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La Musica (non) è un linguaggio universale – parte 2

La Musica è un linguaggio universale? Aggiungo altri spunti di riflessione su questo articolato e complicato argomento. Nell’articolo precedente ho accennato agli studi di Etnomusicologia, disciplina molto affascinante e i cui studi aprono interi universi sonori totalmente alieni a noi occidentali. Ma anche restando all’interno della nostra Europa ci possono essere musiche di cui non conosciamo il codice comunicativo e che non capiamo, fraintendiamo e che alle volte non riusciamo nemmeno a concepire come musica. Schönberg ad esempio:


Al nostro orecchio suona sicuramente più familiare rispetto al canto della tribù del Congo di cui si parlava, ma non credo sia di facile comprensione… e cambiando decisamente registro:

Per il nostro retaggio culturale una musica Rock molto distorta come questa e il genere Black Metal viene automaticamente associato a qualcosa di negativo, ma non è sempre così. Gli Horde infatti possono essere considerati una band “cristiana” (esiste anche una corrente chiamata White Metal o Christian Metal) e hanno causato polemiche e sconcerto all’interno della scena Black Metal proprio perché potatori di testi a favore del Cristianesimo in netta antitesi con i dettami del movimento.

Questi sono degli esempi che portano all’estremo la Classica e il Rock, ma anche restando all’interno del Pop più tradizionale vi sono casi di eclatanti fraintendimenti. Un esempio è “Every Breath You Take” il brano dei Police che nel 1983 raggiunse la vetta delle classifiche mondiali. Suona come una confortante canzone d’amore, in realtà il significato lo ha spiegato proprio Sting: «È una canzone cupa che parla di controllo, gelosia, sorveglianza, ma c’è chi crede che sia un brano romantico e vorrebbe usarla al proprio matrimonio.»
Il testo recita così: “Ogni movimento che fai, ogni promessa che rompi, ogni sorriso che fingi, ogni barriera che innalzi, io starò a guardarti”. Anche una dolce melodia può portare messaggi oscuri.

Un altro caso interessante è “Born in U.S.A” del Bruce Springsteen che racconta con parole feroci e piene di rabbia la triste vicenda di un reduce del Vietnam. Il famosissimo ritornello urlato a squarciagola dal Boss è ormai un inno al patriottismo americano, mal interpretato anche dall’allora presidente Ronald Reagan che disse ad un comizio: «Il futuro dell’America resta nel messaggio di speranza che si trova nelle canzoni di un uomo ammirato da tanti giovani americani: Bruce Springsteen del New Jersey».

Come si diceva ad inizio articolo, la musica sovverte le regole della comunicazione: l’ascoltatore può conoscere il codice con cui è stato composto il brano e a decifrare correttamente il messaggio del compositore, però può anche non conoscerlo e interpretarlo in maniera non corretta o non riuscirci affatto. E può succede anche restando all’interno di una cultura e di un linguaggio condiviso.

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La Musica (non) è un linguaggio universale – parte 1

In un precedente articolo in cui analizzavo la Musica come mezzo di comunicazione, concludevo con una domanda: “La musica è un linguaggio universale?”. La risposta spontanea è un “sì” convinto: la musica viene spesso definita come il collante dell’umanità, qualcosa che ci unisce tutti e permette di comunicare e veicolare messaggi superando barriere linguistiche e culturali.

“La Musica è il linguaggio magico del sentimento” è una delle mie citazioni preferite che esprime l’idea romantica e la potenza comunicativa di questa forma d’arte, e che condivido. Anche se è un ragionamento alle volte semplicistico che si basa sulla visione eurocentrica (o occidentale in generale) che abbiamo del mondo.

  • Se per “linguaggio universale” intendiamo l’universale come qualcosa che è presente in tutte le culture l’affermazione è vera in quanto una forma di espressione umana basata su produzioni sonore esiste in ogni civiltà. Anzi, non esistono culture senza musica come spiegavo in questo articolo citando gli studi di John Sloboda.
  • Se invece come “linguaggio universale” intendiamo una lingua comprensibile a tutti, un mezzo che permette di comunicare scavalcando barriere linguistiche e culturali la questione si fa più complessa.

