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I King Crimson e l’uomo schizoide del Ventunesimo secolo

Vi parlo di un album, anzi in particolare del brano d’apertura di un album che ha fatto la storia.
È “21st Century Schizoid Man” e iniziava con queste parole:

Cat’s foot iron claw
Neuro-surgeons scream for more
At paranoia’s poison door
Twenty first century schizoid man.

(Zampa di gatto, artiglio di ferro / Neurochirurghi ne reclamano ancora / Alla porta avvelenata della paranoia / Uomo schizoide del ventunesimo secolo)

Sembra una follia di pensieri sconnessi. Frasi brevi, immagini inquietanti.  È il mondo che va a pezzi, le parole sono violente e aggressive, come l’uomo. L’uomo schizoide del Ventunesimo secolo.

Sono parole che vengono dal lontano 1969 eppure ci suonano così attuali. Sono i versi iniziali del brano con cui si apre un disco che ha fatto la storia: era il 10 ottobre 1969 quando uscì “In the Court of the Crimson King” il primo, storico, album dei King Crimson. Un album che ci riporta al passato, ma contemporaneamente ci proietta nel futuro che oggi è il nostro presente.

Una musica rivoluzionaria

Il brano di apertura del disco, “Twenty First Century Schizoid Man”, è introdotto da circa quaranta secondi di insoliti rumori. Poi arriva il pugno nello stomaco: l’attacco è violento, sconcertante. Uno degli attacchi più celebri che la storia del rock conosca. Ha la forza d’urto di un meteorite piovuto dal nulla. La musica segue a ruota i testi.  Frasi brevi, una voce offuscata, immagini inquietanti. 

Peter Sinfield, l’autore del testo, spiega che con il verso “Cat’s foot, iron claw” voleva descrivere il mondo che va a pezzi: le parole scelte sono violente e aggressive, come l’uomo. Un mondo distopico e anti-utopico, che guardava al futuro, in un luogo e in un tempo in cui i neurochirurghi urlano alle porte avvelenate della paranoia in cerca di altri folli esperimenti (“Neurosurgeons scream for more / At paranoia’s poison door”), ecco l’uomo schizoide del ventunesimo secolo.

Dopo circa un minuto e mezzo la pressione aumenta e il basso di Greg Lake diventa un cuore fuori giri. Nessuno aveva mai ascoltato niente del genere, nessuno si era azzardato a trattare il rock in questo modo: con suoni distorti, contorti, imbevuti di jazz e suggestioni classiche. Qualcosa di futuristico.

La musica dei King Crimson era rivoluzionaria anche nella sua struttura compositiva: era l’inizio del Progressive Rock. Rock, pop, hard, jazz, folk, sperimentazione, memorie sinfoniche, lirismo visionario, poesia surreale, convivono miracolosamente in un album universalmente considerato il più importante di tutto il genere.

I minuti passano e si arriva al secondo verso della canzone che recita così:

Blood rack barbed wire
Polititians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.

(Sangue, tortura, filo spinato / Pira funeraria di politici / Innocenti violentati dal fuoco del Napalm / Uomo schizoide del ventunesimo secolo)

Il fuoco del Napalm. Un riferimento facile e diretto alla Guerra di allora, il napalm è l’arma più famosa della guerra del Vietnam. Il brano profetizza un “rogo di politici” avvolti in una pira funeraria infuocata, visti come il sottoinsieme di esseri umani che più di tutti provoca disastri e brutalità. E Peter Sinfield, il paroliere dei King Crimson, poi lo giustificò: “era il risultato diretto della guerra in Vietnam… non puoi diventare un politico se non menti”

“The Court Of The Crimson King è un’osservazione sulla manipolazione. Nessuno dice mai la verità. Ci hanno mentito re, principi e papi che desideravano mantenere il proprio potere. I Poeti la vedono dal punto di vista machiavellico e hanno considerazione per i poveri e le vedove che sono quelli che alla fine soffrono. Così stanno le cose. Non senti mai buone notizie, solo cose che riguardano rapimenti e uccisioni. Alcune persone scrivono ciò che vedono”.

Peter Sinfield

È ironico come sembri una fantasia dei Crimson dopo un incubo di fine anni ’60, invece l’ironia finisce quando colleghiamo i punti tra il senso della canzone e la realtà di oggi: il ventunesimo secolo.

Un album riflette la condizione umana, l’eterna convivenza con la guerra, i vizi e le psicosi dell’intero genere umano. Uno scenario di immagini devastanti in un imprecisato Ventunesimo Secolo nel quale il tempo è imploso, la libertà svanita, le speranze impensabili.

Una canzone arrabbiata per alcuni dei più tristi aspetti del mondo.

“In the Court of the Crimson King” si configura come un manifesto culturale oltre che musicale del Progressive Rock, una visione post-apocalittico, dove ogni profezia sembra essersi compiuta e l’orrore della morte, è l’unica realtà, mentre alla corte del Re Cremisi (brano di chiusura del disco) tutto è finzione. L’uomo intravede la fine del millennio ed è solo, senza più ideali, davanti alle “porte velenose” della follia.

Sul canale YouTube di Musicologica trovate anche l’articolo in versione video

Un urlo che viene dal passato e abbraccia il futuro

Così recita la terza e ultima strofa del brano:

Death seed blind man’s greed
Poets’ starving children bleed
Nothing he’s got he really needs
Twenty first century schizoid man.

(Seme di morte, avidità dell’uomo cieco / Poeti affamati, bambini sanguinanti / Non ha nulla di cui abbia veramente bisogno / Uomo schizoide del ventunesimo secolo)

Così pessimista da profetizzare il futuro prendendoci in pieno. Ne scardina le certezze, ne tira fuori la paura e l’angoscia, che solo a pensarci viene l’istinto irrefrenabile di fare come l’uomo in copertina: urlare.

La copertina del disco

La copertina è una delle più grandi icone della storia del Rock: il viso color blu e cremisi di un nuovo deformato in un urlo che può essere di terrore, disperazione, dolore. Un urlo che viene dal passato e abbraccia il futuro.

Anche l’interpretazione vocale di Greg Lake incarna perfettamente l’urlo della copertina. La voce distorta e filtrata sembra quella diffusa da un megafono, come nelle manifestazioni di piazza, ma compressa e senza riverbero, dà la chiara impressione di trovarsi in uno spazio chiuso, claustrofobico.

L’uomo schizoide del XXI secolo

Il nostro, infatti, è un uomo schizoide, la sua “anomalia” ha origine in un disturbo della personalità che fa parte dei comportamenti strani o paranoici caratterizzati dall’isolamento. Il disturbo schizoide genera un desiderio di distacco dalle relazioni sociali e dalla vita emotiva. In greco “schizo” significa “scissione”: alla base c’è dunque una cesura, una ferita, la segreta consapevolezza del terrore alla quale si reagisce con il ritiro.

L’emozione di fondo dello schizoide è il terrore, la paura. Ecco che l’uomo schizoide raccontato dai King Crimson è una vittima della società del Ventunesimo secolo. Ed è continuamente sotto controllo.

