di digestione di Gurdjieff. Emerge una certa partitura musicale, punteggiata dalle voci sommesse del non sentito, dello scomparso e del radicale.

Andrius Arutiunian

Padiglione Francia – I sogni non hanno titolo

Dopo Armenia e Gran Bretagna, la musica è protagonista anche del Padiglione Francia, premiato con una menzione speciale. L’artista franco-algerina Zineb Sedira propone Les rêves n’ont pas de titre (I sogni non hanno titolo), un lavoro che trasforma il padiglione francese in un ensamble di set cinematografici.

All’origine dell’installazione cinematografica immersiva c’è il desiderio di lavorare con la musica, la letteratura e il cinema militante degli anni Sessanta e Settanta. Un periodo di fermento politico e culturale segnato dall’emergere delle prime co-produzioni tra Algeria, Italia e Francia.

Il Padiglione si trasforma in uno studio cinematografico e in una sala di proiezione. All’ingresso, sulla destra, troviamo subito un palco pronto ad accogliere una band; al centro un tipico bar parigino (ispirato al film Ballando, ballando di Ettore Scola), dove ci si può accomodare al bancone o sui tavolini in stile bistrot per sorseggiare un bicchiere di vino rosso, mentre una coppia di performer mettono in scena un tango passionale che segna l’inizio e la fine di un’effimera storia d’amore. A seguire la ricostruzione di un tipico salottino anni Cinquanta parla dell’intimità e del senso di protezione dell’ambiente domestico, arricchito da cimeli e poster dal sapore vintage, in cui campeggia tantissima musica.

Un’installazione immersiva che invita lo spettatore a danzare, a danzare per resistere, danzare per rinascere, danzare per sognare…. E i suoi sogni non hanno titolo.

Un pesce che suona la chitarra e la balena di Moby Dick

Tanta musica alla Biennale, talmente tanta da campeggiare addirittura sulla fotografatissima facciata del Padiglione Centrale dei Giardini. Qui troviamo le sculture di Cosima von Bonin (classe 1962, Kenya): squali e pesci di plastica che brandiscono chitarre elettriche, ukulele, sarong, tavole da surf, missili imbottiti con un tessuto a quadretti.

Dietro le colonne della facciata si trova Scallops (Glass Version), una coppia di capesante su un’altalena ed Hermit Crab (Glass Version), un paio di paffute chele di granchio avvinghiate a una betoniera. Giocando con questioni d’attualità quali il capitale, il tempo libero, il comfort e la prestazione individuale, von Bonin ironizza sui vezzi dell’arte contemporanea e della storia dell’arte, in modo particolare le leggendarie origini del readymade.

© Photos Haupt & Binder, Universes in Universe

Spostandoci all’Arsenale accanto all’ingresso del – bellissimo – Padiglione Italia, la musica si fa trovare ancora presente, ci attira sotto le capriate alte quasi 25 metri delle Gaggiandre, uno degli angoli magici dell’Arsenale.

La fonte sonora è l’installazione video e audio di Wu Tsang (classe 1982, USA) dal titolo Of Whales (2022). Uno schermo di 16 metri in cui viene proiettato un adattamento cinematografico del capolavoro di Herman Melville Moby Dick e ambienti oceanici psichedelici generati mediante tecnologie di realtà estesa (XR). La durata totale è di 6 ore. Lasciarsi avvolgere dalla musica e immersi da immagini psichedeliche che si specchiano sulle acque di queste due imponenti tettoie realizzate tra il 1568 e il 1573, è quasi magia.

Il mio viaggio nella musica della 59a Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia termina qui.
Mi è sfuggito qualcosa? Scrivetemi nei commenti!

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Alla Biennale Arte 2022 vince la musica (parte 1)

british pavillion biennale 2022

Una visita alla Biennale Arte vale sempre il viaggio. Specialmente in un’edizione in cui a vincere il prestigioso Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale è un padiglione immerso di musica. Suona strano? La Musica è Arte, e forse questo viene troppo spesso dimenticato.

Il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale alla 59 Biennale di Venezia è stato vinto dal Padiglione Gran Bretagna firmato Sonia Boyce. “Feeling Her Way” avvolge il visitatore in un collage dinamico di suoni e immagini, rinfrangendo e trasfigurando identità, storie e futuri. Un’opera immersiva e sonora. Un enorme studio di registrazione.

Esplorare nuovi spazi sonori

“Feeling Her Way” è una vibrante installazione incentrata sulle performance vocali di quattro musiciste. Attraverso una serie di video con filtro colore diverso, incontriamo quattro cantanti britanniche Black dalle voci straordinarie: Jacqui Dankwort, Poppy Ajudha, Sofia Jernberg Tanita Tikaram ed Errolyn Wallen. Sono state riprese in diretta mentre improvvisavano insieme per la prima volta ai microfoni di uno dei più importanti studi di registrazione del mondo: gli Abbey Road Studios di Londra.

British Pavilion, Room 1 – Image Cristiano Corte © British Council

Le quattro voci si fondono l’una nell’altra esplorando nuovi spazi sonori immaginandosi sotto forma di oggetti e animali.  Si abbandonano a un processo creativo non immune da errori e dissonanze, se non addirittura vere e proprie cacofonie. Le imperfezioni e i contrasti sono visti come espressioni della creatività e della vita reale.

L’interesse di Sonia Boyce è osservare il modo in cui rispondiamo, come impariamo, come ascoltiamo, come assistiamo allo sviluppo dei rapporti con gli altri.

Ciò che desidero nel farvi incontrare è indagare come possiate sentirvi liberi. Che tipo di condizioni vi servono per sentirvi liberi di esprimere voi stessi quando noi siete limitati da ciò che gli altri pensano che dovreste o potreste essere? Cosa significa essere liberi… e come potreste comportarvi?

Sonia Boyce

E il mezzo con cui Boyce ha voluto realizzare questa riflessione è la Musica.

Musica è identità, improvvisazione è libertà

La musica che è un forte mezzo di affermazione della nostra identità. La Sociologia della Musica ha studiato come l’esperienza musicale svolga un ruolo importante nella formazione e nell’affermazione di identità individuali e collettive, nel raccontare chi siamo.

