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“Un’estate al mare” non è così banale

Un’estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un’estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente
Per paura di affogare

“Un’estate al mare” è un evergreen che ogni anno torna, puntuale, tormentone d’agosto. Una canzone dal sapore d’antico che racconta un quadretto estivo semplice e disimpegnato: quella voglia di vacanze, di giornate spensierate al mare “per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni”.

Una canzone che conosco tutti, forse anche senza sapere chi fosse a cantarla. Può ricordare gli anni Sessanta, ma è stata pubblicata nel 1982 da Giuni Russo, nome d’arte della palermitana Giuseppina Romeo. Una delle voci italiane più belle di sempre dall’incredibile estensione vocale di quasi cinque ottave, che ha unito il canto lirico al Pop.

“Un’estate al mare” è stato uno dei suoi più grandi successi e nasconde molte sorprese. Musica e testo sono stati scritti da Franco Battiato insieme a Giusto Pio come parodia e rovesciamento dei classici temi di una canzone estiva. Forse non abbiamo mai prestato la dovuta attenzione al testo: in realtà parla di una prostituta che sogna di andare al mare e di mettere in pausa per un po’ la sua vita difficile.

Chi se non Battiato avrebbe potuto inserire in una canzone versi come «Per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce» oppure «Senti questa pelle com’è profumata, mi ricorda l’olio di Tahiti». È la sua firma, surreale e inimitabile. Franco Battiato partecipa anche all’incisione cantando come seconda voce in due parti del brano.

L’incontro tra Franco Battiato e Giuni Russo avviene nel 1981 grazie al chitarrista e produttore Alberto Radius. Battiato, insieme al violinista e direttore d’orchestra Giusto Pio, realizza per Giuni Russo musiche e testi del suo album “Energie” (1981), un disco all’insegna della sperimentazione e con un uso rivoluzionario della voce unica di Giuni.

Mi colpì la sua voce straordinaria, la vitalità con cui cantava, la sua potenza vocale che andava di pari passo con la sensibilità musicale.

Franco Battiato

Un sodalizio che ha dato risultati eccellenti. “Un’estate al mare” balzò in vetta alle classifiche, ebbe un clamoroso successo di vendite ed è ancora oggi una delle colonne sonore imprescindibili delle estati italiane. Eppure, nelle intenzioni dei suoi autori era nata per deridere le canzonette estive: vengono ripresi tutti i più banali cliché delle tipiche vacanze estive (mare, spiagge, ombrelloni, salvagenti, olio solare), creando una cornice in cui inserire una storia totalmente diversa e amara.

La vacanza al mare diventa la speranza di una breve normalità per una donna costretta a prostituirsi. Il primo verso di “Un’estate al mare” recita: “per le strade mercenarie del sesso che procurano fantastiche illusioni” e una banale vacanza al mare diventa un miraggio, un sogno sospirato “nelle sere quando c’era freddo, si bruciavano le gomme di automobili”.

Il parallelo tra la triste realtà da un lato e la vacanza sognata dall’altro viene reso anche da un raffinato arrangiamento musicale: la parte iniziale è cantata un’ottava bassa per poi liberarsi nel ritornello in stile Twist-Pop e dare spazio all’eccezionale estensione vocale di Giuni Russo. La sua voce sembra salire sulle ali della brezza marina e raggiunge altezze da capogiro nel finale del pezzo dove con la sua voce, senza aiuti tecnologici, riesce a riprodurre l’acutissimo garrito dei gabbiani.

Il pezzo, che doveva essere solo una parentesi commerciale, si tramutò nella gabbia dorata di Giuni Russo. Un’artista ricercata, d’avanguardia, elegante, colta e pop allo stesso tempo, capace con grande ironia di riempire di messaggi subliminali i suoi brani.

Quando vedevo la canzone salire in Hit Parade non credevo ai miei occhi – confessò la cantante in un’intervista – non mi aspettavo che riscuotesse un successo così strepitoso. Per fortuna ho un carattere solido, non mi sono fatta inebriare. Ancora oggi la considero una parentesi felice e niente di più. Io avevo voglia, e ho ancora voglia, di proseguire la mia ricerca vocale, di spaziare in musicalità nuove, diverse e così ho fatto. Certo non ho avuto le stesse spinte, la stessa promozione avuta per “Un’estate al mare”

Giuni Russo “Un’estate al mare” (1982)
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Maracaibo: la storia dell’amante di Fidel Castro

Maracaibo, mare forza nove, fuggire sì ma dove? za’ za’

Alzi la mano chi non l’ha letta canticchiandola e ripensando ai trenini alle feste, il capodanno o un party in spiaggia. “Maracaibo” è un evergreen, un riempipista, una di quelle canzoni che fa subito festa ed è impossibile non ballare. Un classico degli anni ’80 (compie quarant’anni nel 2021) che ci ricorda l’Italia dei film di Vanzina e quel mitico “Vacanze di Natale” del 1983 con Jerry Calà che la suona al piano bar e Christian De Sica che tiene il tempo con le maracas.

“Maracaibo” nell’immaginario collettivo è cristallizzata in quell’atmosfera nostalgica e spensierata che l’ha resa un’icona: un ritmo trascinante e un testo un po’ strano che cantiamo forse senza pensarci troppo. Anche se “Maracaibo” in realtà così spensierata non è: racconta l’amore drammatico e avventuroso tra una trafficante d’armi e Fidel Castro, una storia piena di eccessi e traversie con tanto di una rocambolesca fuga in mare.

VACANZE DI NATALE (1983) -Maracaibo🎤🎹🎼🎄❤️ – Jerry Calà & Christian De Sica

Maracaibo🎤🎹🎼🎄❤️ – Jerry Calà & Christian De Sica in VACANZE DI NATALE (1983)😎☃️❄️#jerrycalà #vacanzedinatale #christiandesica #maracaibo #anni80 #pianobar #vipclub #cortina

Pubblicato da I film con Jerry Calà su Domenica 24 dicembre 2017
dal film “Vacanze di Natale” 1983


“Maracaibo” non è una canzone di Jerry Calà, anche se l’ha resa un suo cavallo di battaglia nelle feste alla Capannina di Forte dei Marmi; neanche di Raffella Carrà che, dopo aver inscenato un balletto sulle note del pezzo durante una trasmissione televisiva, è stata ritenuta per diverso tempo dal pubblico l’autrice del brano. “Maracaibo” è un successo di Luisa (Lu) Colombo, scritto insieme a Davide Riondino con ospiti di eccezione: la registrazione fu curata dal fonico di Spielberg (quello degli effetti speciali di “E.T.”) e la chitarra è suonata da Steve Hopkins, il produttore dei Bee Gees.

