Browsing Tag

rock

disCover

“Cocaine” è contro la droga e non è di Eric Clapton

Nel mondo della musica ci sono personaggi importanti, soprattutto autori, che rimangono nell’ombra, nomi cult per molti musicisti e appassionati, ma sconosciuti al grande pubblico. È il caso, ad esempio, di JJ Cale; chitarrista dell’Oklahoma che negli anni ’50 e ’60 aveva sviluppato insieme ad altri il cosiddetto “Tulsa Sound” un genere che mischiava blues, country, jazz e rockabilly.

JJ Cale è stato un maestro per tanti musicisti come Mark Knopfler, Neil Young, Eric Clapton, ma le sue canzoni più conosciute sono state portate al successo da altri come “After MidnighteCocaine”. Due hit portate al successo da Eric Clapton, legato a JJ Cale da una grande amicizia, poi i due nel 2006 incideranno insieme l’album “Road To Escondido.

Mandatemi i soldi – ha detto una volta JJ Cale – e lasciate la fama ai più giovani.

JJ Cale uscì dall’anonimato grazie ad Eric Clapton, che nel 1970 inserì nel suo primo album solista After Midnight. Fu il primo singolo della carriera solista di Clapton e fino a quel momento era una demo di JJ Cale che non aveva ottenuto successo.

JJ Cale – “Cocaine” (1976)


E fu così che anni dopo, nel 1977, quando Clapton stava ultimando il suo album “Slowhand” prese un altro pezzo di JJ Cale, “Cocaine” pubblicato per la prima volta nel 1976 nell’album “Troubadour” e che passò inosservata. La versione di Clapton divenne una hit mondiale, “Slowhand” fu il suo album di maggior successo con milioni di copie vendute in tutto il mondo; Cocaine è tra i pezzi più famosi di Mr Slowhand, (nomignolo datogli agli inizi della sua carriera a causa della sua lentezza nel sostituire le corde della chitarra) e oggi un grande classico del Rock.

La versione di Clapton è più veloce rispetto all’originale e mette maggiormente in risalto le sonorità rock-blues rispetto a quelle vagamente jazz di JJ Cale. È uno dei pezzi più amati dai suoi fan e l’autore originale è stato per molti dimenticato, anzi, visti i problemi di tossicodipendenza di Clapton, era lecito pensare si trattasse di un brano autobiografico.

Eric Clapton “Cocaine” (1977)


Il testo è stato letto con un incitamento all’uso di cocaina e la traccia fu molto criticata e addirittura censurata e tolta dall’album nelle versioni del disco distribuite in Argentina. In realtà, come spiegò in seguito Eric Clapton, era una canzone contro la droga senza moralismi, puntava ad evidenziare gli effetti causati dalla cocaina sperando di ottenere un risultato più efficace:

Non è una buona cosa scrivere una canzone che sia chiaramente contro la droga e poi semplicemente sperare che faccia presa sulla gente. L’unico risultato che si otterrà, in questo modo, sarà di innervosirla. La cosa migliore è offrire alle persone un testo ambiguo, il cui vero messaggio possa essere scoperto attraverso una lettura più attenta e approfondita dei versi. L’ascoltatore rimane colpito dal ritornello “She don’t lie, she don’t lie, cocaine” (“La cocaina non mente”), ma il testo dice anche “If you wanna get down, down on the ground, cocaine” (“Se vuoi stramazzare al suolo, cocaina”). È triste vedere che i giovani distruggono le vite con le droghe. Odio riascoltare i miei vecchi dischi in cui ero fatto o ubriaco” – Eric Clapton

da un’intervista rilasciata al magazine tedesco “Stern” nel 1998 e tratta dal libro “1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita” di Ezio Guaitamacchi

In seguito Eric Clapton apportò anche una modifica al testo di JJ Cale aggiungendo il verso: “That dirty cocaine” (“Quella sporca cocaina”). Clapton poi ce l’ha fatta, dalla dipendenza da droga e alcool ne è uscito, e nel 1998 ha aperto un centro di riabilitazione per tossicodipendenti, il “Crossroads Center”, vicino alla sua abitazione ad Antigua, nei Caraibi.

Eric Clapton e J J Cale – “Cocaine” (live, San Diego 2007)
disCover

L’enigma di “All Along the Watchtower”

“All Along the Watchtower” è una delle canzoni più note di Jimi Hendrix, anche se è nata dal genio di Bob Dylan; due grandi e immortali nomi incisi nella storia della musica.

A scriverla è stato Bob Dylan, pubblicata nel 1967 nell’album “John Wesley Harding”. Era il primo lavoro dopo l’incidente in moto che lo aveva costretto ad una lunga pausa. Un nuovo inizio di carriera che lo ha visto tornare alla ruvida essenzialità acustica degli esordi: solo chitarra, armonica e voce.

A renderla immortale è stato Jimi Hendrix, con una cover psichedelica talmente potente e incendiaria da offuscare l’originale di Dylan. Uscita nell’album “Electric Ladyland” (1968), “All Along the Watchtower” di Hendrix si piazzò in vetta alle classifiche, inaspettatamente, vendendo più di ogni altra sua canzone precedente. Hendrix l’aveva trasformata, metabolizzata, rigenerata al punto da creare quasi un brano originale.

Una versione che piacque molto anche a Bob Dylan che in seguito nei suoi concerti la ripropose con il nuovo arrangiamento di Jimi Hendrix. Dylan è stato un punto di riferimento molto presente nell’evoluzione musicale di Hendrix:

Tutte quelle persone a cui non piacciono le canzoni di Bob Dylan dovrebbero leggere i suoi testi. Sono piene delle gioie e della tristezza della vita. Io sono come Dylan, nessuno di noi può cantare normalmente. A volte suono le canzoni di Dylan e le trovo così simili a me che sembra quasi che le abbia scritte io.

Sentivo “Watchtower” come una canzone che avrei potuto fare io, ma sono sicuro che non l’avrei mai finita. Pensando a Dylan, credo che non sarei mai stato in grado di scrivere le parole che riesce a tirare fuori, ma vorrei che mi aiutasse, perché ho un sacco di canzoni che non riesco a finire. Metto qualche parola sul foglio e non riesco ad andare avanti. Ma ora le cose stanno migliorando, sono un po’ più sicuro di me stesso”. – JIMI HENDRIX

“All Along the Watchtower” è forse la più esoterica tra le canzoni di Dylan, un testo enigmatico con molti richiami biblici, da sembrare scritto con il libro di Isaia sottomano (pur senza rinnegare la sua origine ebraica, la Bibbia cristiana è sempre stata il testo guida di Dylan).