L’improvvisazione musicale viene qui studiata da Sonia Boyce come un’opportunità per la libera espressione tra musicisti, e un invito al pubblico per riflettere su quanto la voce possa rivelare della nostra identità. Sono vocalizzi senza parole, puri suoni improvvisati con immaginazione e giocosità; una musica che sovverte le dinamiche interpersonali. I nostri istinti per la musica sono radicati nell’infanzia dell’umanità, le forme musicali che erano disponibili agli uomini primitivi (la voce e il corpo) esercitano ancora oggi un’influenza primaria inevitabile.

Una tangibile dimostrazione di come la musica riesce a ridurre la distanza tra le persone, anche solo attraverso il suono di una voce.

L’oro degli stolti

Un’ultima curiosità. Le pareti di tutte le cinque stanze del Padiglione Britannico sono rivestite da carta da parati a incastro a creare un legame continuo tra le varie sale. Si incontrano anche molti oggetti geometrici dorati che fanno riferimento alla pirite, forme cristalline uniche che si producono in tutto il mondo. Eppure, la pirite è chiamata “l’oro degli stolti”. Boyce in un modo molto sottile solleva un importante interrogativo: l’abitudine di giudicare attraverso un confronto in chiave negativa.

British Pavilion, Room 4 – Image Cristiano Corte © British Council

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Quando Beethoven aprì partita iva

Ludwig van Beethoven. Non servono presentazioni. È un artista che tutti conosciamo, o per lo meno di cui abbiamo sentito parlare; impossibile non aver mai ascoltato anche solo le prime note dell’immortale Quinta Sinfonia. Un pilastro della storia della Musica.

Parlando di Beethoven troppo spesso ci si sofferma sulla sua sordità, sulla sua solitudine, sulla sua eroica decisione di non soccombere alla disperazione e di affrontare il destino avverso.

Forse non si sottolinea abbastanza il fatto che le sue opere furono la prima manifestazione musicale dell’età moderna, non solo a livello tecnico musicale. Beethoven è il primo musicista della storia della musica che si considera investito di una missione, che si sente intenzionato a sviluppare appieno le proprie capacità artistiche e che si sente portatore di un messaggio da tramandare al pubblico al di là del tempo. 

È l’inizio di una nuova storia della musica.

TEMPESTA E IMPETO

Quando nacque Beethoven (Bonn, 16 dicembre 1770), il mondo culturale e letterario della Germania e dei piccoli stati che la formavano stava subendo la forte influenza del movimento chiamato Sturm und Drang (tempesta e impeto) guidato dal poeta e filosofo Johann Gottfried von Herder. Vi parteciparono molti scrittori e artisti, come Johann Wolfgang Goethe e Fredrich Schiller.

Il movimento sottolineava l’importanza di identità, linguaggio e arte nazionali e dava grande valore alla libertà personale e all’eroica resistenza agli oppressori. Sosteneva una sintesi di idee romantiche, classiche e illuministe. Il mondo musicale, come quello letterario e artistico, espresse questi ideali in sinfonie e musica vocale.

IL MUSICISTA LIBERO PROFESSIONISTA

Ad inizio Ottocento ci fu un declino del mecenatismo, sia delle grandi corti sia della Chiesa, che fino ad allora era stato determinante nella storia della Musica, e iniziò l’emancipazione dell’artista. Un cambiamento favorivo dalla nascita del mercato musicale, dal crescere della nuova classe sociale della borghesia e della richiesta di musiche sempre nuove ed accessibili ai tanti dilettanti (ovvero coloro che si approcciavano alla musica per diletto).

Si cominciò quindi a delineare la figura del musicista professionista che viveva dalle entrate procurate dal suo lavoro. Per usare un termine dei tempi d’oggi si potrebbe dire il musicista divenne un “libero professionista” ed ecco un Beethoven che, con un prosaico parallelo, aprì la partita iva.

Il musicista ora vive delle entrate procurategli dalle sue composizioni, dalle commissioni alla vendita delle sue opere stampate; dall’insegnamento di tipo privato, favorito dalla borghesia e dallo sviluppo della musica da salotto; e dal concertismo, inteso non più come accademica esibizione virtuosa, ma come contributo interpretativo alla comprensione dell’opera d’arte.

Cresce di importanza la figura dell’autore, piuttosto che dell’esecutore e del virtuoso, con una drastica diminuzione della musica composta a favore della qualità. Il libero mercato concorrenziale ha contribuito alla diversificazione stilistica come non succedeva in precedenza: innovazione e originalità diventano prioritarie.

«Mai era accaduto prima che l’arte di un musicista si addentrasse tanto nelle passioni, negli entusiasmi e negli ideali del suo tempo. Che la musica partecipasse direttamente al modo delle idee, al travaglio spirituale, allo stesso divenire politico di un’età. Ciò fondò l’immensa popolarità di Beethoven e determinò addirittura un nuovo indirizzo nella vita musicale.

Beethoven è il nocciolo attorno al quale si forma l’organizzazione dei concerti del mondo intero. Con l’indipendenza della vita egli mutò la condizione sociale del musicista, rifiutando di essere, come i suoi predecessori, il famiglio o il cliente di una casa gentilizia; con l’arte, egli diede un nuovo significato sociale alla musica sinfonica e strumentale, che strappò dall’ambiente chiuso delle accademie aristocratiche, e divulgò in quel ceto borghese che stava per ereditare la condotta del mondo». (Massimo Mila, “Breve storia della musica”, Einaudi, Torino, 1977, p. 204)

L’INIZIO DELLA MODERNITÀ

Beethoven oggi è uno degli esponenti del periodo “Classico” della storia della Musica: quel momento che si colloca dopo il Barocco e prima del Romanticismo, tra il 1750 e il 1820 circa, i cui altri massimi esponenti sono stati Haydn e Mozart.

Beethoven, oggi emblema della Classicità, è stato un musicista rivoluzionario: le sue opere sono considerate la prima manifestazione musicale dell’età moderna. Si può leggere questo momento della storia come l’inizio della modernità, nel senso di una visione concettualmente contemporanea di come oggi si considera la musica e il musicista.

Ogni composizione musicale ora impegna a fondo la personalità dell’autore, secondo una concezione nuova dell’originalità artistica. Compare una nuova possibilità storica: poiché il musicista può non dover più rendere conto né ai padroni né agli ascoltatori, ma soltanto all’umanità e alla storia, si sente libero di comporre soltanto ciò che considera esteticamente e tecnicamente adeguato, valido e bello.