Vivevo in un contesto creativo, in quel periodo, contornata da un gruppo di amici – musicisti, intellettuali, scrittori, pubblicitari – da cui uscivano idee interessanti, e a getto continuo, utili anche, alcune, per questo pezzo (…) Deve esserci stata una congiuntura astrale, quel giorno, un magma di stelle che per caso s’incrociavano: c’è qualcosa di magico, l’ho sempre creduto, in quella canzone.

Lu Colombo, intervista per Vanity Fair

Lu Colombo racconta che musica e parole sono state create insieme, ispirate da una storia sulla burrascosa vita di un’amante, vera o presunta, di Fidel Castro. La scelta di Maracaibo, città del Venezuela (che si pronuncia correttamente con l’accento sulla “à” nel dittongo) è casuale: un nome esotico, evocativo, di evasione. La melodia latina è venuta da sé, dalla passione di Lu Colombo per le sonorità cubane e brasiliane dal ritmo ballabile, una Dance Latina che spopolava in quegli anni.


La storia che racconta è un’avventura da film.

La protagonista è Zazà (sì, il “za za” del testo non è un’onomatopea che sottolinea il ritmo e il momento in cui scuotere il bacino!) una spogliarellista cubana che si esibisce in un locale, chiamato Barracuda. Questo lavoro in realtà è una copertura: Zazà è una trafficante d’armi e amante di Fidel Castro, che nel testo è diventato Miguel su richiesta dei discografici per non incappare nella censura.

Miguel è spesso lontano, “era in Cordigliera da mattina a sera” e Zazà si consola tra le braccia di Pedro, ma vengono scoperti da Miguel che accecato dalla gelosia “quattro colpi di pistola le sparò”. A Zazà non resta che fuggire, scappa per mare ma viene travolta da una tempesta (“mare forza nove”) che distrugge la nave (“l’albero spezzato”) e come se non bastasse viene morsa da un pescecane (“una pinna nera, nella notte scura (…) una zanna bianca come la luna”). Ma Zazà è una donna intraprendente, disposta a tutto per ottenere quello che vuole e si salverà. La ritroviamo maitresse di una “casa di piacere per stranieri”, dedita agli eccessi con alcolici e stupefacenti (“rum e cocaina”), ingrassata fino a 130 chili. Una “splendida regina” che porta sulla pelle il segno del morso del pescecane, simbolo della sua vita avventurosa.

Lu Colombo – “Maracaibo” (1981)


“Maracaibo” fu un clamoroso successo che però ha fatto a pezzi Lu Colombo che viene ricordata solamente per questa canzone, anche se negli anni ha scritto molta altra musica. Un successo di cui non ha raccolto i frutti:

Sentivo “Maracaibo” dappertutto, ma non mi arrivava una lira.

Un articolo del Corriere della Sera racconta che i diritti del brano erano rimasti alla casa discografica, tanto che Lu Colombo per qualche tempo lasciò la musica per fare la restauratrice. Essere associata solo a quel brano ancora oggi non è facile per lei: «Tutti mi chiedono di “Maracaibo”, ma per me non è una storia felice. Io ero una ragazza tormentata, la canzone ha rappresentato più seccature che soddisfazioni» .

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Le regole per una canzone di successo, ma è davvero così?

Per creare una canzone di successo le ricette sono diverse, in rete oggi si trovano tantissimi consigli sulle regole da seguire e solitamente si parte da alcune certezze di base: una intro sotto i 10 secondi (la fase più importante, quella che cattura l’attenzione), strofe brevi, ritornello catchy che deve arrivare entro i 30 secondi e poi ripetuto più volte nel corso del pezzo, bridge breve seguito dalla chiusura del brano e una durata complessiva di 3 minuti circa.

La durata è uno dei parametri centrali, una canzone ha delle esigenze commerciali da rispettare: la maggior parte delle programmazioni radiofoniche richiedono una durata compresa tra i 3 e i 4 minuti.

Il motivo della scelta di questo minutaggio canonico è legato a esigenze tecnologiche di inizio ‘900, quando sui primi dischi in commercio non poteva essere registrata più di 3 minuti di musica per lato. Le cose cambiarono negli anni ’60 con la diffusione degli LP che potevano contenere anche una decina di minuti per lato, poi i problemi si sono risolti fino ad arrivare all’avvento delle musicassette e dei CD.

La musica digitale che non soffre di queste limitazioni ha nuovamente cambiato le cose, accorciandole. Uno studio sui brani musicali entrati nella classifica Billboard Hot 100, la più citata per la musica Pop internazionale, ha evidenziato tra il 2013 e il 2018 un abbassamento della durata delle canzoni: da 3 minuti e 50 secondi ad una media di 3 minuti e 30 secondi.

Questo abbassamento della durata sembra essere stato causato dai nuovi servizi d’ascolto in streaming, ormai il mezzo più utilizzato per ascoltare musica, che attuano precise regole per la distribuzione dei guadagni agli artisti. I servizi in streaming considerano “riprodotta” una canzone quando l’ascoltatore supera una durata minima di secondi, di solito 30 circa. Quindi per case discografiche e artisti risulta più remunerativo l’ascolto di più brani di breve durata che pochi, ma lunghi. Ovvero: per un totale di 15 minuti di ascolto si guadagna di più se si tratta di 5 canzoni da 3 minuti che 3 canzoni da 5 minuti.

Oltre ai freddi calcoli commerciali, altre cause si possono trovare nell’abbassamento della soglia d’attenzione degli ascoltatori, nella musica vissuta come un “mordi e fuggi” di hit del momento che si susseguono l’una all’altra e che forse non si ascoltano nemmeno mai per l’intera durata.