Tutta la canzone è giocata in chiave allegorica, le interpretazioni e i livelli di lettura sono innumerevoli; è uno dei testi più controversi di Dylan la cui efficacia compositiva nell’unire parole e musica è indiscussa, tanto da essere stato premiato con il Nobel per la Letteratura nel 2016 per aver “creato nuove espressioni poetiche all’interno della tradizione della canzone americana”.

Jimi Hendrix – “All Along the Watchtower” (1968)



In “All Along the Watchtower” i riferimenti storici e biblici sono così tanti ed evidenti da rendere palese la volontà di Dylan di voler celare un messaggio contemporaneo attraverso il racconto di una storia antica come la distruzione di Babilonia. È proprio Isaia a parlare di una “torre di guardia” (the watchtower) a preannunciare la caduta di Babilonia.

“There must be some way out of here” said the joker to the thief
“There’s too much confusion, I can’t get no relief.
Businessmen, they drink my wine, plowmen dig my earth.
None of them along the line know what any of it is worth”


“Dovrebbe esserci una via d’uscita” disse il giullare al ladro, “Qui c’è troppa confusione non riesco a trovare conforto / Uomini d’affari bevono il mio vino, contadini arano la mia terra / nessuno di quelli in fila conosce il valore di tutto questo.

La prima strofa del brano presenta subito i due protagonisti, un giullare e un ladro, e sembra mettere davanti ai nostri occhi una moderna Babilonia (spesso utilizzata come sinonimo di “confusione”), piena di gente pronta ad approfittare della minima occasione.

Nelle parole del giullare c’è chi ha letto le parole di Cristo alla ricerca di una via d’uscita al Male che pervade il mondo. Uomini d’affari bevono il vino, contadini scavano la terra: forse un riferimento al sangue (il vino) e al corpo (la terra) di Cristo offerti in remissione dei peccati? Seguendo questa lettura il verso “nessuno di quelli in fila conosce il valore di tutto ciò” potrebbe descrivere i cristiani in fila per ricevere la comunione, senza capire il significato profondo di quell’azione.

“No reason to get excited”, the thief, he kindly spoke
“There are many here among us who feel that life is but a joke
but you and I we’ve been through that and this is not our fate
so let us not talk falsely now, the hour is getting late”.


Non ti devi preoccupare” disse gentilmente il ladro / “Sono in molti qui tra noi che hanno la sensazione che la vita sia solo un gioco / ma tu ed io siamo andati oltre e questo non è il nostro destino / così non parliamo ingiustamente adesso si sta facendo tardi”.

Nella seconda strofa il ladro risponde al giullare: se prima il giullare si lamentava che gli venisse rubato tutto, ora il ladro si lamenta di chi considera la vita solo come un gioco, uno scherzo. Si rimproverano quasi l’uno con l’altro, ma entrambi sanno che non è quello il loro destino e qualcos’altro li attende.

Seguendo la spiegazione biblica il ladro potrebbe essere il buon ladrone, al quale Gesù sulla croce annuncerà che presto sarà con lui in Paradiso; e il giullare chi invece pensa che sia tutto uno scherzo, i membri del Sinedrio e i soldati romani che schernivano Gesù.

Ma qui entra in gioco un’altra chiave di lettura: ladro e giullare potrebbero essere il Bob Dylan uomo e il Bob Dylan artista, riferimento che vale anche per Jimi Hendrix. Forse un momento di crisi dell’artista che cerca una via d’uscita dai “businessmen” e i “plowmen” che si arricchiscono alle spalle del suo lavoro e della sua bravura, che cercano di controllarlo e scavare dentro di lui. L’uomo e l’artista stanno pagando il successo a caro prezzo.

All along the watchtower, princes kept the view
while all the women came and went, barefoot servants, too.

Outside in the cold distance a wild cat did growl
two riders were approaching and the wind began to howl.


Per tutto il tempo alla torre di guardia i principi stavano all’erta / le donne andavano e venivano, anche i servi a piedi nudi. / Fuori in lontananza un puma ringhiò / due cavalieri si stavano avvicinando e il vento incominciò ad ululare.

Ecco la terza e ultima strofa. Qui inizia la storia: il ladro e il giullare sono due cavalieri che si dirigono insieme, uniti nei loro ideali, verso la torre di guardia (the watchtower). C’è paura, si sente il pericolo, tra premonizioni e minacce il racconto si conclude con l’ululare del vento… forse lo stesso vento carico di risposte di “Blowing in the Wind”?

Questi versi sono stati interpretati come una chiara ripresa dal Libro di Isaia (21:8-9) in cui si legge: La vedetta ha gridato: «Al posto di osservazione (watchtower), Signore, io sto sempre, tutto il giorno, e nel mio osservatorio sto in piedi, tutta la notte. Ecco, arriva una schiera di cavalieri, coppie di cavalieri». Essi esclamano e dicono: «È caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi».

“All Along the Watchtower” annuncia la caduta di Babilonia, la sede della corruzione e del male del mondo, per tutto il testo, senza però nominarla mai. I due cavalieri, il ladro e il giullare, stanno arrivando ad annunciarne la caduta?

Forse il vento che soffia (“the wind began to howl”) potrebbe essere un riferimento agli Angeli del Signore che si schierarono su Babilonia e cominciarono ad agitare le ali, creando un vento così forte da distruggere tutta la città.

Forse il giullare e il ladro sono la stessa persona: Bob Dylan da un lato e Robert Allen Zimmerman dall’altro. Il giullare è la rock star che sembrava aver preso il sopravvento nella stagione all’inferno che aveva preceduto il disco “John Wesley Harding” e il ladro il cantautore che Dylan ha preso coscienza di essere nella nuova fase della sua carriera.

Ma il testo potrebbe anche alludere, in senso più generico, alla parte umana, terrena, dell’uomo in contrapposizione all’anima spirituale. Il giullare oppresso dalle ingiustizie della vita, viene contrapposto alla figura del ladro che ha l’assoluta tranquillità di chi è giunto ad un livello più alto di conoscenza.

O forse sono solo due uomini che cavalcano verso il loro destino, in fuga da un mondo corrotto che li rendeva miseri e patetici.

Non lo sapremo mai, Bob Dylan ha lasciato a noi ascoltatori la conclusione della storia.