Si entra nella modernità quando un compositore inventa nuovi procedimenti di scrittura senza preoccuparsi di come verranno percepiti e compresi.

L’entusiasmo e la saldezza ideologica del Beethoven più tipico esercitarono per tutto il secolo un fascino irresistibile: la trasformazione di Beethoven in monumento non è solo dovuta alla sua creatività musicale, ma anche alla sua statura umana. [Carl Dahlhaus]

Leggi anche: Beethoven e Kandinskij: la Quinta Sinfonia in due linguaggi differenti

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Happy Xmas (War is Over): sbattiamo la pace in prima pagina

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Happy Xmas (War is Over) è uno dei brani di Natale più famosi in assoluto ed è nato da un’idea molto attuale: se vuoi promuovere qualcosa, anche un concetto alto e puro come la pace nel mondo, la devi vendere “come fosse sapone”.

I media ci sbattono continuamente la guerra in faccia… ci mettiamo un po’ di pace tanto per cambiare?

John Lennon lo spiega bene: «Marciare andava bene per gli anni Trenta. Oggi bisogna usare metodi diversi. Tutto ruota intorno a una sola cosa: vendere, vendere, vendere. Se vuoi promuovere la pace, devi venderla come se fosse sapone. I media ci sbattono continuamente la guerra in faccia: non soltanto nelle notizie, ma anche nei vecchi film di John Wayne e in qualsiasi altro dannato film; sempre e continuamente guerra, guerra, guerra, uccidere, uccidere, uccidere. Così ci siamo detti: “Mettiamo in prima pagina un po’ di pace, pace, pace, tanto per cambiare… Per ragioni note soltanto a loro, i media riportano quello che dico. E ora sto dicendo “Pace”» (intervista tratta da: Philip Norman, “John Lennon, La Biografia”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2009)

HAPPY CHRISTMAS FROM JOHN AND YOKO

Nasce da questa idea “Happy Xmas (War is Over)un classico del repertorio delle festività natalizie a firma John Lennon e Yoko Ono. Una canzone composta come forma di protesta contro la guerra in Vietnam, pubblicata come singolo negli Stati Uniti il 6 dicembre del 1971 (in Europa arriverà un anno dopo).

Nel 1971 la guerra la guerra del Vietnam continuava da sedici anni, era passato già un anno dallo scioglimento dei Beatles e due dal matrimonio tra John Lennon e Yoko Ono. L’impegno pacifista di Lennon iniziò durante la loro luna di miele, il 25 marzo 1969 con il “bed-in” nella stanza 1902 dell’Hotel Hilton di Amsterdam. Una forma di protesta pacifica, ma dall’impatto mediatico fortissimo: una delle più celebri proteste nonviolente contro la guerra.

I due sposini avevano svuotato la stanza di tutti i mobili lasciando solo il letto e avevano invitato la stampa mondiale a registrare per 12 ore al giorno la loro protesta contro il Guerra del Vietnam, fino al successivo 31 marzo. John e Yoko rimasero fermi in pigiama per tutto il tempo, sollevando ancor più clamore e curiosità.

Nel Natale dello stesso anno lo slogan “War is overfu utilizzato per una campagna pubblicitaria che coinvolse dodici delle maggiori città del mondo, tra cui Roma, tramite l’affissione di gigantografie che annunciavano «War is over! If you want it. Happy Christmas from John and Yoko».

John Lennon: «Henry Ford aveva capito alla perfezione come si dovessero vendere automobili attraverso la pubblicità. Io attualmente sto occupandomi di vendere pace, e quello che stiamo allestendo io e Yoko non è altro che un’enorme campagna pubblicitaria che ha come scopo la “vendita” della Pace. Può anche far ridere la gente, ma nello stesso tempo la costringe a pensare a quello che stiamo dicendo. È come se in realtà noi fossimo “Coniugi Pace”» (Mark Addams, Lennoniana. Pensieri e parole di John Lennon, Blues Brothers, Milano 2010, p. 122). 

UNA RIVISITAZIONE DELLO STANDARD FOLK “STEWBALL”

Happy Xmas (War is Over) è ancora oggi un brano simbolo di pace che va mescolandosi con l’atmosfera natalizia; indissolubilmente legato a John Lennon, e Yoko Ono, anche se la melodia non è una sua composizione originale, ma è ripresa da uno standard folk dal titolo “Stewball”.

“Stewball” è una vecchia ballata della tradizione americana interpretata a partire dagli anni ’40 da molti artisti folk: da Woody Guthrie, al trio Peter Paul & Mary e gli Hollies. Il testo della canzone è di matrice fiabesca: racconta di un cavallo da corsa che beve sempre troppo vino.

Peter Paul & Mary – “Stewball”

Secondo il musicologo Peter van der Merwe “Stewball” risale ad una antica ballata “The noble Skewball”, rinominata in “Go from My Window” in epoca elisabettiana. Nel corso della storia diventò un canto di lavoro dei neri americani, con il titolo di “Go ‘Way F’om Mah Window” e il suo caratteristico andamento blues.

John Lennon ha mantenuto la melodia di “Stewball” cambiandone completamente il del testo e aggiungendo tipiche sonorità natalizie. “Stewball” si è cosi trasformata in “Happy Xmas (War is Over)”: una sorta di preghiera laica che invoca la pace.

Curioso pensare che anche “Jingle Bells”, altra celebre canzone natalizia, con il Natale non c’entra nulla: nella sua versione originale era un canto da osteria che raccontava di corse con le slitte trainate da cavalli. Ancora cavalli e ancora alcolici, ho raccontato la sua storia qui: La storia di Jingle Bells: come un canto d’osteria è diventato un classico del Natale.

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Con la musica (non) si mangia

coltelli musica

Domanda: “Che lavoro fai?”
Risposta: “Il musicista!”
Domanda: “Sì… ok… ma di lavoro, per vivere, cosa fai?”

Vi sembra un dialogo no sense? Ahimè, invece, è molto più vero di quanto si possa pensare… molto, molto di più. Che quello del musicista spesso non venga considerato come un lavoro e che con la cultura in Italia “non si mangia” non è una novità. La discografia sta vivendo una crisi che perdura ormai da moltissimi anni, che sia per colpa dello streaming, che sia per colpa di tante altre dinamiche che hanno stravolto il mercato e il music business.