Ogni regola però, si sa, ha le sue eccezioni e così scopriamo che la canzone più ascoltata in assoluto tra quelle composte nel XX secolo con oltre 2 miliardi di ascolti sulle varie piattaforme streaming è “Bohemian Rhapsody” dei Queen con i suoi 5 minuti e 55 secondi. Vertice del capolavoro “A Night alt the Opera” del 1975 e una delle migliori canzoni Rock di sempre per la sua geniale commistione di hard rock, ballad e opera.

Queen “Bohemian Rhapsody” (1975)


“Bohemian Rhapsody” è la canzone più ascoltata in streaming eppure non segue affatto le regole canoniche per il successo commerciale. I Queen per questo si sono visti sbattere la porta in faccia quando l’hanno proposta al lungimirante manager della Emi che la riteneva «troppo lunga, nessuna radio trasmetterà mai una canzone di sei minuti».

Ci dicevano che era troppo lunga e non avrebbe funzionato, ma abbiamo detto di no. O i sei minuti o niente.

Roger Taylor

Le cose cambiarono quando un dj amico di Freddie Mercury, Kenny Everett, la fece trasmettere fino a 14 volte in due giorni, ininterrottamente. Fu un tale successo che l’etichetta fu “costretta” a pubblicarlo come singolo e svettò subito in classifica fino a diventare forse il brano più famoso dei Queen e una delle pietre miliari del Rock.

Di esempi ne possiamo trovare molti altri, come “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin con i suoi 8 minuti e 2 secondi di durata o “November Rain” dei Guns’n’Roses di 8 minuti e 57 secondi. Due canzoni che non hanno bisogno di presentazioni, altre due pietre miliari del Rock, universalmente note e immortali che però non seguono le classiche strutture strofa/ritornello delle hit radiofoniche. Non hanno neppure un vero e proprio ritornello!

Per non parlare nel genere Progressive, più di nicchia, ma che ha prodotto “lunghissimi” capolavori come “Close to the Edge” degli Yes, “2112” dei Rush e “Change of Seasons” dei Dream Theater.

Sono solo eccezioni, casi fortunati, o forse alle volte si sottovaluta la capacità di giudizio del pubblico? Oggi la regola è cercare a tutti costi il tormentone, creare una canzone semplice, facile da memorizzare, seguendo precise regole di sicuro impatto perché “questo è quello che piace al pubblico”. Ma è davvero così?

Led Zeppelin “Stairway to Heaven” (1971)
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Under Pressure: un giro di basso dimenticato, copiato e conteso

Nulla accade per caso. La storia della musica è piena di fortunate coincidenze e luoghi magici. Uno di questi è Montreux, la cittadina svizzera affacciata sul lago di Ginevra conosciuta in tutto il mondo per il suo festival Jazz e per i famosi studi di registrazione, i mitici Mountain Studios; nati nel 1976 sulle ceneri dell’incendio che distrusse il Casinò durante un concerto di Frank Zappa (evento che ispirò uno dei più celebri pezzi della storia del Rock: “Smoke on the Water” dei Deep Purple).

I Mountain Studios erano all’avanguardia e richiamarono artisti come David Bowie, Rolling Stones, Led Zeppelin, AC/DC, Michael Jackson e i Queen, che vi approdarono per la prima volta nel 1978. A Montreux oggi svetta anche una statua dedicata a Freddie Mercury che si innamorò così tanto di quel luogo da affermare: “Se cerchi la pace dell’anima vieni a Montreux” e comprarsi una casa dove trascorse la maggior parte degli ultimi anni della sua vita.

La storia di “Under Pressure” inizia qui, ai Mountain Studios nel 1981, mentre i Queen stavano realizzando il loro decimo album “Hot Space” che uscì l’anno successivo. Poco distante da lì, a Blonay, aveva comprato casa anche David Bowie che raggiunse i Queen in studio per lavorare su un pezzo che doveva titolarsi “Feel Like”. Poi il Duca Bianco incise i cori per “Cool Cat” che però venne pubblicata nel disco senza le parti di Bowie: a fine registrazioni non fu soddisfatto del risultato e chiese che venissero cancellate.

Queen & David Bowie “Cool Cat” (demo 1981)


Così Queen e Bowie si misero a lavorare su qualcosa di nuovo, partendo proprio dall’incompiuta “Feel Like” che poco alla volta si trasformò in “Under Pressure”. Una jam session in cui quasi per caso nacque un capolavoro e uno dei giri di basso più famosi della storia del Rock che rischiò di essere dimenticato. Dopo aver provato per ore i musicisti si presero una pausa e andarono a pranzo in un locale del posto, il Local Vaux, tra cibo e buon vino. Quando tornarono in studio John Deacon, il bassista del Queen, non si ricordava più che note avesse composto prima e fu proprio David Bowie a indicargliele sulla tastiera del basso.

Queen & David Bowie “Under Pressure” (1982)


“Under Pressure” prese pian piano forma. Inizialmente doveva intitolarsi “People on Streets” e fu ancora Bowie a suggerire ai Queen di cambiare la tematica e trasformarla in una canzone che descrivesse la società del tempo: la pressione a cui si riferisce è quella esercitata della società sull’uomo.

Era insolito per noi cedere il controllo, ma in realtà David stava avendo un momento di genio. Il resto è storia.

Brian May, intervista per il Mirror

“Under Pressure” diventerà uno dei grandi successi dei Queen e uno dei duetti più riusciti di sempre. Durante i concerti la band di Freddie Mercury lo inseriva regolarmente in scaletta, mentre David Bowie non la cantò mai. La prima volta fu al “Freddie Mercury Tribute Concert” nel 1992 insieme ad Annie Lennox in una ormai storica performance.

Queen & Annie Lennox & David Bowie “Under Pressure”
(live Freddie Mercury Tribute Concert” 1992)


La storia di “Under Pressure” non finisce qui e ha una ripresa bizzarra alcuni anni più tardi. Siamo nel luglio 1990, il rapper statunitense Vanilla Ice pubblica il singolo “Ice Ice Baby”, un grandissimo successo che lo fa diventare il primo artista Hip Hop bianco a raggiungere la vetta delle classifiche.

