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Perché alcune musiche sopravvivono in epoche diverse e altre vengono dimenticate?

bach terminator

Ci sono pagine di musica che sono sopravvissute nei secoli, considerate dei “classici”; capolavori senza tempo diventati modelli di perfezione, suonati e risuonati nelle sale da concerto ancora oggi.

Probabilmente anche per alcune musiche del Novecento accadrà la stessa sorte e qualcosa di simile sta succedendo con alcuni brani già oggi considerati dei classici (di questo ne ho parlato qui: La nascita del repertorio dalle orchestre di musica classica alle cover band). Ma come mai alcune musiche sopravvivono, anche in epoche lontane e diverse da quelle nelle quali sono state composte, mentre altre vengono dimenticate?

La risposta secondo molti studiosi va rintracciata nel particolare rapporto che si instaura tra musica e pubblico. È uno dei processi che più interessano gli studiosi di Sociologia della Musica secondo cui il pubblico non va considerato solamente come un accidentale insieme di individui, «ma come un raggruppamento integrato della società globale e nei diversi gruppi, strati e classi, nella misura in cui esprime queste realtà ed in qualche modo le rappresenta».

Ogni genere musicale è sempre, inevitabilmente, in rapporto con un certo tipo di pubblico a cui si rivolge. E il pubblico, in quanto organo di ricezione, consente di misurare l’azione del compositore e rappresenta una sorta di registratore sul quale si scrive la storia della musica.

Come ricorda Marcello Sorce Keller, importante sociologo della musica, Gaston Rageot (1872-1940) sosteneva che l’opera d’arte è un fatto storico da studiare non solo nel momento della sua apparizione in un dato tempo e luogo, ma durante il suo viaggio nello spazio e nel tempo, nei momenti che lo seguono.

Il successo attesta che un’opera prodotta da una particolare persona è stata accolta da una collettività.

Gaston Rageot

È la comunità, il pubblico, a determinare cosa può sopravvivere. Si innesca un inevitabile processo di selezione con cui nel tempo viene a compiersi il destino di un’opera musicale che è dovuto non solo a fattori artistici, ma in misura più o meno rilevante anche a fattori sociali.  

«Se un’opera permane o resuscita attraverso i secoli, è perché è investita di una costante che si mantiene in un rapporto identico con un’altra costante, di natura sociologica, invariabile attraverso i secoli o almeno toccata da un coefficiente di cambiamento infinitesimale». [A. Machabey “Traité de la critique musicale” Paris, 1947. p. 45]. Oppure una seconda ipotesi: «La musica conterrebbe in potenza vari focolai d’attrazione i quali si attiverebbero uno dopo l’altro, seguendo un cammino del tempo, ma dispiegando tutti lo stesso potenziale, dal momento che sembra apprezzata nella stessa misura in tempi e ambienti diversi». [sempre Machabey 45-46]

Il ruolo sociale attivo del pubblico nella storia della musica non dovrebbe comunque mettere in ombra il ruolo della stessa arte musicale sulle trasformazioni estetiche e psicologiche del pubblico nel rapporto con le opere. Ad esempio Sorce Keller ricorda come la lunghezza delle sinfonie di Beethoven rappresentò un ostacolo per il pubblico dell’epoca, ma la Nona (l’ultima e la più lunga) non incontro questa difficoltà: il pubblico si era ormai abituato alla lunghezza.

Ci sono anche casi in cui il pubblico non ha attribuito quasi nessuna importanza ad opere destinate ad un futuro lungo successo. Questo ad esempio è successo con uno dei pilastri della storia della musica, Johann Sebastian Bach, le cui opere sono state dimenticate per quasi due generazioni e poi riscoperte nei primi anni dell’Ottocento grazie all’interesse di importanti opinion makers.

Grazie al musicologo tedesco Johann Nikolaus Forkel, autore della prima biografia di Bach, ebbe inizio la cosiddetta “Rinascita Bachiana” a cui seguì nel 1829 l’esecuzione della “Passione secondo Matteo” a cura del compositore e direttore Felix Mendelssohn-Bartholdy che fu accolta con grande successo. Nel 1850 nacque anche la “Società Bachiana” creata da importanti compositori dell’epoca, tra cui Robert Schumann, con il compito non solo di favorire l’esecuzione delle sue musiche, ma anche di pubblicarne l’intera opera. E Bach non fu mai più dimenticato.

E come mai invece altre musiche non hanno questa fortuna e vengono dimenticate?

Marcello Sorce Keller individua alcune possibili risposte di carattere generale che possono adattarsi a tutte le epoche e ai diversi generi musicali:

  • appartenere ad una tradizione musicale minoritaria o un genere poco importante
  • nel caso della presenza di un testo, l’utilizzo di una lingua poco conosciuta
  • l’uso di uno stile d’avanguardia in periodi storici in cui l’innovazione è scarsamente considerata
  • la mancanza di opinion makers

Come ha osservato la sociologa contemporanea Vera Zolberg: «da un punto di vista sociologico, l’opera d’arte altro non è che un momento in quel processo a cui partecipano più attori, operanti attraverso istituzioni sociali e seguendo tendenze storicamente osservabili».