Ogni strofa del testo evidenzia una dissociazione tra chi detiene il potere, chi controlla e opprime (Neuro-surgeons scream for morePolititians’ funeral pyreDeath seed blind man’s greed) e chi subisce, impotente e alienato (paranoia’s poison doorInnocents raped with napalm firePoets’ starving children bleed) . Il verso finale arriva come monito, mette in guardia sul destino dell’umanità. A osservare l’uomo e questo scenario c’è una figura: un sovrano sovrannaturale. Già presente nel sottotitolo assegnato al disco “An Observation – un’osservazione – By King Crimson”: il Re Cremisi è l’osservatore privilegiato nella cui Corte si svolge la Grande Opera iniziata dai King Crimson.

È un’opera d’arte totale che ha la capacità di veicolare il proprio messaggio coinvolgendo tre tipi di linguaggi: la musica, la poesia e la pittura.

Il brano termina con il caos indistinto, ogni strumento viene lasciato libero di seguire un percorso non tracciabile che rende molto bene l’immagine di un mondo che sta per finire follemente fuori controllo.

In quel periodo sembrava fantascienza, ma quest’album ha guardato avanti.  Anche troppo.

King Crimson – 21st Century Schizoid Man

BIBLIOGRAFIA:
Andrea C. Soncini “King Crimson. Gli anni prog”, Giunti, 2018.
Alessandro Staiti “In the court of the Crimson King”, Arcana, 2016.
Donato Zoppo “King Crimson. Islands. Testi commentati”, Arcana, 2013.

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Meat loaf, Steinman e un motociclista alla ricerca del Graal

La musica è sempre stata un laboratorio affascinante nel quale personalità diverse, talvolta addirittura opposte, si incontrano e scontrano, a volte generando disastri e a volte dando vita a capolavori senza tempo. Non c’è una regola, è necessaria un’alchimia speciale, un insieme di coincidenze date da fattori diversi, sfuggenti e misteriosi.

Questa storia comincia con Jim Steinman, un giovane compositore e pianista, un personaggio particolare con uno stile e una personalità fuori dagli schemi. Dopo aver realizzato alcuni musical, a metà degli anni ’70 è impegnato nell’ideazione e composizione della sua nuova opera dal titolo “Neverland”, un musical incentrato su una sorta di versione fantascientifica e futuristica di Peter Pan. Sono state composte solo alcune bozze quando entra in scena il secondo tassello del mosaico, impersonato dalla classe, dal carisma, dalla teatralità di Marvin Lee Aday, in arte Meat Loaf, cantante e attore con all’attivo ruoli in alcuni musical.

Meat Loaf e Jim Steinman nel 1977

Le interpretazioni di Meat Loaf fanno scattare una molla a Steinman, che stravolge l’intero progetto abbandonando le intenzioni originarie in favore della realizzazione di un vero e proprio Rock album, dal titolo “Bat out of Hell”. Nonostante la qualità dei brani, i due passeranno un lungo ed estenuante periodo alla ricerca di una casa discografica che accettasse di produrlo, e, solo tramite un sotterfugio, riuscirono a convincere il terzo elemento del team, il chitarrista Todd Roundgren, a produrre il disco.

L’album uscì nell’ottobre del 1977. Non fu un successo immediato. Le sonorità epiche e barocche del disco richiesero del tempo per essere assimilate dall’ascoltatore Pop e Rock a stelle e strisce. La popolarità dell’album è rimasta inalterata nel corso del tempo, divenendo un classico e, secondo alcune fonti, uno dei dieci album più venduti nella storia della musica con oltre 40 milioni di copie vendute.

Una sorta di Opera Rock, un genere in voga all’epoca, come nel caso di “Jesus Christ Superstar”, “Tommy” degli Who, o il musical “Hair” (nella quale aveva recitato lo stesso Meat Loaf a fine anni ’60 nella produzione di Los Angeles).

Il brano più rappresentativo, simbolo dell’album e autentico apice della produzione di Meat Loaf è la lunga titletrack (Bat out of Hell”) posta in apertura del disco, una storia epica che traspone la figura del cavaliere errante della letteratura cavalleresca medievale in un motociclista metallaro che sfreccia nella notte in sella al suo destriero, la sua “silver-black phantom bike”.

L’overture iniziale ci catapulta nel pieno dell’azione: la corsa fiammante di una motocicletta che sfreccia nelle highways americane tra pattern di piano indiavolati e potenti stacchi ritmici, sfocia in un melodico splendido solo di chitarra di Todd Rundgren per poi spegnersi un attimo di respiro. L’eroe contempla la valle innanzi a lui. Con un sottofondo di piano la teatrale voce di Meat Loaf porta in scena figure misteriose e una sensazione di pericolo imminente:

“The sirens are screaming, and the fires are howling
Way down in the valley tonight
There’s a man in the shadows with a gun in his eye
And a blade shining oh so bright
There’s evil in the air and there’s thunder in the sky,
And a killer’s on the bloodshot streets”

La penna di Jim Steinman disegna figure tipiche dell’immaginario americano tutto film d’azione, fumetti e popcorn. Il mito dell’eroe che da cavaliere medievale alla ricerca del Graal diventa il ribelle della società e, in sella alla sua moto, respinge un mondo fatto di convenzioni e facciate. Il fulcro centrale rimane lei, la ragazza amata, in grado di portare la luce laddove vi era solo oscurità:

“Oh, baby you’re the only thing in this whole world
That’s pure and good and right
And wherever you are and wherever you go
There’s always gonna be some light”

A ribadire il passaggio dalle oscure minacce al luminoso pensiero dell’amata, un coro di voci femminili dona sacralità e solennità al crescendo musicale, segno che ogni passaggio musicale è strettamente collegato allo svolgersi dell’azione. Con uno stacco elettrico il tormento del protagonista trasforma le figure minacciose della notte in demoni interiori, una sensazione di vuoto… dove “nothing really rocks, and nothing really rolls“. Un vuoto che solo lei che rappresenta ogni luce e purezza può scacciare, ma solo la notte.

La libertà anelata dal protagonista è anche libertà dalle catene di un amore ordinario e quotidiano. Steinman, amante del buio e della notte tanto che pare che componesse soltanto nelle ore notturne, ribadisce l’importanza che al sorgere del sole ognuno prenderà la propria strada. Esattamente “like a bat out of hell I’ll be gone when the morning comes“, il protagonista vive la notte quasi come un antico vampiro imprigionato in un mondo moderno, ritirandosi dalla luce del giorno, ma pronto a tornare al calare del sole:

“But when the day is done
And the sun goes down
And the moonlight’s shining through
Then like a sinner before the gates of Heaven
I’ll come crawling on back to you”

Sembra la conclusione del brano, ma il rombo di un motore squarcia come un tuono il silenzio della strada. La chitarra di Rundgren imita alla perfezione il ruggito della moto per poi lanciarsi un solo urlato e melodico mentre un piano indiavolato arricchisce lo sfondo con i suoi barocchismi.
Torna il protagonista, in sella al suo destriero che, come un fulmine, sfreccia in strada. I pensieri volgono sempre a lei, e questa distrazione gli sarà fatale.