Non serve essere critici esperti per accorgersi fin dalle prime note che Vanilla Ice per la base strumentale del brano ha campionato il famosissimo giro di basso di “Under Pressure”. Ma c’è un problema: non inserì nei crediti del brano gli autori, Queen e David Bowie. Questo scatenò un’accusa di plagio a cui il rapper tentò di difendersi dando alle volte risposte “fantasiose” come il fatto che la melodia fosse diversa perché ci aveva aggiunto il beat oppure che in realtà si trattasse di uno scherzo in buona fede.

L’accusa di plagio non arrivò in tribunale, ci fu un patteggiamento e i Queen con David Bowie furono aggiunti tra gli autori del brano. Una vicenda che fece riflettere molto sul problema dei diritti d’autore: si poteva arrivare anche a casi come questo in cui un artista (Vanilla Ice) pubblica un brano utilizzando una musica già esistente e famosa (“Under Pressure”) senza prima chiederne il consenso, ottenendo un successo strepitoso. Gli autori hanno potuto solo chiedere la loro quota dei diritti, ma non “eliminare” il brano o rifiutare di esserci. Ormai era troppo tardi. Piaccia o non piaccia “Ice Ice Baby” c’è.

Vanilla Ice “Ice Ice Baby” (1990)
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Se la musica “Non mi basta più” ci pensa l’influencer

«Money, it’s a gas», i soldi ti gasano, cantavano i Pink Floyd e sappiamo bene che musica e denaro non sono due mondi separati. Dal nostro passato quando i musicisti erano pagati per comporre opere che compiacessero ai nobili committenti, alla recente industria culturale che secondo il filosofo, sociologo e musicologo Theodor Adorno ha avvilito l’arte, l’ha resa un bene di consumo distorcendone il significato.

L’avvento della musica liquida prima e dello streaming oggi ha fatto vacillare pesantemente il mercato: la musica non muove più i soldi di un tempo. E molti degli stratagemmi per uscire dalla crisi sono legati ad attività di marketing, su cui la discografia investe 1,7 milioni di dollari l’anno [fonte: “La music economy” de Il Sole 24 Ore, luglio 2019]. La Universal Music Italia ha addirittura creato la “Universal Music Group and Brands” che si occupa esclusivamente di gestire il branding dei suoi artisti.

Ecco che i musicisti diventano testimonial di altri brand, con una massiccia presenza di product placement nei videoclip, foto e canali social, con l’endorsement e tanto altro.

Non è una novità di questi ultimi anni: si può pensare ad esempio a Michael Jackson che aveva legato il suo nome alla Pepsi Cola (matrimonio finito non bene); Tupac e Versace, il mondo del rap in generale è molto attivo in questo campo; la Ricordi che nel 1959 scriveva ai birrai italiani per promuovere il singolo “Birra” di Gaber e Jannacci; al tormentone estivo 2018 “Italiana” di Fedex e J-Ax in partnership con il Cornetto Algida.

Di tormentone in tormentone arriviamo all’estate 2020 con un capolavoro di marketing che coinvolge un brand (Pantene), una cantante (Baby K) e, per la prima volta, un’influencer (Chiara Ferragni). Non si tratta solo di product placement e di co-brading, ma di un’operazione commerciale studiata nel dettaglio, inedita e potenzialmente rivoluzionaria sul piano comunicativo e promozionale.

Chiara Ferragni, regina delle influencer e imprenditrice digitale per antonomasia, è da anni testimonial del brand Pantene che per il lancio della nuova campagna pubblicitaria estiva ha progettato a tavolino un piano d’azione pazzesco.

Lo spot pubblicitario della Pantene è stato girato non solo con la Ferragni, ma ha visto la partecipazione anche della cantante Baby K, a cui è stata commissionata la canzone utilizzata come sottofondo. “Non mi basta più”, pubblicata dalla Sony Music Italia, è nata per vincere, (come sfacciatamente dichiarato nell’intro del brano: “Chiara, è arrivato il momento / Attiviamo il piano? / Confermato, ci aspettano / Operazione avviata, vai con la hit”) destinata a diventare il tormentone dell’estate 2020 e il brand Pantene è stato inserito addirittura all’interno del testo nel verso: “Ti ho in testa come Pantene”.

Baby K – Non mi basta più (special guest Chiara Ferragni)


Ma non basta. Baby K ha ricambiato il favore a Chiara Ferragni e la bionda influencer ha così debuttato anche come “cantante” facendo una comparsata all’interno del brano recitando (più che cantando) qualche verso, come l’ormai iconico: “Questo è il pezzo mio preferito!” progettato per diventare un meme virale, e ovviamente così è stato. Quando si tratta di marketing e business la Ferragni sa il fatto suo: è capace di catalizzare l’attenzione mediatica e come in questo caso trasformare una pubblicità in un fenomeno di costume.

E ancora: nel videoclip della canzone non poteva mancare il product placement a Pantene che è stato piazzato subito, all’inizio, quando l’inquadratura stringe in primo piano sul trolley trasparente di Baby K pieno di creme e shampoo.

Con un attento studio delle mode attuali, nei canali social delle due biondissime testimonial è stata lanciata anche una challenge digitale con gli hashtag #IndossaITuoiCapelli e #EstatePantene accompagnata da un balletto co-creato da Chiara Ferragni e Baby K con invito a replicarlo, proprio come è di moda fare su TikTok.

Una campagna pubblicitaria realizzata con una pianificazione capillare che coinvolge tutti i mezzi: dallo spot televisivo e radiofonico, alla carta stampata, campagne display, alla massiccia presenza digital che ha generato contaminazioni artistiche e creative.

Un’enorme operazione di branding con tante sfumature diverse. E intanto in questo articolo ho citato molte volte Pantene, Chiara Ferragni, Baby K, ma in realtà non ho mai parlato di musica. Eppure, hanno lanciato il tormentone dell’estate! La musica ormai “non basta più”?

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Che musica si cerca su Google?