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La musica è diventata invisibile

La musica è la più impalpabile e inafferrabile di tutte le arti.

La musica la si può ascoltare, la si può comporre, creare, suonare; la si può immaginare, ballare, interpretare; la si può studiare, raccontare, sognare; la si può amare, odiare, subire, vivere… ma non si può toccare. È immateriale, è fatta di onde sonore, di vibrazioni, sembra quasi una magia. La musica a Federico Fellini ricordava una dimensione di armonia, di pace, di compiutezza dalla quale si è stati esclusi.

La musica è crudele quando finisce non sai dove va, sai solo che è irraggiungibile e questo ti rende triste.

 Federico Fellini nel libro “Sul cinema” a cura di Giovanni Grazzini

Per secoli, per millenni, la musica è esistita solamente nell’istante in cui veniva eseguita. È stato con l’avvento delle scoperte nel campo della riproduzione audio e gli sviluppi tecnologici che è stato possibile ascoltare musica riprodotta su supporti registrati e non solamente durante una sua esecuzione dal vivo.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. C’è stato un allargamento esponenziale del pubblico, l’industrializzazione del consumo, l’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

La musica “riprodotta” è diventata una realtà che è andata sovrapponendosi alla musica “dal vivo” e che oggi ormai l’ha quasi eclissata sottraendone la sua naturale e genuina spontaneità, l’hic et nunc in cui ha preso vita. Quell’attimo in cui viene creata è salvato per sempre e diventa quasi un monumento perenne. Si può finalmente toccare la musica, la si può possedere per sempre.

Vinili, cd, musicassette sono degli scrigni magici. Racchiudono la storia di un disco: dai disegni e i colori scelti per la copertina, ai nomi di tutte le persone che l’hanno creata, i testi, le note, i ringraziamenti, le fotografie. La musica è concreta, è reale, si può annusare, si può vedere.

L’evoluzione non si è fermata, ha portato alla nascita dei supporti digitali, della musica liquida, degli mp3 fino ad arrivare al ritorno della musica invisibile. Oggi la musica esiste solo su smartphone o chiavette usb tanto che gli ultimi modelli di automobili non hanno nemmeno più il lettore cd. Sembra quasi un’involuzione: si vengono a perdere tutte le ricchezze che i supporti fisici avevano aggiunto e fisicamente la musica non esiste più e non la si possiede più. Esiste in file all’interno di applicazioni digitali che non dureranno per sempre.

La musica è diventata invisibile. Nelle fotografie, nei post e nelle storie Instagram in cui immortalare l’atto di ascoltare musica, non ci sono le copertine degli album, le fotografie dei musicisti o i testi contenuti all’interno, il disco del cd, un nastro, i solchi del vinile; si possono solo fotografare i supporti con cui la si ascolta come cuffie, cuffiette, screenshot di applicazioni sullo schermo di uno smartphone. È sempre più effimera e transitoria, quasi non esiste più.

E al posto di Ricordi nella mia città ora c’è Prada.

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Che musica si cerca su Google?

Il motore di ricerca Google lo conosciamo tutti, è il più usato al mondo per cercare qualcosa nel web. Forse non tutti sanno dell’esistenza di Google Trends: uno strumento di analisi (gratuito) che offre un enorme database di informazioni sulle oltre 5 miliardi di ricerche che vengono effettuate quotidianamente su Google.

Quali sono gli argomenti più gettonati? Le parole chiave (keyword) più cercate? Le tendenze del momento? Cosa cerca “la gente” su Google?

Google Trends ha le risposte a tutte queste domande e anche ad una mia curiosità: quali sono le ricerche più gettonate associate alla musica? Che “musica” cerca la gente su Google?

Questo è il risultato:

Dati relativi al periodo 3/07/2019 – 3/07/2020
(il valore numerico si riferisce all’indice di interesse, espresso con un punteggio da 0 a 100)

Questi sono i primi 15 risultati delle ricerche più popolari effettuate nel motore di ricerca Google durante l’ultimo anno in Italia associate alla parola “musica”. Risultato evidente e schiacciante: scaricare musica. Gratis. Scaricare, non ascoltare, ovviamente.

Non c’è una curiosità per qualcosa di relativo alla musica, un musicista ad esempio, una canzone (da segnalare un’impennata a febbraio 2020 della ricerca “musica e il resto scompare” titolo del brano presentato da Electra Lamborghini a Sanremo). Interessante notare come la musica “classica” superi di una posizione la musica “italiana”, entrambe battute dalla musica “rilassante” al quarto posto.