Nel precedente articolo “Musica, comunicazione e linguaggio” era emerso come la musica sovverta le regole della comunicazione secondo cui il mittente e il ricevente (il compositore e l’ascoltatore nel nostro caso) devono condividere il codice con cui è costruito il messaggio (il brano musicale). Nell’esperienza musicale il ricevente ha un ruolo attivo e indipendente dal mittente: l’ascoltatore può conoscere il “codice” e riuscire a decifrare correttamente il messaggio del compositore, però può anche interpretarlo in maniera non corretta o non riuscirci affatto.

Da queste basi molto teoriche cerco di passare ad esempi più pratici chiamando in aiuto l’Etnomusicologia, la disciplina che studia le musiche del mondo. La musica è un fenomeno complesso ed è portatrice di significati e valori che variano da cultura a cultura: ad esempio la musica strumentale del ‘700 europeo è molto differente rispetto a quella suonata in un villaggio Maori, è quasi “altro”. L’Etnomusicologia si interessa alle musiche relativamente al loro contesto, sia di produzione sia di ricezione, come espressione culturale: deve essere conosciuto il contesto per coglierne il significato.

Come per la parola, come i diversi linguaggi, la musica adopera codici e sistemi musicali diversi a seconda delle culture, comprensibili solamente a chi ha appreso quel particolare linguaggio e incomprensibili a chi non lo conosce.

Ad esempio, cosa siamo in grado di capire da questo ascolto?


Comprensione testuale a parte, è un canto propedeutico alla caccia, un canto rituale per un matrimonio, oppure per un funerale? Bisogna conoscere il contesto e la cultura di questo popolo per coglierne il significato.

Ad esempio, i pigmei Mbenzélé che vivono nella foresta pluviale del Congo considerano le emozioni negative come un disturbo all’armonia della foresta e per questo considerate pericolose. Per la loro cultura la musica ha la funzione di scacciare le emozioni negative: quando un bambino piange, se gli uomini hanno paura di andare a caccia o durante un funerale cantano una musica che possiamo definire “allegra”. E un pigmeo del Congo cosa riuscirebbe a capire seduto in un palchetto de La Scala alla prima della Tosca o tra il pogo di un concerto Rock?

L’Etnomusicologia è una disciplina molto affascinante e i suoi studi aprono interi universi sonori totalmente alieni a noi occidentali. Questi sono solo piccoli spunti per un inizio di riflessione sull’argomento. La questione sull’esistenza o meno degli “universali” in musica è una domanda al limite della metafisica, su cui si discute ancora e che si sono posti molti etnomusicologi. Anche perché bisognerebbe definire quanto “universali” debbano essere gli “universali” per potersi considerare tali.

Una delle teorie più interessanti a riguardo è quella proposta dal filosofo e mistico armeno Georges Ivanovitch Gurdjieff (1877-1949). Secondo Gurdjieff esiste una “musica oggettiva” capace di esercitare effetti precisi e voluti a tutti gli ascoltatori, indipendentemente dalla cultura e dal gusto personale.


Sono studi che si basano su precisi rapporti fra sequenze sonore: particolari stimoli acustici incorporati in un segnale musicale possono generare le stesse risposte emotive. Un semplice esempio: un ritmo incalzante aumenta il battito cardiaco, mentre un andamento lento ha un effetto generalmente calmante.

Concludo con le parole del sociologo Marcello Sorce Keller nel suo saggio “Musica come rappresentazione”, secondo cui la pretesa universalità del fenomeno musicale non risiede nel fatto che le sue manifestazioni locali siano sempre universalmente comprensibili e apprezzabili anche da chi le vive come esterne dalla propria cultura. La musica è da intendersi come fenomeno universale nel senso che ovunque essa si manifesta ha una forte capacità di caratterizzare i gruppi umani. Ogni singola performance articola ed esprime i valori di uno specifico gruppo sociale.