Bob Dylan – “All Along the Watchtower” (1967)
disCover

Twist and Shout: produzioni sbagliate e voci stremate non fermano una hit

“Yeah! Shake it up baby now, twist and shout” (sì, agitati piccola, balla il twist e urla) era l’inizio perfetto delle notti infuocate dalla “Beatles-mania”, di folle di fan urlanti e la voce John Lennon che provava a sovrastarle. I Beatles la terranno fissa in scaletta fino alla fine del loro tour americano dell’agosto 1965.

“Twist and Shout” è uno dei successi pubblicati nel marzo 1963 in “Please Please Me” il primo album dei Beatles, il debutto sul mercato di un gruppo che ha cambiato per sempre le sorti della storia della Rock. All’interno del disco c’erano 14 canzoni: 8 originali e 6 cover tra cui “Twist and Shout”.

La storia di questo brano inizia qualche anno prima, nel 1961 quando un giovane Phil Spector (che diventerà uno dei produttori più influenti e rivoluzionari della storia della musica contemporanea) volle lanciare un nuovo gruppo vocale, i Top Notes. Spector scelse per loro il brano “Twist and Shout” composto da Bert Berns (con lo pseudonimo di Bert Russell) e Phil Medley che l’avevano appena presentata alla Atlantic Records.

Top Notes – “Twist and Shout” (1961)

La canzone fu pubblicata nel settembre 1961 ma non ottenne alcun successo: fu un passo falso del produttore Phil Spector. Jerry Wexler, co-fondatore della Atlantic Records, racconta come fosse stata sbagliata la scelta dell’arrangiamento, l’atmosfera e il tempo. Si racconta che a fine registrazione Bert Berns abbia detto a Wexler: “Complimenti amico, l’avete rovinata”.

Per fortuna la storia di “Twist and shout” non si è fermata qui. Nel 1962 Bert Berns la propone agli Isley Brothers, un gruppo americano di R&B e Soul che aveva da poco raggiunto il successo con il singolo “Shout!”. Questa volta Berns di occupò personalmente della produzione del brano che fu pubblicato nel giugno del 1962 e ottenne un buon successo arrivando al diciassettesimo posto delle classifiche americane.

Isley Brothers – “Twist and Shout” (1962)

Il successo degli Isley Brothers verrà presto spazzato via dalla dirompente discesa sul mercato dei Fab Four. Erano le 10 del mattino di lunedì 11 febbraio 1963 quando i Beatles entrano in sala di incisione per registrare il loro primo disco: 10 pezzi in un giorno solo.

Ricorda il produttore George Martin: «Sapevo che “Twist and Shout” gli avrebbe ucciso la gola e così dissi: “Registreremo questo pezzo solo alla fine della giornata, sarà l’ultimo”. Se l’avessimo registrato prima, John sarebbe rimasto sicuramente senza voce. Così facemmo e “Twist and Shout” fu l’ultima cosa che incidemmo quella notte. Volevo due take. Dopo la prima John rimase completamente afono, io avrei voluto qualcosa di meglio, ma anche così era abbastanza buona per il disco».

dal libro ” The Beatles. Yeh! Yeh! Yeh!: Testi commentati. 1962-1966″ di Massimo Padalino

L’ingegnere del suono, Norman Smith, racconta che dopo 12 ore in sala di registrazione le voci dei Beatles erano completamente andate e John succhiava avidamente le sue mentine per la gola facendo qualche gargarismo con il latte per riuscire a portare a termine le registrazioni. Anni dopo John Lennon dirà:

Non riuscivo più a cantare quella maledetta roba, urlavo e basta. Avrei potuto cantarla meglio di così, ma ora non mi importa più: senti un ragazzo affannato che cerca di fare del suo meglio!.

The Beatles – “Twist and Shout” (1963)

La versione dei Beatles è abbastanza fedele a quella degli degli Isley Brothers, compreso l’intro che ricorda molto “La Bamba” di Ritchie Valens, anche se trasformarono la sonorità da R&B a Rock. “Twist and Shout” uscirà il 22 marzo 1963 nell’album “Please Please Me“, successivamente negli Stati Uniti come singolo 2 marzo 1964 e raggiungerà il secondo posto in classifica il 4 aprile 1964 in una settimana in cui tutte le prime cinque posizioni erano occupate dai Beatles.

disCover

Jimi Hendrix: tutto iniziò con la cover di “Hey Joe”

“Hey Joe” è la canzone da cui è iniziato tutto: ha permesso a Jimi Hendrix di diventare “Jimi Hendrix” e passare alla storia come uno dei migliori chitarristi di tutti i tempi. Jimi Hendrix è un nome leggendario che tutti conosciamo anche senza magari sapere bene perché sia stato uno dei maggiori innovatori nel modo di suonare la chitarra elettrica.

Tutto iniziò a metà anni ’60 in America, Hendrix a quel tempo si faceva chiamare Jimmy James e suonava la chitarra nei “Jimmy James and the Blue Flames”. Una sera si esibirono al locale “Cafe Wha?” nel Greenwich Village di New York e tra i pezzi in scaletta era stata inserita anche una cover: “Hey Joe”. Ad ascoltarli c’era Chas Chandler, al tempo bassista degli Animals, che rimase letteralmente folgorato dalla bravura e dal talento di quel giovane chitarrista mancino. Chandler la sera stessa chiese ad Hendrix di diventare il suo manager e lo portò a Londra; Noel Redding e Mitch Mitchell entrarono nella band e diedero vita alla “Jimi Hendrix Experience”.

Il singolo scelto per il debutto fu proprio “Hey Joe” (inizialmente rifiutato dal direttore artistico della Decco che non colse il potenziale del brano) pubblicato nel dicembre 1966 dalla Polydor Records. A gennaio 1967 il 45 giri “Hey Joe – Stone Free” era tra i dischi più venduti della classifica britannica e fece da apripista al primo album di Jimi Hendrix “Are You Experienced” considerato una delle pietre miliari del Rock.

La lungimiranza di Chas Chandler diede vita all’inarrestabile ascesa di Jimi Hendrix nell’olimpo del Rock, grazie alla leggendaria versione di quella “Hey Joe” suonata al Greenwich Village sostituendo la chitarra acustica dell’originale con la chitarra elettrica.

Jimi Hendrix – “Hey Joe” (live – Monterey Pop Festival, 1967)


“Hey Joe” di Jimi Hendrix è la cover di un brano blues inizialmente etichettato come “traditional” cioè musica della tradizione non soggetta al diritto d’autore. Venne inizialmente attribuita a Dino Valenti (cantautore statunitense meglio conosciuto come Chet Powers) poi rivendicata e accreditata nel 1962 a Billy Roberts, musicista americano che agli inizi degli anni 1960 si recò a New York stabilendosi nel Greenwich Village dove suonava per le strade e nei caffè.