Per il resto tranne il revival della “musica anni 80” che appare in fondo classifica (ma lo sappiamo che non se ne esce vivi dagli anni ’80!) il resto è sconfortante: quello che interessa maggiormente è trovare il modo di scaricare musica, gratuitamente, o ascoltarla, sempre gratuitamente, su YouTube. E di modi per farlo legalmente o illegalmente il motore di ricerca risponde con pagine e pagine di link.

Questo mi richiama alla mente una recente intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e notissimo divulgatore lanciato dal programma Superquark di Piero Angela. L’intervista (che potete vedere qui) ha come tema l’insegnamento della Storia e Barbero sottolinea come sia difficile far amare agli studenti una materia così noiosa – se limitata allo stretto nozionismo scolastico – ma in realtà così appassionante e avvincente; dopotutto si parla di “noi”, è la storia dell’umanità, del nostro passato.

Con la Musica penso che la partenza sia opposta e il risultato non si discosti troppo: a tutti piace la musica, tutti la ascoltano, hanno voglia di ascoltarla e si ingegnano con metodi più o meno legali per poterla ascoltare “facilmente”. Ma a quanti poi interessa davvero approfondirla come arte, come portatrice di storia e cultura, al di là di possederla come un bene di consumo che fa compagnia e sottofondo?

Perché si cercano tutti i modi possibili per scaricarla, anche illegalmente, piuttosto che acquistarla? Siamo al paradosso per cui, abituati alla musica gratis, si spendono centinaia di euro per cuffie e altoparlanti da esibire come capi di abbigliamento di lusso e collegare a smartphone costosissimi, ma si faticano a pagare 10 euro al mese per un abbonamento che dà accesso ad un catalogo infinito di 35 milioni di canzoni.

E non è un processo causato dalla musica liquida, che lo ha solo aumentato. I dischi si copiavano anche su cassetta negli anni ’80. È un problema di soldi? Di mentalità? Aveva ragione Adorno quando negli anni ’50 e ’60 tuonava contro la massificazione alienante degli individui messa in atto dall’industria culturale? La tecnologia ha avvilito l’arte, l’ha resa un bene di consumo distorcendone il significato?

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Perché il 21 giugno è la Festa della Musica?

Ormai c’è una giornata dedicata a festeggiare pressoché qualsiasi cosa: si va dalla Festa della donna, della mamma, del papà, alla Giornata mondiale per la Pace (1 Gennaio), delle torte (23 Gennaio), della carbonara (6 Aprile). Oggi (19 Giugno) è il Garfield Day, ma anche il Martini Day. Se volete scoprirle tutte cliccate qui: daysoftheyear.com

Non poteva mancare una giornata dedicata alla Festa della Musica che si celebra il 21 Giugno, il giorno del solstizio d’estate. Un grande evento internazionale che si ripete regolarmente da 38 anni, una delle più importanti feste a valore culturale che sia mai stata istituita.

Tutto iniziò nell’ottobre del 1981 in Francia. L’allora Ministro della Cultura Jack Lang nominò Maurice Fleuret direttore della musica e della danza. Fleuret presentò una nota dove sosteneva che la nuova politica musicale del Paese avrebbe dovuto tenere conto di un dato rilevante: 5 milioni di francesi, di cui un giovane su due, suonavano uno strumento musicale, mentre le manifestazioni musicali organizzate fino ad allora riguardavano solo una minoranza della popolazione.

Fête de la musique au Palais Royal, à Paris, le 21 juin 1982 ...

Fleuret propose una rivoluzione nel contesto della musica, che mirava a fare incontrare tutti i tipi di musica, senza gerarchie e distinzioni: “una liberazione sonora, un’ebbrezza, una vertigine tra le più autentiche, le più intime, le più eloquenti dell’arte”.

Da queste considerazioni e riflessioni il 21 giugno 1982 venne organizzata la prima Festa della Musica (la “Fête de la Musique”), un fenomeno culturale senza precedenti che non aveva niente in comune con i Festival di musica usuali: una festa della musica nazionale, popolare, gratuita e aperta a tutti i generi musicali. Musicisti dilettanti e professionisti invasero strade, cortili, piazze, giardini, stazioni, musei. La festa di tutte le musiche e di tutti i musicisti.

Il giorno scelto è simbolico: il 21 giugno cade il solstizio d’estate, il più lungo giorno dell’anno, ma anche giorno legato a molte tradizioni pagane e ancestrali, e già festa di San Giovanni.

