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Perché Santa Cecilia è la patrona della musica?

simon vouet santa cecilia

Anche la musica e musicisti hanno un santo protettore a cui rivolgersi: è Santa Cecilia e si festeggia il 22 novembre. Come mai proprio lei? Non era una musicista e pare che il suo nome sia stato legato alla musica per errore…

Una storia che si mescola alla leggenda ed inizia a Roma tra il II e il III secolo, al tempo delle persecuzioni cristiane ordinate dal prefetto Almachio. Cecilia era una ricca e nobile romana che si convertì segretamente al cristianesimo e fece voto di castità. Fu però data in sposa ad un giovane pagano di nome Valeriano. Durante il banchetto di matrimonio, mentre tutti festeggiavano cantando inni pagani, in cuor suo Cecilia cantava lodi al suo mistico e vero sposo, Gesù.

Cecilia confessò il suo voto a Valeriano che si convertì al Cristianesimo e la notte del matrimonio ricevette il battesimo da papa Urbano I. Vissero insieme come fratelli, ma furono scoperti, torturati e condannati a morte. Cecilia fu prima soffocata con del vapore (o dell’acqua bollente, a seconda delle fonti); ma non morì e fu decapitata, ci vollero tre colpi d’ascia e quattro giorni di agonia, venne poi deposta nella tomba vestita di broccato d’oro.

Orazio Gentileschi “Santa Cecilia suona la spinetta” (1618 -1622)

Fu Papa Urbano I, sua guida spirituale, a renderle degna sepoltura. Nel 1599, durante i restauri delle catacombe di San Callisto in occasione del Giubileo del 1600, venne ritrovato il suo corpo in un ottimo e sorprendente stato di conservazione.

E la musica cosa c’entra?

Le motivazioni che hanno poi portato Santa Cecilia ad essere proclamata patrona della musica sono incerte e un primo documento che unisce Cecilia alla musica risale al tardo Medioevo. Santa Cecilia sembra essere diventata patrona dei musicisti per un’errata interpretazione di un canto latino, l’antifona di introito della messa nel giorno della sua festa, che recita: Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar (Mentre suonavano gli strumenti musicali, la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: “Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa”).

In realtà la corretta interpretazione di “organi” non sarebbe “strumenti musicali”, ma “strumenti di tortura”. L’antifona descriverebbe dunque Santa Cecilia che tra gli strumenti di tortura, cantava a Dio nel suo cuore. Non un riferimento al banchetto di nozze, ma al momento del martirio.

Simon Vouet “Santa Cecilia” (1626)

A partire dal XV secolo si cominciò a raffigurare la Santa con un piccolo organo e in seguito fu canonizzata e sempre raffigurata con uno strumento musicale tra le braccia. Nei secoli, sotto il nome di Santa Cecilia sorsero così scuole, associazioni, periodici che consolidarono il suo ruolo di patrona della musica.

Cecilia ha ispirato anche moltissimi capolavori artistici tra cui l'”Estasi di santa Cecilia” di Raffaello,  la “Santa Cecilia” di Rubens; dai “Racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer alla “Missa Sanctae” Ceciliae di Joseph Haydn e moltissime altre musiche di Alessandro Scarlatti, Charles Gounod,  Henry Purcell, Arvo Pärt, arrivando persino al Rock dei Foo Fighters con il loro EP “Saint Cecilia” del 2015.

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Il padovano che inventò il pianoforte

Il pianoforte è uno strumento di assoluto fascino, protagonista di infinite composizioni musicali e tra gli strumenti più conosciuti e praticati. Viene definito tecnicamente come uno “strumento musicale a corde percosse mediante martelletti azionati da una tastiera”, una descrizione che nasconde l’evoluzione di una storia da scoprire, merito della geniale intuizione del padovano Bartolomeo Cristofori.

L’alba del pianoforte ha origine nei primi strumenti a corda come il salterio, in uso presso Egiziani ed Ebrei, più volte citato nella Bibbia, che si suonava pizzicando le corde tese sopra ad una cassa di risonanza. Uno strumento analogo esisteva anche in Cina migliaia di anni prima dell’era Cristiana e Pitagora, nel VI secolo a.C., nei suoi studi sulle relazioni matematiche tra i toni musicali utilizzò il monocordo, la corda era tesa su una cassa di risonanza e si poteva dividere in varie lunghezze mettendola in vibrazione con un plettro. Passando poi alla storia degli organi (uno dei primi è stato l’Hydraulis, III secolo a. C.) che svilupparono un’altra componente fondamentale del pianoforte: la tastiera.

Fino ad arrivare al precursore del moderno pianoforte: il clavicembalo, inventato dal viennese Hermann Poll (1370-1401). Uno strumento a corde pizzicate tese sopra una tavola armonica e dotato di tastiera. Pigiando un tasto veniva azionato un plettro che pizzicava la corda facendola vibrare e quindi produrre un suono. Il clavicembalo per tutto il periodo Barocco divenne uno strumento molto amato nelle case nobiliari ed è usato ancora oggi per eseguire musica antica; il suo suono ha anticipato la ricchezza dinamica e l’eleganza del pianoforte moderno.

Qui fa il suo ingresso nella storia Bartolomeo Cristofori, nato a Padova il 4 maggio del 1655 e conosciuto fin da giovane come bravo costruttore di cembali e strumenti a corda molto apprezzati. Nel 1688 passò dalle sue parti il principe Ferdinando de’ Medici, grande mecenate, umanista e ottimo clavicembalista, che lo volle a Firenze come cembalaro di corte. È tuttora documentata la sua attività di progettista e costruttore di strumenti musicali e al museo Cherubini di Firenze si possono ammirare una sua spinetta, un cembalo in cipresso, un organo e anche un pregevole contrabbasso, testimonianza della sua abilità come liutaio.