“And no one’s gonna stop me now, I’m gonna make my escape
But I can’t stop thinking of you,
And I never see the sudden curve until it’s way too late”

Ancora una volta Steinman dirige la musica come fosse un film: ogni sezione strumentale corrisponde a quello che succede nella storia in un trionfo epico e wagneriano. L’esplosione di chitarra e batteria imita lo schianto della moto.

“And the last thing I see is my heart
Still beating still beating
Breaking out of my body
and flying away
Like a bat out of hell”

Il basso imita il pulsare del cuore del protagonista, ormai pronto a volare “like a bat out of hell I’ll be gone when the morning come“. La musica è prepotente fino al gran finale con l’ennesimo urlo di Meatloaf: “Like a bat out of hell“.

Un brano epico, eroico, travestito da teen movie nel quale ogni frammento contribuisce ad arricchire il quadro generale ascolto dopo ascolto. Ogni volta c’è un nuovo dettaglio, un nuovo colore che emerge dalle strade infuocate di quell’America arida e polverosa. E non rimane altro da fare che schiacciare ancora una volta il tasto play per vedere sbucare dalle fiamme il nostro cavaliere in sella alla sua Harley diretto a tutto gas “like a bat out of hell” da lei “the only thing in this whole world that’s pure and good and right“.

Meat Loaf – “Bat Out of Hell”

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Happy Xmas (War is Over): sbattiamo la pace in prima pagina

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Happy Xmas (War is Over) è uno dei brani di Natale più famosi in assoluto ed è nato da un’idea molto attuale: se vuoi promuovere qualcosa, anche un concetto alto e puro come la pace nel mondo, la devi vendere “come fosse sapone”.

I media ci sbattono continuamente la guerra in faccia… ci mettiamo un po’ di pace tanto per cambiare?

John Lennon lo spiega bene: «Marciare andava bene per gli anni Trenta. Oggi bisogna usare metodi diversi. Tutto ruota intorno a una sola cosa: vendere, vendere, vendere. Se vuoi promuovere la pace, devi venderla come se fosse sapone. I media ci sbattono continuamente la guerra in faccia: non soltanto nelle notizie, ma anche nei vecchi film di John Wayne e in qualsiasi altro dannato film; sempre e continuamente guerra, guerra, guerra, uccidere, uccidere, uccidere. Così ci siamo detti: “Mettiamo in prima pagina un po’ di pace, pace, pace, tanto per cambiare… Per ragioni note soltanto a loro, i media riportano quello che dico. E ora sto dicendo “Pace”» (intervista tratta da: Philip Norman, “John Lennon, La Biografia”, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2009)

HAPPY CHRISTMAS FROM JOHN AND YOKO

Nasce da questa idea “Happy Xmas (War is Over)un classico del repertorio delle festività natalizie a firma John Lennon e Yoko Ono. Una canzone composta come forma di protesta contro la guerra in Vietnam, pubblicata come singolo negli Stati Uniti il 6 dicembre del 1971 (in Europa arriverà un anno dopo).

Nel 1971 la guerra la guerra del Vietnam continuava da sedici anni, era passato già un anno dallo scioglimento dei Beatles e due dal matrimonio tra John Lennon e Yoko Ono. L’impegno pacifista di Lennon iniziò durante la loro luna di miele, il 25 marzo 1969 con il “bed-in” nella stanza 1902 dell’Hotel Hilton di Amsterdam. Una forma di protesta pacifica, ma dall’impatto mediatico fortissimo: una delle più celebri proteste nonviolente contro la guerra.

I due sposini avevano svuotato la stanza di tutti i mobili lasciando solo il letto e avevano invitato la stampa mondiale a registrare per 12 ore al giorno la loro protesta contro il Guerra del Vietnam, fino al successivo 31 marzo. John e Yoko rimasero fermi in pigiama per tutto il tempo, sollevando ancor più clamore e curiosità.

Nel Natale dello stesso anno lo slogan “War is overfu utilizzato per una campagna pubblicitaria che coinvolse dodici delle maggiori città del mondo, tra cui Roma, tramite l’affissione di gigantografie che annunciavano «War is over! If you want it. Happy Christmas from John and Yoko».

John Lennon: «Henry Ford aveva capito alla perfezione come si dovessero vendere automobili attraverso la pubblicità. Io attualmente sto occupandomi di vendere pace, e quello che stiamo allestendo io e Yoko non è altro che un’enorme campagna pubblicitaria che ha come scopo la “vendita” della Pace. Può anche far ridere la gente, ma nello stesso tempo la costringe a pensare a quello che stiamo dicendo. È come se in realtà noi fossimo “Coniugi Pace”» (Mark Addams, Lennoniana. Pensieri e parole di John Lennon, Blues Brothers, Milano 2010, p. 122). 

UNA RIVISITAZIONE DELLO STANDARD FOLK “STEWBALL”

Happy Xmas (War is Over) è ancora oggi un brano simbolo di pace che va mescolandosi con l’atmosfera natalizia; indissolubilmente legato a John Lennon, e Yoko Ono, anche se la melodia non è una sua composizione originale, ma è ripresa da uno standard folk dal titolo “Stewball”.

“Stewball” è una vecchia ballata della tradizione americana interpretata a partire dagli anni ’40 da molti artisti folk: da Woody Guthrie, al trio Peter Paul & Mary e gli Hollies. Il testo della canzone è di matrice fiabesca: racconta di un cavallo da corsa che beve sempre troppo vino.

Peter Paul & Mary – “Stewball”

Secondo il musicologo Peter van der Merwe “Stewball” risale ad una antica ballata “The noble Skewball”, rinominata in “Go from My Window” in epoca elisabettiana. Nel corso della storia diventò un canto di lavoro dei neri americani, con il titolo di “Go ‘Way F’om Mah Window” e il suo caratteristico andamento blues.

John Lennon ha mantenuto la melodia di “Stewball” cambiandone completamente il del testo e aggiungendo tipiche sonorità natalizie. “Stewball” si è cosi trasformata in “Happy Xmas (War is Over)”: una sorta di preghiera laica che invoca la pace.

Curioso pensare che anche “Jingle Bells”, altra celebre canzone natalizia, con il Natale non c’entra nulla: nella sua versione originale era un canto da osteria che raccontava di corse con le slitte trainate da cavalli. Ancora cavalli e ancora alcolici, ho raccontato la sua storia qui: La storia di Jingle Bells: come un canto d’osteria è diventato un classico del Natale.

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Hotel California: gli Eagles “Ai confini della realtà”

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Esistono delle regole non scritte quando si impara a suonare uno strumento. Certo, si comincia con le scale da memorizzare, gli accordi, i groove e gli accompagnamenti. Ma, oltre alle basi di teoria e tecnica, ci sono dei passi “obbligati” che variano da strumento a strumento. Credo non esista pianista che non conosca “Per Elisa” e il tema de “L’inno alla gioia” o batterista il 4/4 degli AC/DC (una volta che ne hai imparato uno suoni tutta la discografia, anche se è un’impresa darne il giusto tiro!).

Il chitarrista, soprattutto quello più nostalgico, nella sua strada sicuramente incontrerà “Hotel California”, il capolavoro degli Eagles.