Dilettante o professionista, ognuno si può esprimere liberamente, la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

www.festadellamusica.beniculturali.it

Il successo fu grande e immediato. Dal 1985, anno europeo della Musica, la Festa della Musica si svolge in Europa e nel mondo. Dal 1995, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Budapest, Napoli, Parigi, Praga, Roma, Senigallia sono le città fondatrici dell’Associazione Europea Festa della musica. Tantissimi i concerti che si svolgono ogni anno, il 21 giugno, in tutte le città. Concerti gratuiti dove dilettanti e professionisti si possono esprimere liberamente: la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

Questi i principi che ispirano la Festa della Musica e che potete trovare sul sito web del Ministero per i beni e le attività culturali cliccando qui:

La musica è un linguaggio universale che può veicolare messaggi e contenuti di altissimo significato e superare barriere culturali, politiche ed economiche ed è quindi occasione di socialità;


Tutti i generi musicali potranno essere rappresentati, affinché la giornata diventi la festa di tutte le musiche;

Tutti gli artisti, dagli allievi delle scuole di musica ai musicisti di fama internazionale, devono poter trovare una scena nella quale esibirsi;

Le manifestazioni dovranno essere aperte a tutti per favorire, con l’ingresso gratuito, la maggior partecipazione possibile agli eventi musicali.

In Italia la Festa della Musica 2020 sarà un’edizione molto particolare che vedrà protagonisti, oltre a Paolo Fresu come testimonial, anche tanti medici ed infermieri. Una giornata che sarà poi dedicata alla memoria di Ezio Bosso, che ne fu testimonial nel 2018. Tantissime le iniziative previste in oltre 300 città per un totale di 13.000 artisti coinvolti. Per tutte le informazioni rimando al sito ufficiale.

Per non farci mancare mai nulla, secondo una bizzarra rilettura del calendario Maya che è circolata in rete nei giorni scorsi (una bufala) la data della fine del mondo calcolata il 21 dicembre 2012 era sbagliata: sarebbe il 21 giugno 2020. Una curiosa coincidenza.

In ogni caso, se volete star tranquilli, potete affidarvi alla santa patrona della musica, Santa Cecilia, che viene ricordata il 22 novembre. Perché? Questa è un’altra storia…



L’immagine di copertina è un’illustrazione di Heng Swee Lim.

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La funzione della musica

musica vilini

La nostra quotidianità è piena di musica, infinitamente di più rispetto al tempo in cui vivevano i grandi pensatori del passato. La musica, diceva Aristotele (IV sec a.C.), non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici: può servire all’educazione, per procurare la catarsi, per la ricreazione, il sollievo e il riposo dopo lo sforzo.

Avvicinandoci ai nostri giorni, illuminante e severo il commento che a riguardo ci ha lasciato il filosofo e sociologo Thedor W. Adorno nel suo libro “Introduzione alla sociologia della musica” pubblicato nel 1962.

La questione relativa alla funzione della musica nella società moderna viene posta in relazione all’uso quotidiano, anzi di “routine quotidiana” che ne fa l’uomo-massa, l’uomo ingranaggio della gigantesca società massificata. La musica è un’arte, ma Adorno sostiene che «il tipo di coloro che intendono la musica come passatempo è di gran lunga più diffuso». Questo toglie il valore estetico della musica come opera d’arte che non viene più percepita come tale, arrivando al concetto di perdita del “peso specifico dell’arte”.

Thedor W. Adorno

Secondo Adorno la principale funzione della musica nella società di massa è legata al concetto di passatempo quale veicolo di piacere: «non a caso la musica più consumata, quella appartenente alla sfera “leggera”, è sempre accordata su un tono di diletto, dove il mondo minore è una spezia elargita raramente».

E ancora, musica come consolatrice, un conforto alla comunità solitaria: Adorno vede nella musica il suono di una voce della collettività massificata, capace di far sentire uniti i singoli che la compongono. Musica che poi diviene, inevitabilmente, un pretesto del settore produttivo: musica usata per vendere, musica che diventa pubblicità, bene di consumo. Un’opera d’arte quasi profanata, sfruttata.

Adorno parla anche del feticismo che coinvolge tutti i beni di consumo in generale e quelli musicali in particolare. Era il 1962, chissà cosa direbbe oggi che salviamo nelle nostre playlist centinaia di dischi e canzoni, accumuliamo centinaia, migliaia, di ore di musica pur sapendo che non avremo mai il tempo di ascoltarla.

«La funzione della musica oggi non è poi affatto così diversa da quello dello sport, non meno enigmatica nella sua ovvietà. In effetti il tipo dell’intenditore di musica che sul piano della reazione fisica misurabile risulta un intenditore, si avvicina al tipo del tifoso sportivo. Studi approfonditi sui frequentatori abituali degli stadi e sugli ascoltatori della radio che hanno la mania della musica potrebbero rivelare analogie sorprendenti».

Per molti cosiddetti uomini di cultura sembra che dopotutto parlare e leggere musica sia più importante della musica stessa.

Thedor W. Adorno

Una visione che ci risulta severa, estrema; forse perché, purtroppo, vera?  