Il motore di ricerca Google lo conosciamo tutti, è il più usato al mondo per cercare qualcosa nel web. Forse non tutti sanno dell’esistenza di Google Trends: uno strumento di analisi (gratuito) che offre un enorme database di informazioni sulle oltre 5 miliardi di ricerche che vengono effettuate quotidianamente su Google.

Quali sono gli argomenti più gettonati? Le parole chiave (keyword) più cercate? Le tendenze del momento? Cosa cerca “la gente” su Google?

Google Trends ha le risposte a tutte queste domande e anche ad una mia curiosità: quali sono le ricerche più gettonate associate alla musica? Che “musica” cerca la gente su Google?

Questo è il risultato:

Dati relativi al periodo 3/07/2019 – 3/07/2020
(il valore numerico si riferisce all’indice di interesse, espresso con un punteggio da 0 a 100)

Questi sono i primi 15 risultati delle ricerche più popolari effettuate nel motore di ricerca Google durante l’ultimo anno in Italia associate alla parola “musica”. Risultato evidente e schiacciante: scaricare musica. Gratis. Scaricare, non ascoltare, ovviamente.

Non c’è una curiosità per qualcosa di relativo alla musica, un musicista ad esempio, una canzone (da segnalare un’impennata a febbraio 2020 della ricerca “musica e il resto scompare” titolo del brano presentato da Electra Lamborghini a Sanremo). Interessante notare come la musica “classica” superi di una posizione la musica “italiana”, entrambe battute dalla musica “rilassante” al quarto posto.

Per il resto tranne il revival della “musica anni 80” che appare in fondo classifica (ma lo sappiamo che non se ne esce vivi dagli anni ’80!) il resto è sconfortante: quello che interessa maggiormente è trovare il modo di scaricare musica, gratuitamente, o ascoltarla, sempre gratuitamente, su YouTube. E di modi per farlo legalmente o illegalmente il motore di ricerca risponde con pagine e pagine di link.

Questo mi richiama alla mente una recente intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e notissimo divulgatore lanciato dal programma Superquark di Piero Angela. L’intervista (che potete vedere qui) ha come tema l’insegnamento della Storia e Barbero sottolinea come sia difficile far amare agli studenti una materia così noiosa – se limitata allo stretto nozionismo scolastico – ma in realtà così appassionante e avvincente; dopotutto si parla di “noi”, è la storia dell’umanità, del nostro passato.

Con la Musica penso che la partenza sia opposta e il risultato non si discosti troppo: a tutti piace la musica, tutti la ascoltano, hanno voglia di ascoltarla e si ingegnano con metodi più o meno legali per poterla ascoltare “facilmente”. Ma a quanti poi interessa davvero approfondirla come arte, come portatrice di storia e cultura, al di là di possederla come un bene di consumo che fa compagnia e sottofondo?

Perché si cercano tutti i modi possibili per scaricarla, anche illegalmente, piuttosto che acquistarla? Siamo al paradosso per cui, abituati alla musica gratis, si spendono centinaia di euro per cuffie e altoparlanti da esibire come capi di abbigliamento di lusso e collegare a smartphone costosissimi, ma si faticano a pagare 10 euro al mese per un abbonamento che dà accesso ad un catalogo infinito di 35 milioni di canzoni.

E non è un processo causato dalla musica liquida, che lo ha solo aumentato. I dischi si copiavano anche su cassetta negli anni ’80. È un problema di soldi? Di mentalità? Aveva ragione Adorno quando negli anni ’50 e ’60 tuonava contro la massificazione alienante degli individui messa in atto dall’industria culturale? La tecnologia ha avvilito l’arte, l’ha resa un bene di consumo distorcendone il significato?

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La storia di Hallelujah: Leonard Cohen e Jeff Buckley

Quando un brano oscuro di Leonard Cohen del 1984 viene resuscitato negli anni ’90, poi riproposto e reinventato da altri artisti così tante volte fino a diventare un inno laico contemporaneo, è un po’ come avvistare un unicorno“.

Un articolo del The Atlantic riassume così la storia di “Hallelujah” una delle ballate più belle di sempre a firma di Leonard Cohen; indimenticabile poeta, cantautore, scrittore canadese, dalla voce calda “simile a un rasoio” che ha influenzato generazioni di cantautori.

“Hallelujah” è la sua canzone più iconica e allo stesso tempo il suo brano più travagliato. Oggi è diventata quasi un inno cantato da tutti, anche se non ebbe successo nè la prima e nemmeno la seconda volta che Cohen lo pubblicò.

La storia è molto lunga già a partire dalla fase compositiva che durò cinque anni. Si racconta che una volta Bob Dylan chiese a Cohen quanto ci avesse messo a scriverla e lui mentì dicendo “solo” due anni. Ne scrisse decine di versioni e quasi 80 strofe in totale, di cui ne usò solo quattro per la versione finale.

Avevo riempito due blocchi degli appunti e ricordo che ero al Royalton Hotel [a New York], seduto in mutande sul tappeto, mentre sbattevo la testa sul pavimento dicendomi: “Non riesco a finire questa canzone”.

Leonard Cohen, intervista per The Indipendent

Alla fine Leonard Cohen la pubblicò nel 1984 nell’album “Various Positions”. Era nel lato B, quello riservato ai pezzi non di punta, e infatti fu un fiasco. In un’intervista al The Guardian, Cohen raccontò che anche la pubblicazione del brano fu complicata: la casa discografica, la Sony, non lo riteneva all’altezza. L’enorme popolarità che ottenne in seguito fu per Cohen una vera a propria rivincita.


Il testo

Il significato di “Hallelujah” è controverso e di non facile interpretazione. Nasce in un periodo di dolorosa odissea spirituale per Cohen, di profonde riflessioni filosofiche e religiose. Parole pensate, ripensate, cancellate, riscritte, ma in tutte le versioni sono presenti riferimenti all’Antico Testamento, in particolare alla figura di re Davide.

Davide è stato interpretato come figura perfetta per rappresentare la dualità che da sempre caratterizzava Cohen: da un lato la ricerca della spiritualità, dall’altro l’amore terreno. Due aspetti antitetici e difficili da conciliare. E anche Re Davide amava la musica.