Il brano esce il 22 febbraio del 1977 come singolo, ma è già presente nell’album omonimo pubblicato l’8 dicembre 1976. A quel tempo gli Eagles erano una band di successo di livello internazionale. Dal primo album, pubblicato nel 1972, a “One of these Nights” del 1975 la loro parabola era in costante ascesa, sia in termini di critica che di pubblico.

C’erano ovviamente delle tensioni. L’iniziale Country Rock della band stava pendendo sempre più verso un Rock tout court sollevando alcuni malumori, tanto che il chitarrista Bernie Leadon decise di lasciare la band, insoddisfatto della nuova direzione del gruppo. A sostituirlo fu Joe Walsh, di formazione più tipicamente rock.

La musica di “Hotel California” fu scritta dal chitarrista Don Felder, compositore principale del gruppo, soprattutto per l’aspetto strumentale. Felder era solito registrare una versione “demo” dei brani con un registratore 4 piste, in modo che potessero essere inserite tracce di batteria, chitarra e basso. A questo punto la palla passava a Don Henley e Glenn Frey, che avrebbero lavorato sui testi.

Fin dall’inizio il brano era intrigante con un incedere quasi latin, per dirla come Felder “like a Mexican reggae or Bolero”. Il titolo provvisorio, infatti, fu “Mexican Reggae”

“AI CONFINI DELLA REALTÀ”

Henley ebbe l’idea dell’hotel California come di un simbolo, una riflessione sulla città dei sogni. Centro nevralgico del mercato musicale, discografico, del cinema e dell’arte in generale e dove questi stavano perdendo parte della loro purezza e innocenza. Frey poi pensò di rendere la storia raccontata nel brano simile ad una puntata della serie televisiva di fantascienza “Ai confini della realtà” (The Twilight Zone). Una divisione tra mondo del sogno e mondo reale vaga, misteriosa e appannata.

Il testo, narrato in prima persona, ha per protagonista un viaggiatore che, stanco per il lungo viaggio in autostrada, si ferma in un hotel e viene accolto all’ingresso da una ragazza.

Arrivato in camera comincia a perdere la percezione di cosa sia vero e cosa sia, invece, un sogno. Il protagonista viene risucchiato in questa visione al confine tra incubo e follia e, mentre cerca di scappare, un misterioso personaggio (il “nightman”)  gli dice:

Relax, said the nightman, we are programmed to receive. You can check-out any time you like but you can never leave!

Rilassati – disse il portiere di notte – qui siamo programmati per accogliere. Puoi lasciare la stanza e pagare quando vuoi, ma non potrai mai andartene.

Il testo ricorda molto quello de “La donna, il sogno e il grande incubo” degli 883 (o meglio, viceversa). Le interpretazioni, nel corso degli anni, sono state le più disparate. Dalla metafora sulla dipendenza da alcool e droga all’allegoria del manicomio Camarillo, in California, alla immancabile interpretazione “satanica”. 

Quello menzionato nel brano sarebbe infatti l’hotel acquistato dal satanista americano Anton LaVey, fondatore della “Chiesa di Satana”, e il verso che lo proverebbe è: “They stab it with their steely knives, but they just can’t kill the beast” (L’hanno pugnalato con i loro coltelli d’acciaio, ma non riuscirono ad uccidere la bestia). Alcuni pensano addirittura che nella foto all’interno del vinile dell’album sia presente LaVey affacciato ad una finestra.

L’edificio in realtà è il Beverly Hills Hotel, conosciuto anche come Pink Palace, costruito nel 1912 e situato al 9641 di Sunset Boulevard, a Los Angeles.

La registrazione fu travagliata da ostacoli e complicazioni. Inizialmente la band incise il brano in una tonalità troppo alta per la voce di Hensley. Risolta la questione, la seconda esecuzione fu ritenuta troppo veloce. Per la registrazione finale fu eseguito un lavoro complesso di editing per far suonare al meglio il brano, ma ne valse la pena. Come se non bastasse, nello studio adiacente i Black Sabbath stavano registrando il loro settimo album (“Technical Ectasy”) a volume talmente elevato da sovrastare anche lo studio degli Eagles. Dovettero aspettare che Iommi e soci completassero le loro take per poter mettersi all’opera. 

“Hotel California” è iconica anche per l’assolo di chitarra, uno scambio con duetto finale tra Joe Walsh e Don Felder, che dovettero provare assieme tre giorni per trovare la giusta intesa e precisione.

Una volta pubblicato, il brano divenne un successo clamoroso, il capolavoro della band che, da lì in avanti, verrà sempre identificata con “Hotel California”. L’incredibile fortuna della band fu un’arma a doppio taglio: il trionfo nelle classifiche mondiali portò il gruppo ad una totale crisi creativa, tensioni, abbandoni e ad un veloce decadimento e scioglimento (poi rattoppato da una reunion a metà anni ’90).

L’eco di “Hotel California” non è mai passato, la cultura di massa brama ancora di essere accompagnata in quel luogo misterioso, pericoloso, ma dal fascino irresistibile; di perdersi tra i corridoi e le stanze di un passato mitico e leggendario evocato da questa canzone ormai iconica.

Eagles “Hotel California” (Live At The Capital Centre, 1977)
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E se Spotify costasse 15 euro all’ora?

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Se Spotify costasse 15 euro l’ora… sarebbe una follia! È qualcosa di impensabile, anche ragionando per assurde ipotesi. Chi mai pagherebbe questa cifra per un’ora di musica? Oggi Spotify con un abbonamento di 9,90 euro al mese dà accesso illimitato a quasi tutta la musica esistente. Massima resa, minima spesa.

Chi pagherebbe 15 euro per 1 ora di musica?

Ad esempio, qualche giorno fa è stato pubblicato l’ultimo album degli Helloween (nota band Power Metal di Amburgo attiva dal 1983, un genere di nicchia e non così commerciale). Il disco lo si può ascoltare in tutte le piattaforme di streaming, volendo anche gratis ed in maniera totalmente legale, in cambio di un po’ di pubblicità ogni tanto. Per i più nostalgici o i collezionisti si può acquistare in formato fisico al costo di 16,99 euro per la versione base.

PRIMA DELLO STREAMING: LA PREISTORIA

Una volta c’erano i CD (e prima ancora le musicassette e prima ancora i vinili) e costavano. Costavano anche tanto. Ad esempio, una ristampa del primo CD degli Helloween “Walls of Jericho” (pubblicato nel 1987) nel 1998 veniva venduta a 38.900 lire.

Per ascoltare un CD, più o meno 45 minuti di musica, bisognava recarsi in un negozio di dischi e pagarlo. Era un altro mondo, un’altra era.

Poi tutto è cambiato e oggi la musica si ascolta gratis, ovunque, facilmente e legalmente. Senza dover mettere mano al portafoglio, rompere il porcellino dei risparmi e dover scegliere dolorosamente quale disco comprare e quale no. Ecco l’importanza che aveva allora leggere pagine e pagine di recensioni, seguire i programmi preferiti alla radio o nella giurassica MTV per cercare di compiere la scelta giusta.