Ritratto di Bartolomeo Cristofori del 1726

Bartolomeo Cristofori rimase a Firenze fino alla sua morte e alla corte di Ferdinando de’ Medici ebbe una geniale intuizione: creare un nuovo strumento con possibilità dinamiche controllabili dall’esecutore. Pensò quindi di sostituire il meccanismo dei salterelli del clavicembalo con quello dei martelletti, cioè passare da uno strumento con corde pizzicate a uno strumento con corde percosse. Questo ha dato la possibilità di poter dosare la sonorità e suonare sia “il piano che il forte” a seconda della forza con cui si pigiano i tasti: la percussione delle corde per mezzo di un martelletto azionato con maggiore o minore forza permette di ottenere suoni più o meno intensi.

Il costruttore padovano dette nome allo strumento da lui inventato “Gravicembalo col piano e col forte” da cui deriva il moderno nome “Pianoforte” preceduto dal più antico “Fortepiano”.

Questo nuovo strumento diede la possibilità ai musicisti di ottenere sonorità più o meno forti a seconda della forza con cui le dita premevano i tasti, a differenza di strumenti come organi e clavicembali il cui meccanismo a corde pizzicate non permetteva di controllare la dinamica.

particolare del meccanismo a martelletti del Fortepiano costruito da Bartolomeo Cristofori nel 1720

L’invenzione di Bartolomeo Cristofori viene descritta qualche anno dopo nel 1711 in un articolo pubblicato dal marchese veronese Scipione Maffei nella rivista scientifica “Giornale dei letterati d’Italia” che ne descrive nel dettaglio anche l’innovativa meccanica.

Dei numerosi strumenti di questo tipo da lui costruiti ce ne sono pervenuti solo tre e sono tutti firmati con la scritta: “Bartholomaeus de’ Christophoris Patavinus inventor faciebat Florentiae” cui segue la data a numeri romani. Il più antico è del 1720 (quest’anno compie 300 anni e si può ancora suonare!) già appartenuto alla fiorentina signora Emesta Mocenni Martelli e ora conservato al Metropolitan Museum di New York (per donazione di Mrs. J. Crosby Brown). Il secondo datato 1722 è al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma e il terzo del 1726 è conservato nel Musikinstrumenten Museum dell’Università di Lipsia.

Il Fortepiano costruito da Bartolomeo Cristofori nel 1720 conservato al Metropolitan Museum di New York

Il Fortepiano di Bartolomeno Cristofori però non ebbe successo in Italia e molti anni dopo, nel 1726, il costruttore tedesco di organi Gottfried Silbermann costruì una copia esatta del pianoforte di Cristofori che sottopose al parere anche di Johann Sebastian Bach. Lo strumento piacque molto anche a Federico II di Prussia che ne comprò ben sette.

E così il pianoforte, nato in Italia, divenne ben presto appannaggio dell’industria tedesca e poi francese ed inglese. La musica composta specificatamente per pianoforte iniziò ad essere scritta qualche anno dopo e la sua ascesa come strumento da concerto e da esecuzione solistica fu inarrestabile.

Solo di recente sono stati valorizzati i meriti di Bartolomeo Cristofori ad esempio con le grandi celebrazioni del 1955 nel tricentenario della sua nascita e con la recente istituzione a Padova dell’Associazione Bartolomeo Cristofori Amici del Conservatorio e del Festival Pianistico Internazionale “Bartolomeo Cristofori” la cui edizione 2020 si sta tenendo proprio in questi giorni.

per visualizzare il Doodle clicca qui

Anche Google ha omaggiato Bartolomeo Cristofori, nel giorno del suo 360° compleanno il 4 maggio 2015, con un Doodle dinamico che consente di capire meglio il cambiamento tecnologico apportato da Bartolomeo Cristofori e permettere di suonare, forte o piano, la melodia della Corale della Cantata 147 di Johann Sebastian Bach.

«La musica, negli ultimi secoli, ha attraversato periodi di profonde trasformazioni proprio per merito della mai sopita ricerca in campo costruttivo ed esecutivo da parte di compositori, interpreti, teorici e costruttori di strumenti musicali; essi a partire dal XVII secolo, seguendo le trasformazioni politiche, sociali e di costume delle varie epoche, hanno contribuito alla evoluzione culturale e, nel caso limitato alla nostra indagine, alla evoluzione tecnologica del pianoforte e della relativa letteratura.

Uno dei punti più affascinanti della critica pianistica è sempre stato quello di cercare di comprendere come i compositori suonavano e volevano che si eseguissero le loro opere ma anche come le eseguono gli interpreti d’oggi e del passato. Stabilire i parametri interpretativi entro i quali esercitare le proprie capacità artistiche e di conseguenza adottare quest’ultimi anche nel valutare le esecuzioni musicali altrui è forse il compito più arduo per un musicista.»

Prof. Pierluigi Secondi
Conservatorio Statale di Musica, Istituto di Alta Cultura Musica “Luisa D’Annunzio” di Pescara.

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Perché alcune musiche sopravvivono in epoche diverse e altre vengono dimenticate?

bach terminator

Ci sono pagine di musica che sono sopravvissute nei secoli, considerate dei “classici”; capolavori senza tempo diventati modelli di perfezione, suonati e risuonati nelle sale da concerto ancora oggi.

Probabilmente anche per alcune musiche del Novecento accadrà la stessa sorte e qualcosa di simile sta succedendo con alcuni brani già oggi considerati dei classici (di questo ne ho parlato qui: La nascita del repertorio dalle orchestre di musica classica alle cover band). Ma come mai alcune musiche sopravvivono, anche in epoche lontane e diverse da quelle nelle quali sono state composte, mentre altre vengono dimenticate?

La risposta secondo molti studiosi va rintracciata nel particolare rapporto che si instaura tra musica e pubblico. È uno dei processi che più interessano gli studiosi di Sociologia della Musica secondo cui il pubblico non va considerato solamente come un accidentale insieme di individui, «ma come un raggruppamento integrato della società globale e nei diversi gruppi, strati e classi, nella misura in cui esprime queste realtà ed in qualche modo le rappresenta».

