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Eddie Vedder, John Lennon e una stella cadente

In ogni epoca fare musica e ascoltare musica può essere considerato come un collante di gruppo: nei campi di cotone, nelle risaie, nelle marce degli alpini, a Woodstock, ai concerti dei Beatles, nei rave: la musica è il collante di un’identità.

Ascoltare, ballare o suonare un certo tipo di musica è un modo per affermare la propria identità e sentirsi parte di una collettività. I concerti possono essere visti come dei grandi rituali collettivi: migliaia di persone unite dalla musica. Si canta, ci si emoziona, si balla; uno scambio fatto di sudore, passione, movimento e adrenalina.

Cosa succede quando l’energia di migliaia, anche decine di migliaia, di spettatori viene convogliata dalle stesse onde sonore e veicolata dalla stessa vibrazione?

«Succede che persino il cielo si commuove e gioisce con te» risponde Paola Maugeri nel suo libro “Resilienza” raccontando di un concerto magico, quello di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam, al Firenze Rocks del 2017.

Scenografia intimista perfetta, migliaia di persone pronte a un avvenimento speciale: il più grande concerto della sua carriera solista. (…) Un viaggio musicale intimo attraverso i pezzi più conosciuti dei Pearl Jam, quelli più toccanti dei suoi album solisti e alcune canzoni tra le più rappresentative che hanno trasformato la Visarno Arena in un amabile salotto sotto il cielo stellato.

In quell’atmosfera quai intimista, Eddie Vedder ha dedicato un bellissimo pensiero a John Lennon, sottolineando quanto “Imagine” sia stato un pezzo visionario, ma allo stesso tempo anche profondamente realista, e auspicando che il mondo vada nella direzione anelata dal geniale musicista di Liverpool.

Ed ecco che la vicinanza, la condivisione, l’afflato per un mondo migliore hanno creato un piccolo grande miracolo: sulle note finali di “Imagine” una magnifica stella cadente ha percorso luminosa il cielo facendo palpitare all’unisono i cuori di più di 50.000 esseri umani che, con il naso all’insù, si chiedevano a chi si doveva il piacere di quella perfetta sincronicità.

Nei giorni seguenti centinaia di messaggi increduli sono arrivati sui miei social: si trattava davvero di una stella cadente o di una trovata scenografica di altissimo livello? Era troppo bella e luminosa per essere vera, e com’era possibile che avesse lasciato la sua scia proprio sulle note di “Imagine”?

All’inizio pensavo si trattasse solo di battute scherzose, ma poi ho capito che in moltissimi avevano davvero pensato a una trovata della produzione.

Ebbene, temo che ormai siamo così abituati a vedere il mondo attraverso gli schermi di un telefonino da non sapere più riconoscere la realtà quando si palesa in tutta la sua bellezza e imprevedibilità, tanto da pensare che si tratti di finzione.

Quella stella cadente era vera!

Sì, vera!

Mandata dal cielo per ricordarci cosa può succedere quando ci lasciando andare alla bellezza della musica! Quando le note, i corpi e i volti parlando di pace e di libertà, non esistono più barriere, sovrastrutture, ipocrisie e ci sentiamo talmente liberi da godere appieno dell’amore universale che la musica può donarci. Amore per noi stessi, per gli altri e per il solo fatto di essere vivi!


da Paola Maugeri “Resilienza. Come la musica insegna a stare al mondo” ed. Pickwick, 2019 (pp. 207-211)


You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one…”

Eddie Vedder “Imagine” (live, Firenze Rocks 2017)
(si vede anche la stella cadente, ultimi secondi del video a fine canzone)

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E se “Smoke on the Water” fosse un plagio?

Siamo al cospetto di una canzone entrata nel mito e nella leggenda. Uno dei pilastri imprescindibili della storia del Rock che davvero tutti conoscono: è impossibile non averne mai sentito parlare e non averla ascoltata almeno una volta.

“Smoke on the Water” dei Deep Purple è una leggenda, simbolo dell’Hard Rock anni ’70 e oggi un grande classico, si dice sia il primo pezzo che i musicisti Rock imparano a suonare. Sulla sua storia è stato scritto così tanto da poter riempire una biblioteca intera. La storia di una leggenda non può che nascere in un luogo leggendario, a Montreux in Svizzera (ne ho parlato anche qui: Under Pressure: un giro di basso dimenticato, copiato e conteso), durante un altro evento leggendario: il concerto di Frank Zappa & the Mothers of Invention.

Era il 4 dicembre 1971, i Deep Purple erano lì per registrare l’album “Machine Head” e avevano preso in affitto dai Rolling Stones il loro studio di registrazione mobile, il Rolling Stones Mobile Studios. Al Casinò di Montreux durante il concerto di Zappa scoppiò un incendio, il fuoco distrusse tutto molto rapidamente, attrezzatura della band compresa, per fortuna non ci furono feriti gravi, ma le fiamme e il fumo denso aleggiavano sopra il lago di Lemano (spesso chiamato anche “lago di Ginevra”). “Smoke on the Water” racconta proprio questo episodio, fu registrata pochi giorni dopo e inserita nell’album… il resto è storia.