Una volta la musica costava, circa 15 euro l’ora.

Per avere musica gratis c’erano poche soluzioni. La modalità legale: riuscire a farsi prestare il cd/musicassetta/vinile da un amico; la modalità illegale: duplicare il cd/musicassetta/vinile dell’amico; la modalità paziente e parzialmente illegale: ascoltare ore di radio in attesa che venisse trasmessa la canzone desiderata e registrarla. L’upgrade poi fu registrare i videoclip trasmessi da MTV (YouTube era ancora più in là della fantascienza allora). E poi arrivò Napster e il mondo cambiò per sempre.

È PIÙ IMPORTANTE ASCOLTARE CHE ACQUISTARE

Oggi siamo abituati ad avere tutta la musica del mondo gratis (o a 9,99 euro al mese) e non si torna indietro. È una conquista, una ricchezza senza pari poter ascoltare in qualsiasi momento qualsiasi cosa desideriamo. Ascoltiamo molta più musica, tantissima, senza doverci preoccupare delle nostre finanze. Anche solo per curiosità: per essere sicuri che proprio non è di nostro gradimento oppure, al contrario, scoprendo artisti su cui mai avremmo investito dei soldi per comprare un loro disco.

Una lunga evoluzione che ha portato l’atto di ascoltare musica ad essere più importante dell’atto di acquistare musica. Un futuro che sembra riportare la musica alla sua primitiva essenza: un tempo lontanissimo in cui non esistevano mezzi di riproduzione e la musica si poteva ascoltare soltanto nell’istante in cui veniva suonata; esisteva nel momento in cui veniva creata.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. Hanno portato ad un allargamento esponenziale del pubblico, all’industrializzazione del consumo, all’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

I numeri che contano oggi sono quelli delle visualizzazioni ottenute. Da diverso tempo non si sente più parlare di “tot” copie vendute di un disco, ma il vanto principale degli artisti è screenshottare il traguardo dei primi posti sulle varie piattaforme d’ascolto. Numeri da capogiro che però non rispecchiano i guadagni ottenuti dai musicisti, che sono in realtà molto bassi.

Nemmeno questa è una novità. Da quando l’ascolto è diventato un atto più importante dell’acquisto l’intero mercato si è impoverito. Non tanto i grandi nomi internazionali, che comunque hanno dovuto adeguarsi a questo cambiamento, ma musicisti ed etichette con poche centinaia di migliaia di fan che un tempo guadagnavano dalla vendita dei dischi. “Lo dicono i numeri: lo streaming funziona solo per l’1% degli artisti” titolava Rolling Stones qualche mese fa in un articolo in cui racconta come oggi i Big si spartiscono quasi tutta la torta, mentre il 99% di band e cantanti annaspa e non riesce ad emergere.

LA MUSICA È COME L’OSSIGENO

Ascoltare musica oggi è uno svago, uno svago che ormai si pretende sia gratuito. È scontato poter ascoltare in qualsiasi momento quello che si vuole e senza pagare.

La musica è come l’ossigeno: è ovunque, è gratis e non ne possiamo fare a meno. Come l’ossigeno anche la musica è diventata invisibile (ne ho parlato qui: La musica è diventata invisibile), ma riusciamo ancora a comprenderne davvero il suo valore?


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La storia del Rock in una canzone

Era il 1979 quando Neil Young pubblicò “Rust Never Sleeps”, la ruggine non dorme mai. Un titolo che già sa di leggenda per un disco che si apre con il brano My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue): in pochi versi Neil Young riassume la storia del Rock, la sua filosofia e il suo futuro.

“The King” is gone but he’s not forgotten
This is the story of a Johnny Rotten
It’s better to burn out than fade away
“The King” is gone but he’s not forgotten
.


ROCK AND ROLL IS HERE TO STAY

Siamo alla fine degli anni ’70 e il Rock ha alle spalle un glorioso passato, ha radici ben salde, ma il tempo passa inesorabilmente con il rischio di arrivare alla “corrosione” artistica. Non per il Rock, non per la vera essenza del Rock, per la sua energia primitiva che sta alla sua base ed è la sua salvezza. Il Rock è come la ruggine e “non dorme mai”.

My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) che apre la prima facciata del disco, viene riproposta in versione elettrica alla fine, con il titolo cambiato in My, My, Hey, Hey (Into The Black) e il testo leggermente modificato. Neil Young voleva sparare in faccia all’ascoltatore tutta l’energia debordante del Rock a volumi assordanti. Nel mondo del Rock se devi dire qualcosa devi dirlo forte, potente e devi dirlo presto.

“THE KING” IS GONE BUT HE’S NOT FORGOTTEN

A Neil Young l’ispirazione per questo brano arrivò sull’onda emotiva della morte di Elvis Presley avvenuta due anni prima, 16 agosto 1977. È il lui “il Re” che se ne è andato, ma che non potrà mai essere dimenticato, come canta nel verso “The King” is gone but he’s not forgotten. La storia del Rock nasce con lui: tutto cominciò da Elvis Presley che si agitava selvaggiamente scuotendo il bacino a ritmo indiavolato.

Erano gli anni Cinquanta ed Elvis svegliò l’America del Dopo Guerra. Era ribelle, irriverente, spudorato e il Rock divenne la colonna sonora di una generazione e di trasformazioni sociali che sono arrivate fino ad oggi.

La nascita del Rock’n’Roll fu la risposta diretta alla nascita di un nuovo soggetto sociale: i giovani. Oggi siamo abituati a considerare i giovani come un mondo con gusti e comportamenti propri, ma prima di allora non era così. Prima della metà degli anni Cinquanta ai giovani non era riconosciuta autonomia culturale e per la prima volta in assoluto nella storia nacque una musica rivolta esclusivamente a loro: ne rivendicava una propria identità, in conflitto con il resto della società.

Stanchi delle consuetudini e con un grande desiderio di libertà, i giovani cominciarono a stabilire proprie regole nell’abbigliamento, nei comportamenti, nelle relazioni sociali e nella musica. Iniziano a scegliere una musica in grado di esprimere i loro desideri. Il Rock’n’Roll nasce dal conservatorismo della Country Music e l’energia ribelle del Rhythm’n’Blues: incarnava l’ambivalenza che sentivano i giovani di allora, divisi tra un distaccamento dal modello parentale conformista e la sfiducia nei simboli del benessere.

I giovani diventano un soggetto sociale ben definito e soprattutto un nuovo soggetto economico da intercettare. L’interesse dei pubblicitari puntò presto verso questa nuova fascia di popolazione in grado, molto più che in passato, di spendere e consumare.

THIS IS THE STORY OF A JOHNNY ROTTEN

Anche se “la ruggine non dorme mai” di acqua sotto i ponti del Rock ne è passata tanta. Con Neil Young e My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) siamo nel 1979, siamo nel momento della storia in cui arriva il Punk a dare uno scossone allo star system del Rock.

“No future” cantavano i Sex Pistols. Nessun futuro, nessuna speranza. Mentre il 16 agosto 1977 Elvis, il Re, si spegneva nella sua dorata Graceland, in Inghilterra esplodeva il Punk. Johnny Rotten, il leader dei Sex Pistols, con tutta la sua carica nichilista e ribelle, faceva a pezzi il mondo di lustrini e paillette che il Rock non era riuscito a distruggere.