Billy Roberts a sua volta prese spunto da una ballata popolare di inizio Novecento intitolata “Little Sadie” che racconta di un uomo in fuga dopo aver ucciso la propria donna, esattamente come in “Hey Joe”; inoltre gli avvenimenti narrati si svolgono nella Carolina del Sud da cui era originario Roberts. Un’altra fonte di ispirazione è un pezzo country di Carl Smith del 1953, intitolato proprio “Hey Joe”, in cui invece questo Joe era un amico del cantante al quale voleva rubare la moglie. Ultimo probabile spunto di Roberts è “Baby, Please Don’t Go to Town” (1955) della sua fidanzata dell’epoca Niela Miller che presenta una progressione di accordi quasi identica.

Billy Roberts – “Hey Joe” (1962)


La prima esecuzione dal vivo di Jimi Hendrix di “Hey Joe” fu al Monterey Pop Festival nel 1967 ed è stata anche la prima volta che venne presentata live ad un grande pubblico. Sarà anche la canzone di chiusura dello storico festival di Woodstock. Leggenda nella leggenda, si dice che “Hey Joe” sia il brano di cui sono state pubblicate più cover al mondo. Dopo Hendrix lo hanno rifatto un po’ tutti: dai Deep Purple agli Offspring, Björk, Cher… e anche Franco Battiato!

Non poteva rimanerne indifferente nemmeno la scena Beat italiana degli anni ’60 che così tanto si ispirava ai successi inglesi e americani. A farne una cover nel 1967 fu Giancarlo Martelli, in arte Martò, uno dei pionieri della scena beat di Bologna che affidò la traduzione del testo a Francesco Guccini, uno dei padri della canzone d’autore italiana impegnata.

Martò (testo di Francesco Guccini) – “Hey Joe” (1967)
disCover

Surfin’ U.S.A.: Beach Boys vs. Chuck Berry

Siamo nella California anni ’60, gli anni in cui nacque un sottogenere del Rock ispirato alla moda che spopolava tra i ragazzi di allora, il surf. La Surf Music a differenza del Rock ‘n’ Roll, non aveva finalità politiche o di protesta sociale, era una musica divertente per gli adolescenti spensierati, sportivi, che amavano il sole e le spiagge della California.

Il 1963 è l’anno del grande successo mondiale dei Beach Boys che con la loro “Surfin’ U.S.A.” balzarono in vetta alle classifiche risultando alla fine dell’anno il singolo più venduto negli Stati Uniti.

Beach Boys – “Surfin’ U.S.A.” (1963)


Il testo fu scritto dal cantante Brian Wilson, parla ovviamente di estate, spiagge e cita i luoghi più belli dove fare surf, suggeriti dal fratello della sua ragazza; pare infatti che i Beach Boys in realtà non fossero dei surfisti, tranne il batterista Dennis Wilson. Il risultato è un vero inno alle coste del Pacifico: Del Mar, Ventura County, Santa Cruz, posti fantastici che ogni surfista ancora oggi vorrebbe visitare, e ancora Waimea Bay (Hawaii) e Narabeen (Australia).

Stavo canticchiando “Sweet Little Sixsteen” e mi piaceva un sacco. Così ho pensato di provare a mettere un testo Surf su quella melodia. L’idea era più o meno “Loro fanno questo in questa città e quest’altro in un’altra” come un twist di Chubby Checker, “Twistin U.S.A.”. Così ho pensato di chiamarla “Surfin’ U.S.A.”. Al tempo stavo uscendo con una ragazza che si chiamava Judy Bowles e suo fratello, Jimmy, era un surfista che conosceva a menadito tutti i posti dove si praticava il surf. Così gli ho detto: “Voglio fare una canzone citando tutti i posti dove fare surf” e lui mi fece una lista!

Brian Wilson (tratto dal libro “Becoming the Beach Boys, 1961-1963” di James B. Murphy)

La scanzonata e divertente “Surfin’ U.S.A.” è stata al centro di un grosso scandalo: Brian Wilson ha davvero preso molta “ispirazione” dalla canzone “Sweet Little Sixsteen” (1958) di Chuck Berry, il padre del Rock ‘n’ Roll (vi dico solo: “Johnny B. Goode” del 1959), che sfociò in una clamorosa disputa legale.

Brian Wilson dei Beach Boys cercò di difendersi dicendo che il suo voleva essere un tributo a Chuck Berry e non un plagio, peccando però di superficialità non chiedendogli il permesso di rielaborare la sua canzone. Il manager dei Beach Boys e il padre di Brian Wilson accettarono di cedere i diritti di distribuzione ad Arc Music, cioè a Chuck Berry. Il nome del chitarrista poi apparirà nella lista degli autori a partire dal 1966.

L’incidente di “Surfin U.S.A.” è ricordato come il primo grande caso di plagio della storia del Rock, ora giudicate voi:

Chuck Berry – “Sweet Little Sixsteen” (1958)
disCover

Piece of My Heart: Erma Franklin e la cover di Janis Joplin

Take it!
Take another little piece of my heart now, baby
Break it!
Break another little bit of my heart now, darling

Per chi ha ascoltato questa canzone almeno una volta, è impossibile non leggere questi versi senza pensare alla voce di una delle rockstar più famose e amate di tutti i tempi. “Piece of my heart” è uno dei brani più conosciuti della storia del Rock e lei è la leggendaria Janis Joplin.

Nata in una piccola città del Texas è diventata la più grande cantante blues del XX secolo, almeno tra le cantanti bianche. Anticonformista, ribelle, una donna apparentemente forte e determinata, ma in realtà molto sola, ha vissuto un’esistenza tormentata tra alcool e droghe, finita a soli 27 anni nell’ottobre del 1970.

La svolta arrivò quando insieme al suo gruppo i Big Brother and the Holding Company si esibì in una performance indimenticabile al Monterey Pop Festival nel giugno del 1967 e con il successo mondiale dell’album “Cheap Thrills” uscito nel 1968 e volato al primo posto nelle classifiche Billboard restandoci per otto settimane con più di un milione di copie vendute. “Cheap Thrills” conteneva tre cover: “Summertime” di George Gershwin, “Balld and Chain” di Big Mama Thornton e il singolo “Piece of My Heart”.