We all came out to Montreux
On the Lake Geneva shoreline
To make records with a mobile
We didn’t have much time
Frank Zappa and the Mothers
Were at the best place around
But some stupid with a flare gun
Burned the place to the ground

Smoke on the water, fire in the sky

Le prime note di “Smoke on the Water” sono forse il riff più famoso del Rock. Un giro di chitarra in cui il chitarrista dei Deep Purple, Ritchie Blackmore, non sfoggia particolare tecnica, non è difficile da eseguire. È una melodia in scala blues a quattro note in Sol minore, a questo tema centrale si aggiungono poi batteria e basso elettrico, ma è di grande e forte impatto tanto che è passato alla storia ed è considerato da molti anche il miglior riff di sempre.

Deep Purple “Smoke On The Water” 1972 (Official Film Clip)


Il giro di chitarra di “Smoke on the Water” è storico, immortale, il marchio di fabbrica dei Deep Purple e un pezzo di storia. E proprio su questo monumento della musica il critico musicale brasiliano Regis Tadeu nel 2019 ha sganciato una bomba: potrebbe trattarsi di un plagio.

In un video sul suo canale YouTube (lo potete trovare cliccando qui) ha evidenziato come assomigli moltissimo ad una canzone del compositore brasiliano Carlinhos Lyra intitolata “Maria Moita” e pubblicata nel 1964.

Carlinhos Lyra non ha mai fatto causa ai Deep Purple e di questo possibile plagio non si è mai parlato, ma un legame tra i due ci potrebbe essere: l’organizzatore del Montreux Jazz Festival, Claude Nobs, era un grande fan della bossa nova, nonché amico personale dei Deep Purple.
Ascoltare per credere:

Carlinhos Lyra “Maria Moita” (1964)


Molto probabilmente non si tratta di un plagio, ma di assonanze che possono casualmente palesarsi, simili, in brani poi totalmente diversi. Ritchie Blackmore ha parlato diverse volte di come sia nato questo riff e sia stato ispirato addirittura dalla Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven. Le famosissime note iniziali di “Smoke on the Water” sarebbero in realtà la melodia iniziale in chiave Hard Rock della Quinta di Beethoven, ma suonata al contrario, invertita.

È un’interpretazione della sua inversione. La giri e la suoni dalla fine all’inizio. In realtà è la Quinta di Beethoven. Quindi gli devo un sacco di soldi.

Ritchie Blackmore
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Perché il 21 giugno è la Festa della Musica?

Ormai c’è una giornata dedicata a festeggiare pressoché qualsiasi cosa: si va dalla Festa della donna, della mamma, del papà, alla Giornata mondiale per la Pace (1 Gennaio), delle torte (23 Gennaio), della carbonara (6 Aprile). Oggi (19 Giugno) è il Garfield Day, ma anche il Martini Day. Se volete scoprirle tutte cliccate qui: daysoftheyear.com

Non poteva mancare una giornata dedicata alla Festa della Musica che si celebra il 21 Giugno, il giorno del solstizio d’estate. Un grande evento internazionale che si ripete regolarmente da 38 anni, una delle più importanti feste a valore culturale che sia mai stata istituita.

Tutto iniziò nell’ottobre del 1981 in Francia. L’allora Ministro della Cultura Jack Lang nominò Maurice Fleuret direttore della musica e della danza. Fleuret presentò una nota dove sosteneva che la nuova politica musicale del Paese avrebbe dovuto tenere conto di un dato rilevante: 5 milioni di francesi, di cui un giovane su due, suonavano uno strumento musicale, mentre le manifestazioni musicali organizzate fino ad allora riguardavano solo una minoranza della popolazione.

Fête de la musique au Palais Royal, à Paris, le 21 juin 1982 ...

Fleuret propose una rivoluzione nel contesto della musica, che mirava a fare incontrare tutti i tipi di musica, senza gerarchie e distinzioni: “una liberazione sonora, un’ebbrezza, una vertigine tra le più autentiche, le più intime, le più eloquenti dell’arte”.

Da queste considerazioni e riflessioni il 21 giugno 1982 venne organizzata la prima Festa della Musica (la “Fête de la Musique”), un fenomeno culturale senza precedenti che non aveva niente in comune con i Festival di musica usuali: una festa della musica nazionale, popolare, gratuita e aperta a tutti i generi musicali. Musicisti dilettanti e professionisti invasero strade, cortili, piazze, giardini, stazioni, musei. La festa di tutte le musiche e di tutti i musicisti.

Il giorno scelto è simbolico: il 21 giugno cade il solstizio d’estate, il più lungo giorno dell’anno, ma anche giorno legato a molte tradizioni pagane e ancestrali, e già festa di San Giovanni.

Dilettante o professionista, ognuno si può esprimere liberamente, la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

www.festadellamusica.beniculturali.it

Il successo fu grande e immediato. Dal 1985, anno europeo della Musica, la Festa della Musica si svolge in Europa e nel mondo. Dal 1995, Barcellona, Berlino, Bruxelles, Budapest, Napoli, Parigi, Praga, Roma, Senigallia sono le città fondatrici dell’Associazione Europea Festa della musica. Tantissimi i concerti che si svolgono ogni anno, il 21 giugno, in tutte le città. Concerti gratuiti dove dilettanti e professionisti si possono esprimere liberamente: la Festa della Musica appartiene, prima di tutto, a coloro che la fanno.