Nessuna performance è mai concepita, alla nascita, per avere un valore universale. La musica è, al contrario, una celebrazione del “localismo” delle genti. Per questo gli etnomusicologi parlano di “musiche” al plurale.

Marcello Sorce Keller

Le musiche sono infatti tutte radicate e ancorate ad un determinato tempo, luogo, vissuto storico e contesto culturale. Continua Sorce Keller: «è molto difficile per chi ascolti musica classica indiana o il gamelan balinese nel proprio appartamento a Milano, con l’aiuto di un riproduttore CD, intuire quale senso queste musiche potessero avere nel contesto in cui nacquero e nell’occasione-funzione per cui erano state pensate. Ma non importa (o, per lo meno, importa fino ad un certo punto). Rimane il fatto straordinario che noi si sia diventati tanto attivi nella nostra capacità di ascoltare, tanto creativi, da imputare a quelle forme sonore che provengono da lontano, nello spazio e nel tempo, un “senso” nostro, risultato della nostra creatività e in quanto ascoltatori che è congruo alle esigenze del nostro vivere da occidentali».

Gamelan Balinese
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Che cos’è la musica?

Che cos’è la Musica? Una risposta potrebbe essere… 42!
Proprio come nel libro “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, dove l’unico modo per rispondere alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto” è attraverso il surreale, il nonsense, il paradosso.

“Questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.”

Uno sberleffo di trascendenza che va oltre la domanda con ironia, l’unica possibile risposta ad una domanda che “una” risposta non la può avere.

Musicologica è un punto di partenza dopo sette milioni e mezzo di “pensieri profondi”. Amo la musica da sempre. Mi ha affascinato per il suo essere impalpabile, invisibile, eppure così presente come ossigeno nell’aria da non poterne fare a meno. Perché? Lo dovevo capire. E così dopo aver divorato dischi e riviste ho cercato la risposta nella dotta Università di Padova, prima con la laurea triennale in Discipline dell’Arte della Musica e dello Spettacolo e poi con la specialistica in Musicologia e Beni Musicali.
Alla prima lezione del primo corso è stato presentato uno dei testi d’esame: “Che cos’è la musica?” di Carl Dahlaus e Hans Heinrich Eggebrecht. Ero nel posto giusto! Il primo passo verso un mondo che racchiude infiniti universi al suo interno. Uno dei miei libri preferiti.

Che cos’è la Musica? La classica risposta è “la colonna sonora della vita” e poi ossigeno, condivisione, divertimento, svago, compagna di viaggio… Per alcuni la Musica è un lavoro, per altri un linguaggio per costruire nuovi mondi, molti invece a questa domanda non hanno mai pensato.

Una definizione in senso stretto non esiste, perché non esiste “la” musica. È un concetto che anche solo storicamente nella tradizione culturale occidentale è cambiato spesso dall’antichità ai giorni nostri. Pitagora associava la musica a rapporti numerici in cui si manifestava l’armonia dell’universo, per Sant’Agostino era una “scientia bene mondulandi” mentre all’inizio dell’età moderna la pratica musicale rimandava alla sfera delle emozioni; passando per il razionalismo del Settecento e l’irrazionalismo Romantico si arriva alla concezione moderna di linguaggio che dà forma a pensieri musicali.

“La musica non dovrebbe essere solo un idromassaggio per il corpo, uno psicogramma sonoro, un percorso mentale in suoni, ma soprattutto flusso diventato suono della ipercosciente elettricità cosmica”

Karlheinz Stockhausen

Ecco il perché di Musicologica (musica + logica) per cercare di incuriosire, porre le giuste domande e andare alla scoperta della Musica nella sua essenza. Parlare di musica è parlare della società di oggi, del suo rapporto imprescindibile con il pubblico e della loro evoluzione nella storia. Parlare di Musica è parlare di arte, di comunicazione, di evoluzione, rivoluzione, pensiero, progresso. È un mondo che va scoperto cercando con curiosità di ascoltare, osservare, imparare: audio, video, disco.

“Parlare di musica è come ballare di architettura” diceva Frank Zappa.
E allora si dia inizio alle danze!