La storia di “Piece of My Heart” inizia prima di Janis Joplin e si intreccia con la storia di un’altra cantante che ha passato la vita all’ombra di sua sorella Aretha: Erma Franklin. “Piece of My Heart” è stata scritta da Jordan “Jerry” Ragovoy e Bert Berns e pubblicata per la prima volta nell’agosto del 1967. Anche se Bert Berns avrebbe voluto che a registrarla fosse Van Morrison, artista che all’epoca stava producendo, ma rifiutò l’offerta per concentrarsi sulle sue canzoni che stava incidendo.

Erma Franklin – “Piece of My Heart” (1967)


La voce black e calda di Erma ne diede una bellissima interpretazione Soul, il brano arrivò nelle classifiche R&B, ma non ci restò molto. Fu poi eclissato dall’interpretazione che ne fece Janis Joplin ed Erma Franklin ebbe il suo meritato successo solo nel 1992 quando la sua versione di “Piece of My Heart” fu scelto come colonna sonora di una fortunata pubblicità dei jeans Levi’s che potete vedere cliccando qui.

In un’intervista Erma Franklin dichiarò che la prima volta che ascoltò la versione di Janis Joplin non la riconobbe subito, era molto diversa sia come arrangiamento che come interpretazione. Non era più un caldo dolore d’amore, ma un grido di passione e rabbia scagliato al cielo da un urlo quasi primordiale. Nella versione di Janis Joplin “Piece of My Heart” diventa una canzone in cui esplode la sua furia, la sua energia, un graffio continuo dall’inizio alla fine che traduce in musica la sua sofferenza.

“Piece of My Heart” è l’anima di Janis Joplin messa a nudo in 4 minuti di canzone. È uno dei brani centrali della fine degli anni ’60 e dell’epoca Hippy che poi Janis canterà da solista in una memorabile interpretazione a Woodstock nel 1969. Un brano che continua a brillare ancora oggi.

Janis Joplin – “Piece of My Heart” (1968)
musica

La musica non fa valentuomini, ma buffoni

Se vi dicessi che il Ministro dell’Istruzione ha dichiarato che la musica non va insegnata a scuola perché «non fa valentuomini, ma buffoni» mi credereste?

È tutto vero. Siamo nel 1865 e Francesco De Sanctis, Ministro dell’Istruzione nel 1861, consigliò al suo successore Giuseppe Natoli dalle colonne del giornale “L’Italia” di non insegnare alcune materie ritenute superflue e ne elencava alcune tra cui il Francese, la ginnastica e “il ballo” ad indicare con spregio la Musica.

Tutta questa roba, non bisogna, non si può digerire, non fa valentuomini, ma buffoni. Quello che i giovanetti debbono saper bene è la loro lingua, scriverla correttamente, esprimere i loro pensieri con ordine e semplicità; poi saper la storia e la geografia, l’aritmetica, la geometria e principi di algebra. […] Il neces­sario per i giovanetti non sono le cognizioni, ma l’acquistar l’abito di ragionare giusto, di fermarsi su le cose, di considerarle per ogni verso. Acquistato quest’abito, acquistato il giudizio, si vola poi sopra tutto il sapere, si comprende facilmente, si legano insieme le cognizioni che si vengono acquistando.

Il testo fu ripubblicato nel libro di Francesco De Sanctis “L’istruzione media. Omaggio alla casa editrice Laterza nel X Congresso della Federazione Nazionale fra gl’insegnanti delle Scuole Medie” (Laterza, 1919). Per De Sanctis, gli alunni non devono acquisire «le cognizioni, ma l’acquistar l’abito di ragionare giusto»: la musica e le discipline artistiche in generale, secondo il letterato, non si confanno a tale scopo. O meglio, leggendo per intero l’articolo, il senso del discorso di De Sanctis era che per voler insegnare troppo, si rischia di finire per non insegnare nulla.

Sono passati 155 anni, alcune materie si sono attivate, ma certi pregiudizi non sono molto cambiati. Fare il musicista non viene considerato come un mestiere, ma un hobby, un passatempo, un capriccio, una sorta di moderno giullare alla mercé delle corti televisive. La Musica non è arte: è un sottofondo sonoro delle nostre giornate, la colonna sonora di viaggi in auto, qualcosa da canticchiare sotto la doccia.

In realtà lo sappiamo che la Musica è importante, che è Cultura, che alcune canzoni dovrebbero addirittura essere insegnate a scuola, ma in fondo “sono solo canzonette” e non le prendiamo mai troppo sul serio. Forse la colpa è di alcuni buffoni che riempiono le pagine dei giornali e dei programmi televisivi che si nutrono di scandali e gossip, aumenta lo share e aumenta il fatturato.

Dovrebbe cambiare il modo di approcciarsi alla Musica cercando di capirla per il suo valore: da un ascolto passivo passare ad un ascolto attivo. Il significato della Musica non sta solo negli oggetti musicali, ma in ciò che la gente fa con la musica: come la sia ascolta, come la si suona e perché. Studiare la Musica non è solo studiare la storia delle opere e dei grandi nomi: è la storia degli uomini che hanno fatto, ascoltato e parlato di musica.

Parlare di musica è parlare della società di ieri e di oggi. Parlare di Musica è parlare di storia, di arte, di comunicazione, di evoluzione, rivoluzione, pensiero, progresso e scoperta. Ma anche di matematica, geometria, scienza, filosofia, psicologica, medicina… Ci si potrebbe basare un intero programma scolastico!

È un mondo che va scoperto cercando con curiosità di
ascoltare (audio)
osservare (video)
imparare (disco).

disCover

Il giorno in cui la musica morì

“Bye, bye Miss American Pie, drove my Chevy to the levee but the levee was dry…” se la canticchiamo molto probabilmente è grazie alla cover che ne fece Madonna nel 2000. La sua “American Pie” è stata un successo, colonna sonora del film di John Schlesinger “Sai che c’è di nuovo?” (The Next Best Thing) dove recitava come protagonista insieme a Rupert Everett.

Nell’iconico videoclip Madonna in jeans patchwork, canotta e coroncina da reginetta, balla il mito americano. Alle sue spalle un’enorme bandiera degli Stati Uniti e una carrellata di simboli ed immagini che celebrano il suo Paese.

Madonna – “American Pie” (2000)


La storia di “American Pie” inizia il 3 febbraio 1959, il giorno in cui tre vere e proprie icone del Rock’n’Roll persero la vita in un terribile incidente aereo. Erano Buddy Holly, J. P. “The Big Bopper” Richardson e Ritchie Valens (rispettivamente di 22, 28 e 17 anni) insieme al pilota Roger Peterson, solo ventunenne e purtroppo inesperto.