Il secondo verso di “Hallelujah” ricorda un episodio particolare: quando Davide si invaghì di Betsabea vedendola fare il bagno in terrazza e se innamorò, pur sapendo che era sposata con un valoroso e leale guerriero. Così Davide mandò il marito di Betsabea in prima fila contro i nemici per liberarsi di lui. Dio perdonerà Davide per il suo peccato, ma destinerà a morte il primo figlio della coppia. Betsabea pochi versi dopo diventerà Dalila che rubò a Sansone il segreto della sua forza; Sansone come Davide vittima della lussuria e delle sue passioni.

Leonard Cohen – “Hallelujah” (1984)


La critica legge “Hallelujah” come un canto dal significato biblico e secolare insieme, parla di amore, sesso, violenza, religione e di musica.

Tra le varie curiosità nascoste, la prima strofa racconta proprio di Davide nell’atto di comporre una musica gradita a Dio. E il verso “Goes like this, the Fourth, the Fifth, the minor fall, and the major lift” (“Fa così: la quarta, la quinta, la discesa in minore e la spinta in maggiore”) elenca proprio gli accordi con cui è composta: a partire dalla tonalità di Do maggiore troviamo Fa maggiore (IV grado), Sol maggiore (V grado), La minore (VI grado) e passaggio al IV grado. C’è chi legge nel passaggio da minore a maggiore anche una metafora dalla caduta dell’uomo nel peccato da cui è stato salvato da Cristo con la Resurrezione.

Questo mondo è pieno di conflitti e pieno di cose che non si possono conciliare, ma ci sono momenti nei quali possiamo trascendere il sistema dualistico e riunirci e abbracciare tutto il disordine, questo è quello che io intendo per Hallelujah.

Indipendentemente dalla difficoltà della situazione, c’è un momento in cui apri la bocca, spalanchi le braccia, abbracci quella cosa e dici semplicemente “Hallelujha. Benedetto sia il nome”. Non puoi riconciliare quella situazione in nessun altro modo se non con una resa totale, un’affermazione totale. (…) Ecco di cosa si tratta. Se succede che non sarai in grado di risolvere questa cosa – non sarai in grado di stabilirlo – questo regno non ammette la rivoluzione – non c’è soluzione a questo casino. L’unico momento in cui puoi vivere tranquillamente qui tra questi conflitti assolutamente inconciliabili è nel momento in cui li abbracci tutti e dici “Senti, non ci capisco niente – Hallelujah!” Questo è l’unico momento in cui viviamo qui pienamente come esseri umani.

Da un’intervista a Leonard Cohen per RTE Irleand, maggio 1988. Link qui.

“Hallelujah ossessionava Leonard Cohen e anche se non aveva avuto successo la cantava spesso ai suoi concerti, continuando a rimaneggiarla cambiandone ritmi, timbri e parti di testo. Storica la versione registrata ad un live del 1988 e poi pubblicata nella raccolta “Cohen Live” uscita nel 1994.


Le cover e il successo

Fu proprio ad un suo concerto che iniziò la prima importante svolta della storia: tra il pubblico c’era John Cale, altro nome leggendario del Rock, tra le varie fondò insieme a Lou Reed i Velvet Underground. Cale quando ascoltò “Hallelujah” ne rimase folgorato e a fine concerto chiese a Cohen di poterne realizzare una cover. Qualche giorno dopo Leonard Cohen fece recapitare a Cale 15 pagine di appunti, strofe e pensieri che lo arrovellavano da anni. Cale ripescò alcuni scarti e modificò alcune parole. Il risultato venne pubblicato nel 1991 in un album di cover di Leonard Cohen titolato “I’m your fan”. Ma anche in questo caso non ebbe successo.

John Cale – “Hallelujah” (1991)


Il caso volle che una delle copie del disco finisse nelle mani di un giovane musicista, il figlio di Tim Buckley, altra leggenda del Rock, morto troppo giovane di overdose nel 1975. Lui è Jeff Buckley. Jeff iniziò a suonarla nei suoi concerti nei bar dell’East Village e la pubblicò nel suo disco d’esordio, il mitico “Grace” uscito nel 1994. Una versione riarrangiata, cover di quella di John Cale che a sua volta era una cover dell’originale di Leonard Cohen.

Jeff Buckley – “Hallelujah” (1994)


“Hallelujah” nella versione di Jeff Buckley tocca livelli di intensità interpretativa altissimi, è fatta di carne che brucia di passione e soffre. Un capolavoro commentato dalla critica come una delle più grandi cover di sempre. Quasi un’altra canzone rispetto all’originale di Cohen.

Chiunque ascolti attentamente “Hallelujah scoprirà che è una canzone che parla di sesso, di amore, della vita sulla terra. L’alleluia non è un omaggio alla persona adorata, a un idolo o a un dio, ma è l’alleluia dell’orgasmo.

da un’intervista di Jeff Buckley al The Guardian:

La vita di Jeff Buckley però finì tragicamente, solo tre anni dopo nel maggio del 1997 quando venne misteriosamente inghiottito dalle acque di un affluente del Mississippi, a Memphis. Buckley aveva solo trent’anni, entrò nella leggenda e Hallelujahcon lui.

In moltissimi ripresero la versione di Jeff Buckley, ormai quella universalmente più nota: si contano oltre 200 versioni di artisti di fama, decine di utilizzi in programmi televisivi, pubblicità e colonne sonore di film campioni d’incassi.

Penso che sia una buona canzone, ma penso che siano in troppi a cantarla.

Leonard Cohen

la versione di Rufus Wainwright per il film “Shrek” (2001)
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“Don’t Let Me Be Misunderstood”: da Nina Simone a Tarantino

Era l’estate nel 1977 e nelle discoteche impazzava un tormentone dal ritmo spagnoleggiante, un flamenco in versione disco music che ha fatto ballare tutti. Era la famosissima “Don’t Let Me Be Misunderstood” del gruppo franco-americano degli Santa Esmeralda. Una canzone famosa ancora oggi, un riempi-pista mai passato di moda che nasconde una lunga storia.