Ogni genere musicale è sempre, inevitabilmente, in rapporto con un certo tipo di pubblico a cui si rivolge. E il pubblico, in quanto organo di ricezione, consente di misurare l’azione del compositore e rappresenta una sorta di registratore sul quale si scrive la storia della musica.

Come ricorda Marcello Sorce Keller, importante sociologo della musica, Gaston Rageot (1872-1940) sosteneva che l’opera d’arte è un fatto storico da studiare non solo nel momento della sua apparizione in un dato tempo e luogo, ma durante il suo viaggio nello spazio e nel tempo, nei momenti che lo seguono.

Il successo attesta che un’opera prodotta da una particolare persona è stata accolta da una collettività.

Gaston Rageot

È la comunità, il pubblico, a determinare cosa può sopravvivere. Si innesca un inevitabile processo di selezione con cui nel tempo viene a compiersi il destino di un’opera musicale che è dovuto non solo a fattori artistici, ma in misura più o meno rilevante anche a fattori sociali.  

«Se un’opera permane o resuscita attraverso i secoli, è perché è investita di una costante che si mantiene in un rapporto identico con un’altra costante, di natura sociologica, invariabile attraverso i secoli o almeno toccata da un coefficiente di cambiamento infinitesimale». [A. Machabey “Traité de la critique musicale” Paris, 1947. p. 45]. Oppure una seconda ipotesi: «La musica conterrebbe in potenza vari focolai d’attrazione i quali si attiverebbero uno dopo l’altro, seguendo un cammino del tempo, ma dispiegando tutti lo stesso potenziale, dal momento che sembra apprezzata nella stessa misura in tempi e ambienti diversi». [sempre Machabey 45-46]

Il ruolo sociale attivo del pubblico nella storia della musica non dovrebbe comunque mettere in ombra il ruolo della stessa arte musicale sulle trasformazioni estetiche e psicologiche del pubblico nel rapporto con le opere. Ad esempio Sorce Keller ricorda come la lunghezza delle sinfonie di Beethoven rappresentò un ostacolo per il pubblico dell’epoca, ma la Nona (l’ultima e la più lunga) non incontro questa difficoltà: il pubblico si era ormai abituato alla lunghezza.

Ci sono anche casi in cui il pubblico non ha attribuito quasi nessuna importanza ad opere destinate ad un futuro lungo successo. Questo ad esempio è successo con uno dei pilastri della storia della musica, Johann Sebastian Bach, le cui opere sono state dimenticate per quasi due generazioni e poi riscoperte nei primi anni dell’Ottocento grazie all’interesse di importanti opinion makers.

Grazie al musicologo tedesco Johann Nikolaus Forkel, autore della prima biografia di Bach, ebbe inizio la cosiddetta “Rinascita Bachiana” a cui seguì nel 1829 l’esecuzione della “Passione secondo Matteo” a cura del compositore e direttore Felix Mendelssohn-Bartholdy che fu accolta con grande successo. Nel 1850 nacque anche la “Società Bachiana” creata da importanti compositori dell’epoca, tra cui Robert Schumann, con il compito non solo di favorire l’esecuzione delle sue musiche, ma anche di pubblicarne l’intera opera. E Bach non fu mai più dimenticato.

E come mai invece altre musiche non hanno questa fortuna e vengono dimenticate?

Marcello Sorce Keller individua alcune possibili risposte di carattere generale che possono adattarsi a tutte le epoche e ai diversi generi musicali:

  • appartenere ad una tradizione musicale minoritaria o un genere poco importante
  • nel caso della presenza di un testo, l’utilizzo di una lingua poco conosciuta
  • l’uso di uno stile d’avanguardia in periodi storici in cui l’innovazione è scarsamente considerata
  • la mancanza di opinion makers

Come ha osservato la sociologa contemporanea Vera Zolberg: «da un punto di vista sociologico, l’opera d’arte altro non è che un momento in quel processo a cui partecipano più attori, operanti attraverso istituzioni sociali e seguendo tendenze storicamente osservabili».

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Il mito della Musica nella Grecia antica

La storia della Musica del mondo occidentale ha il suo inizio nella Grecia antica, un percorso documentato da numerose fonti letterarie e teoriche che sono state alla base del nostro sistema musicale moderno.

Il termine “musica” deriva dal greco “mousiké” che significa “l’arte delle muse” ciò che è “riguardante/pertinente alle Muse”, le deità che presiedevano alle diverse arti nel mondo classico. Un significato che quindi non si riferiva alla sola arte dei suoni, ma si allargava ad una nozione più ampia che abbracciava anche altre arti come, ad esempio, la poesia e la danza.

Le Muse erano nove: Clio, Euterpe, Talia, Melopnene, Tersicora, Erato, Polimnia, Urania e Calliope. Erano invocate dai poeti come dee ispiratrici del loro canto e come dee del canto erano collegate con Apollo, dio della musica, dell’arte e della lira. Esiodo nella sua opera “Teogonia” racconta che ogni Musa tutelava un’arte e tutte avevano a che fare con la Musica, in altre parole tutte le arti erano collegato con un elemento musicale. La musica aveva a che fare con la danza, la tragedia, la commedia, la poesia…

Baldassarre Peruzzi, la danza di Apollo con le Muse
Baldassarre Peruzzi “La danza di Apollo con le Muse” (1514 – 1523 ca)


La Musica anche se arte indipendente era a servizio di altri modi di espressione. La musica “pura” rappresentava solo uno dei casi possibili, mentre più spesso era parte di qualcosa di composito che investe linguaggi e funzioni parallele.

Una curiosità: seguendo l’evoluzione della mitologia relativa alle Muse nel periodo della Grecia arcaica, a Delfi c’è testimonianza di sole tre muse, i cui nomi corrispondevano alle tre corde della lira: Nete, Mese, Hypate.

Due importanti divinità collegate alla musica sono Apollo e Dioniso, due opposti.