Questi i principi che ispirano la Festa della Musica e che potete trovare sul sito web del Ministero per i beni e le attività culturali cliccando qui:

La musica è un linguaggio universale che può veicolare messaggi e contenuti di altissimo significato e superare barriere culturali, politiche ed economiche ed è quindi occasione di socialità;


Tutti i generi musicali potranno essere rappresentati, affinché la giornata diventi la festa di tutte le musiche;

Tutti gli artisti, dagli allievi delle scuole di musica ai musicisti di fama internazionale, devono poter trovare una scena nella quale esibirsi;

Le manifestazioni dovranno essere aperte a tutti per favorire, con l’ingresso gratuito, la maggior partecipazione possibile agli eventi musicali.

In Italia la Festa della Musica 2020 sarà un’edizione molto particolare che vedrà protagonisti, oltre a Paolo Fresu come testimonial, anche tanti medici ed infermieri. Una giornata che sarà poi dedicata alla memoria di Ezio Bosso, che ne fu testimonial nel 2018. Tantissime le iniziative previste in oltre 300 città per un totale di 13.000 artisti coinvolti. Per tutte le informazioni rimando al sito ufficiale.

Per non farci mancare mai nulla, secondo una bizzarra rilettura del calendario Maya che è circolata in rete nei giorni scorsi (una bufala) la data della fine del mondo calcolata il 21 dicembre 2012 era sbagliata: sarebbe il 21 giugno 2020. Una curiosa coincidenza.

In ogni caso, se volete star tranquilli, potete affidarvi alla santa patrona della musica, Santa Cecilia, che viene ricordata il 22 novembre. Perché? Questa è un’altra storia…



L’immagine di copertina è un’illustrazione di Heng Swee Lim.

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Sono davvero necessarie tutte queste dirette?

Un titolo provocatorio per un articolo diverso dal solito, un momento di riflessione sul particolare momento che stiamo vivendo. In piena emergenza Coronavirus e chiusi in casa dalla quarantena, il mondo si è reso conto delle possibilità che offre il web. E i social network vengono vissuti e utilizzati in modo differente: non più come passatempo invasivo alle normali forme di socializzazione umana, ma come dei mezzi per riuscire a mantenere rapporti sociali anche se “virtuali”.

Le piattaforme virtuali di condivisione globale annientano i rischi di contagio e ci fanno sentire meno soli in questo particolare periodo di isolamento. Ecco il proliferare di film e serie tv in streaming, tour virtuali e centinaia di migliaia di concerti in diretta. Uno degli antidoti al malumore e allo sconforto di questi giorni è ascoltare musica. Il potere terapeutico delle note è attestato da innumerevoli studi e ve ne ho parlato in un precedente articolo: Perché ascoltare la musica ci fa stare bene?

La musica è un momento di svago, evasione, compagnia, ma ha anche il potere di promuovere la salute e il benessere fisico e psicologico. Ecco che i social network come Instagram e Facebook sono diventati dei nuovi palchi virtuali dove si esibiscono sia semplici appassionati, sia i grandi artisti. Concerti casalinghi che danno la possibilità di godere della musica dal vivo direttamente dal divano di casa, in tutta sicurezza.

La parola d’ordine in questo momento è streaming.

Questa nuova modalità di fare e di fruire musica sta tenendo compagnia a tutti gli amanti della musica, vecchi e nuovi, che hanno più tempo a disposizione per ascoltare qualche diretta. Aumenta anche la curiosità di ascoltare qualche artista che in tempi di vita “normali” non avrebbero avuto voglia o tempo di seguire ad un concerto.

Lo streaming quindi è un alleato del nostro tempo? E la musica che ruolo ha in tutto questo?

Quando potranno durare questi concerti in streaming per non diventare poi un surrogato della normale performance dal vivo? O possono invece diventare un alleato per il futuro? Magari immaginando nuovi modi di fare musica sfruttando l’enorme potenzialità che questi palchi virtuali offrono: dal un lato raggiungere un pubblico virtualmente infinito e dall’altro poter assistere comodamente da casa a concerti eseguiti dall’altra parte del mondo.

Dei grandi momenti rivoluzionari per la storia della musica sono stati l’invenzione della radio, del fonografo e poi della musica liquida, che hanno cambiato per sempre il modo di concepire l’ascolto musicale. C’è chi dice abbiano lentamente ucciso la voglia di musica, chi invece al contrario che l’abbiano moltiplicata.

C’è il rischio di una disaffezione al concerto dal vivo e il rischio che la musica venga percepita ancor di più come un sottofondo sonoro gratuito, o invece si è amplificata la curiosità e la voglia di andare ai concerti?

Si è forse riusciti a sensibilizzare il pubblico sull’importanza che la musica, le arti e la cultura in generale hanno nelle nostre vite?