Non è però questo l’articolo in cui troverete un elenco di numeri e percentuali deprimenti. Bensì scoprirete che molto tempo fa con la musica si mangiava, letteralmente intendo!

I COLTELLI “CANTERINI”

Quella dei “coltelli canterini” è una scoperta affascinante e ammantata di mistero Sono dei coltelli, delle posate vere e proprie, di epoca rinascimentale con una particolarità che li rende unici: hanno degli spartiti musicali incisi sulle loro lame.

Sono splendidi e rari capolavori dell’artigianato italiano del XVI secolo, oggi custoditi nei musei di tutto il mondo, come il Victoria & Albert Museum di Londra, il Museo Fitzwilliam di Cambridge e il Louvre di Parigi. Il manico è in avorio finemente intarsiato con inserti in ottone e argento; la lama in acciaio è lunga come un tagliacarte e larga quasi quanto quella di coltello da macellaio.

La caratteristica che li rende unici è la presenza di una notazione musicale incisa su entrambi i lati della lama con il testo in lingua latina. Da un lato una benedizione da cantare all’inizio del pasto (ad esempio: “Benedictiao Mensae. Quae sumpturi sumus benedicat trinus et unus”), girandolo dall’altro lato si trova invece una preghiera di ringraziamento da cantare alla fine (ad esempio: “Gratiarum Acto. Pro tuiis beneficiis deus gratias agimus”).

I coltelli riportano inoltre il registro vocale con cui si doveva intonare la melodia: tenore, basso, contralto, soprano.

Tutti questi elementi suppongono quindi un utilizzo devozionale, presumibilmente attorno alle ricche tavole della nobiltà italiana del Rinascimento, a metà tra la preghiera e il canto.

LE IPOTESI SUL LORO UTILIZZO

Molti studiosi si sono interrogati sul reale utilizzo di questi particolarissimi coltelli musicali. Kirstin Kennedy, curatrice del Victoria & Albert Museum (dove ne è presente una ricca collezione) osservandone la lama affilata, ipotizza che venissero utilizzati per tagliare la carne, o forse più certamente che servissero per presentare la carne ai commensali. Con l’estremità appuntita si sarebbe poi infilzata la fetta di carne. Nelle feste nobili del tempo, i commensali non tagliavano la propria carne, ma avevano dei servitori che lo facevano per loro. Era una delle tante regole dell’etichetta dell’epoca.

clicca qui per visualizzare l’intervista a Kirstin Kennedy, curatrice del Victoria & Albert Museum di Londra

Le melodie incise nei diversi registri vocali suggeriscono che venissero cantati dai commensali insieme, ad inizio e fine pasto, formando un coro unico e coeso. Questo suppone però che la servitù nell’apparecchiare la tavola dovesse tener conto di quale coltello abbinare a ciascun ospite. Ma anche che tutti sapessero leggere la musica, intonare quei canti e che, a fine pasto, si dovesse ripulire la lama per eseguire la melodia incisa nel “lato b”.

Alcuni studiosi hanno lanciato l’ipotesi che fossero invece dei singolari segnalibri, intuizione dovuta anche al fatto di aver ritrovato un coltello “canterino” all’interno di un antico volume. Un mistero che forse non verrà mai risolto, ma che avvolge di grande fascino questi meravigliosi oggetti di cui oggi possiamo ancora ascoltare la loro musica:

Clicca qui per ascoltare l’audio del canto di benedizione
Clicca qui per ascoltare l’audio del canto di ringraziamento

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Attenzione: ascoltare musica è doping

musica doping

Il potere terapeutico della musica è attestato da innumerevoli studi. La musica è in grado di modulare l’umore di una persona in diverse modalità: influisce sia nei più semplici contesti quotidiani donando momenti di svago, evasione, compagnia, ma in una prospettiva più ampia ha anche il potere di promuovere la salute e il benessere fisico e psicologico.

I benefici della musica sono tantissimi: aiuta contro i disturbi dell’umore, il disagio psichico, la depressione, deficit di lettura e di apprendimento, l’autismo, la demenza e le malattie neuro-degenerative. L’esercizio muscolare legato all’uso di uno strumento è un’ottima e piacevole terapia riabilitativa per i pazienti che hanno subito lesioni motorie. La musica stimola la consapevolezza interiore, accresce il nostro benessere e migliora il nostro umore; influisce sul battito cardiaco, la pressione sanguigna, la respirazione, il livello di alcuni ormoni, in particolare quello dello stress, e le endorfine.

Su questo e sul perché ascoltare musica ci piace e ci fa stare bene ne ho parlato qui (Perché ascoltare musica ci fa stare bene?) ed è a partire da queste considerazioni che in alcuni casi si è addirittura arrivati al punto di vietare l’ascolto di musica in contesti agonistici per “effetto doping”.

Praticare sport con il giusto ritmo in cuffia aiuta, anche la corsetta al parco non sarebbe la stessa senza musica. Non è solo un fattore di compagnia o di svago, è stato dimostrato che la musica agisce da stimolante: può aiutare a far sentire meno la fatica degli allenamenti e persino migliorare le prestazioni sportive.

LA RICERCA SCIENTIFICA

Come emerso da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “The Sport Journal” svolta da un team di ricercatori coordinato dal Dott. Costas Karageorghis, vice-direttore della Sport and Education of Brunel University di Londra, la musica può avere effetti “dopanti” durante l’attività fisica (trovate l’articolo cliccando qui) .

Il cervello risponde autonomamente a stimoli ambientali esterni, aumentando le capacità connettive neuronali e la produzione di endorfine. Ascoltare musiche con un determinato ritmo può aiutare a controllare e aumentare la velocità, la resistenza alla fatica e ridurre la percezione del dolore. Sono molti gli atleti che ammettono di ascoltare musica prima delle gare, perché può funzionare anche per raggiungere lo stato mentale ottimale.