Ad Apollo era demandata la possibilità di guidare le muse (per questo il dio viene spesso indicato con l’epiteto “musagete”). Apollo, dio della divinazione e della poesia, con la musica aveva un legame diretto e rappresentava i principi della chiarezza e dell’aristocratica eleganza. Dioniso invece era la parte irrazionale, l’abbandono alla fisicità, l’aspetto della musica che suscita nell’animo le passioni invece di placarle. Due opposti, l’apollineo e il dionisiaco, che nella storia della musica si pongono spesso in rapporto o ad una esclusività estrema.

“Danzatori” nella Tomba del Triclinio, Museo Nazionale di Tarquinia

Un altro elemento della mitologia greca che offre un’interessante riflessione è la nascita delle Muse, figlie di Zeus e Mnemosyne; quindi la divinità suprema dell’Olimpo (Zeus) insieme a colei che presiede alla memoria (Mnemosyne). La centralità della memoria è fondamentale per il mondo classico e l’uso della memoria è sempre stato centrale nella musica. 

La trasmissione delle melodie nel mondo greco rimase sempre in prevalenza affidata all’ascolto e alla memoria. Motivo per cui, a differenza delle numerose fonti di teoria musicale che sono giunte fino a noi, i testi con notazione musicale sono pochissimi, di epoca piuttosto tarda e di difficile interpretazione.

La musica era presente in quasi tutte le cerimonie pubbliche, private, civili, religiose. Non era solo un’arte, ma una parte importante nella formazione culturale e nella vita individuale e sociale dei greci. Per filosofi come Platone e Aritstotele la musica aveva un ruolo di primo piano nell’educazione dei giovani, e Pitagora la accostò alla sfera della matematica e al movimento degli astri.


Altri articoli a riguardo:
Pitagora: la musica, la matematica e l’armonia delle sfere.
La funzione educativa ed etica della musica.

Per un approfondimento:
“Musica e mito nella Grecia antica” a cura di D. Restani, Bologna, Il Mulino, 1995.

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Perché il 21 giugno è la Festa della Musica?

Ormai c’è una giornata dedicata a festeggiare pressoché qualsiasi cosa: si va dalla Festa della donna, della mamma, del papà, alla Giornata mondiale per la Pace (1 Gennaio), delle torte (23 Gennaio), della carbonara (6 Aprile). Oggi (19 Giugno) è il Garfield Day, ma anche il Martini Day. Se volete scoprirle tutte cliccate qui: daysoftheyear.com

Non poteva mancare una giornata dedicata alla Festa della Musica che si celebra il 21 Giugno, il giorno del solstizio d’estate. Un grande evento internazionale che si ripete regolarmente da 38 anni, una delle più importanti feste a valore culturale che sia mai stata istituita.

Tutto iniziò nell’ottobre del 1981 in Francia. L’allora Ministro della Cultura Jack Lang nominò Maurice Fleuret direttore della musica e della danza. Fleuret presentò una nota dove sosteneva che la nuova politica musicale del Paese avrebbe dovuto tenere conto di un dato rilevante: 5 milioni di francesi, di cui un giovane su due, suonavano uno strumento musicale, mentre le manifestazioni musicali organizzate fino ad allora riguardavano solo una minoranza della popolazione.

Fête de la musique au Palais Royal, à Paris, le 21 juin 1982 ...

Fleuret propose una rivoluzione nel contesto della musica, che mirava a fare incontrare tutti i tipi di musica, senza gerarchie e distinzioni: “una liberazione sonora, un’ebbrezza, una vertigine tra le più autentiche, le più intime, le più eloquenti dell’arte”.

Da queste considerazioni e riflessioni il 21 giugno 1982 venne organizzata la prima Festa della Musica (la “Fête de la Musique”), un fenomeno culturale senza precedenti che non aveva niente in comune con i Festival di musica usuali: una festa della musica nazionale, popolare, gratuita e aperta a tutti i generi musicali. Musicisti dilettanti e professionisti invasero strade, cortili, piazze, giardini, stazioni, musei. La festa di tutte le musiche e di tutti i musicisti.

Il giorno scelto è simbolico: il 21 giugno cade il solstizio d’estate, il più lungo giorno dell’anno, ma anche giorno legato a molte tradizioni pagane e ancestrali, e già festa di San Giovanni.

Dilettante o professionista, ognuno si può esprimere liberamente, la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

www.festadellamusica.beniculturali.it

Il successo fu grande e immediato. Dal 1985, anno europeo della Musica, la Festa della Musica si svolge in Europa e nel mondo. Dal 1995, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Budapest, Napoli, Parigi, Praga, Roma, Senigallia sono le città fondatrici dell’Associazione Europea Festa della musica. Tantissimi i concerti che si svolgono ogni anno, il 21 giugno, in tutte le città. Concerti gratuiti dove dilettanti e professionisti si possono esprimere liberamente: la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

Questi i principi che ispirano la Festa della Musica e che potete trovare sul sito web del Ministero per i beni e le attività culturali cliccando qui:

La musica è un linguaggio universale che può veicolare messaggi e contenuti di altissimo significato e superare barriere culturali, politiche ed economiche ed è quindi occasione di socialità;


Tutti i generi musicali potranno essere rappresentati, affinché la giornata diventi la festa di tutte le musiche;

Tutti gli artisti, dagli allievi delle scuole di musica ai musicisti di fama internazionale, devono poter trovare una scena nella quale esibirsi;

Le manifestazioni dovranno essere aperte a tutti per favorire, con l’ingresso gratuito, la maggior partecipazione possibile agli eventi musicali.

In Italia la Festa della Musica 2020 sarà un’edizione molto particolare che vedrà protagonisti, oltre a Paolo Fresu come testimonial, anche tanti medici ed infermieri. Una giornata che sarà poi dedicata alla memoria di Ezio Bosso, che ne fu testimonial nel 2018. Tantissime le iniziative previste in oltre 300 città per un totale di 13.000 artisti coinvolti. Per tutte le informazioni rimando al sito ufficiale.