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La musica può essere inquinante?

Ascoltare musica oggi è un’esperienza quotidiana di vita: possiamo sentirla per scelta o involontariamente ovunque, sia negli spazi comuni di condivisione sociale e persino quando squilla un telefono. L’avvento delle nuove tecnologie ha comportato un cambiamento delle modalità di ascolto e di ricezione della musica che spesso non viene nemmeno percepita e di fatto relegata a semplice sottofondo.

Su queste problematiche lo psicologo John Sloboda ha effettuato un’interessante ricerca volta a quantificare la musica alla quale un individuo è generalmente sottoposto nell’arco di una giornata e valutarne le conseguenze: i volontari dovevano segnalare le varie musiche che di volta in volta sentivano, specificando l’ora e la circostanza alla quale erano associate. Dall’analisi dei dati è emerso che la presenza della musica è rilevata come attività di per sè solo nel 2% dei casi, mentre è il lavoro che si sta svolgendo l’occupazione sentita come principale. L’ascolto di brani musicali assume soltanto un ruolo secondario, di sottofondo, e finisce per non essere nemmeno più rilevato.

Riflettendo su questi dati non sembra poi così strano parlare di “inquinamento musicale” (un caso particolare di inquinamento acustico). In Italia già nel 2002 si era svolto a Bologna un convegno su queste tematiche, dove si erano messi a confronto musicologi, giuristi, economisti, medici, ed esperti in comunicazione. Un fenomeno relativamente recente, nato nella società contemporanea, in cui la diffusione indiscriminata della musica arriva anche ad ignorare i principi fondamentali della convivenza civile, come l’elementare rispetto di chi in quel momento non vuole ascoltare musica o quello specifico brano musicale.

Una musica non voluta e quindi subita non è più fonte di piacere e di sollievo, ma invadendo lo spazio interiore della persona diventa causa di malessere: se il luogo, la situazione o lo stato fisico e psichico non richiedono la presenza di una musica, ascoltarla può creare disagio, o addirittura risultare insopportabile. La costante presenza della musica ignora i principi di convivenza civile, calpesta la libertà d’ascolto e l’inquinamento musicale diventa una questione tipicamente urbana di civiltà offesa.

Non è una questione di generi musicali di per sé, ma fondamentalmente di disposizione all’ascolto: anche la musica classica, più consonante e timbricamente morbida, può risultare insopportabile anche ad un amante del genere se in quel momento non ci si sente predisposti ad un adeguato ascolto.

Nella nostra società pregna di rumori non c’è più spazio per il silenzio, un momento di attività in cui si favorisce l’ascolto profondo, la riflessione, il pensiero, facendolo oggi diventare una risorsa. L’abuso di musica in tutti gli ambienti della vita quotidiana impedisce non solo un rapporto con se stessi, ma anche il dialogo con gli altri: a causa della sua invasiva presenza risulta a volte impossibile comunicare con il proprio interlocutore.

Il critico, compositore e teorico dell’ascolto Michel Chion nel libro “Musica, Media e Tecnologie” (Milano, Il Saggiatore, 1996) propone un “elogio dell’ascolto”, lamentando il fatto di come nella nostra società, sia nei comportamenti come nel linguaggio, nulla venga fatto per valorizzare l’ascolto e trova le ragioni di questa svalutazione nelle basi della cultura moderna, che è essenzialmente una cultura visiva. Nello specifico sottolinea come una delle esperienze più profonde legate alla musica, ovvero «l’ascolto anima e corpo», venga sottovalutato e siano invece considerati con maggior enfasi altri aspetti della comunicazione musicale, come il numero di ascoltatori di un determinato programma (anche se magari sono ascoltatori distratti) o l’esuberanza dimostrata dal pubblico (anche se non è sempre segno di una comprensione profonda del pezzo).

La difesa dal rumore, e specificamente dall’inquinamento musicale, va affidata a un’educazione musicale che sia vera educazione all’ascolto consapevole, critico e selettivo, più rispettoso dell’essere umano, della convivenza civile, della musica stessa.

E, forse, se ci fosse meno musica la apprezzeremmo di più?


Altri articoli su queste tematiche:
L’ascolto inconsapevole
Che tipo di ascoltatore sei?

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Che cos’è la Sociologia della Musica?

La relazione tra musica e società è centrale nell’esperienza dell’uomo ed è stata oggetto d’indagine sin dalle origini della riflessione teorica su questa specifica forma espressiva. La dimensione sociale è ravvisabile a più livelli: dall’esecuzione in pubblico di un brano, visto come momento di coesione tra gli spettatori, alle influenze storiche e sociali che gravano su un’opera in misura diversa relativamente al proprio periodo storico.