Secondo questo studio sono cinque le abilità principali che possono essere influenzate dalla musica (qui l’articolo completo)

  • Regolazione dell’arousal
    la musica può essere usata dagli atleti per concentrarsi, attivarsi o rilassarsi. Il ritmo stimolerebbe in particolare le sedi del cervello che governano l’eccitazione come il sistema limbico e reticolare, i testi dei brani invece agirebbero sulla sfera emotiva;
  • Dissociazione
    è un meccanismo utilizzato in psicologia e che qui trova applicazione nella potenzialità della musica, durante un esercizio fisico, di distogliere la mente dalle sensazioni di affaticamento e dalla percezione di fatica, favorendo l’emergere di emozioni positive, piacevoli e divertenti;
  • Sincronizzazione
    gli studiosi parlano di “rhythm response”, ossia la capacità umana innata di sincronizzare i movimenti col ritmo musicale. Questo permetterebbe agli atleti di prolungare le prestazioni, regolare i movimenti, rendendo le performance più efficienti e resistenti, ed ha anche un enorme effetto motivazionale;
  • Acquisizione di capacità motorie
    musica e sport, soprattutto dall’età evolutiva in poi, potrebbero fornire occasione di esplorazione del proprio corpo e incremento della coordinazione dei movimenti;
  • Raggiungimento dello stato di flow
    la musica aiuterebbe l’atleta, prima di una gara, ad entrare in uno stato simile a quello di trance, ossia di maggiore attenzione, motivazione intrinseca, concentrazione, attivando una maggiore presa di coscienza del proprio stato interiore e delle proprie emozioni;

Curioso il caso del campione olimpico Haile Gebrselassie. In una intervista al Guardian dichiara: «”Scatman” era perfetta per correre i 10.000 metri. Ho battuto molti record con la canzone “Scatman”. Fantastica. Se guardi qualche video dei miei record mondiali, la puoi sentire in sottofondo. Era il ritmo perfetto per la corsa».

QUANDO LA MUSICA È VIETATA

Su un piano scientifico la musica può essere considerata un doping naturale e in alcuni casi è stata addirittura vietata. Ad esempio, nella maratona di New York del 2007 era stato vietato l’utilizzo delle cuffiette durante la gara: secondo la federazione americana di atletica, la musica altera le prestazioni e aumenta il rendimento. La Usa Track and Field, ha messo al bando l’uso di auricolari e riproduttori di musica portatile. Le nuove regole sono state giustificate per volontà di non dare “un vantaggio competitivo” a chi corre con la musica nelle orecchie.

«In Italia hanno abolito l’uso delle cuffie alcune federazioni, fra cui quelle di ciclismo, triathlon e ciclismo paralimpico» spiega l’esperto. «La Federazione Italiana Atletica Leggera (Fidal) lo consente in quelle gare in cui non sia in palio un titolo e nelle corse miste è permesso a tutti i concorrenti tranne a quei runner che lottano per vincere un premio. Questo avviene non solo per contrastare l’effetto della musica sulle performance, ma anche per non rischiare contatti proibiti con l’esterno (ad esempio con l’allenatore) e negli sport su strada è importante perché isolarsi può costituire una grave distrazione: magari non si sentono le ambulanze arrivare o le grida di avvertimento di altri corridori riguardo a un eventuale pericolo».

dall’articolo de Il Corriere della Sera “La musica come «doping»: ascoltare canzoni dà una marcia in più a chi fa sport” – link qui

LA MUSICA GIUSTA SECONDO LA SCIENZA

A questo punto la domanda scatta automaticamente: qual è la musica giusta per allenarsi? Quando si corre, ad esempio, la maggior parte delle persone sembra preferire brani intorno ai 160 bpm. Ma recenti ricerche individuano un buon effetto già a 145 bpm: un ritmo più veloce non è motivante. Può incidere anche la velocità del cantato, ecco spiegato il successo in palestra delle canzoni rap e trap.

Se volete sperimentare il dottor Karageorghis, in seguito ai suoi studi su musica e allenamento, ha stilato una lista di brani da abbinare ai vari esercizi:

Mental preparation
“Umbrella” – Rihanna Ft. Jay Zee (89 bpm)

Warm-up activity
“Gettin’ Jiggy With It” – Will Smith (108 bpm)

Stretching
“Lifted” – The Lighthouse Family (98 bpm)

Strength component
“Funky Cold Medina” – Tone Loc (118 bpm)

Endurance component
“Rockafeller Skank” – Fatboy Slim (153 bpm)

Warm-down activity
“Whatta Man” Salt-n-Pepa (88 bpm)


Su Spotify trovate anche la sua playlist “Ultimate Fitness Workout”

Per approfondimenti:
Professor Costas Karageorghis – Burnel University, London

logica

Dante e la musica nella Divina Commedia

dante musica divina commedia

Scrivere di Dante è tanto scontato quanto complesso. Se poi prendiamo in esame la Divina Commedia sono tantissimi i filoni tematici e gli spunti di riflessione sui cui ci si può soffermare, ampiamente affrontanti dalla critica e studiati nelle scuole.

La dimensione musicale però è forse uno degli argomenti meno conosciuti, anche se non è fatto mistero del grande amore che il Sommo Poeta aveva per la musica. Immergersi nella Divina Commedia è ritrovarsi in un modo di suoni e di canti.

Dante utilizza spesso simboli e metafore musicali per affrontare l’argomento centrale del poema: l’amore di Dio. La Divina Commedia è un cammino spirituale che eleva l’uomo dal peccato attraverso la purificazione per arrivare alla redenzione. La musica accompagna Dante tra Inferno, Purgatorio e Paradiso cambiando ed evolvendosi con lui, con una precisa logica e coerenza.

Tre cantiche, tre regni, tre musiche

Dante sceglie il numero 3 per costruire la sua opera, numero che rimanda alla Trinità Cristiana, alla perfezione e alla conoscenza. A livello strutturale la Divina Commedia è formata da 100 canti, suddivisi in 3 cantiche (secondo lo schema 1+33+33+33, dove il primo canto svolge il ruolo di introduzione) e la forma metrica scelta è la terzina di endecasillabi a rima incatenata.

Dante attraversa 3 differenti regni (Inferno, Purgatorio e Paradiso), nel suo viaggio è accompagnato da 3 diverse guide (Virgilio, Beatrice e San Bernardo), incontra 3 fiere, attraversa 3 fiumi e molto, molto ancora si potrebbe citare.