Viaggiavano insieme per il tour “White Dance Party” che prevedeva 24 concerti in 24 città diverse tra il 23 gennaio e il 15 febbraio. Gli spostamenti erano lunghi, snervanti, il tour non era stato organizzato nel migliore dei modi. Viaggiavano su un pullman scassato che si rompeva spesso costringendoli a lunghe attese per le riparazioni, al gelo sul ciglio della strada.

Il 2 febbraio erano a Clear Lake in Iowa, il giorno dopo avevano un concerto in Minnesota e quello successivo sarebbero dovuti tornare a suonare in Iowa. Buddy Holly non ce la faceva più, decise di noleggiare un piccolo aereo per rendere più veloce e semplice quell’ennesimo spostamento. Qui entra in gioco il destino: non ci stavano tutti, chi sale sull’aereo e chi sul pullman? Le versioni non coincidono: c’è chi racconta che Richardson chiese di poter salire in aereo perché malato e che Valens vinse il posto a testa e croce con il chitarrista di Buddy Holly, altri dicono che fosse già tutto deciso così. Nevicava, la visibilità era molto bassa, il pilota era inesperto e non era stato ben informato delle condizioni meteo. Il piccolo aereo precipitò quasi subito, lo trovarono a pochi chilometri dal punto della partenza.


La notizia causò un grande shock negli Stati Uniti, anche se giovanissimi i tre erano già delle star del Rock’n’Roll. Buddy Holly era in televisione da quando aveva 16 anni, aveva aperto i concerti di Elvis Presley, i suoi occhiali con la montatura spessa erano (e sono ancora) un’icona e con la sua Fender Stratocaster aveva inventato uno stile che prima non c’era, la sua hit più famosa: “Peggy Sue”. Ritchie Valens era il più giovane, il suo stile mescolava il Rock’n’Roll con la musica Latina, sua è una delle canzoni più famose degli anni ’50 “La Bamba”. E poi c’era Richardson, texano come Buddy Holly, che aveva sbancato con la sua “Chantilly Lace”.

Questo triste incidente in America è ricordato come “Il giorno in cui la musica morì”, espressione presa da un verso (The day the music died) della celebre canzone “American Pie” di Don McLean uscita molto più tardi, nel 1971. Nel 1959 McLean aveva 13 anni e si guadagnava qualche soldo consegnando i giornali e la notizia la apprese proprio così: campeggiava su tutte le prime pagine di quelle pile di giornali da consegnare.

Don McLean – “American Pie” (copertina)

Quell’incidente fu una vera e propria tragedia mai dimenticata per il ragazzino Don McLean che si tradusse in musica molti anni dopo. “American Pie” fu pubblicata nel 1971 nell’omonimo album e nel retro copertina si legge la scritta “Dedicated to Buddy Holly”. Dura 8 minuti e mezzo e raggiunse la prima posizione nelle classifiche Billboard Hot 100 per quattro settimane diventando una pietra miliare della musica leggera americana.

Volvevo scrivere una grande canzone sull’America e sulla politica, ma volevo farlo in un modo diverso. Mentre stavo suonando, ho iniziato a cantare qualcosa sull’incidente di Buddy Holly, che faceva così: “Long, long time ago, I can still remember how that music used to make me smile” (Molto, molto tempo fa, riesco ancora a ricordare come quella musica mi faceva sorridere). Ho pensato “Wow!” e poi “The day the music died” è venuta così, di conseguenza e ho pensato fosse una bella idea.

Don McLean

Il testo della canzone è molto lungo e negli anni è stato interpretato in molti e diversi modi. “American Pie” prende quel terribile incidente come metafora della perdita dell’innocenza della generazione che aveva assistito alla nascita del Rock’n’Roll negli anni ’50 e si avviava verso periodi più oscuri sia nella musica sia nella politica.

Una spiegazione l’ha poi data Don McLean nel suo sito web: «Sono molto orgoglioso della canzone. È di natura biografica e non credo che nessuno l’abbia mai capito. La canzone inizia con i miei ricordi della morte di Buddy Holly, ma continua a descrivendo l’America mentre la vedevo e come stavo immaginando che potesse diventare. Quindi è in parte realtà e in parte fantasia, come quando sogni qualcosa che cambia in qualcos’altro ed è illogico quando ci ripensi al mattino, ma quando stai sognando sembra perfettamente logico. (…) Ecco perché non ho mai analizzato i testi delle canzoni. Sono al di là dell’analisi. Sono poesie».


Tanto tanto tempo fa / Ricordo come quella musica mi facesse sorridere 
E sapevo che se avessi avuto la mia occasione / Avrei fatto ballare quella gente 
E forse sarebbero stati felici per un po’.
Ma febbraio mi faceva venire i brividi / Ogni volta che consegnavo i giornali  
Lasciavo brutte notizie davanti alla porta / Non potevo andare avanti così.
Non ricordo se ho pianto / Quando ho letto della sua sposa rimasta vedova  
Ma qualcosa mi ha toccato nel profondo / Il giorno in cui la musica morì.


Grazie al successo ottenuto con “American Pie” Don McLean divenne famoso molto velocemente e questo lo porterà a vivere anche un periodo di depressione. “American Pie” è un successo ancora oggi e sono stati moltissimi negli anni i musicisti che si sono cimentati in cover ed interpretazioni, tra cui la famosissima versione di Madonna che così commenta McLean:

«Madonna è un colosso dell’industria musicale e sarà anche un’importante figura nella storia della musica. È una brava cantante, una brava cantautrice e produttrice discografica, e ha il potere di garantire il successo a qualsiasi canzone che sceglie di registrare. È un regalo per lei aver registrato “American Pie”. Ho sentito la sua versione e penso che sia sensuale e mistica. Penso che abbia scelto di cantare i versi per lei più autobiografici che riflettono la sua carriera e la sua storia personale. Spero che la gente si chieda cosa sta succedendo alla musica in America. Ho ricevuto molti doni da Dio, ma questa è la prima volta che ricevo un dono da una dea» .

Don McLean – “American Pie” (live alla BBC, 1972)
musica

Prima di Young Signorino e Junior Cally c’erano i Beatles

Cinture ben allacciate, ci lanciamo in un salto (nel vuoto) temporale un po’ azzardato: dal 1968 con “O-bla-di o-bla-da life goes on brahhh” dei Beatles al 2019 con “Alfa-Alfa-Alfabeto rappapappapappapà” di Young Signorino. È un paragone così blasfemo? Forse sì, ma c’è sempre un senso “anche se un senso non ce l’ha”, citando Vasco che nel senso del non senso cade in piedi.