Nel corso degli ultimi cento anni ci si è rivolti con sempre maggiore attenzione agli aspetti contestuali del fatto musicale, tanto che oggi lo studio della storia musicale, unito dal punto di vista delle scienze sociali è diventato un fatto acquisito. Alcuni importanti settori della musicologia tendono a sviluppare l’interdisciplinarietà intensificando il legame con altre discipline di studio quali, ad esempio, l’antropologia, la psicologia, la sociologia e la musicoterapia.

La Sociologia della Musica è una disciplina che, a differenza della critica e dell’analisi musicale concentrate sull’osservazione dell’oggetto in sé, tende a focalizzare il suo interesse su problemi legati alla distribuzione, alla divulgazione e alla fruizione:

I sociologi analizzano la “costruzione sociale” delle idee e dei valori estetici, piuttosto che la qualità “intrinseca” degli oggetti artistici.

Marcello Sorce Keller (dal libro: “Musica e sociologia” Milano, Casa Ricordi, 1996, p. 7).

Nell’ambito degli studi socio-musicali ci si occupa di quelle forme e generi musicali che hanno un concreto e forte impatto nella vita sociale attraverso analisi interne ai casi e ai contesti che vi corrispondono. Nell’ambito degli studi contemporanei è il sociologo della musica a studiare i fenomeni legati alla cultura di massa e, in particolare, la popular music: un genere di produzione musicale legato a logiche di produzione e fruizione massificate.

Rispetto all’evoluzione storica e sociale dei rapporti fra mecenati, committenti, impresari, producer, artisti, pubblico e fruitori, interessanti sono i contributi della Sociologia della Musica in riferimento alla differenziazione delle figure del musicista “professionista” e “dilettante”: dal musico che prestava servizio presso le Corti piuttosto che per la Chiesa, fino alla contemporaneità che vede il musicista legato alle logiche del mercato musicale di massa.

Nella modernità si sono imposte nuove situazioni che la Sociologia non manca di analizzare: il nuovo grande pubblico creato dai mass media, totalmente differente a quello che nell’Ottocento era solito riunirsi nelle sale da concerto; la questione del riconoscimento del diritto d’autore e l’istituzione del copyright che iniziarono ad affermarsi a seguito della Rivoluzione Francese e Americana, come attestazione della tutela della proprietà intellettuale di un individuo.

Il contributo dato da Theodor W. Adorno nei riguardi di queste tematiche è fondamentale. Adorno considera la società a lui contemporanea come conseguenza del mito illuministico del progresso, che ha finito per subordinare gli individui ad un processo di massificazione alienante. Motore di questo processo è quella che lui chiama “industria culturale”: un complesso tecnologico-industriale che con i mezzi di comunicazione rende possibile la produzione, la riproduzione e la distribuzione dei prodotti artistici . Secondo Adorno perciò gli strumenti di riproduzione delle opere d’arte, e quindi anche della musica, avviliscono l’arte reificandola e distorcendone il significato.

Questa visione totalmente negativa della condizione della musica nella nostra società moderna non viene però condivisa, ad esempio, da Walter Wiora, che parla di un’attuale “quarta età della musica”, cioè  quella che «unisce l’eredità di tutte le culture precedenti in una specie di museo universale, creando una vita concertistica internazionale, così come internazionali sono gli sviluppi della tecnica, della ricerca, della composizione ecc…, che si manifestano di fronte ad un pubblico anch’esso mondiale».

Appare evidente come la Sociologia della Musica non sia da considerarsi una disciplina in senso stretto, quanto piuttosto un campo di studio. Si parla a questo proposito di:

Natura duale della sociologia musicale: ricerca empirica da un lato, riflessione filosofica dall’altro.

Marcello Sorce Keller
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Sono davvero necessarie tutte queste dirette?

Un titolo provocatorio per un articolo diverso dal solito, un momento di riflessione sul particolare momento che stiamo vivendo. In piena emergenza Coronavirus e chiusi in casa dalla quarantena, il mondo si è reso conto delle possibilità che offre il web. E i social network vengono vissuti e utilizzati in modo differente: non più come passatempo invasivo alle normali forme di socializzazione umana, ma come dei mezzi per riuscire a mantenere rapporti sociali anche se “virtuali”.

Le piattaforme virtuali di condivisione globale annientano i rischi di contagio e ci fanno sentire meno soli in questo particolare periodo di isolamento. Ecco il proliferare di film e serie tv in streaming, tour virtuali e centinaia di migliaia di concerti in diretta. Uno degli antidoti al malumore e allo sconforto di questi giorni è ascoltare musica. Il potere terapeutico delle note è attestato da innumerevoli studi e ve ne ho parlato in un precedente articolo: Perché ascoltare la musica ci fa stare bene?