Il numero 3 torna anche nel concetto culturale che si aveva al tempo della musica, legato alla sua tripartizione teorizzata dal filosofo Severino Boezio (vissuto tra il V e il VI d.C.) nell’opera De institutione musicae. Il pensiero medievale distingueva la musica in tre categorie (ne ho già parlato qui).

musica mundana (l’armonia delle sfere celesti)
musica humana (che nasce dall’armonia tra corpo e spirito dell’uomo)
musica instrumentalis (quella udibile, prodotta dagli strumenti e dalla voce umana)

L’ordine d’importanza è decrescente: dalla forma concettualmente più alta data dall’armonia delle sfere celesti alla musica prodotta dagli strumenti. La musica che accompagna Dante nel suo cammino è quindi simbolo dell’ascesa: i rumori infernali vengono purificati dalla melodia e dall’armonia del Purgatorio fino ad arrivare alla polifonia e ai canti celestiali del Paradiso.


Inferno

L’Inferno è fatto di suoni sgradevoli, aspri e cupi. I rumori che Dante sente nei gironi sono sgraziati, lontanissimi dall’armonia celeste, è quasi “anti-musica”. Non ci sono armonie o melodie, sono lamenti e suoni che suscitano angoscia e paura. Non ci sono musiche ad alleviare le sofferenze dei dannati.

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle


(Inf. III, vv. 22-27)


Nel regno dei dannati ci sono “parole di dolore” “accenti d’ira” “voci alte e fioche” “suon di man”. Una disarmonia infernale che marca ancor di più la distanza con i “dolci salmi” del Purgatorio, e che si ritrova anche nel corno del gigante Nembrot che risuona nel trentunesimo canto.

«Raphél maì amèche zabì almi», 
cominciò a gridar la fiera bocca, 
cui non si convenia più dolci salmi.

E ’l duca mio ver lui: «Anima sciocca, 
tienti col corno, e con quel ti disfoga 
quand’ira o altra passion ti tocca! 


(Inf. XXXI, vv. 67-72)


Purgatorio

Mentre nell’Inferno le grida dei dannati e i suoni sinistri che riecheggiano nei gironi sono una rappresentazione della condanna alla disperazione eterna, nel Purgatorio domina la salmodia (l’intonazione dei canti) elemento primitivo del canto cristiano. I salmi cantanti dalle anime del Purgatorio sono veri e propri riti di purificazione.

Il Purgatorio è il regno dello spirito che si purifica dal male e si salva. È il regno della liturgia cantata: la musica risuona in tutta la cantica assumendo un valore di rinnovamento e redenzione. Le anime trovano pace e armonia cantando: come nella tradizione gregoriana, cantare all’unisono è simbolo di unificazione interiore e riconciliazione con Dio.

Cantare insieme richiede disciplina, bisogna intonarsi con le altre voci e trovare la propria armonia interiore, la “musica dell’uomo”.

Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.


‘In exitu Isräel de Aegypto’
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.


(Purg. II, vv. 43-48)

Il primo canto del Purgatorio è il salmo CXIII, “In exitu Isräel de Aegypto” (salmo biblico della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto) che le anime cantano mentre sono ancora sul vascello. Dante ascolterà anche “Venite, benedicti Patris mei“, “Beati quorum tecta sunt peccata”, “In te, Domine, speravi”, l’Osanna, il Padre Nostro e l’elenco sarebbe ancora molto lungo.

Non sempre questi salmi sono cantati nella loro forma originaria, ma si alternano a grida e gemiti. Parole e lamenti caratterizzano il “canto del penitente” che comunica così la sua sofferenza.

La prima musica che Dante e le anime sul vascello ascoltano però è un canto profano. Il poeta nel secondo canto riconosce l’anima di un suo caro amico, il musicista Casella. I due si appartano e scambiano alcune parole affettuose e Dante chiede poi all’amico di rallegrare la sua anima intonando un canto e Casella esegue la canzone “Amor che ne la mente mi ragiona” (commentata da Dante nel III trattato del Convivio). Dante, Virgilio e tutte le anime ascoltano rapite quel canto melodioso: la memoria e la nostalgia del mondo terreno sono ancora vive e presenti.

E io: «Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!».

 ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

(Purg. II, vv. 106-114)



Paradiso

Il Paradiso è il regno dell’armonia, della musica divina prodotta dall’armonia delle sfere celesti: il suono delle eterne rote.

L’approdo al Paradiso segna l’ingresso di Dante nel regno della polifonia: diverse voci insieme sperimentano la massima libertà all’interno di un rigido ordine dato dalle leggi del contrappunto. E mentre nel Purgatorio la musica ascoltata da Dante è legata alla parola di brani noti del repertorio sacro; nel Paradiso la musica rimanda alla raffigurazione della luce e al moto delle anime. Si riscatta dalla rappresentazione fedele della riproduzione melodica del testo sacro.

Musica, luce e movimento: il movimento è dato dal desiderio e dall’amore per Dio, mentre la musica e la luce sono la propagazione di Dio. Il Paradiso è un mondo di luce e suoni armoniosi, tanto forti e potenti che Dante ne rimane annientato.

‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
cominciò, ‘gloria!’, tutto ‘l paradiso,
sì che m’inebrïava il dolce canto.


Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso.


(Par. XXVII, vv. 1- 6)

La musica trascende la comprensione intellettuale, diviene mezzo per creare un’esperienza mistica di armonia e bellezza avvicinandosi al divino. La musica è un simbolo per tentare di esprimere il mistero dell’Amore eterno.

così vid’ ïo la gloriosa rota
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch’esser non pò nota
se non colà dove gioir s’insempra.


(Par. X, 144 -148)

Nell’Empireo si arriva all’assenza di musica, che non è da intendersi come silenzio, ma l’essere arrivati a quella perfezione che l’orecchio umano non può comprendere (la “musica mundana”, l’armonia delle sfere celesti).

Parlare di musica nella Divina Commedia è un tema molto vasto. Questo articolo è solo un breve cenno, una base per approfondimenti più ampi e minuziosi. La musica in Dante, inoltre, non si esaurisce nel Poema delle cento cantiche, per questo concludo con una citazione dal Convivio:

La Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, si che quasi cessano da ogni operazione: si è l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre a lo spirito sensibile che riceve lo suono.

(Convivio II, 24).