Per non farci mancare mai nulla, secondo una bizzarra rilettura del calendario Maya che è circolata in rete nei giorni scorsi (una bufala) la data della fine del mondo calcolata il 21 dicembre 2012 era sbagliata: sarebbe il 21 giugno 2020. Una curiosa coincidenza.

In ogni caso, se volete star tranquilli, potete affidarvi alla santa patrona della musica, Santa Cecilia, che viene ricordata il 22 novembre. Perché? Questa è un’altra storia…



L’immagine di copertina è un’illustrazione di Heng Swee Lim.

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Il valzer, un ballo scandaloso

Se si dovessero elencare dei balli che nel corso della loro storia sono stati proibiti perché ritenuti scandalosi, vengono facilmente alla mente il tango o il rock’n’roll. E immediatamente il nostro immaginario ci riporta alla mente il film cult “Dirty Dancing” (tradotto in italiano con “Balli proibiti”) del 1987 con Patrick Swayze e Jennifer Grey, entrato nella storia del cinema, trainato anche da una colonna sonora storica che ha fatto impazzire milioni di fan in tutto il mondo.

Avreste mai pensato di dover aggiungere a questo elenco anche il valzer? Il ballo romantico per eccellenza la cui melodia rimanda a scenari principeschi e alle atmosfere fiabesche delle sale da ballo della Vienna ottocentesca. Eppure, proprio come avvenne per il rock’n’roll e per il tango, anche il valzer all’inizio della sua storia venne considerato scandaloso, volgare e indecente.

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Le sue origini sono umili, popolari e controverse: il nome deriva dal tedesco “walzen” che significa “girare”, ed è una danza in ritmo ternario che si diffuse verso la fine del ‘700 in Austria e nella Germania meridionale fino a diventare la protagonista indiscussa del secolo successivo. Si dice derivi dal “ländler” un ballo popolare austriaco caratteristico delle regioni montane, come il Tirolo e la Stiria; altri studiosi invece ritengono che derivi dalla “volta”, un ballo in misura ternaria proveniente dalla Provenza.

All’inizio dell’Ottocento il valzer ebbe una grande presa tra i più giovani come espressione della nascente borghesia, la nuova società che si stava lasciando alle spalle gli antichi costumi aristocratici. Era un ballo simbolo di libertà totalmente diverso nel modo di danzare dagli ingessati balli di corte dove ci si limitava a prendersi per mano in complicate coreografie, come il minuetto. Il valzer era un ballo di coppia che permetteva per la prima volta ai ballerini di stringersi e danzare volteggiando in un vertiginoso abbraccio, una sensazione di libertà assoluta.

Per questo venne osteggiato dagli spiriti più conservatori, era immorale che una coppia ballasse a così stretto contatto. Ne parlò anche Goethe ne “I dolori del giovane Werther” (1774): «Non mi sono mai sentito così sciolto, leggero: non ero più nemmeno un uomo. Avere tra le mie braccia la più adorabile delle creature, farsi travolgere con lei in un turbine, svelti come la saetta, e non percepire più nulla intorno a sé…». Monotono e folle” lo definisce Puskin; una danza che “può inebriare i giovani cuori, far sparire la timidezza e concedere l’audacia di amare” nota Stendhal; Madame de Genlis, istitutrice del futuro re Luigi Filippo di Francia, disse che il valzer avrebbe fatto smarrire qualsiasi fanciulla onesta che l’avesse ballato e nel 1833 un manuale britannico di buone maniere lo sconsigliava alle donne non sposate, perché era «un ballo troppo immorale per le signorine».

Era un ballo troppo immorale per le signorine.

Grazie a questo contatto ravvicinato il valzer permetteva lo scambio di confidenze tra le coppie che ballavano, ne favoriva l’intimità in un ondeggiare sinuoso e travolgente.
Il valzer si diffuse rapidamente in tutta Europa, e in Francia fu Maria Antonietta, la sposa austriaca di Luigi XVI, ad introdurlo alla corte di Versailles e trasformarlo nel ballo da sala per eccellenza. L’aumento della popolarità di questa danza deve molto ai compositori austriaci Johann Strauss padre (1804-1849) e Johann Strauss figlio (1825-1899) che trasformarono una semplice danza contadina in opere piene di brio e di musicalità, destinate a un pubblico molto più raffinato.

Ed è proprio Johann Strauss figlio il compositore del valzer per eccellenza, il famosissimo “Sul bel Danubio blu”. A metà Ottocento il valzer era già diventato il re assoluto dei saloni delle classi aristocratiche in tutta Europa, uno dei tanti segnali che i tempi stavano cambiando (a passo di danza!).

Johann Strauss – “Sul bel Danubio blu”
New Year’s Concert 2011 – Vienna Philharmonic Orchestra


Immagine di copertina: Auguste Renoir “Dance at Bougival“, 1882-1883.

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La musica come affermazione della propria identità

In ogni epoca il fare musica può essere considerato come un collante di gruppo: nei campi di cotone, nelle risaie, nelle marce degli alpini, a Woodstock, ai concerti dei Beatles, nei rave: la musica è il collante di un’identità.

Ascoltare, ballare o suonare un certo tipo di musica è un modo per affermare la propria identità e sentirsi parte di una collettività come può essere la scelta di quali abiti indossare, che mezzo di trasporto usare o quali letture fare.

La Sociologia della Musica ha studiato come l’esperienza musicale svolga un ruolo importante nella formazione e nell’affermazione di identità individuali e collettive. Nel corso della nostra esistenza sviluppiamo un senso di appartenenza ad un determinato luogo, nazione, religione, parte politica, gruppo d’età, classe sociale… Sono forme di identità che la musica, attività sociale per eccellenza, aiuta a determinare, e alle volte anche ostentare, caricandole di un valore simbolico profondo ed efficace.