La musica è un momento di svago, evasione, compagnia, ma ha anche il potere di promuovere la salute e il benessere fisico e psicologico. Ecco che i social network come Instagram e Facebook sono diventati dei nuovi palchi virtuali dove si esibiscono sia semplici appassionati, sia i grandi artisti. Concerti casalinghi che danno la possibilità di godere della musica dal vivo direttamente dal divano di casa, in tutta sicurezza.

La parola d’ordine in questo momento è streaming.

Questa nuova modalità di fare e di fruire musica sta tenendo compagnia a tutti gli amanti della musica, vecchi e nuovi, che hanno più tempo a disposizione per ascoltare qualche diretta. Aumenta anche la curiosità di ascoltare qualche artista che in tempi di vita “normali” non avrebbero avuto voglia o tempo di seguire ad un concerto.

Lo streaming quindi è un alleato del nostro tempo? E la musica che ruolo ha in tutto questo?

Quando potranno durare questi concerti in streaming per non diventare poi un surrogato della normale performance dal vivo? O possono invece diventare un alleato per il futuro? Magari immaginando nuovi modi di fare musica sfruttando l’enorme potenzialità che questi palchi virtuali offrono: dal un lato raggiungere un pubblico virtualmente infinito e dall’altro poter assistere comodamente da casa a concerti eseguiti dall’altra parte del mondo.

Dei grandi momenti rivoluzionari per la storia della musica sono stati l’invenzione della radio, del fonografo e poi della musica liquida, che hanno cambiato per sempre il modo di concepire l’ascolto musicale. C’è chi dice abbiano lentamente ucciso la voglia di musica, chi invece al contrario che l’abbiano moltiplicata.

C’è il rischio di una disaffezione al concerto dal vivo e il rischio che la musica venga percepita ancor di più come un sottofondo sonoro gratuito, o invece si è amplificata la curiosità e la voglia di andare ai concerti?

Si è forse riusciti a sensibilizzare il pubblico sull’importanza che la musica, le arti e la cultura in generale hanno nelle nostre vite?

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L’ascolto inconsapevole

Ascoltare musica oggi è un’esperienza quasi quotidiana di vita: possiamo sentirla per scelta o involontariamente ovunque, sia negli spazi comuni di condivisione sociale e persino quando squilla un telefono. L’avvento delle nuove tecnologie ha comportato un cambiamento delle modalità di ascolto e di ricezione della musica che spesso non viene nemmeno percepita e di fatto relegata a semplice sottofondo.

Per “ascoltare” veramente la musica si dovrebbe invece prestarle la dovuta attenzione, coscienziosamente, come accade quando si legge un libro, ad esempio. Ma a differenza dell’uso della vista, che richiede una volontarietà di movimento per utilizzarla, la musica può raggiungere l’orecchio umano senza l’obbligo della concentrazione o dell’esplicito desiderio di sentirla. Per questo motivo risulta difficile riuscire ad estraniarsi da una musica che viene diffusa in un determinato luogo: a differenza di un oggetto visivo, non possiamo “volgerle la schiena”.

La comunicazione musicale a differenza della comunicazione linguistica non ha come funzione primaria quella di trasmettere un significato. Per comprendere ciò che viene detto durante un discorso è necessaria una decodifica costante, mentre per quanto riguarda una musica, una melodia, la ricezione può avvenire anche in maniera distratta e discontinua.


L’opera ha un senso ma non ha un significato, cioè non permette di definire delle relazioni tra significante e significato paragonabili a quelle del linguaggio.

Michel Imberty in “Suoni, emozioni, significati”

La musica più che “significare” trasmette, suggerisce delle emozioni che provocano delle associazioni verbali che nascono dall’interpretazione che ogni ascoltatore fa di un dato brano. La musica ci offre però numerosi esempi di ambiguità percettive che evocano significati complessi e molteplici, tra i quali non è possibile effettuare una scelta netta, ma che arricchiscono e rinnovano ogni volta l’ascolto.

Secondo il musicologo Philip Tagg si possono distinguere tre diversi livelli di comunicazione musicale:

1) strutturalmente conscio/cognitivo: comprende i casi in cui l’ascoltatore si rende conto della presenza della musica e vi presta la sua attenzione;

2) preconscio/affettivo: riguarda le reazioni che la musica ascoltata consapevolmente provoca ad un livello preconscio. È quello su cui Tagg si sofferma maggiormente, in quanto ritiene che qui si trovino le risposte riguardanti il funzionamento comunicativo della Popular Music. Afferma infatti che la musica, a livello preconscio, comunica degli “affects”, cioè emozioni interiori, che spesso non sono spiegabili verbalmente e che non sempre si manifestano in un comportamento esteriore;

3) subconscio/neurologico che si presenta quando degli stimoli musicali provocano delle risposte in un ascoltatore che non si accorge nemmeno della loro presenza. È il caso, ad esempio, del cliente di un supermercato che, anche se non si rende conto del fatto che viene diffusa della musica, adatta il proprio passo a tale stimolo sonoro. Per capire cosa la musica comunichi a questo livello, si tratterà di studiare le risposte neurologiche ed i componenti inconsci attivati dall’ascoltatore.