La Musica non è sempre abbinata alle parole, pensiamo semplicemente a tutta la Classica sinfonica, ma la musica Leggera vede nella canzone la sua forma musicale più diffusa. Un’unione di musica e parole nel classico susseguirsi di strofa e ritornello, con eventuali aggiunte come incisi, assoli, bridge, intro e outro. Un connubio estremamente efficace sul piano comunicativo, che rende possibile la trasmissione di significati in maniera semplice e diretta.

Un momento cardine per l’evoluzione della canzone è avvenuto tra gli anni ’50 e ’60, quando non viene più vissuta solo come un evento musicale, ma comincia a diventare un fenomeno culturale di massa: in un concentrato di 3 minuti di parole e musica vengono racchiusi ideali, ansie ed emozioni di una generazione. Per la prima volta i giovani iniziarono ad affidare alle canzoni i loro messaggi. La svolta maggiore arrivò con il Rock’n’Roll. Ritmi scatenati, movenze provocanti, dissacranti, provocatorie e modalità espressive come urla, gemiti e sospiri. Il Rock riporta la musica alla sua parte più ancestrale e primitiva, reintroducendo l’elemento dionisiaco che la tradizione occidentale aveva represso e inibito.

Tutto questo in linea col quel periodo storico così ricco di cambiamenti e passioni. Sono canzoni dirette, senza mezze misure, esempio di quell’irrefrenabile voglia di gridare la propria libertà: un parallelo in musica di quell’epocale cambiamento generazione in atto. Partendo banalmente da Chuck Berry, Elvis, Beatles, Rolling Stones, ai Doors, Led Zeppelin, The Who con “My generation”… Un elenco lunghissimo che andrebbe a raccontare la storia del Rock.

Tra gli outsiders voglio ricordare “Je t’aime… moi non plus” di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, una apparente dolce ballata sussurrata, ma dal testo che poco lascia all’immaginazione e che provocò uno spropositato scandalo nell’estate del 1969.

Serge Gainsbourg e Jane Birkin – “Je t’aime… moi non plus” (1969)


Un altro passo nell’evoluzione della canzone: il confine tra “cantato” e “parlato” divenne sempre più labile e da oltreoceano arrivò anche in Italia. Un’Italia anni ’60 aperta ai momenti trasgressivi dell’avanspettacolo e alla satira da cabaret. Ecco che troviamo Fred Buscaglione con “Eri piccola così” e Paolo Conte con “Vieni via con me”: due canzoni che reggono tutte sull’interpretazione di due simpatiche canaglie dall’espressività unica. Intonazione e inflessione del suono uniche, come per Lucio Dalla che nelle sue improvvisazioni ritmico-melodiche ha creato uno stile indistinguibile che scandisce nelle sue canzoni i momenti di maggior coinvolgimento emotivo.

Restando nel giocoso non si può non citare “Supercalifragilistichespiralidoso” dell’iconica Mary Poppins, e per tornare al pop italiano “Prisencolinensinainciusol” di Adriano Celentano, una delle stramberie del Molleggiato (difficilissimo scioglilingua che giocava sull’assonanza con la lingua inglese), un “rap ante litteram” come affermerà poi Celentano nel 1994. Tra il parlato e il giocoso troviamo anche l’intramontabile Mina con, ad esempio, “Ma che bontà” (1977) e “Le mille bolle blu” dove si ha un trionfo dell’onomatopea con quel “bllll”, effetto vocale che richiama il rumore delle bolle di sapone.

Per arrivare ai lustrini e alle paillettes degli anni ‘80 con il testo nonsense di “Cicale” di Heater Parisi, sigla della trasmissione televisiva di Rai1 “Fantastico 2” (1981), alle provocazioni di Vasco Rossi con “Bollicine” (Coca cola chi vespa mangia le mele / Coca cola chi non vespa più e mangia le pere) e “Lamette” di Miss Rettore (“Dammi una lametta che mi taglio le vene”) fino alla voce dei giovani degli anni Zero con “Wale (Tanto Wale)” dei dARI.

Vasco Rossi – “Bollicine” (live 1987)

Riassumendo per grandi salti, la canzone nella sua unione di musica e parole è sempre stata un potente mezzo di comunicazione, a cui le giovani generazioni hanno affidato i propri messaggi, partendo dagli anni più rivoluzionari che hanno portato a trasgredire le regole del classico “bel canto” a volte urlando, a volte sussurrando, a volte parlando.

Ecco che dal Rock’n’Roll arriviamo all’Hip Hop e al rapping, fenomeno socialmente e culturalmente noto per essere una musica che si basa quasi esclusivamente sul messaggio contenuto nei suoi testi, più parlati che cantati su basi strumentali. Testi che esaltano gli aspetti ritmici delle singole parole, con un linguaggio musicale essenziale, privo di fronzoli, diretto e ripetitivo. Quasi un estremismo di quella rivoluzione iniziata negli anni ’60, un vero e proprio movimento culturale urbano nato già negli anni ’70 sulle strade di sobborghi multiculturali americani, come il Bronx, dove i giovani hanno trovato ancora una volta nella musica un mezzo per esprimere la propria identità e creare un’identità globale in cui riconoscersi.

Oggi questo genere musicale ha conquistato tutto il mondo, generando un imponente fenomeno commerciale e sociale, rivoluzionando il mondo della musica, della danza, dell’abbigliamento e del design. Una sua evoluzione è il tanto discusso Trap (finalmente ci siamo arrivati!), il genere del momento, quello in cui si rispecchiano i giovani di oggi.

A che punto dell’evoluzione siamo? Siamo nei sobborghi di Atlanta negli anni ’90, nelle “trap house” le case dove si preparava e si spacciava droga e dove molti giovani sono finiti “in trappola”. Si comincia quindi a cantare di un mondo di droga e soldi, il beat rispetto al Rap è più spinto, fatto su basi elettroniche, sintetiche, con molto autotune sul cantato. Dal 2010 la Trap ha cominciato a perdere l’animo più sotterraneo e controculturale della scena Rap, approdando al mainstream e ponendo fine a tutti i discorsi sul desiderio di riscatto dalla trappola.

Proprio nel 2010 le prime influenze sono arrivate anche in Italia, fino ad esplodere come vero fenomeno nel 2015 con il successo del trapper Sfera Ebbasta e poi la Dark Polo Gang, Ghali, Achille Lauro (per citarne alcuni) e arrivare alla fine del nostro salto nel vuoto con Young Signorino che nel 2018 è stata la pietra dello scandalo con la sua più che criticatissima “Mmh Ha Ha Ha” dal testo nonsense mentre il 2020 inizia con la polemica di Junior Cally a Sanremo.