La storia di “Don’t Let Me Be Misunderstood” inizia dieci anni prima: la melodia principale e il ritornello di sono opera del compositore ed arrangiatore Horace Ott a cui è venuta l’ispirazione dopo una lite con la sua fidanzata. Ott poi portò il materiale alla coppia di compositori Bennie Benjamin e Sol Marcus che completarono il brano, ma al momento di riconoscerne i diritti le leggi dell’epoca impedirono al compositore della BMI di collaborare ufficialmente con i due della ASCAP, così Ott non comparve.

La prima versione del brano venne incisa da Nina Simone ed uscì nel nell’album del 1964 Broadway Blues Ballads” e fu chiesto a Horace Ott di dirigerne l’orchestra e di curare anche gli arrangiamenti dell’intero album. Questa prima versione di “Don’t Let Me Be Misunderstood” era una lenta ballata con arrangiamenti d’arpa ed orchestra supportati in più punti da un coro, con la voce di Nina Simone capace di spaziare dal Jazz, al bìBlues, al Soul, al Folk e all’R&B a darne il tocco distintivo.

Nina Simone – “Don’t Let Me Be Misunderstood” (1964)


La versione di Nina Simone non ebbe successo. I primi ad intuirne il potenziare e a realizzare la prima cover fu la rock band britannica degli Animals che la pubblicarono l’anno successo, nel 1965, in una versione completamente diversa. Gli Animals cambiarono lo stile e diedero al brano un’impronta Rock.

Il ritmo fu accelerato e idearono il famoso riff di chitarra elettrica ed organo ampliando un breve motivo che i cordofoni eseguivano in coda al brano originario. Il pezzo scalò subito le classifiche arrivando terzo nella UK Single Chart, quindicesimo nella statunitense Billboard Hot 100 e quarto in Canada; inoltre è stato inserito alla posizione 315 nella lista delle cinquecento migliori canzoni secondo la rivista Rolling Stones.

The Animals – “Don’t Let Me Be Misunderstood” (1965)


La versione più famosa arrivò nel 1977 con i Santa Esmeralda che arricchirono il pezzo con sonorità latine e lo consacrarono come uno dei brani più riconoscibili dell’universo della disco music. Brano di punta del loro album d’esordio, questa versione di “Don’t Let Me Be Misunderstood” durava ben 16 minuti. Pur mantenendo gli arrangiamenti rock degli Animals, i Santa Esmeralda diedero al brano uno stile Disco aggiungendo i ritmi latini del flamenco con chitarre classiche, fiati, percussioni ed altri elementi caratteristici come il battito di mani e il rumore creato dai ballerini con il tacco delle scarpe.

Una versione completamente diversa dall’originale di Nina Simone, un ritmo irresistibile che trasformò “Don’t Let Me Be Misunderstood” in un classico e intramontabile riempi-pista.

Santa Esmeralda – “Don’t Let Me Be Misunderstood” (1977) – video ufficiale
(per la versione integrale da 16 minuti clicca qui)


Il pezzo dei Santa Esmeralda tornò alla ribalda e raggiunse una nuova generazione di ascoltatori nel 2003 quando fu scelto dal regista Quentin Tarantino nella colonna sonora del suo famosissimo film “Kill Bill, vol. I”. La parte centrale strumentale di questo strano flamenco versione disco-dance accompagna una delle sequenze più epiche del film: il duello tra La Sposa e O-Ren Ishii.

Ritmi latini, flamenco, trombe e chitarre ad accompagnare la prima parte di un duello dove due affilate katane si scontrano mentre la neve cade leggera in un giardino giapponese. Sullo schermo tutto funziona ed è reso credibile grazie ad un perfetto sincronismo tra immagini e musica che rendono il duello una sorta di balletto dove ogni mossa rientra in una coreografia ben studiata. Un momento magico, epico, un notturno quasi fuori dal tempo.

il duello tra La Sposa e O-Ren Ishii (integrale)
dal film “Kill Bill. Vol.I” – regia di Quentin Tarantino
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“My Way” non l’ha scritta Frank Sinatra e stava per farlo Bowie

“My Way” è un capolavoro immortale della musica leggera. Cavallo di battaglia di Frank Sinatra e quasi una confessione in musica di un artista alla fine della carriera. Siamo alla fine degli anni ’60 e la rivoluzione del Pop e Rock aveva messo Sinatra all’angolo: lo show business era ormai concentrato sui giovani e su sonorità molto distanti dalle sue.

And now, the end is near, and so I face the final curtain” (ed ora che la fine è vicina affronto l’ultimo sipario). Da oltre 50 anni la canzone simbolo di Frank Sinatra, un testo che racconta così bene il momento che stava vivendo, ma non è stata scritta da “The Voice”.

La storia di “My Way” inizia in Francia a metà anni ’60 con un brano dal titolo “For me” del compositore e cantante Jacques Revaux che non ottenne molto successo. La canzone fu ripresa nel 1967 dall’italo-francese Claude Francois che ne riscrisse il testo e la titolò “Comme d’Habitude”, un racconto disperato di un amore finito, di un uomo sconfitto la cui vita si era trasformata in una routine banale e senza senso.

Claude Francois – “Comme d’ Habitude” (1967)


È a questo punto della storia che fa il suo ingresso in scena l’autore del testo di “My Way”: Paul Anka. Uno dei cantanti e compositori di maggior successo del tempo, ha scritto alcune delle canzoni più rappresentative degli anni ’50 e ’60 come “Diana”, “You are my destiny”, “Lonely Boy”. Paul Anka era in vacanza in Francia quando ascoltò per caso alla radio “Comme d’Habitude”, ne intuì il potenziale e ne acquistò i diritti per una cifra irrisoria.

Anka era molto amico di Frank Sinatra, una sera a cena Sinatra si confidò con lui: era stanco, voleva lasciare il mondo della musica che non riusciva più a dargli soddisfazioni. Non sopportava nemmeno più di cantare le sue canzoni. E così arrivò l’idea, Paul Anka si mise a scrivere il testo di “My Way”: racconta la storia di un uomo che ripensa a ciò che ha fatto nella sua vita, agli errori, alle gioie e ai successi, senza rinnegare nulla, non ha rimorsi poiché ha sempre vissuto a modo suo.