Il musicologo e sociologo Marcello Sorce Keller afferma che: «L’attività del far musica, i nostri gusti nel produrla, nell’ascoltarla, le nostre scelte di partecipare con altri ai riti a cui essa dà sostanza, costituiscono un ulteriore modo di chiarire a noi stessi e a chi ci osserva chi siamo (o perlomeno chi pensiamo di essere o desideriamo essere), con chi ci identifichiamo e con chi invece non desideriamo confonderci».

La musica, il far musica pertanto, è un’attività che, al tempo stesso, ci accomuna a qualcuno e ci separa da qualcun altro, sempre e ovunque.

Marcello Sorce Keller

Per trovare degli esempi non occorre andare molto lontano nel tempo, se ne possono ritrovare facilmente molti nel corso della storia del Novecento. Negli anni Cinquanta il Rock’n’Roll fu il primo caso in cui un genere musicale venne usato da un’intera generazione di ragazzi quasi come una bandiera e un mezzo per dare voce alla rottura con i valori della società dei loro padri.

Il Rock’n’Roll dall’America si diffuse poi in tutta Europa e formò una sottocultura giovanile che scelse a simbolo della propria identità quella particolare musica, anche se proveniva da un altro continente. Questo è un esempio di come si possa formare un “sound group” di persone che sceglie di adottare una certa musica come stile di vita per i valori che in essa vede rappresentati. Così accade oggi con generi musicali come la Trap, l’Indie Rock, il K-Pop e molti altri che fanno presa sulle giovani generazioni, ma che non catturano tutti coloro che a quegli ambiti appartengono.

La musica Classica europea, per secoli dominata dalla Chiesa e privilegio delle corti aristocratiche, nell’Ottocento è diventata un rito sociale appartenente alla borghesia. Le canzoni di una patria lontana invece mantengono vivi il sentimento di appartenenza degli emigrati; gli inni nazionali, le marce militari, le canzoni di protesta e i canti religiosi sono altri facili esempi. Mantenendo sempre validi altri generi musicali ormai classici e le loro relative differenti identità come Jazz, Blues, Pop, Rock, Punk, Metal. Ognuno nel tempo ha creato determinate sottoculture portatrici di specifici valori i cui fan, ieri come oggi, si sentono accomunati.

La propria identità sociale non è però fissa e univoca, si può far parte contemporaneamente di diversi gruppi sociali all’interno dei quali ci sono diversi gusti e generi musicali; poi si cresce e anche l’età e l’evoluzione personale contribuiscono alle scelte musicali. Insomma, quasi nessuno ama solo e per sempre un unico genere musicale.


Per un approfondimento:
Marcello Sorce Keller «Musica come rappresentazione e affermazione di identità». In: Tullia Magrini (a cura di), Universi sonori: Introduzione all’etnomusicologia, Torino, Einaudi.

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La funzione educativa ed etica della musica

In un precedente articolo vi ho parlato di quando nel 1865 il Ministro dell’Istruzione Francesco De Sanctis aveva tristemente dichiarato che la musica non andava insegnata a scuola perché «non fa valentuomini, ma buffoni».

Sono passati 155 anni, la scuola è molto diversa da allora, alcune materie si sono attivate, ma nella nostra società certi pregiudizi non sono molto cambiati. Guardo al passato (Bernardo di Chartres diceva: «siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane») e torno nella Grecia di Platone e Aristotele.

Platone in vari suoi dialoghi toccò temi riguardanti la musica affidandole un valore educativo in quanto arte legata all’armonia dell’universo, idea di chiara derivazione pitagorica (ne ho parlato qui). Nella “Repubblica” e nelle “Leggi” Platone sostiene l’importanza della musica in quanto modello di organizzazione nel processo educativo del cittadino: il consenso della comunità cittadina nell’uniformarsi spontaneamente alle leggi dello Stato si basa sulla possibilità di persuaderne i singoli membri attraverso un sistema educativo sostanzialmente coreutico-musicale.

Platone esortò i tutori del suo stato ideale, fondato sulla giustizia, ad assegnare alla musica un ruolo fondamentale nell’educazione dei giovani: la musica doveva servire ad arricchire l’animo, così come la ginnastica educava il corpo. La pratica musicale doveva essere resa obbligatoria, ed in effetti la musica divenne materia di studio.

Chi possiede una sufficiente educazione musicale può accorgersi con grande acutezza di ciò che è brutto o imperfetto nelle opere d’arte o in natura, mentre sa approvare e accogliere con gioia nel suo animo ciò che è bello, e nutrirsene e diventare un uomo onesto.

Platone, “Repubblica” (401d-402a)

Nel “Simposio” Platone tratta della correlazione fra la pratica della musica (ritmo e melodia) e l’indole umana (ethos), intesa come risultato di educazione. Questa duplice validità della musica, aspetto edonistico (passeggera distrazione) e aspetto intellettuale (oggetto di ragione e studio legata alle divine proporzioni, come inteso dai pitagorici), rimarrà per tutto il Medioevo ed oltre.

Per i pensatori ellenici la musica, per il suo essere legata all’armonia delle sfere, influiva anche sull’animo umano, sia positivamente che negativamente, arrivando anche potenzialmente a poter turbare le leggi e le istituzioni dello Stato se affidata a persone non virtuose. Il musicista era quindi tenuto a rappresentare i valori positivi per la comunità, come il coraggio, virtù tipicamente maschile, o la temperanza, suo corrispettivo femminile.

Platone nella “Repubblica” spiega anche come ogni armonia (scala musicale) possieda un “ethos” specifico, ovvero una particolare capacità di influire sulla psiche e sul corpo. Ad esempio, la scala Dorica, grave e virile, poteva suscitare nell’animo compostezza e determinazione; la Frigia era capace di persuadere, calmare e portare pace.

Rafaello Sanzio, “Scuola di Atene” (1509-1511 circa)


Aristotele amplia e approfondisce ulteriormente il pensiero di Platone. L’estetica musicale ha un posto di rilievo anche nelle sue opere, come nella “Politica” di cui gli ultimi cinque capitoli dell’ottavo libro costituiscono un vero trattato sull’uso della musica nell’educazione, con un’importante puntualizzazione al suo rilievo sociale e pedagogico.