Molte discipline tra cui le neuroscienze e la psicologia hanno indagato quali siano i meccanismi celebrali alla base di tutte queste operazioni apparentemente facili ed automatiche.

Mentre una delle più note distinzioni delle diverse tipologie dei comportamenti di ascolto musicale “consapevole” è quella stilata dal musicologo, sociologo, filosofo Theodor W. Adorno che trovate all’articolo: Che tipo di ascoltatore sei?


Per un approfondimento:
– Oliver Sacks, “Musicofilia. Racconti sulla musica e il cervello” ed. Adelphi, 2008.
– Philip Tagg, “On the specificity of musical communication. Guidelines for Non-Musicologists” Göteborg: Stencilled Papers from the Musicology Department, 1981.

Immagine di copertina: Lim Heng Swee

logica musica

La musica come affermazione della propria identità

In ogni epoca il fare musica può essere considerato come un collante di gruppo: nei campi di cotone, nelle risaie, nelle marce degli alpini, a Woodstock, ai concerti dei Beatles, nei rave: la musica è il collante di un’identità.

Ascoltare, ballare o suonare un certo tipo di musica è un modo per affermare la propria identità e sentirsi parte di una collettività come può essere la scelta di quali abiti indossare, che mezzo di trasporto usare o quali letture fare.

La Sociologia della Musica ha studiato come l’esperienza musicale svolga un ruolo importante nella formazione e nell’affermazione di identità individuali e collettive. Nel corso della nostra esistenza sviluppiamo un senso di appartenenza ad un determinato luogo, nazione, religione, parte politica, gruppo d’età, classe sociale… Sono forme di identità che la musica, attività sociale per eccellenza, aiuta a determinare, e alle volte anche ostentare, caricandole di un valore simbolico profondo ed efficace.

Il musicologo e sociologo Marcello Sorce Keller afferma che: «L’attività del far musica, i nostri gusti nel produrla, nell’ascoltarla, le nostre scelte di partecipare con altri ai riti a cui essa dà sostanza, costituiscono un ulteriore modo di chiarire a noi stessi e a chi ci osserva chi siamo (o perlomeno chi pensiamo di essere o desideriamo essere), con chi ci identifichiamo e con chi invece non desideriamo confonderci».

La musica, il far musica pertanto, è un’attività che, al tempo stesso, ci accomuna a qualcuno e ci separa da qualcun altro, sempre e ovunque.

Marcello Sorce Keller

Per trovare degli esempi non occorre andare molto lontano nel tempo, se ne possono ritrovare facilmente molti nel corso della storia del Novecento. Negli anni Cinquanta il Rock’n’Roll fu il primo caso in cui un genere musicale venne usato da un’intera generazione di ragazzi quasi come una bandiera e un mezzo per dare voce alla rottura con i valori della società dei loro padri.

Il Rock’n’Roll dall’America si diffuse poi in tutta Europa e formò una sottocultura giovanile che scelse a simbolo della propria identità quella particolare musica, anche se proveniva da un altro continente. Questo è un esempio di come si possa formare un “sound group” di persone che sceglie di adottare una certa musica come stile di vita per i valori che in essa vede rappresentati. Così accade oggi con generi musicali come la Trap, l’Indie Rock, il K-Pop e molti altri che fanno presa sulle giovani generazioni, ma che non catturano tutti coloro che a quegli ambiti appartengono.

La musica Classica europea, per secoli dominata dalla Chiesa e privilegio delle corti aristocratiche, nell’Ottocento è diventata un rito sociale appartenente alla borghesia. Le canzoni di una patria lontana invece mantengono vivi il sentimento di appartenenza degli emigrati; gli inni nazionali, le marce militari, le canzoni di protesta e i canti religiosi sono altri facili esempi. Mantenendo sempre validi altri generi musicali ormai classici e le loro relative differenti identità come Jazz, Blues, Pop, Rock, Punk, Metal. Ognuno nel tempo ha creato determinate sottoculture portatrici di specifici valori i cui fan, ieri come oggi, si sentono accomunati.

La propria identità sociale non è però fissa e univoca, si può far parte contemporaneamente di diversi gruppi sociali all’interno dei quali ci sono diversi gusti e generi musicali; poi si cresce e anche l’età e l’evoluzione personale contribuiscono alle scelte musicali. Insomma, quasi nessuno ama solo e per sempre un unico genere musicale.


Per un approfondimento:
Marcello Sorce Keller «Musica come rappresentazione e affermazione di identità». In: Tullia Magrini (a cura di), Universi sonori: Introduzione all’etnomusicologia, Torino, Einaudi.