Il Punk è il Rock’n’Roll di una generazione senza sogni e senza speranze, che non vede la possibilità di un futuro migliore e prova a cantare la propria rabbia mettendo da parte le buone maniere, scardinando le regole dello show-business.

Con Woodstock e la fine degli anni Settanta era finita l’era d’oro del Rock. Chiusa la fucina dei grandi ideali e delle rivoluzioni, arrivò l’industria discografica con il chiaro obiettivo di capitalizzare il Rock. Il Rock degli anni Settanta con la sua forza comunicativa era riuscito ad abbattere molti muri e si era conquistato un posto di primo piano nel panorama culturale e dello spettacolo. Celebrava il suo trionfo cambiando pelle ed entrando a patti con la cultura di massa.

IT’S BETTER TO BURN OUT THAN TO FADE AWAY

Neil Young canta di uno spirito ribelle che nonostante tutto non si arrugginisce, canta il timore di un conservatorismo artistico da cui è possibile salvarsi mantenendo viva l’energia primitiva del Rock. E curiosamente My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) è entrata nella leggenda della storia del Rock anche perché è legata a filo doppio ad un gruppo ed un genere musicale che per molti ha ucciso il Rock: il Grunge dei Nirvana.

Elvis inizia la sua carriera nel 1954 e 40 anni dopo nell’aprile del 1994 Kurt Cobain, leader dei Nirvana, si suicidò. Nella lettera d’addio scritta poco prima di togliersi la vita e trovata accanto al suo corpo, Cobain cita esplicitamente un verso di questa canzone:

Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, come l’etica dell’indipendenza e della comunità si sono rivelati esatti. Non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. (…) A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco (…) e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. (“It’s better to burn out than to fade away”)

Ma il Rock è imprevedibile: nel corso della sua storia sono nati tantissimi generi e sottogeneri, dai più commerciali ai più estremi. Cambia pelle, si evolve e il suo spirito ribelle non morirà mai perché, come canta Neil Young: la ruggine non dorme mai.

Rock and roll can never die
There’s more to the picture
Than meets the eye

My my, hey hey
Rock and roll is here to stay
It’s better to burn out than to fade away
My my, hey hey

Out of the blue and into the black
You pay for this, but they give you that
And once you’re gone, you can’t come back
When you’re out of the blue and into the black.

The king is gone but he’s not forgotten
Is this the story of Johnny rotten?
It’s better to burn out than it is to rust
The king is gone but he’s not forgotten.

Hey hey, my my
Rock and roll can never die
There’s more to the picture
Than meets the eye.
Hey hey, my my.

Bibliografia:
Ernesto Assante e Gino Castaldo “Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano”, Einaudi, 2004.

disCover

Louie Louie: come incisioni sbagliate e indagini dell’FBI creano un classico

Non si sa bene come mai alcune canzoni diventino dei classici, dei punti di riferimento o meglio degli standard. Siamo abituati a vivere l’effetto tormentone dai tempi del Festivalbar e poi con Sanremo o un Disco per l’Estate.

Cos’hanno questi brani di speciale rispetto ad altri che sembrano di pari valore ed efficacia? Questione di alchimia tra voce e strumenti? Una formula segreta nella costruzione delle canzoni? O semplice fortuna ed il classico “essere al posto giusto nel momento giusto”?

Alcuni brani diventano così popolari ed eseguiti da così tanti artisti che si fatica a trovare la prima incisione e, come con un filo di Arianna musicale, bisogna orientarsi nel labirinto alla ricerca della prima e originale esecuzione. Il titolo del brano “Louie Louie” potrebbe non dirvi niente. Se però provate a cercarlo su Youtube o Spotify e premere il play alla prima versione che trovate probabilmente un lampo di comprensione vi si accenderà negli occhi. 

Si dice che di “Louie Louie” ne siano state registrate più di 1500 versioni diverse dagli artisti più disparati: da Bob Dylan ai Beach Boys, da David Bowie a Lou Reed, fino a versioni più “estreme” ad opera dei Led Zeppelin o dei Motorhead. Frank Zappa ne userà il giro di accordi per tutta la carriera come intermezzo dove parlare, interagire con il pubblico, portare scompiglio nel perbenismo della società americana. La lista è sterminata: si dice addirittura che una radio californiana ne abbia passato diverse versioni per 63 ore consecutive senza mai che se ne ripetesse una.


Qual è la storia di questo pezzo?

La versione attuale di “Louie Louie” rispecchia quasi le antiche storie tramandate oralmente, nelle quali ogni nuovo “narratore” aggiungeva un dettaglio personale, qualcosa che prima non c’era ma che sarà poi preso come “vero” dal “narratore” successivo. E così via per generazioni, portando la vicenda a trasformarsi nel corso degli anni, a crescere e in parte a perdere il proprio messaggio originale o a modificarlo a seconda delle epoche e delle culture.

L’autore è Richard Berry, ispirato, anche molto pesantemente, dal riff di un altro brano: “El loco Cha cha” di René Touzet.

René Touzet “El loco Cha cha”


Anche l’arrangiamento e il testo si rifanno ad una moda dell’epoca, debitrice allo stile “Calypso”, un genere musicale appartenente alla cultura afroamericana delle isole dei Caraibi. Uno stile denso di rancori sociali e politici di protesta da parte degli schiavi, i cosiddetti “calypsos” tanto che le autorità interverranno spesso censurando queste musiche.

La situazione cambierà con l’album di Harry Belafonte del 1956, chiamato appunto “Calypso”, contenente la hit famosissima “Banana Boat Song“. L’addolcimento delle tematiche di protesta porterà il disco a un successo mondiale e lancerà una vera e propria moda per l’esotismo caraibico.

Tematiche calypso erano già state utilizzata dalla vecchia volpe di Chuck Berry con “Havana Moon“, Richard Berry con “Louie Louie” semplicemente si inserisce nella scia di questa tendenza.

Richard Berry “Louie Louie” (1957)


Il testo parla di un marinaio che è da tre giorni in viaggio su una nave in Giamaica e non vede l’ora di tornare a casa dalla sua Louie che lo sta aspettando. Nel 1957 “Louie Louie” di Richard Berry viene pubblicata come B-side, ennesima dimostrazione di come alcuni riempitivi spesso non sono quello che sembrano (“Paranoid” e “Smoke on the Water” insegnano) e avrà un buon successo tanto da essere ripubblicato come singolo. Le vendite di questa riedizione però saranno deludenti, convincendo, un paio d’anni dopo, l’autore a cederne i diritti all’etichetta Flip Records.

La storia di “Louie Louie” ovviamente non finisce qui. Il brano verrà ritrovato casualmente da Rockin’ Robin Roberts che ne 1960 la coverizzerà (con qualche lieve aggiunta al testo) ottenendo un discreto successo, soprattutto nella scena di Seattle.