La musica non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per la ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo.

Aristotele, “Politica”

Il pensiero di Platone mirava a fornire allo Stato gli strumenti per selezionare le musiche più funzionali a rafforzare le tradizioni e i valori della comunità; Aristotele ritiene utile utilizzare ogni genere di musica conosciuta riconoscendole quattro funzioni: non solo educazione (paideia), ma anche divertimento (paidia), nobile ricreazione intellettuale (diagoge) e in particolare Aristotele attribuisce alla musica qualità terapeutiche capaci di purificare l’anima dalle emozioni pericolose ed eccessive (katharsis).

“La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia”

Ludwig Van Beethoven
logica musica

Pitagora: la musica, la matematica e l’Armonia delle Sfere

Pitagora lo conosciamo tutti. È uno di quei personaggi importanti che si studiano a scuola e per un motivo o per l’altro non si scordano più. È stato un pensatore, matematico, filosofo vissuto nel VI secolo a. C., nato a Samo venne in Italia e fondò la sua scuola a Crotone. Lo ricordiamo soprattutto per il suo famosissimo teorema, rispolveriamo la memoria: in ogni triangolo rettangolo l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti.

Quello che forse viene poco raccontato è quanto le scoperte di Pitagora siano state fondamentali anche in campo musicale. La filosofia pitagorica concepì la musica come elemento che, assieme alla matematica, coinvolge tutto l’Universo. Il concetto di Musica come scienza della ragione e come qualcosa di immutabile è una scoperta da cui prenderà vita, nei secoli successivi, quella che chiamiamo la civiltà musicale occidentale.

Narra la leggenda che tutto cominciò circa 2.500 anni fa nella bottega di un fabbro. Si racconta che Pitagora, durante le sue passeggiate, vi passasse spesso accanto; un giorno prestò particolare attenzione ai diversi suoni squillanti prodotti dai martelli sulle incudini e si domandò come mai alcuni fossero così piacevoli, armoniosi, se accostati tra di loro. Entrò e capì che responsabili dei diversi suoni prodotti erano i diversi pesi dei martelli.

immagine da: Gaffurio “Theorica Musicae” 1492

Pitagora ripeté l’esperimento su un monocordo, strumento composto da una sola corda tesa sopra una cassa di risonanza. Pizzicando la corda si ottiene un determinato suono, Pitagora scoprì che dimezzando corda e pizzicandone la parte dimezzata si ottiene un altro suono che ben si lega con il primo: è lo stesso suono, ma di un’altezza diversa. Pitagora ha scoperto così che con un rapporto di numeri, in questo caso 2:1, si può descrivere un rapporto armonico musicale che oggi chiamiamo intervallo di ottava (è la distanza, ad esempio, tra un Do e il Do successivo).

Pitagora è andato oltre: ha diviso la corda in 3 parti e ha scoperto un altro suono armonico molto importante, l’intervallo di quinta, che è in rapporto di 3:2 (es. distanza tra Do e Sol). Dividendo ancora la corda 4 parti e pizzicandola in un rapporto di 4:3 otteniamo un intervallo di quarta (ad esempio tra Do e Fa)

Utopia Razionale: Pitagora e Mondrian, conferenza tenuta all ...

Pitagora quindi scoprì che i primi quattro numeri interi (1, 2, 3, 4) creano tra di loro rapporti fondamentali e interessanti, trovò le forme universali della consonanza: 2:1 (ottava); 3:2 (quinta); 4:3 (quarta). Oggi sappiamo che questi rapporti tra le note corrispondono alle frequenze, a quell’epoca non si poteva sapere.  Pitagora scoprì i suoni della scala diatonica e molti degli intervalli che ancora oggi governano le regole dell’acustica musicale occidentale.

Inoltre, se sommiamo proprio questi primi quattro numeri (1 + 2 + 3 + 4) otteniamo come risultato 10, il numero “magico” dei Pitagorici che si può rendere graficamente con un oggetto matematico chiamato Tetraktys.

Un oggetto incredibilmente semplice e altrettanto incredibile, venerato dai Pitagorici. Perfetta ed esemplare riduzione del numerico allo spaziale e dell’aritmetico al geometrico. La Tetraktys simboleggiava la perfezione del numero e degli elementi che lo comprendono, era il paradigma numerico della totalità dell’Universo.


L’armonia delle sfere

Profondamente colpito da questo legame tra musica e numeri, Pitagora trasse la conclusione che “il numero è sostanza di tutte le cose” e che quindi tutto fosse misurabile e si potesse descrivere in maniera razionale con numeri interi.

Si poteva così spiegare il moto degli astri, il succedersi delle stagioni, i cicli delle vegetazioni e le armonie musicali. La grande importanza dei Pitagorici è che per primi hanno ricondotto la natura all’ordine misurabile e hanno riconosciuto in quest’ordine ciò che dà al mondo la sua unità, la sua armonia e quindi anche la sua bellezza.

I Pitagorici, scrive Aristotele, vedendo che molte delle proprietà dei numeri appartengono ai corpi sensibili, stabilirono che gli esseri sono numeri, non numeri separati, ma quelli di cui consistono. E perché? Perché le proprietà che appartengono ai numeri risiedono nell’armonia, nel cielo e in molte altre cose.

(Met., XIV, 3, 1090 a 21 sgg.)

Pitagora e i suoi seguaci teorizzarono l’idea di un Universo governato da proporzioni numeriche armoniose che determinavano il movimento dei corpi celesti e le distanze tra i pianeti corrispondevano ai rapporti numerici degli intervalli musicali.

La rotazione dei pianeti nello spazio venne associata ad una sinfonia musicale chiamata “Armonia delle Sfere”: una musica celestiale, bellissima, che le nostre orecchie non riescono più a percepire perché da sempre abituate a sentirla. Un po’ come quando si sta a lungo accanto ad un fiume e ci si abitua al fragore delle acque.