Le immagini che accompagnano questo articolo sono alcune delle bellissime incisioni di Gustave Doré ispirate alla Divina Commedia.

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John Sheperd e la musica per gli alieni

Creare un contatto, un punto di incontro, condividere un messaggio. La musica può essere un vero e proprio strumento di comunicazione con le sue geometrie, i suoi rapporti matematici. Ripetizioni e formule, armonia e melodia.

John Sheperd ha dedicato gran parte della sua vita nel dimostrare che “la musica è un linguaggio universale”. Un animo sensibile, una sorta di eroe romantico dei nostri tempi. Anno dopo anno, dando fondo a tutti i suoi risparmi, John Shepard ha costruito un vero e proprio laboratorio da scienziato pazzo con tanto di apparecchi tecnologici, trasmettitori e computer all’avanguardia. Tutto questo per trasmettere musica verso l’ignoto, oltre il nostro sistema solare, nella speranza che lassù, qualcuno, potesse ricevere quel segnale e risponderci.

Musica di tutti i generi, soprattutto elettronica ed esotica (la cosiddetta World Music), predilette probabilmente perché più matematica e quantizzata la prima, quanto tribale e legata all’istinto primario della vita la seconda.

Dal 20 agosto, “John e la musica per gli alieni”, il breve corto-documentario della sua storia diretto da Matthew Killip, è disponibile su Netflix (link).


Il sogno di un folle?

Seppur possa essere considerato il “sogno di un folle”, l’impresa di John Sheperd non può che farci riflettere sul potere comunicativo della musica. Abbiamo già approfondito in precedenza le contraddizioni e i vicoli ciechi riguardo al tema “la musica è un linguaggio universale” e questa storia offre ulteriori spunti di riflessione tanto da ricordare e rievocare la celebre scena di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg. Il grido di un uomo alla ricerca di qualcuno che possa portarlo a un livello superiore, anche solo un bisogno di essere ascoltato e capito.

Probabilmente il vero alieno è proprio lui, John Sheperd, una persona di sicuro particolare, così diversa dall’uomo comune delle campagne del Michigan, un visionario figlio dei fiori, omosessuale, con un’ossessione di raggiungere qualcuno che a noi è invisibile.

Tutto questo può portarci a riflettere su quale musica sia la più adatta ad essere fruita e compresa da una cultura così lontana dalla nostra.

Innanzitutto, la base di ogni fenomeno è il movimento, la dinamicità, il ritmo. Una cultura lontana dovrà condividere con noi una percezione del ritmo. Senza questo ogni comunicazione non sarebbe possibile, che sia verbale, scritta o musicale. Su questa base è possibile l’elaborazione di un codice a partire dalle frequenze e dai rapporti matematici costruiti attorno ad esse.

Ma non è proprio quello che è successo con il nostro modo di percepire e vivere la musica? Dai canti tribali alla dodecafonia la storia della Musica è la storia di un linguaggio che si è evoluto da semplici e primordiali percussioni ad elaborate sequenze concettuali. Per una cultura come la nostra, egocentrica e globalizzata, è difficile pensare ad un concetto di linguaggio universale della musica a livello oggettivo.

Probabilmente con esseri diversi da noi sarebbe ancora più complicato, in quanto anche gli archetipi presenti nel profondo di ogni istinto umano verrebbero meno. Tuttavia, la poetica della fantascienza ci apre le porte a una spinta verso nuovi orizzonti, al vedere e capire il mondo non più attraverso i nostri occhi, ma cercando di raggiungere una nuova comprensione grazie al diverso. E in questo mondo c’è bisogno di persone disposte a realizzare i propri sogni, persone capaci di mettere in discussione le contraddizioni dei nostri tempi, persone come John Sheperd.

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Il suono dello spazio, un concerto di elettroni
La Musica (non) è un linguaggio universale – parte 1

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Non è un caso se le note sono sette come i colori dell’arcobaleno

L’arcobaleno è forse la magia più affascinante che il cielo ci regala. Quando i raggi del sole alla giusta inclinazione incontrano delle goccioline di pioggia nasce una meraviglia che è impossibile non soffermarsi ad ammirare. Un arco di sette colori: rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco e violetto.

Come per ogni numero di magia sarebbe meglio godersi lo stupore e non cercare di svelarne il trucco; anche se una fredda e calcolata spiegazione scientifica c’è e dovremmo risalire agli studi di uno dei più famosi scienziati della storia: Isaac Newton.

Fu “grazie” ad un’epidemia che nacque la scienza dell’arcobaleno di Newton. Tra l’agosto 1665 e l’aprile 1667, quando Londra era invasa da una terribile peste, il giovane Newton, allora 23enne, si rifugiò in quarantena volontaria in campagna, nella tenuta di famiglia nel Lincolnshire, a Woolsthorpe.

Newton sfruttò quel periodo dedicandosi a tempo pieno allo studio e allo sviluppo di diverse teorie ed esperimenti che poi rivoluzioneranno la storia della scienza.

Ciò accadeva durante gli anni della peste del 1665 e 1666; infatti in quei giorni ero nel fiore degli anni quanto alle invenzioni, e mi occupavo di matematica e di filosofia più che in qualsiasi altro periodo successivo.  

Fu proprio in un periodo di quarantena nel lontano Seicento che Isaac Newton intuì che la luce bianca che noi vediamo in realtà è composta da particelle di colori differenti e riuscì a dimostrarlo servendosi di un prisma triangolare: la luce bianca del sole, attraversandolo, veniva scomposta nei sette colori dello spettro formando un arcobaleno artificiale.

La copertina di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd.
L’arcobaleno più famoso della storia della musica.