Rockin’ Robin Roberts “Louie Louie” (1960)


Proprio questa cover sarà da ispirazione per la versione più famosa di “Louie Louie”, ad opera dei The Kingsmen, una band emergente di Portland, nell’Oregon. Il gruppo diede al pezzo una leggera spinta Rock’n’Roll eliminando l’arrangiamento Doo-Wop della “versione originale” e registrandola in maniera un po’ pasticciata. Sono presenti alcuni cambiamenti nel ritmo, anche un piccolo errore con un attacco sbagliato alla fine dell’assolo di chitarra, mentre la voce cantilenante del leader della band, Jack Ely, forse per abuso di stupefacenti o comunque per motivi non ancora chiariti, rende praticamente incomprensibile il testo.

Kingsmen “Louie Louie” (1963)


Nonostante il testo non presentasse alcun contenuto osceno, la pronuncia biascicata dei Kingsmen porterà gli ascoltatori a chiedersi quali fossero le vere parole del testo, gli adolescenti scrivevano e facevano girare tra amici quello che secondo loro era il vero significato del brano. Ovviamente questo mistero porterà le autorità americane all’intervento per censurare il brano. L’FBI istituì addirittura un’indagine e, nonostante i 31 mesi di ricerche e investigazioni, tutto si concluse con la motivazione che non erano stati capaci di interpretare nessuna delle parole del testo. 

Inizialmente la versione dei Kingsmen non ottenne un grande successo. Le cose cambiarono quando fu scelta come “peggior incisione della settimana” in un programma radiofonico di Boston. Una sorta di “effetto trash” in versione anni ’60. Il brano ebbe un successo inaspettato tanto da sbaragliare il competitor, Paul Revere & the Raiders, che aveva proposto la propria versione di “Louie Louie” nello stesso periodo con addirittura una promozione maggiore.

Da allora il brano non si è più fermato e l’11 aprile, il compleanno di Richard Berry, viene celebrato come l’International Louie Louie Day.

Motörhead “Louie Louie” (1978)
logica musica

Eddie Vedder, John Lennon e una stella cadente

In ogni epoca fare musica e ascoltare musica può essere considerato come un collante di gruppo: nei campi di cotone, nelle risaie, nelle marce degli alpini, a Woodstock, ai concerti dei Beatles, nei rave: la musica è il collante di un’identità.

Ascoltare, ballare o suonare un certo tipo di musica è un modo per affermare la propria identità e sentirsi parte di una collettività. I concerti possono essere visti come dei grandi rituali collettivi: migliaia di persone unite dalla musica. Si canta, ci si emoziona, si balla; uno scambio fatto di sudore, passione, movimento e adrenalina.

Cosa succede quando l’energia di migliaia, anche decine di migliaia, di spettatori viene convogliata dalle stesse onde sonore e veicolata dalla stessa vibrazione?

«Succede che persino il cielo si commuove e gioisce con te» risponde Paola Maugeri nel suo libro “Resilienza” raccontando di un concerto magico, quello di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, al Firenze Rocks del 2017.

Scenografia intimista perfetta, migliaia di persone pronte a un avvenimento speciale: il più grande concerto della sua carriera solista. (…) Un viaggio musicale intimo attraverso i pezzi più conosciuti dei Pearl Jam, quelli più toccanti dei suoi album solisti e alcune canzoni tra le più rappresentative che hanno trasformato la Visarno Arena in un amabile salotto sotto il cielo stellato.

In quell’atmosfera quai intimista, Eddie Vedder ha dedicato un bellissimo pensiero a John Lennon, sottolineando quanto “Imagine” sia stato un pezzo visionario, ma allo stesso tempo anche profondamente realista, e auspicando che il mondo vada nella direzione anelata dal geniale musicista di Liverpool.

Ed ecco che la vicinanza, la condivisione, l’afflato per un mondo migliore hanno creato un piccolo grande miracolo: sulle note finali di “Imagine” una magnifica stella cadente ha percorso luminosa il cielo facendo palpitare all’unisono i cuori di più di 50.000 esseri umani che, con il naso all’insù, si chiedevano a chi si doveva il piacere di quella perfetta sincronicità.

Nei giorni seguenti centinaia di messaggi increduli sono arrivati sui miei social: si trattava davvero di una stella cadente o di una trovata scenografica di altissimo livello? Era troppo bella e luminosa per essere vera, e com’era possibile che avesse lasciato la sua scia proprio sulle note di “Imagine”?

All’inizio pensavo si trattasse solo di battute scherzose, ma poi ho capito che in moltissimi avevano davvero pensato a una trovata della produzione.

Ebbene, temo che ormai siamo così abituati a vedere il mondo attraverso gli schermi di un telefonino da non sapere più riconoscere la realtà quando si palesa in tutta la sua bellezza e imprevedibilità, tanto da pensare che si tratti di finzione.

Quella stella cadente era vera!

Sì, vera!

Mandata dal cielo per ricordarci cosa può succedere quando ci lasciando andare alla bellezza della musica! Quando le note, i corpi e i volti parlando di pace e di libertà, non esistono più barriere, sovrastrutture, ipocrisie e ci sentiamo talmente liberi da godere appieno dell’amore universale che la musica può donarci. Amore per noi stessi, per gli altri e per il solo fatto di essere vivi!


da Paola Maugeri “Resilienza. Come la musica insegna a stare al mondo” ed. Pickwick, 2019 (pp. 207-211)


You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one…”

Eddie Vedder “Imagine” (live, Firenze Rocks 2017)
(si vede anche la stella cadente, ultimi secondi del video a fine canzone)

disCover

E se “Smoke on the Water” fosse un plagio?

Siamo al cospetto di una canzone entrata nel mito e nella leggenda. Uno dei pilastri imprescindibili della storia del Rock che davvero tutti conoscono: è impossibile non averne mai sentito parlare e non averla ascoltata almeno una volta.

“Smoke on the Water” dei Deep Purple è una leggenda, simbolo dell’Hard Rock anni ’70 e oggi un grande classico, si dice sia il primo pezzo che i musicisti Rock imparano a suonare. Sulla sua storia è stato scritto così tanto da poter riempire una biblioteca intera. La storia di una leggenda non può che nascere in un luogo leggendario, a Montreux in Svizzera (ne ho parlato anche qui: Under Pressure: un giro di basso dimenticato, copiato e conteso), durante un altro evento leggendario: il concerto di Frank Zappa & the Mothers of Invention.

Era il 4 dicembre 1971, i Deep Purple erano lì per registrare l’album “Machine Head” e avevano preso in affitto dai Rolling Stones il loro studio di registrazione mobile, il Rolling Stones Mobile Studios. Al Casinò di Montreux durante il concerto di Zappa scoppiò un incendio, il fuoco distrusse tutto molto rapidamente, attrezzatura della band compresa, per fortuna non ci furono feriti gravi, ma le fiamme e il fumo denso aleggiavano sopra il lago di Lemano (spesso chiamato anche “lago di Ginevra”). “Smoke on the Water” racconta proprio questo episodio, fu registrata pochi giorni dopo e inserita nell’album… il resto è storia.