Frank Sinatra – “My Way” (live 1974)

Frank Sinatra la pubblicò nel 1969 e fu da subito un grandissimo successo, mai amato da Sinatra che considerava la canzone troppo autoindulgente e autodeclamatoria. La casa discografica di Paul Anka non prese affatto bene la decisione di lasciare il pezzo a Frank Sinatra e così poco dopo anche Paul Anka incise la sua versione della canzone, dando il via a una lunghissima serie di celebri cover.

La storia di “My Way” è passata anche per le mani di un giovane e ancora sconosciuto David Bowie. Siamo a metà anni ’60 e il suo manager, Ken Pitt, gli fece ottenere un contratto come autore presso le edizioni musicali Essex Music. Tra le tante commissioni, gli venne proposto di riadattare in inglese il testo di una canzone francese, proprio “Comme d’Habitude” che Bowie titolò “Even a fool learns to love”. Il testo raccontava di come la facile allegria di un clown potesse essere soggiogata dall’improvvisa scoperta dell’amore. La sua versione però non piacque ai discografici e la scartarono.

David Bowie – “Even a fool learns to love” (demo 1968)


Un episodio che lasciò una traccia nella discografia di David Bowie che decise di prendere in prestito gli accordi iniziali di “My Way” e utilizzarli anche se in modalità completamente diversa per la sua “Life on Mars?” (pubblicata nel 1971 nell’album “Hunky Dory”). Per questo sul retro copertina dell’album si legge la curiosa annotazione “Inspired by Frankie”.

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Un raggio di sole per Madonna

“Ray of Light” (1998) è il disco della maturità che ha salvato Madonna, la Regina del Pop. Dopo il danno d’immagine di “Erotica” e del libro “Sex”, gli scandali e le scomuniche del Vaticano ecco la redenzione. Dopo una vita da “material girl” piena di vuoto e superficialità, è anche grazie alla nascita della figlia, Louise Veronica Ciccone, che avviene il cambiamento, annunciato fin dalla canzone d’apertura del disco “Drowned World/Substitute for Love” che inizia col verso: “I traded fame for love” (Ho scambiato la fama per amore).

Un riscatto verso una visione più profonda e spirituale dell’esistenza, come un raggio di sole. “Ray of light” non è solo il titolo dell’album, ma è anche una delle canzoni più iconiche che Madonna abbia mai pubblicato. Cinque minuti di techno- dance-pop di fine anni ’90 che si mescola in atmosfere calme e ipnotiche. Anche se è uno dei pochissimi pezzi non concepiti fin dall’inizio da un’idea di Madonna.

“Ray of Light” trae ispirazione da un brano titolato “Sepheryn” scritto da Clive Muldoon e Dave Curtis nel 1971. Una prima versione fu realizzata dal produttore William Orbit insieme alla cantante Christine Leach, a cui venne dato il titolo di “Zephyr In The Sky”. In questa versione germinale e con questo titolo provvisorio venne fatta ascoltare insieme ad altre demo a Madonna.

Clive Muldoon e Dave Curtis – “Sepheryn” (1971)


Lady Ciccone decise di lavorarci insieme al suo produttore William Orbit e cambiò parte del testo inserendo una nuova strofa: “Faster than the speeding light she’s flying / Trying to remember where it all began / Shes got herself a little piece of Heaven / Waiting for the time when Earth shall be as one” (Più veloce della luce, sta volando / cercando di ricordare dove tutto ebbe inizio / Si è procurata un piccolo pezzo di Paradiso / aspettando che arrivi il momento in cui la Terra si unirà al suo paradiso). Nasce così il successo di “Ray of Light”.

Una canzone che parla di libertà, con uno sguardo mistico all’Universo e a quanto piccolo sia l’essere umano rispetto alla sua infinita vastità. Tutto l’album “Ray of Light” presenta riferimenti mistici dovuti all’avvicinamento di Madonna alla Cabala ebraica, al suo studio dell’Induismo e del Buddhismo e alla pratica quotidiana dello Yoga. Un oltraggio per i puristi, un omaggio un po’ irriverente, ma suggestivo, per gli amanti delle contaminazioni di genere.

Ho iniziato a studiare la Cabala, che è un’interpretazione mistica ebraica dell’Antico Testamento. Mi sono anche trovata molto vicina all’Induismo e allo yoga, e per la prima volta dopo tanto tempo, sono stata in grado di fare un passo fuori da me stessa e vedere il mondo da una prospettiva diversa.

Madonna
Madonna – “Ray of Light” (1998)



Iconico anche il videoclip, girato tra Svezia, New York e Las Vegas. Con la tecnica time-lapse racconta nel giro dei 5 minuti della canzone una giornata dall’alba al tramonto. Nel 1999 ha vinto ben due Grammy come Best Dance Recording and Best Short Form Music Video.

Anche se Madonna, anzi la Oil factory produttrice del video, venne accusata dal regista Stefano Salvati di aver plagiato con Ray Of Light un videoclip che aveva girato qualche anno prima, ovvero quello di Non è mai stato subito” (1994) di Biagio Antonacci.

La risposta che arrivò a Salvati dalla Oil Factory pare sia stata la seguente:
“Egregio signore – scrive Billy Poveda della Oil Factory al legale della Diamante Film- con il dovuto rispetto lei avrà più fortuna continuando a chiedere l’elemosina piuttosto che tentare di estorcere soldi alla Oil Factory. […] Gradirei che consigliasse al suo cliente di tornare al suo lavoro di fattorino di pizze cercando di non approfittare del duro lavoro di un altro regista. […] In poche parole consideri fallito il suo tentativo di risolvere la questione fuori dal tribunale”.

Dopo questa risposta è partita un’azione legale che si è risolta con un nulla di fatto: l’accusa non poteva essere sostenuta in quanto secondo i giudici entrambi avevano “tratto ispirazione” dal film di Godfrey Reggio “Koyaanisqatsi” che per primo aveva applicato la tecnica del “time-lapse” nel 1982.

Biagio Antonacci – “Non è mai stato subito” (1994)