Tutto quanto si svolge nel cielo e sulla terra è sottomesso a leggi musicali.

Cassiodoro (VI sec.)

Di origine pitagorica sono anche le tradizionali associazioni delle sfere planetarie alle sette corde della lira e dei sette pianeti ai sette suoni formati da due tetracordi (due scale composte da 4 suoni) che si uniscono tra loro e coincidono in una nota comune, in origine la corda centrale sulla quale si regolava l’accordatura. A questa nota centrale i pitagorici identificarono Apollo, il dio dell’armonia cosmica, e il Sole al quale, data la sua posizione mediana nell’ordine che si dava all’epoca alle sfere celesti, si attribuiva un’azione di vincolo e di coesione tra i restanti pianeti.

Le proporzioni dell’universo armonicamente riferite al monocordo in un’opera di Robert Fludd (1574-1637)

La rappresentazione pitagorica dell’universo come armonia ebbe molto successo nell’antichità, ne parlarono Platone, Aristotele, Claudio Tolomeo, Cicerone. Fino ad arrivare a Boezio (sec. V-VI d.C.) e alla sua famosa tripartizione della musica:
musica mundana (armonia delle sfere, macrocosmo);
musica humana (armonia interiore, musica dell’anima, microcosmo);
musica instrumentalis (musica strumentale, nel senso che noi comprendiamo oggi). 

A Boezio si deve anche la codificazione delle Arti Liberali che nel Medioevo costituivano i due gradi dell’insegnamento, l’uno letterario (Trivium) e l’altro scientifico (Quadrivium), e ovviamente la Musica era tra le materie fondamentali della sfera scientifica:
Trivium: grammatica, retorica, dialettica;
Quadrivium: aritmetica, geometria, musica, astronomia.

Anche Dante ne parlò esplicitamente in diversi punti della “Divina Commedia” e nel “Convivio” dove, ribadita l’intima corrispondenza tra i primi sette cieli e le dottrine del Trivium e del Quadrivium, alla Musica è assegnato il cielo di Marte. Per il Sommo Poeta è la relazione più bella dei cieli: essendo complessivamente nove, alla Musica è assegnato il quinto posto, quello più importante e centrale.

E queste due propietadi sono nella Musica: la quale è tutta relativa, sì come si vede nelle parole armonizzate e nelli canti, de’ quali tanto più dolce armonia resulta quanto più la relazione è bella: la quale in essa scienza massimamente è bella, perché massimamente in essa s’intende. Ancora: la Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, sì che quasi cessano da ogni operazione: sì e l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile che riceve lo suono.

Dante, Convivio (tratt. 2.13)
Dante Alighieri e Beatrice contemplano l’Empireo, da un’illustrazione di Gustave Doré.
musica

La musica sventola Bandiera Gialla

La musica è in quarantena. Stiamo vivendo questo marzo 2020 che passerà alla storia come uno dei periodi più oscuri per la musica e lo spettacolo: tutto chiuso, rinviato a data da destinarsi.

La musica sventola bandiera gialla, come accadeva nei secoli scorsi al tempo del colera: se in un’imbarcazione c’erano dei malati in quarantena si issava una bandiera gialla per dichiarare lo stato di emergenza. Alla larga: appestati a bordo!

Negli anni ’60 pensare al vascello Musica che sventola bandiera gialla non era un paragone così triste come oggi e ha dato lo spunto creativo ad un programma rivoluzionario per giovani che ascoltavano musica da “appestati”. A due grandi nomi della televisione italiana venne un’idea geniale: una trasmissione radiofonica interamente dedicata ai generi musicali di tendenza per le nuove generazioni, all’epoca vietati dalla RAI e dalle trasmissioni nazionali. Erano Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, il programma andò in onda per la prima volta il 16 ottobre 1965 su Rai Radio 2, si chiamava “Bandiera Gialla” e iniziò con questo annuncio:

“A tutti i maggiori degli anni 18, a tutti i maggiori degli anni 18, questo programma è rigorosamente riservato ai giovanissimi, ripeto, ai giovanissimi, tutti gli altri sono pregati quindi di spegnere la radio o sintonizzarsi su altra stazione…”.

E poi si alzò il volume del primo brano andato in onda: “T-Bird” di Rocky Roberts. È stato un successo immediato. Uno spazio per “malati di musica” non adatto agli adulti. Una rivoluzione culturale. Ogni settimana venivano proposte 12 novità musicali straniere, soprattutto inglesi ed americane, ma anche nuovi artisti italiani che stavano iniziando a spopolare, era il fenomeno “beat”. Le canzoni venivano votate dal pubblico di ragazzi, presenti e protagonisti alla diretta in studio, e il vincitore era proclamato “disco giallo”.

Rocky Roberts – “T-Bird” (video del 1974)


«Fino al 1965, anno in cui l’Italia riceve il boom che c’era già stato altrove, i giovani semplicemente non esistevano – spiega in questa intervista Roberto D’Agostino che in Bandiera Gialla ha esordito come disk jockey – Impensabile che avessero propri gusti, per giunta in ambito musicale. C’era il bimbo che, ascoltando le canzonette in compagnia dei genitori, aspettava di crescere imitando la madre o il padre. Negli indici di gradimento d’ascolto Rai, lo ricorda Arbore, i diciottenni non erano contemplati. Il loro parere non interessava a nessuno».

Solo in un anno i dischi trasmessi furono 672. “Bandiera Gialla” fu un fenomeno culturale e di costume: i ragazzi per la prima volta si sentivano protagonisti, considerati e non più esclusi dalle normali programmazioni: stava nascendo una nuova categoria sociale. Un programma che ha rivoluzionato anche la produzione e il mercato discografico: era un potente canale di promozione e favorì la pubblicazione e la distribuzione di queste musiche anche in Italia contribuendo ad un aumento di vendite dell’80%.

Oggi come allora, siamo noi Bandiera Gialla!

Gianni Pettenati – “Bandiera Gialla” (1967)