Siamo come sempre davanti alla fotografia di una generazione. Una musica di origine afroamericana, nata nei sobborghi delle metropoli degli Stati Uniti che celebra stili di vita marginali: non è una storia già sentita?

Molti definiscono la Trap come “la colonna sonora perfetta per le stories di Instagram”, dura 24 ore e poi scompare. È la colonna sonora di una generazione dominata dai rapporti virtuali in un’epoca piatta. Sono giovani che parlano ai giovani utilizzando il linguaggio che usano abitualmente: grammatica da social network, chat di WhatsApp e serie tv.

Era da tempo che nella storia della musica non si aveva a che fare con un fenomeno di così grande portata, dirompente, forte, così forte da diventare popolarissimo e criticatissimo.

Tutti ne parlano. È la nuova “cattiva musica” da insultare, un po’ come è stato anche per il Rock’n’Roll ai tempi di Elvis. Lo hanno già ricordato in tantissimi: di esempi negativi la storia della musica è piena e non ne sono esenti nemmeno gli intoccabili Beatles. La storia del gusto procede in un continuo ciclo di trasgressione delle convenzioni della stagione precedente, riassorbimento e normalizzazione.

A difesa del passato si può dire che la Trap è una musica prodotta volutamente male, cantata volutamente male, senza ricercatezza, senza un messaggio per cui lottare (penso, ad esempio, al Punk). Il problema non è la Trap, non ha inventato nulla.

musica

La nascita del repertorio: dalle orchestre di musica classica alle cover band


Vi è mai capitato di sentire qualcuno dire: “Domani sera vado al concerto dei Pink Floyd” (oppure dei Queen, dei Led Zeppelin…) Quando mi succede rimango sempre un attimo perplessa: c’è la reunion e non lo so? È risorto qualcuno? Poi realizzo: la Tribute Band! D’altronde perché scandalizzarsi? Anche le orchestre di musica Classica alla fine non sono altro che delle patinatissime cover band… o no?

Riassumendo l’annosa diatriba “musica originale vs cover band” si arriva ad un paradosso del genere. Ormai le cover/tribute band che omaggiano i grandi della musica Pop e Rock sono sempre di più, anzi quasi la totalità dei gruppi che si esibiscono nei piccoli locali e club; ultimamente anche nei grandi teatri e festival, rientrando in cartellone accanto alle grandi star internazionali.


Quando è cominciato tutto? Nel corso della storia della Musica non è sempre esistito il concetto di “repertorio”, ovvero i grandi capolavori e musicisti immortali da conoscere, studiare e trasmettere a tutte le successive generazioni. La nostra posizione di ascoltatori oggi è molto diversa rispetto a quella di chi è vissuto secoli fa. Può sembrare strano, ma in passato il pubblico ascoltava i compositori della generazione presente e i musicisti studiavano al massimo quella di una o due generazioni precedenti. La musica più antica non interessava, cessava di esistere e lasciava il posto a nuove sonorità, più moderne e vicine al gusto del pubblico contemporaneo.

La dimensione di musicisti e ascoltatori – almeno per quanto riguarda la Storia della Musica occidentale – è iniziata a cambiare solo nel Settecento, con l’affermarsi del concetto di “classicità” applicato alla Musica. Si inizia a pensare che un’opera abbia un valore al di là della sua funzione contingente e che possa permanere nel tempo come capolavoro artistico. 

Anche l’affermarsi dell’editoria musicale e il diffondersi delle riduzioni per canto e pianoforte hanno in seguito contribuito ad orientare il pubblico verso una fruizione di tipo diverso, in cui il teatro era anche il luogo in cui assistere a nuove interpretazioni di opere già note. Storicamente gli studiosi hanno individuato uno dei momenti cardine di questo cambiamento nella prima esecuzione moderna della Passione Secondo Matteo di J.S. Bach, diretta da Felix Mendelssohn a Berlino nel 1829.

Dopo la sua morte (Lipsia, 1750) anche la musica di Bach era stata soppiantata dalle opere dei suoi successori, proprio per il modo che si aveva allora di concepire la musica. Suo figlio lo chiamava “vecchia parrucca” e come tutti gli preferiva autori più moderni: era già considerato sorpassato.

I circoli berlinesi in cui Mendelssohn era cresciuto hanno cominciato un inarrestabile percorso che mirava alla diffusione delle opere dei tempi passati. La Musica inizia così ad essere considerata in senso storico, con una sua evoluzione e con i suoi Maestri, così come accadeva già per le arti figurative, il teatro e la letteratura. Da fine Ottocento nei programmi di concerto, accanto alle musiche nuove, iniziano ad essere inserite anche le composizioni dei grandi del passato che nel Novecento finiranno per soppiantare quasi totalmente le opere di autori contemporanei.

Oggi il concetto di “repertorio” è fondamentale e il musicista classico che si dedica unicamente alle proprie composizioni o ad un repertorio contemporaneo è considerato uno specialista. La musica Classica contemporanea circola più in ambienti “di nicchia” che non in quelli mainstream e il repertorio che il pubblico ascolta in assoluta maggioranza e interesse è innegabilmente legato ai secoli passati.


Non sembra la descrizione di quello che sta succedendo ora? La storia è fatta di corsi e ricorsi, forse è il caso di chiederci se non siamo arrivati ad un punto di svolta così radicale anche per la musica Pop e Rock. A pensarci bene, tranne meteore passeggere create ad hoc per un pubblico di giovanissimi, da una decina di anni ad oggi sono pochi sono gli artisti ancora in auge, mentre i Big sono sempre più intramontabili (ad esempio: Achille Lauro farà veramente la carriera di Vasco, per quanto ne sentiremo parlare?). Nelle piccole realtà cittadine la situazione è ancora più lampante: i concerti di giovani musicisti che eseguono musica propria sono sempre meno, il pubblico interessato è pochissimo e sempre più “di nicchia”. Mentre sono seguitissime le tribute e cover band che con i loro concerti dedicati ai “grandi classici” della musica Rock e Pop riempiono anche teatri e palazzetti.

Beatles, Queen e Pink Floyd saranno i nuovi Mozart, Bach e Beethoven?

Merito dei musicisti del passato o demerito dei musicisti del presente? Colpa del music business? Colpa della musica liquida, di Spotify e dei talent show? “It’s evoloution baby!”