We all came out to Montreux
On the Lake Geneva shoreline
To make records with a mobile
We didn’t have much time
Frank Zappa and the Mothers
Were at the best place around
But some stupid with a flare gun
Burned the place to the ground

Smoke on the water, fire in the sky

Le prime note di “Smoke on the Water” sono forse il riff più famoso del Rock. Un giro di chitarra in cui il chitarrista dei Deep Purple, Ritchie Blackmore, non sfoggia particolare tecnica, non è difficile da eseguire. È una melodia in scala blues a quattro note in Sol minore, a questo tema centrale si aggiungono poi batteria e basso elettrico, ma è di grande e forte impatto tanto che è passato alla storia ed è considerato da molti anche il miglior riff di sempre.

Deep Purple “Smoke On The Water” 1972 (Official Film Clip)


Il giro di chitarra di “Smoke on the Water” è storico, immortale, il marchio di fabbrica dei Deep Purple e un pezzo di storia. E proprio su questo monumento della musica il critico musicale brasiliano Regis Tadeu nel 2019 ha sganciato una bomba: potrebbe trattarsi di un plagio.

In un video sul suo canale YouTube (lo potete trovare cliccando qui) ha evidenziato come assomigli moltissimo ad una canzone del compositore brasiliano Carlinhos Lyra intitolata “Maria Moita” e pubblicata nel 1964.

Carlinhos Lyra non ha mai fatto causa ai Deep Purple e di questo possibile plagio non si è mai parlato, ma un legame tra i due ci potrebbe essere: l’organizzatore del Montreux Jazz Festival, Claude Nobs, era un grande fan della bossa nova, nonché amico personale dei Deep Purple.
Ascoltare per credere:

Carlinhos Lyra “Maria Moita” (1964)


Molto probabilmente non si tratta di un plagio, ma di assonanze che possono casualmente palesarsi, simili, in brani poi totalmente diversi. Ritchie Blackmore ha parlato diverse volte di come sia nato questo riff e sia stato ispirato addirittura dalla Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven. Le famosissime note iniziali di “Smoke on the Water” sarebbero in realtà la melodia iniziale in chiave Hard Rock della Quinta di Beethoven, ma suonata al contrario, invertita.

È un’interpretazione della sua inversione. La giri e la suoni dalla fine all’inizio. In realtà è la Quinta di Beethoven. Quindi gli devo un sacco di soldi.

Ritchie Blackmore
logica

Le regole per una canzone di successo, ma è davvero così?

Per creare una canzone di successo le ricette sono diverse, in rete oggi si trovano tantissimi consigli sulle regole da seguire e solitamente si parte da alcune certezze di base: una intro sotto i 10 secondi (la fase più importante, quella che cattura l’attenzione), strofe brevi, ritornello catchy che deve arrivare entro i 30 secondi e poi ripetuto più volte nel corso del pezzo, bridge breve seguito dalla chiusura del brano e una durata complessiva di 3 minuti circa.

La durata è uno dei parametri centrali, una canzone ha delle esigenze commerciali da rispettare: la maggior parte delle programmazioni radiofoniche richiedono una durata compresa tra i 3 e i 4 minuti.

Il motivo della scelta di questo minutaggio canonico è legato a esigenze tecnologiche di inizio ‘900, quando sui primi dischi in commercio non poteva essere registrata più di 3 minuti di musica per lato. Le cose cambiarono negli anni ’60 con la diffusione degli LP che potevano contenere anche una decina di minuti per lato, poi i problemi si sono risolti fino ad arrivare all’avvento delle musicassette e dei CD.

La musica digitale che non soffre di queste limitazioni ha nuovamente cambiato le cose, accorciandole. Uno studio sui brani musicali entrati nella classifica Billboard Hot 100, la più citata per la musica Pop internazionale, ha evidenziato tra il 2013 e il 2018 un abbassamento della durata delle canzoni: da 3 minuti e 50 secondi ad una media di 3 minuti e 30 secondi.

Questo abbassamento della durata sembra essere stato causato dai nuovi servizi d’ascolto in streaming, ormai il mezzo più utilizzato per ascoltare musica, che attuano precise regole per la distribuzione dei guadagni agli artisti. I servizi in streaming considerano “riprodotta” una canzone quando l’ascoltatore supera una durata minima di secondi, di solito 30 circa. Quindi per case discografiche e artisti risulta più remunerativo l’ascolto di più brani di breve durata che pochi, ma lunghi. Ovvero: per un totale di 15 minuti di ascolto si guadagna di più se si tratta di 5 canzoni da 3 minuti che 3 canzoni da 5 minuti.

Oltre ai freddi calcoli commerciali, altre cause si possono trovare nell’abbassamento della soglia d’attenzione degli ascoltatori, nella musica vissuta come un “mordi e fuggi” di hit del momento che si susseguono l’una all’altra e che forse non si ascoltano nemmeno mai per l’intera durata.

Ogni regola però, si sa, ha le sue eccezioni e così scopriamo che la canzone più ascoltata in assoluto tra quelle composte nel XX secolo con oltre 2 miliardi di ascolti sulle varie piattaforme streaming è “Bohemian Rhapsody” dei Queen con i suoi 5 minuti e 55 secondi. Vertice del capolavoro “A Night alt the Opera” del 1975 e una delle migliori canzoni Rock di sempre per la sua geniale commistione di hard rock, ballad e opera.

Queen “Bohemian Rhapsody” (1975)


“Bohemian Rhapsody” è la canzone più ascoltata in streaming eppure non segue affatto le regole canoniche per il successo commerciale. I Queen per questo si sono visti sbattere la porta in faccia quando l’hanno proposta al lungimirante manager della Emi che la riteneva «troppo lunga, nessuna radio trasmetterà mai una canzone di sei minuti».

Ci dicevano che era troppo lunga e non avrebbe funzionato, ma abbiamo detto di no. O i sei minuti o niente.

Roger Taylor

Le cose cambiarono quando un dj amico di Freddie Mercury, Kenny Everett, la fece trasmettere fino a 14 volte in due giorni, ininterrottamente. Fu un tale successo che l’etichetta fu “costretta” a pubblicarlo come singolo e svettò subito in classifica fino a diventare forse il brano più famoso dei Queen e una delle pietre miliari del Rock.

Di esempi ne possiamo trovare molti altri, come “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin con i suoi 8 minuti e 2 secondi di durata o “November Rain” dei Guns’n’Roses di 8 minuti e 57 secondi. Due canzoni che non hanno bisogno di presentazioni, altre due pietre miliari del Rock, universalmente note e immortali che però non seguono le classiche strutture strofa/ritornello delle hit radiofoniche. Non hanno neppure un vero e proprio ritornello!

Per non parlare nel genere Progressive, più di nicchia, ma che ha prodotto “lunghissimi” capolavori come “Close to the Edge” degli Yes, “2112” dei Rush e “Change of Seasons” dei Dream Theater.

Sono solo eccezioni, casi fortunati, o forse alle volte si sottovaluta la capacità di giudizio del pubblico? Oggi la regola è cercare a tutti costi il tormentone, creare una canzone semplice, facile da memorizzare, seguendo precise regole di sicuro impatto perché “questo è quello che piace al pubblico”. Ma è davvero così?

Led Zeppelin “Stairway to Heaven” (1971)