Inizialmente Isaac Newton individuò cinque gradazioni di colore (rosso, giallo, verde, blu e violetto) per poi aggiungere anche l’arancione e l’indaco, per analogia alle sette note musicali. Newton mise in diretta analogia i fenomeni acustici con quelli ottici e osservò una forte corrispondenza tra i sette colori dell’arcobaleno e le sette note della scala musicale. In una lettera del 1675 scriveva che:

È possibile che il colore possa essere distinto nei suoi principali gradi, rosso, arancio, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto scuro, con lo stesso principio per cui il suono in una ottava è graduato in toni.
– Isaac Newton

L’opera principale di Newton sull’ottica dal titolo “Opticks” fu pubblicata a Londra nel 1704 e torna ancora sull’argomento. Newton notò che la geometria dello spettro visibile coincideva con la geometria metrica di una particolare successione di toni musicali, in modo tale che: «i colori rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, viola [sono] proporzionali alle differenze di lunghezza di un monocordo che suona i toni di un’ottava: sol, la, fa, sol, la, mi, fa, sol. [Cioè sono] proporzionali ai numeri 1, 8/9, 5/6, 3/4, 2/3, 3/5, 9/16, 1/2 che esprimono le lunghezze di un monocordo che suona le note di un’ottava». [Isaac Newton, “Opticks”, 1704, pp. 295, 305].

Newton, forse il più grande scienziato della storia, era convinto che in analogia con le note musicali i colori primari fossero sette (forse anche per il valore mistico che ha questo numero) e inserì l’indaco tra il Si e il Do, come disegnò in questa immagine:

Nello schema Newton assegna ad ogni colore un arco diverso in funzione di corrispondenze che egli pensa che i colori abbiano con le sette note musicali (qui scritte in notazione alfabetica).

I colori in un arcobaleno sfumano l’uno nell’altro, non sempre riusciamo a distinguerli bene tutti, così successivamente l’indaco è stato declassato a sfumatura di blu tanto che oggi sarebbe più preciso dire che i colori dell’arcobaleno sono sei. A voler essere pignoli nemmeno le note sono solo 7…

Si sono poi sviluppate tantissime teorie, diverse tra loro, che legano insieme note e colori per il loro significato simbolico, filosofico, psicofisico o armonico. Ma alle volte è meglio soffermarsi ad ammirare la magia.

Non troverai mai arcobaleni se guardi in basso. [Charlie Chaplin]

musica

Le trombe maledette di Tutankhamon

Molti sono i tesori ormai celati dagli eoni del tempo, tesori sepolti in una dimenticata grotta oscura, sommersi nelle tenebre remote degli abissi marini e, per i più romantici, nascosti sotto un simbolo a X in una sconosciuta isola deserta.

Uno degli scenari più fantastici, misteriosi ed evocativi della nostra storia è certamente l’antico Egitto. Un’epoca magica che a distanza di millenni affascina scrittori, registi e scatena le teorie più fantasiose. C’è ancora chi si domanda chi può mai aver costruito le piramidi: folle di schiavi, saggi ingegneri dalle conoscenze sorprendenti o visitatori da galassie lontane?

Non è questo il luogo per rispondere a queste domande, ma un tesoro della storia della musica antica lo dobbiamo proprio ad uno dei più celebri, seppur sfortunati, faraoni: il leggendario Tutankhamon.

Correva l’anno 1922 quando l’archeologo britannico Howard Carter scoprì, nella Valle dei Re, la tomba di Tutankhamon. Fu una delle grandi scoperte dell’egittologia, permeata da un’aura di mistero, probabilmente anche per via della presunta maledizione legata a filo doppio alla profanazione del tesoro sepolto assieme al giovane e sfortunato faraone. Oltre a corredi religiosi, statue e gli immancabili vasi canopi, furono rinvenuti degli strumenti musicali: due trombe risalenti a 3.340 anni prima. Le più antiche trombe ancora funzionanti ad oggi mai scoperte. 

La tromba in bronzo

La prima è una tromba in bronzo (o forse in rame) e fu trovata nell’anticamera della tomba, assieme a oggetti di stampo militare. Alcune raffigurazioni nei dipinti dell’antico Egitto associano spesso, infatti, simili trombe a contesti militari.

La seconda tromba, d’argento e oro, fu rinvenuta nella camera funeraria. Entrambe presentano intarsi e decorazioni raffiguranti divinità. Al loro interno è stata trovata un un’anima di legno decorata, probabilmente per proteggere il sottile metallo dalla deformazione o per mantenere pulito il tubo. La tromba d’argento inoltre ha delle incisioni raffiguranti un fiore di loto e il nome del re Tutankhamon. Il bocchino è in oro, lo stesso materiale usato per una fascia applicata al bordo della campana.

La tromba in argento

Le trombe sono state sepolte insieme al faraone Tutankhamon e sono rimaste nascoste nel più totale silenzio per oltre 3000 anni. Ma il 16 aprile 1939 oltre 150 milioni di persone hanno potuto ascoltarne il suono durante una trasmissione radiofonica della BBC. Le trombe sono state suonate per la prima volta nell’era moderna da James Tappern, musicista della fanfara della British Army, durante una breve performance al Museo Egizio del Cairo dove gli strumenti sono conservati ancora oggi.

Gli strumenti erano talmente antichi e fragili che durante le prove la tromba d’argento si danneggiò, facendo ricoverare in ospedale per l’angoscia Alfred Lucas, un membro del gruppo di archeologi che scoprì la tomba di Tutankhamon. I racconti non si fermano qui e si dice che poco dopo aver sentito per la prima volta dopo tanti secoli il suono delle trombe, ci sia stato un grosso blackout in tutto il museo de Il Cairo. Cinque mesi dopo la Gran Bretagna entrò nella Seconda Guerra Mondiale e iniziò la guerra in Europa.

Da qui è nata la leggenda delle trombe “maledette”. A quanto pare hanno una sorta di potere magico e ogni volta che qualcuno fa suonare questi strumenti si scatena una guerra. Si dice che le trombe siano state suonate di nuovo prima della Guerra Arabo-Israeliana dei Sei Giorni nel 1967 e prima della Guerra del Golfo nel 1990.

Particolare della tromba in argento

È una delle tante leggende che avvolgono di mistero l’antico Egitto, civiltà che teneva la musica in grande considerazione e praticata a tutti i livelli sociali. Per gli egizi la musica era chiamata “hy” che vuol dire “gioia”, aveva origine divina e custode di quest’arte era la casta sacerdotale. Sono pervenute a noi notizie di canti popolari e leggendari, come il “Maneros” di cui ha parlato lo storico Erodoto.

Oggi dopo più di 3.000 anni possiamo ancora ascoltare il suono di questi preziosissimi strumenti. Un suono senza tempo. Un suono che è stato descritto come rauco e potete, il suono delle più antiche trombe ancora funzionanti del mondo.

Lo potete ascoltare qui: