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E se Spotify costasse 15 euro all’ora?

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Se Spotify costasse 15 euro l’ora… sarebbe una follia! È qualcosa di impensabile, anche ragionando per assurde ipotesi. Chi mai pagherebbe questa cifra per un’ora di musica? Oggi Spotify con un abbonamento di 9,90 euro al mese dà accesso illimitato a quasi tutta la musica esistente. Massima resa, minima spesa.

Chi pagherebbe 15 euro per 1 ora di musica?

Ad esempio, qualche giorno fa è stato pubblicato l’ultimo album degli Helloween (nota band Power Metal di Amburgo attiva dal 1983, un genere di nicchia e non così commerciale). Il disco lo si può ascoltare in tutte le piattaforme di streaming, volendo anche gratis ed in maniera totalmente legale, in cambio di un po’ di pubblicità ogni tanto. Per i più nostalgici o i collezionisti si può acquistare in formato fisico al costo di 16,99 euro per la versione base.

PRIMA DELLO STREAMING: LA PREISTORIA

Una volta c’erano i CD (e prima ancora le musicassette e prima ancora i vinili) e costavano. Costavano anche tanto. Ad esempio, una ristampa del primo CD degli Helloween “Walls of Jericho” (pubblicato nel 1987) nel 1998 veniva venduta a 38.900 lire.

Per ascoltare un CD, più o meno 45 minuti di musica, bisognava recarsi in un negozio di dischi e pagarlo. Era un altro mondo, un’altra era.

Poi tutto è cambiato e oggi la musica si ascolta gratis, ovunque, facilmente e legalmente. Senza dover mettere mano al portafoglio, rompere il porcellino dei risparmi e dover scegliere dolorosamente quale disco comprare e quale no. Ecco l’importanza che aveva allora leggere pagine e pagine di recensioni, seguire i programmi preferiti alla radio o nella giurassica MTV per cercare di compiere la scelta giusta.

Una volta la musica costava, circa 15 euro l’ora.

Per avere musica gratis c’erano poche soluzioni. La modalità legale: riuscire a farsi prestare il cd/musicassetta/vinile da un amico; la modalità illegale: duplicare il cd/musicassetta/vinile dell’amico; la modalità paziente e parzialmente illegale: ascoltare ore di radio in attesa che venisse trasmessa la canzone desiderata e registrarla. L’upgrade poi fu registrare i videoclip trasmessi da MTV (YouTube era ancora più in là della fantascienza allora). E poi arrivò Napster e il mondo cambiò per sempre.

È PIÙ IMPORTANTE ASCOLTARE CHE ACQUISTARE

Oggi siamo abituati ad avere tutta la musica del mondo gratis (o a 9,99 euro al mese) e non si torna indietro. È una conquista, una ricchezza senza pari poter ascoltare in qualsiasi momento qualsiasi cosa desideriamo. Ascoltiamo molta più musica, tantissima, senza doverci preoccupare delle nostre finanze. Anche solo per curiosità: per essere sicuri che proprio non è di nostro gradimento oppure, al contrario, scoprendo artisti su cui mai avremmo investito dei soldi per comprare un loro disco.

Una lunga evoluzione che ha portato l’atto di ascoltare musica ad essere più importante dell’atto di acquistare musica. Un futuro che sembra riportare la musica alla sua primitiva essenza: un tempo lontanissimo in cui non esistevano mezzi di riproduzione e la musica si poteva ascoltare soltanto nell’istante in cui veniva suonata; esisteva nel momento in cui veniva creata.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. Hanno portato ad un allargamento esponenziale del pubblico, all’industrializzazione del consumo, all’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

I numeri che contano oggi sono quelli delle visualizzazioni ottenute. Da diverso tempo non si sente più parlare di “tot” copie vendute di un disco, ma il vanto principale degli artisti è screenshottare il traguardo dei primi posti sulle varie piattaforme d’ascolto. Numeri da capogiro che però non rispecchiano i guadagni ottenuti dai musicisti, che sono in realtà molto bassi.

Nemmeno questa è una novità. Da quando l’ascolto è diventato un atto più importante dell’acquisto l’intero mercato si è impoverito. Non tanto i grandi nomi internazionali, che comunque hanno dovuto adeguarsi a questo cambiamento, ma musicisti ed etichette con poche centinaia di migliaia di fan che un tempo guadagnavano dalla vendita dei dischi. “Lo dicono i numeri: lo streaming funziona solo per l’1% degli artisti” titolava Rolling Stones qualche mese fa in un articolo in cui racconta come oggi i Big si spartiscono quasi tutta la torta, mentre il 99% di band e cantanti annaspa e non riesce ad emergere.

LA MUSICA È COME L’OSSIGENO

Ascoltare musica oggi è uno svago, uno svago che ormai si pretende sia gratuito. È scontato poter ascoltare in qualsiasi momento quello che si vuole e senza pagare.

La musica è come l’ossigeno: è ovunque, è gratis e non ne possiamo fare a meno. Come l’ossigeno anche la musica è diventata invisibile (ne ho parlato qui: La musica è diventata invisibile), ma riusciamo ancora a comprenderne davvero il suo valore?


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La storia del Rock in una canzone

Era il 1979 quando Neil Young pubblicò “Rust Never Sleeps”, la ruggine non dorme mai. Un titolo che già sa di leggenda per un disco che si apre con il brano My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue): in pochi versi Neil Young riassume la storia del Rock, la sua filosofia e il suo futuro.

“The King” is gone but he’s not forgotten
This is the story of a Johnny Rotten
It’s better to burn out than fade away
“The King” is gone but he’s not forgotten
.


ROCK AND ROLL IS HERE TO STAY

Siamo alla fine degli anni ’70 e il Rock ha alle spalle un glorioso passato, ha radici ben salde, ma il tempo passa inesorabilmente con il rischio di arrivare alla “corrosione” artistica. Non per il Rock, non per la vera essenza del Rock, per la sua energia primitiva che sta alla sua base ed è la sua salvezza. Il Rock è come la ruggine e “non dorme mai”.

My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) che apre la prima facciata del disco, viene riproposta in versione elettrica alla fine, con il titolo cambiato in My, My, Hey, Hey (Into The Black) e il testo leggermente modificato. Neil Young voleva sparare in faccia all’ascoltatore tutta l’energia debordante del Rock a volumi assordanti. Nel mondo del Rock se devi dire qualcosa devi dirlo forte, potente e devi dirlo presto.

“THE KING” IS GONE BUT HE’S NOT FORGOTTEN

A Neil Young l’ispirazione per questo brano arrivò sull’onda emotiva della morte di Elvis Presley avvenuta due anni prima, 16 agosto 1977. È il lui “il Re” che se ne è andato, ma che non potrà mai essere dimenticato, come canta nel verso “The King” is gone but he’s not forgotten. La storia del Rock nasce con lui: tutto cominciò da Elvis Presley che si agitava selvaggiamente scuotendo il bacino a ritmo indiavolato.

Erano gli anni Cinquanta ed Elvis svegliò l’America del Dopo Guerra. Era ribelle, irriverente, spudorato e il Rock divenne la colonna sonora di una generazione e di trasformazioni sociali che sono arrivate fino ad oggi.

La nascita del Rock’n’Roll fu la risposta diretta alla nascita di un nuovo soggetto sociale: i giovani. Oggi siamo abituati a considerare i giovani come un mondo con gusti e comportamenti propri, ma prima di allora non era così. Prima della metà degli anni Cinquanta ai giovani non era riconosciuta autonomia culturale e per la prima volta in assoluto nella storia nacque una musica rivolta esclusivamente a loro: ne rivendicava una propria identità, in conflitto con il resto della società.

Stanchi delle consuetudini e con un grande desiderio di libertà, i giovani cominciarono a stabilire proprie regole nell’abbigliamento, nei comportamenti, nelle relazioni sociali e nella musica. Iniziano a scegliere una musica in grado di esprimere i loro desideri. Il Rock’n’Roll nasce dal conservatorismo della Country Music e l’energia ribelle del Rhythm’n’Blues: incarnava l’ambivalenza che sentivano i giovani di allora, divisi tra un distaccamento dal modello parentale conformista e la sfiducia nei simboli del benessere.

I giovani diventano un soggetto sociale ben definito e soprattutto un nuovo soggetto economico da intercettare. L’interesse dei pubblicitari puntò presto verso questa nuova fascia di popolazione in grado, molto più che in passato, di spendere e consumare.

THIS IS THE STORY OF A JOHNNY ROTTEN

Anche se “la ruggine non dorme mai” di acqua sotto i ponti del Rock ne è passata tanta. Con Neil Young e My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) siamo nel 1979, siamo nel momento della storia in cui arriva il Punk a dare uno scossone allo star system del Rock.

“No future” cantavano i Sex Pistols. Nessun futuro, nessuna speranza. Mentre il 16 agosto 1977 Elvis, il Re, si spegneva nella sua dorata Graceland, in Inghilterra esplodeva il Punk. Johnny Rotten, il leader dei Sex Pistols, con tutta la sua carica nichilista e ribelle, faceva a pezzi il mondo di lustrini e paillette che il Rock non era riuscito a distruggere.

Il Punk è il Rock’n’Roll di una generazione senza sogni e senza speranze, che non vede la possibilità di un futuro migliore e prova a cantare la propria rabbia mettendo da parte le buone maniere, scardinando le regole dello show-business.

Con Woodstock e la fine degli anni Settanta era finita l’era d’oro del Rock. Chiusa la fucina dei grandi ideali e delle rivoluzioni, arrivò l’industria discografica con il chiaro obiettivo di capitalizzare il Rock. Il Rock degli anni Settanta con la sua forza comunicativa era riuscito ad abbattere molti muri e si era conquistato un posto di primo piano nel panorama culturale e dello spettacolo. Celebrava il suo trionfo cambiando pelle ed entrando a patti con la cultura di massa.

IT’S BETTER TO BURN OUT THAN TO FADE AWAY

Neil Young canta di uno spirito ribelle che nonostante tutto non si arrugginisce, canta il timore di un conservatorismo artistico da cui è possibile salvarsi mantenendo viva l’energia primitiva del Rock. E curiosamente My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) è entrata nella leggenda della storia del Rock anche perché è legata a filo doppio ad un gruppo ed un genere musicale che per molti ha ucciso il Rock: il Grunge dei Nirvana.

Elvis inizia la sua carriera nel 1954 e 40 anni dopo nell’aprile del 1994 Kurt Cobain, leader dei Nirvana, si suicidò. Nella lettera d’addio scritta poco prima di togliersi la vita e trovata accanto al suo corpo, Cobain cita esplicitamente un verso di questa canzone:

Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, come l’etica dell’indipendenza e della comunità si sono rivelati esatti. Non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. (…) A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco (…) e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. (“It’s better to burn out than to fade away”)

Ma il Rock è imprevedibile: nel corso della sua storia sono nati tantissimi generi e sottogeneri, dai più commerciali ai più estremi. Cambia pelle, si evolve e il suo spirito ribelle non morirà mai perché, come canta Neil Young: la ruggine non dorme mai.

Rock and roll can never die
There’s more to the picture
Than meets the eye

My my, hey hey
Rock and roll is here to stay
It’s better to burn out than to fade away
My my, hey hey

Out of the blue and into the black
You pay for this, but they give you that
And once you’re gone, you can’t come back
When you’re out of the blue and into the black.

The king is gone but he’s not forgotten
Is this the story of Johnny rotten?
It’s better to burn out than it is to rust
The king is gone but he’s not forgotten.

Hey hey, my my
Rock and roll can never die
There’s more to the picture
Than meets the eye.
Hey hey, my my.

Bibliografia:
Ernesto Assante e Gino Castaldo “Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano”, Einaudi, 2004.

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John Sheperd e la musica per gli alieni

Creare un contatto, un punto di incontro, condividere un messaggio. La musica può essere un vero e proprio strumento di comunicazione con le sue geometrie, i suoi rapporti matematici. Ripetizioni e formule, armonia e melodia.

John Sheperd ha dedicato gran parte della sua vita nel dimostrare che “la musica è un linguaggio universale”. Un animo sensibile, una sorta di eroe romantico dei nostri tempi. Anno dopo anno, dando fondo a tutti i suoi risparmi, John Shepard ha costruito un vero e proprio laboratorio da scienziato pazzo con tanto di apparecchi tecnologici, trasmettitori e computer all’avanguardia. Tutto questo per trasmettere musica verso l’ignoto, oltre il nostro sistema solare, nella speranza che lassù, qualcuno, potesse ricevere quel segnale e risponderci.

Musica di tutti i generi, soprattutto elettronica ed esotica (la cosiddetta World Music), predilette probabilmente perché più matematica e quantizzata la prima, quanto tribale e legata all’istinto primario della vita la seconda.

Dal 20 agosto, “John e la musica per gli alieni”, il breve corto-documentario della sua storia diretto da Matthew Killip, è disponibile su Netflix (link).


Il sogno di un folle?

Seppur possa essere considerato il “sogno di un folle”, l’impresa di John Sheperd non può che farci riflettere sul potere comunicativo della musica. Abbiamo già approfondito in precedenza le contraddizioni e i vicoli ciechi riguardo al tema “la musica è un linguaggio universale” e questa storia offre ulteriori spunti di riflessione tanto da ricordare e rievocare la celebre scena di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg. Il grido di un uomo alla ricerca di qualcuno che possa portarlo a un livello superiore, anche solo un bisogno di essere ascoltato e capito.

Probabilmente il vero alieno è proprio lui, John Sheperd, una persona di sicuro particolare, così diversa dall’uomo comune delle campagne del Michigan, un visionario figlio dei fiori, omosessuale, con un’ossessione di raggiungere qualcuno che a noi è invisibile.

Tutto questo può portarci a riflettere su quale musica sia la più adatta ad essere fruita e compresa da una cultura così lontana dalla nostra.

Innanzitutto, la base di ogni fenomeno è il movimento, la dinamicità, il ritmo. Una cultura lontana dovrà condividere con noi una percezione del ritmo. Senza questo ogni comunicazione non sarebbe possibile, che sia verbale, scritta o musicale. Su questa base è possibile l’elaborazione di un codice a partire dalle frequenze e dai rapporti matematici costruiti attorno ad esse.

Ma non è proprio quello che è successo con il nostro modo di percepire e vivere la musica? Dai canti tribali alla dodecafonia la storia della Musica è la storia di un linguaggio che si è evoluto da semplici e primordiali percussioni ad elaborate sequenze concettuali. Per una cultura come la nostra, egocentrica e globalizzata, è difficile pensare ad un concetto di linguaggio universale della musica a livello oggettivo.

Probabilmente con esseri diversi da noi sarebbe ancora più complicato, in quanto anche gli archetipi presenti nel profondo di ogni istinto umano verrebbero meno. Tuttavia, la poetica della fantascienza ci apre le porte a una spinta verso nuovi orizzonti, al vedere e capire il mondo non più attraverso i nostri occhi, ma cercando di raggiungere una nuova comprensione grazie al diverso. E in questo mondo c’è bisogno di persone disposte a realizzare i propri sogni, persone capaci di mettere in discussione le contraddizioni dei nostri tempi, persone come John Sheperd.

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La musica potrebbe essere un linguaggio universale – I suoni binaurali

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Esistono domande scomode, quasi proibite. Spesso ci si concentra sul dettaglio tralasciando la forza primigenia, l’archè (ἀρχή), per dirla con un termine caro alla filosofia greca. Il musicologo, come un moderno Socrate, deve utilizzare tutta la sua energia maieutica per rispondere alla grande domanda: “Che cos’è la musica?”

Il tema è complesso e il lavoro di musicologica ruota attorno a questo concetto fin dalle sue origini.

Quello che la maggior parte delle persone intende come musica è in realtà una piccola percentuale di quello che la Musica è. La forza della Musica si propaga nella cultura, nella geometria, nelle arti e anche nelle scienze.

Per identificare la Musica come un linguaggio universale doveremmo riuscire a separarla dal concetto che ne abbiamo nella cultura e scoprirla attraverso altre angolazioni. Un linguaggio universale deve, per definizione, funzionare, essere compreso, allo stesso modo per ogni uomo, indiscriminatamente, al di là di ogni luogo di origine, epoca e cultura. La musica “occidentale” è un codice “occidentale” e, nonostante la globalizzazione abbia avvicinato le diverse culture, alcune differenze permangono e persistono.

La musica indiana, in ere antiche, ha avuto un’intuizione per cerca di creare un linguaggio musicale universale (ne ho parlato qui).  Un campo di studi molto più recente e che, in futuro, potrebbe portare a risultati interessanti riguarda i cosiddetti suoni binaurali.


I suoni binaturali

Il concetto si collega direttamente al fenomeno dei battimenti, un’interessante effetto vibratorio scoperto dalla Fisica acustica. Il battimento si genera quando un’oscillazione vibratoria di un corpo che produce un suono si scontra con un’oscillazione vibratoria di un altro suono di frequenza diversa ma vicina. Vengono a crearsi contemporanemente due sinusoidi che, interagendo e sovarpponendosi tra loro, portano l’orecchio a percepire “note” aggiuntive, diverse dalle due vibrazioni d’origine

Nel caso dei suoni binaurali l’effetto è ancora più sorprendente perché è previsto l’utilizzo di auricolari, in modo da poter ascoltare due suoni di frequenza diversa da un orecchio all’altro. Per esempio, immaginiamo che nell’orecchio destro venga fatto pulsare un suono a 195 Hz, mentre nell’orecchio sinistro un suono a 190 Hz. Il nostro cervello cercherà automaticamente di compensare la differenza portando la propria frequenza cerebrale a 5 Hz

Il fenomeno venne scoperto per la prima volta nel 1839 dallo scienziato prussiano Heinrich Wilhelm Dove, ma la sua applicazione ed efficacia è ancora in fase di studio. Molto considerato dalla cultura New Age per la sua non ancora dimostrata capacità di favorire stati meditativi, il fenomeno dei suoni binaurali potrebbe essere un nuovo e rivoluzionario strumento per applicazioni mediche e terapeutiche.

Una musica “diversa”, certamente lontana dalla nostra concezione di musica occidentale legata più allo svago e all’evasione.

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Perché alcune musiche sopravvivono in epoche diverse e altre vengono dimenticate?

bach terminator

Ci sono pagine di musica che sono sopravvissute nei secoli, considerate dei “classici”; capolavori senza tempo diventati modelli di perfezione, suonati e risuonati nelle sale da concerto ancora oggi.

Probabilmente anche per alcune musiche del Novecento accadrà la stessa sorte e qualcosa di simile sta succedendo con alcuni brani già oggi considerati dei classici (di questo ne ho parlato qui: La nascita del repertorio dalle orchestre di musica classica alle cover band). Ma come mai alcune musiche sopravvivono, anche in epoche lontane e diverse da quelle nelle quali sono state composte, mentre altre vengono dimenticate?

La risposta secondo molti studiosi va rintracciata nel particolare rapporto che si instaura tra musica e pubblico. È uno dei processi che più interessano gli studiosi di Sociologia della Musica secondo cui il pubblico non va considerato solamente come un accidentale insieme di individui, «ma come un raggruppamento integrato della società globale e nei diversi gruppi, strati e classi, nella misura in cui esprime queste realtà ed in qualche modo le rappresenta».

Ogni genere musicale è sempre, inevitabilmente, in rapporto con un certo tipo di pubblico a cui si rivolge. E il pubblico, in quanto organo di ricezione, consente di misurare l’azione del compositore e rappresenta una sorta di registratore sul quale si scrive la storia della musica.

Come ricorda Marcello Sorce Keller, importante sociologo della musica, Gaston Rageot (1872-1940) sosteneva che l’opera d’arte è un fatto storico da studiare non solo nel momento della sua apparizione in un dato tempo e luogo, ma durante il suo viaggio nello spazio e nel tempo, nei momenti che lo seguono.

Il successo attesta che un’opera prodotta da una particolare persona è stata accolta da una collettività.

Gaston Rageot

È la comunità, il pubblico, a determinare cosa può sopravvivere. Si innesca un inevitabile processo di selezione con cui nel tempo viene a compiersi il destino di un’opera musicale che è dovuto non solo a fattori artistici, ma in misura più o meno rilevante anche a fattori sociali.  

«Se un’opera permane o resuscita attraverso i secoli, è perché è investita di una costante che si mantiene in un rapporto identico con un’altra costante, di natura sociologica, invariabile attraverso i secoli o almeno toccata da un coefficiente di cambiamento infinitesimale». [A. Machabey “Traité de la critique musicale” Paris, 1947. p. 45]. Oppure una seconda ipotesi: «La musica conterrebbe in potenza vari focolai d’attrazione i quali si attiverebbero uno dopo l’altro, seguendo un cammino del tempo, ma dispiegando tutti lo stesso potenziale, dal momento che sembra apprezzata nella stessa misura in tempi e ambienti diversi». [sempre Machabey 45-46]

Il ruolo sociale attivo del pubblico nella storia della musica non dovrebbe comunque mettere in ombra il ruolo della stessa arte musicale sulle trasformazioni estetiche e psicologiche del pubblico nel rapporto con le opere. Ad esempio Sorce Keller ricorda come la lunghezza delle sinfonie di Beethoven rappresentò un ostacolo per il pubblico dell’epoca, ma la Nona (l’ultima e la più lunga) non incontro questa difficoltà: il pubblico si era ormai abituato alla lunghezza.

Ci sono anche casi in cui il pubblico non ha attribuito quasi nessuna importanza ad opere destinate ad un futuro lungo successo. Questo ad esempio è successo con uno dei pilastri della storia della musica, Johann Sebastian Bach, le cui opere sono state dimenticate per quasi due generazioni e poi riscoperte nei primi anni dell’Ottocento grazie all’interesse di importanti opinion makers.

Grazie al musicologo tedesco Johann Nikolaus Forkel, autore della prima biografia di Bach, ebbe inizio la cosiddetta “Rinascita Bachiana” a cui seguì nel 1829 l’esecuzione della “Passione secondo Matteo” a cura del compositore e direttore Felix Mendelssohn-Bartholdy che fu accolta con grande successo. Nel 1850 nacque anche la “Società Bachiana” creata da importanti compositori dell’epoca, tra cui Robert Schumann, con il compito non solo di favorire l’esecuzione delle sue musiche, ma anche di pubblicarne l’intera opera. E Bach non fu mai più dimenticato.

E come mai invece altre musiche non hanno questa fortuna e vengono dimenticate?

Marcello Sorce Keller individua alcune possibili risposte di carattere generale che possono adattarsi a tutte le epoche e ai diversi generi musicali:

  • appartenere ad una tradizione musicale minoritaria o un genere poco importante
  • nel caso della presenza di un testo, l’utilizzo di una lingua poco conosciuta
  • l’uso di uno stile d’avanguardia in periodi storici in cui l’innovazione è scarsamente considerata
  • la mancanza di opinion makers

Come ha osservato la sociologa contemporanea Vera Zolberg: «da un punto di vista sociologico, l’opera d’arte altro non è che un momento in quel processo a cui partecipano più attori, operanti attraverso istituzioni sociali e seguendo tendenze storicamente osservabili».

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La musica è diventata invisibile

La musica è la più impalpabile e inafferrabile di tutte le arti.

La musica la si può ascoltare, la si può comporre, creare, suonare; la si può immaginare, ballare, interpretare; la si può studiare, raccontare, sognare; la si può amare, odiare, subire, vivere… ma non si può toccare. È immateriale, è fatta di onde sonore, di vibrazioni, sembra quasi una magia. La musica a Federico Fellini ricordava una dimensione di armonia, di pace, di compiutezza dalla quale si è stati esclusi.

La musica è crudele quando finisce non sai dove va, sai solo che è irraggiungibile e questo ti rende triste.

 Federico Fellini nel libro “Sul cinema” a cura di Giovanni Grazzini

Per secoli, per millenni, la musica è esistita solamente nell’istante in cui veniva eseguita. È stato con l’avvento delle scoperte nel campo della riproduzione audio e gli sviluppi tecnologici che è stato possibile ascoltare musica riprodotta su supporti registrati e non solamente durante una sua esecuzione dal vivo.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. C’è stato un allargamento esponenziale del pubblico, l’industrializzazione del consumo, l’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

La musica “riprodotta” è diventata una realtà che è andata sovrapponendosi alla musica “dal vivo” e che oggi ormai l’ha quasi eclissata sottraendone la sua naturale e genuina spontaneità, l’hic et nunc in cui ha preso vita. Quell’attimo in cui viene creata è salvato per sempre e diventa quasi un monumento perenne. Si può finalmente toccare la musica, la si può possedere per sempre.

Vinili, cd, musicassette sono degli scrigni magici. Racchiudono la storia di un disco: dai disegni e i colori scelti per la copertina, ai nomi di tutte le persone che l’hanno creata, i testi, le note, i ringraziamenti, le fotografie. La musica è concreta, è reale, si può annusare, si può vedere.

L’evoluzione non si è fermata, ha portato alla nascita dei supporti digitali, della musica liquida, degli mp3 fino ad arrivare al ritorno della musica invisibile. Oggi la musica esiste solo su smartphone o chiavette usb tanto che gli ultimi modelli di automobili non hanno nemmeno più il lettore cd. Sembra quasi un’involuzione: si vengono a perdere tutte le ricchezze che i supporti fisici avevano aggiunto e fisicamente la musica non esiste più e non la si possiede più. Esiste in file all’interno di applicazioni digitali che non dureranno per sempre.

La musica è diventata invisibile. Nelle fotografie, nei post e nelle storie Instagram in cui immortalare l’atto di ascoltare musica, non ci sono le copertine degli album, le fotografie dei musicisti o i testi contenuti all’interno, il disco del cd, un nastro, i solchi del vinile; si possono solo fotografare i supporti con cui la si ascolta come cuffie, cuffiette, screenshot di applicazioni sullo schermo di uno smartphone. È sempre più effimera e transitoria, quasi non esiste più.

E al posto di Ricordi nella mia città ora c’è Prada.

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Che musica si cerca su Google?

Il motore di ricerca Google lo conosciamo tutti, è il più usato al mondo per cercare qualcosa nel web. Forse non tutti sanno dell’esistenza di Google Trends: uno strumento di analisi (gratuito) che offre un enorme database di informazioni sulle oltre 5 miliardi di ricerche che vengono effettuate quotidianamente su Google.

Quali sono gli argomenti più gettonati? Le parole chiave (keyword) più cercate? Le tendenze del momento? Cosa cerca “la gente” su Google?

Google Trends ha le risposte a tutte queste domande e anche ad una mia curiosità: quali sono le ricerche più gettonate associate alla musica? Che “musica” cerca la gente su Google?

Questo è il risultato:

Dati relativi al periodo 3/07/2019 – 3/07/2020
(il valore numerico si riferisce all’indice di interesse, espresso con un punteggio da 0 a 100)

Questi sono i primi 15 risultati delle ricerche più popolari effettuate nel motore di ricerca Google durante l’ultimo anno in Italia associate alla parola “musica”. Risultato evidente e schiacciante: scaricare musica. Gratis. Scaricare, non ascoltare, ovviamente.

Non c’è una curiosità per qualcosa di relativo alla musica, un musicista ad esempio, una canzone (da segnalare un’impennata a febbraio 2020 della ricerca “musica e il resto scompare” titolo del brano presentato da Electra Lamborghini a Sanremo). Interessante notare come la musica “classica” superi di una posizione la musica “italiana”, entrambe battute dalla musica “rilassante” al quarto posto.

Per il resto tranne il revival della “musica anni 80” che appare in fondo classifica (ma lo sappiamo che non se ne esce vivi dagli anni ’80!) il resto è sconfortante: quello che interessa maggiormente è trovare il modo di scaricare musica, gratuitamente, o ascoltarla, sempre gratuitamente, su YouTube. E di modi per farlo legalmente o illegalmente il motore di ricerca risponde con pagine e pagine di link.

Questo mi richiama alla mente una recente intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e notissimo divulgatore lanciato dal programma Superquark di Piero Angela. L’intervista (che potete vedere qui) ha come tema l’insegnamento della Storia e Barbero sottolinea come sia difficile far amare agli studenti una materia così noiosa – se limitata allo stretto nozionismo scolastico – ma in realtà così appassionante e avvincente; dopotutto si parla di “noi”, è la storia dell’umanità, del nostro passato.

Con la Musica penso che la partenza sia opposta e il risultato non si discosti troppo: a tutti piace la musica, tutti la ascoltano, hanno voglia di ascoltarla e si ingegnano con metodi più o meno legali per poterla ascoltare “facilmente”. Ma a quanti poi interessa davvero approfondirla come arte, come portatrice di storia e cultura, al di là di possederla come un bene di consumo che fa compagnia e sottofondo?

Perché si cercano tutti i modi possibili per scaricarla, anche illegalmente, piuttosto che acquistarla? Siamo al paradosso per cui, abituati alla musica gratis, si spendono centinaia di euro per cuffie e altoparlanti da esibire come capi di abbigliamento di lusso e collegare a smartphone costosissimi, ma si faticano a pagare 10 euro al mese per un abbonamento che dà accesso ad un catalogo infinito di 35 milioni di canzoni.

E non è un processo causato dalla musica liquida, che lo ha solo aumentato. I dischi si copiavano anche su cassetta negli anni ’80. È un problema di soldi? Di mentalità? Aveva ragione Adorno quando negli anni ’50 e ’60 tuonava contro la massificazione alienante degli individui messa in atto dall’industria culturale? La tecnologia ha avvilito l’arte, l’ha resa un bene di consumo distorcendone il significato?

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Perché il 21 giugno è la Festa della Musica?

Ormai c’è una giornata dedicata a festeggiare pressoché qualsiasi cosa: si va dalla Festa della donna, della mamma, del papà, alla Giornata mondiale per la Pace (1 Gennaio), delle torte (23 Gennaio), della carbonara (6 Aprile). Oggi (19 Giugno) è il Garfield Day, ma anche il Martini Day. Se volete scoprirle tutte cliccate qui: daysoftheyear.com

Non poteva mancare una giornata dedicata alla Festa della Musica che si celebra il 21 Giugno, il giorno del solstizio d’estate. Un grande evento internazionale che si ripete regolarmente da 39 anni, una delle più importanti feste a valore culturale che sia mai stata istituita.

Tutto iniziò nell’ottobre del 1981 in Francia. L’allora Ministro della Cultura Jack Lang nominò Maurice Fleuret direttore della musica e della danza. Fleuret presentò una nota dove sosteneva che la nuova politica musicale del Paese avrebbe dovuto tenere conto di un dato rilevante: 5 milioni di francesi, di cui un giovane su due, suonavano uno strumento musicale, mentre le manifestazioni musicali organizzate fino ad allora riguardavano solo una minoranza della popolazione.

Fête de la musique au Palais Royal, à Paris, le 21 juin 1982 ...

Fleuret propose una rivoluzione nel contesto della musica, che mirava a fare incontrare tutti i tipi di musica, senza gerarchie e distinzioni: “una liberazione sonora, un’ebbrezza, una vertigine tra le più autentiche, le più intime, le più eloquenti dell’arte”.

Da queste considerazioni e riflessioni il 21 giugno 1982 venne organizzata la prima Festa della Musica (la “Fête de la Musique”), un fenomeno culturale senza precedenti che non aveva niente in comune con i Festival di musica usuali: una festa della musica nazionale, popolare, gratuita e aperta a tutti i generi musicali. Musicisti dilettanti e professionisti invasero strade, cortili, piazze, giardini, stazioni, musei. La festa di tutte le musiche e di tutti i musicisti.

Il giorno scelto è simbolico: il 21 giugno cade il solstizio d’estate, il più lungo giorno dell’anno, ma anche giorno legato a molte tradizioni pagane e ancestrali, e già festa di San Giovanni.

Dilettante o professionista, ognuno si può esprimere liberamente, la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

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Il successo fu grande e immediato. Dal 1985, anno europeo della Musica, la Festa della Musica si svolge in Europa e nel mondo. Dal 1995, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Budapest, Napoli, Parigi, Praga, Roma, Senigallia sono le città fondatrici dell’Associazione Europea Festa della musica.

Tantissimi i concerti che si svolgono ogni anno, il 21 giugno, in tutte le città. Concerti gratuiti dove dilettanti e professionisti si possono esprimere liberamente: la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

Questi i principi che ispirano la Festa della Musica e che potete trovare sul sito web del Ministero per i beni e le attività culturali cliccando qui:

La musica è un linguaggio universale che può veicolare messaggi e contenuti di altissimo significato e superare barriere culturali, politiche ed economiche ed è quindi occasione di socialità;


Tutti i generi musicali potranno essere rappresentati, affinché la giornata diventi la festa di tutte le musiche;

Tutti gli artisti, dagli allievi delle scuole di musica ai musicisti di fama internazionale, devono poter trovare una scena nella quale esibirsi;

Le manifestazioni dovranno essere aperte a tutti per favorire, con l’ingresso gratuito, la maggior partecipazione possibile agli eventi musicali.

In Italia la Festa della Musica 2021 vederà tantissime iniziative in 592 città per un totale di 5.778 artisti coinvolti. Per tutte le informazioni rimando al sito ufficiale.

Un’altra data da segnare in calendario è il 22 novembre, giorno in cui viene ricordata Santa Cecilia.Ma questa è un’altra storia e ve la racconto qui.

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L’immagine di copertina è un’illustrazione di Heng Swee Lim.

logica

La funzione della musica

musica vilini

La nostra quotidianità è piena di musica, infinitamente di più rispetto al tempo in cui vivevano i grandi pensatori del passato. La musica, diceva Aristotele (IV sec a.C.), non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici: può servire all’educazione, per procurare la catarsi, per la ricreazione, il sollievo e il riposo dopo lo sforzo.

Avvicinandoci ai nostri giorni, illuminante e severo il commento che a riguardo ci ha lasciato il filosofo e sociologo Thedor W. Adorno nel suo libro “Introduzione alla sociologia della musica” pubblicato nel 1962.

La questione relativa alla funzione della musica nella società moderna viene posta in relazione all’uso quotidiano, anzi di “routine quotidiana” che ne fa l’uomo-massa, l’uomo ingranaggio della gigantesca società massificata. La musica è un’arte, ma Adorno sostiene che «il tipo di coloro che intendono la musica come passatempo è di gran lunga più diffuso». Questo toglie il valore estetico della musica come opera d’arte che non viene più percepita come tale, arrivando al concetto di perdita del “peso specifico dell’arte”.

Thedor W. Adorno

Secondo Adorno la principale funzione della musica nella società di massa è legata al concetto di passatempo quale veicolo di piacere: «non a caso la musica più consumata, quella appartenente alla sfera “leggera”, è sempre accordata su un tono di diletto, dove il mondo minore è una spezia elargita raramente».

E ancora, musica come consolatrice, un conforto alla comunità solitaria: Adorno vede nella musica il suono di una voce della collettività massificata, capace di far sentire uniti i singoli che la compongono. Musica che poi diviene, inevitabilmente, un pretesto del settore produttivo: musica usata per vendere, musica che diventa pubblicità, bene di consumo. Un’opera d’arte quasi profanata, sfruttata.

Adorno parla anche del feticismo che coinvolge tutti i beni di consumo in generale e quelli musicali in particolare. Era il 1962, chissà cosa direbbe oggi che salviamo nelle nostre playlist centinaia di dischi e canzoni, accumuliamo centinaia, migliaia, di ore di musica pur sapendo che non avremo mai il tempo di ascoltarla.

«La funzione della musica oggi non è poi affatto così diversa da quello dello sport, non meno enigmatica nella sua ovvietà. In effetti il tipo dell’intenditore di musica che sul piano della reazione fisica misurabile risulta un intenditore, si avvicina al tipo del tifoso sportivo. Studi approfonditi sui frequentatori abituali degli stadi e sugli ascoltatori della radio che hanno la mania della musica potrebbero rivelare analogie sorprendenti».

Per molti cosiddetti uomini di cultura sembra che dopotutto parlare e leggere musica sia più importante della musica stessa.

Thedor W. Adorno

Una visione che ci risulta severa, estrema; forse perché, purtroppo, vera?  

logica

La musica può essere inquinante?

Ascoltare musica oggi è un’esperienza quotidiana di vita: possiamo sentirla per scelta o involontariamente ovunque, sia negli spazi comuni di condivisione sociale e persino quando squilla un telefono. L’avvento delle nuove tecnologie ha comportato un cambiamento delle modalità di ascolto e di ricezione della musica che spesso non viene nemmeno percepita e di fatto relegata a semplice sottofondo.

Su queste problematiche lo psicologo John Sloboda ha effettuato un’interessante ricerca volta a quantificare la musica alla quale un individuo è generalmente sottoposto nell’arco di una giornata e valutarne le conseguenze: i volontari dovevano segnalare le varie musiche che di volta in volta sentivano, specificando l’ora e la circostanza alla quale erano associate. Dall’analisi dei dati è emerso che la presenza della musica è rilevata come attività di per sè solo nel 2% dei casi, mentre è il lavoro che si sta svolgendo l’occupazione sentita come principale. L’ascolto di brani musicali assume soltanto un ruolo secondario, di sottofondo, e finisce per non essere nemmeno più rilevato.

Riflettendo su questi dati non sembra poi così strano parlare di “inquinamento musicale” (un caso particolare di inquinamento acustico). In Italia già nel 2002 si era svolto a Bologna un convegno su queste tematiche, dove si erano messi a confronto musicologi, giuristi, economisti, medici, ed esperti in comunicazione. Un fenomeno relativamente recente, nato nella società contemporanea, in cui la diffusione indiscriminata della musica arriva anche ad ignorare i principi fondamentali della convivenza civile, come l’elementare rispetto di chi in quel momento non vuole ascoltare musica o quello specifico brano musicale.

Una musica non voluta e quindi subita non è più fonte di piacere e di sollievo, ma invadendo lo spazio interiore della persona diventa causa di malessere: se il luogo, la situazione o lo stato fisico e psichico non richiedono la presenza di una musica, ascoltarla può creare disagio, o addirittura risultare insopportabile. La costante presenza della musica ignora i principi di convivenza civile, calpesta la libertà d’ascolto e l’inquinamento musicale diventa una questione tipicamente urbana di civiltà offesa.

Non è una questione di generi musicali di per sé, ma fondamentalmente di disposizione all’ascolto: anche la musica classica, più consonante e timbricamente morbida, può risultare insopportabile anche ad un amante del genere se in quel momento non ci si sente predisposti ad un adeguato ascolto.

Nella nostra società pregna di rumori non c’è più spazio per il silenzio, un momento di attività in cui si favorisce l’ascolto profondo, la riflessione, il pensiero, facendolo oggi diventare una risorsa. L’abuso di musica in tutti gli ambienti della vita quotidiana impedisce non solo un rapporto con se stessi, ma anche il dialogo con gli altri: a causa della sua invasiva presenza risulta a volte impossibile comunicare con il proprio interlocutore.

Il critico, compositore e teorico dell’ascolto Michel Chion nel libro “Musica, Media e Tecnologie” (Milano, Il Saggiatore, 1996) propone un “elogio dell’ascolto”, lamentando il fatto di come nella nostra società, sia nei comportamenti come nel linguaggio, nulla venga fatto per valorizzare l’ascolto e trova le ragioni di questa svalutazione nelle basi della cultura moderna, che è essenzialmente una cultura visiva. Nello specifico sottolinea come una delle esperienze più profonde legate alla musica, ovvero «l’ascolto anima e corpo», venga sottovalutato e siano invece considerati con maggior enfasi altri aspetti della comunicazione musicale, come il numero di ascoltatori di un determinato programma (anche se magari sono ascoltatori distratti) o l’esuberanza dimostrata dal pubblico (anche se non è sempre segno di una comprensione profonda del pezzo).

La difesa dal rumore, e specificamente dall’inquinamento musicale, va affidata a un’educazione musicale che sia vera educazione all’ascolto consapevole, critico e selettivo, più rispettoso dell’essere umano, della convivenza civile, della musica stessa.

E, forse, se ci fosse meno musica la apprezzeremmo di più?


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