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La storia del Rock in una canzone

Era il 1979 quando Neil Young pubblicò “Rust Never Sleeps”, la ruggine non dorme mai. Un titolo che già sa di leggenda per un disco che si apre con il brano My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue): in pochi versi Neil Young riassume la storia del Rock, la sua filosofia e il suo futuro.

“The King” is gone but he’s not forgotten
This is the story of a Johnny Rotten
It’s better to burn out than fade away
“The King” is gone but he’s not forgotten
.


ROCK AND ROLL IS HERE TO STAY

Siamo alla fine degli anni ’70 e il Rock ha alle spalle un glorioso passato, ha radici ben salde, ma il tempo passa inesorabilmente con il rischio di arrivare alla “corrosione” artistica. Non per il Rock, non per la vera essenza del Rock, per la sua energia primitiva che sta alla sua base ed è la sua salvezza. Il Rock è come la ruggine e “non dorme mai”.

My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) che apre la prima facciata del disco, viene riproposta in versione elettrica alla fine, con il titolo cambiato in My, My, Hey, Hey (Into The Black) e il testo leggermente modificato. Neil Young voleva sparare in faccia all’ascoltatore tutta l’energia debordante del Rock a volumi assordanti. Nel mondo del Rock se devi dire qualcosa devi dirlo forte, potente e devi dirlo presto.

“THE KING” IS GONE BUT HE’S NOT FORGOTTEN

A Neil Young l’ispirazione per questo brano arrivò sull’onda emotiva della morte di Elvis Presley avvenuta due anni prima, 16 agosto 1977. È il lui “il Re” che se ne è andato, ma che non potrà mai essere dimenticato, come canta nel verso “The King” is gone but he’s not forgotten. La storia del Rock nasce con lui: tutto cominciò da Elvis Presley che si agitava selvaggiamente scuotendo il bacino a ritmo indiavolato.

Erano gli anni Cinquanta ed Elvis svegliò l’America del Dopo Guerra. Era ribelle, irriverente, spudorato e il Rock divenne la colonna sonora di una generazione e di trasformazioni sociali che sono arrivate fino ad oggi.

La nascita del Rock’n’Roll fu la risposta diretta alla nascita di un nuovo soggetto sociale: i giovani. Oggi siamo abituati a considerare i giovani come un mondo con gusti e comportamenti propri, ma prima di allora non era così. Prima della metà degli anni Cinquanta ai giovani non era riconosciuta autonomia culturale e per la prima volta in assoluto nella storia nacque una musica rivolta esclusivamente a loro: ne rivendicava una propria identità, in conflitto con il resto della società.

Stanchi delle consuetudini e con un grande desiderio di libertà, i giovani cominciarono a stabilire proprie regole nell’abbigliamento, nei comportamenti, nelle relazioni sociali e nella musica. Iniziano a scegliere una musica in grado di esprimere i loro desideri. Il Rock’n’Roll nasce dal conservatorismo della Country Music e l’energia ribelle del Rhythm’n’Blues: incarnava l’ambivalenza che sentivano i giovani di allora, divisi tra un distaccamento dal modello parentale conformista e la sfiducia nei simboli del benessere.

I giovani diventano un soggetto sociale ben definito e soprattutto un nuovo soggetto economico da intercettare. L’interesse dei pubblicitari puntò presto verso questa nuova fascia di popolazione in grado, molto più che in passato, di spendere e consumare.

THIS IS THE STORY OF A JOHNNY ROTTEN

Anche se “la ruggine non dorme mai” di acqua sotto i ponti del Rock ne è passata tanta. Con Neil Young e My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) siamo nel 1979, siamo nel momento della storia in cui arriva il Punk a dare uno scossone allo star system del Rock.

“No future” cantavano i Sex Pistols. Nessun futuro, nessuna speranza. Mentre il 16 agosto 1977 Elvis, il Re, si spegneva nella sua dorata Graceland, in Inghilterra esplodeva il Punk. Johnny Rotten, il leader dei Sex Pistols, con tutta la sua carica nichilista e ribelle, faceva a pezzi il mondo di lustrini e paillette che il Rock non era riuscito a distruggere.

Il Punk è il Rock’n’Roll di una generazione senza sogni e senza speranze, che non vede la possibilità di un futuro migliore e prova a cantare la propria rabbia mettendo da parte le buone maniere, scardinando le regole dello show-business.

Con Woodstock e la fine degli anni Settanta era finita l’era d’oro del Rock. Chiusa la fucina dei grandi ideali e delle rivoluzioni, arrivò l’industria discografica con il chiaro obiettivo di capitalizzare il Rock. Il Rock degli anni Settanta con la sua forza comunicativa era riuscito ad abbattere molti muri e si era conquistato un posto di primo piano nel panorama culturale e dello spettacolo. Celebrava il suo trionfo cambiando pelle ed entrando a patti con la cultura di massa.

IT’S BETTER TO BURN OUT THAN TO FADE AWAY

Neil Young canta di uno spirito ribelle che nonostante tutto non si arrugginisce, canta il timore di un conservatorismo artistico da cui è possibile salvarsi mantenendo viva l’energia primitiva del Rock. E curiosamente My, My, Hey, Hey (Out Of The Blue) è entrata nella leggenda della storia del Rock anche perché è legata a filo doppio ad un gruppo ed un genere musicale che per molti ha ucciso il Rock: il Grunge dei Nirvana.

Elvis inizia la sua carriera nel 1954 e 40 anni dopo nell’aprile del 1994 Kurt Cobain, leader dei Nirvana, si suicidò. Nella lettera d’addio scritta poco prima di togliersi la vita e trovata accanto al suo corpo, Cobain cita esplicitamente un verso di questa canzone:

Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, come l’etica dell’indipendenza e della comunità si sono rivelati esatti. Non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. (…) A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco (…) e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente. (“It’s better to burn out than to fade away”)

Ma il Rock è imprevedibile: nel corso della sua storia sono nati tantissimi generi e sottogeneri, dai più commerciali ai più estremi. Cambia pelle, si evolve e il suo spirito ribelle non morirà mai perché, come canta Neil Young: la ruggine non dorme mai.

Rock and roll can never die
There’s more to the picture
Than meets the eye

My my, hey hey
Rock and roll is here to stay
It’s better to burn out than to fade away
My my, hey hey

Out of the blue and into the black
You pay for this, but they give you that
And once you’re gone, you can’t come back
When you’re out of the blue and into the black.

The king is gone but he’s not forgotten
Is this the story of Johnny rotten?
It’s better to burn out than it is to rust
The king is gone but he’s not forgotten.

Hey hey, my my
Rock and roll can never die
There’s more to the picture
Than meets the eye.
Hey hey, my my.

Bibliografia:
Ernesto Assante e Gino Castaldo “Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano”, Einaudi, 2004.

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Un “amore proibito” tra Sakamoto e David Bowie

Esistono musiche senza tempo. Brani dei quali si fatica a capire l’origine: possono essere stati scritti secoli fa o nel futuro più lontano, rimanendo intatti nella loro attualità e bellezza. Melodie che poco importa se nate da Bach, Pink Floyd, Mozart o U2. Rimangono costantemente nuove, capaci di smuovere forti emozioni.

Temi come “Also spracht Zarathustra” di Richard Strauss, “La Cura” di Franco Battiato (di cui ho scritto qui) o come “Forbidden Colours” di Ryuichi Sakamoto.

Nato a Tokyo, nel 1952, Ryuichi Sakamoto coniuga alla perfezione, come ogni buon giapponese, il nobile passato del Sol Levante con il futuro più ciberneticamente tecnologico. La sua formazione ed estrazione oscilla tra il Jazz e l’elettronica; basti pensare alla sua band d’esordio, la “Yellow Magic Orchestra”, un gruppo pioniere nella sperimentazione musicale, che anticipa le sonorità quantizzate e computerizzate divenute il marchio di fabbrica degli anni ’80, i suoni a 8 bit del mondo dei videogame e incalzanti sequenze musicali saccheggiate negli anni a venire nell’universo degli anime.

Allo stesso tempo, come un giardino zen a due passi dalla megalopoli, ecco una poetica e una musicalità fortemente debitrice alla musica tradizionale giapponese con le sue delicate, trasparenti melodie e i suoi strumenti misteriosi, come il koto o lo shamisen.


Il film: Merry Christmas Mr. Lawrence

Dopo diversi lavori negli anni ‘70 con la band e ad inizio anni ‘80 anche in veste solista, ecco la svolta. Tutto grazie a un film, “Merry Christmas Mr. Lawrence” (in italiano “Furyo”, uscito nel 1983 e da Nagisa Oshima), nel quale Sakamoto ebbe doppio ruolo di compositore della colonna sonora e, inaspettatamente, attore. 

Accanto a lui nella pellicola un partner d’eccezione, uno dei grandi geni della musica rock di tutti i tempi: David Bowie. Il cantante, musicista e attore britannico è all’apice del suo genio talmente esplosivo da non limitarsi alla sola musica, ma riuscendo a passare dal Rock al cinema con disinvoltura e credibilità tra un disco e l’altro.

“Non ho mai intrapreso la carriera di attore, non è mia intenzione, ma è un dato di fatto che ho recitato in un film per la prima volta con David Bowie, che è stato fantastico. Ed è stata la mia prima musica da film. Due cose veramente nuove arrivate nello stesso momento. Ho Lavorato con David Bowie per un mese, ogni giorno, su una piccolissima isola nell’Oceano Pacifico meridionale. Per un mese!” (Ryuichi Sakamoto)

Ryuichi-Sakamoto e David-Bowie sul set del film

La storia di “Merry Christmas, Mr. Lawrence” riguarda un amore proibito, un “forbidden colour”, tra il capitano Yonoi (interpretato da Sakamoto), a capo di un campo di prigionia giapponese nel 1942, e il prigioniero neozelandese Jack Celliers (David Bowie).

Trama e musica si legano semanticamente all’espressione giapponese “kinjiki”, dove “kin” sta per “illecito” e “jiki” può significare al tempo stesso “colore” e “amore fisico”.


La colonna sonora: Forbidden Colours

Una collaborazione musicale tra i due grandi artisti sembrava dietro l’angolo, aiutata dal clima di amicizia e rispetto reciproco che si era creato nel set. Tuttavia Bowie non interverrà nella colonna sonora del film, ancora da definire durante le riprese:

“Non avevo ancora iniziato a lavorarci, ero totalmente concentrato sulla recitazione. Ho anche esitato a chiedere a David di lavorare con me sulla musica in quel momento, perché sembrava molto concentrato sulla recitazione”. (Ryuichi Sakamoto)

Sarà un amico di Sakamoto, David Sylvian, cantante britannico come Bowie, a prendere in mano le redini del brano e a trasformarlo in quello che conosciamo ora. Esponente del Glam Rock con la band Japan (ennesima coincidenza), nel 1983 Sylvian è in totale crisi creativa dopo lo scioglimento del gruppo.

Ryuichi Sakamoto & David Sylvian “Forbidden Colours”

“Non ero sicuro in quale direzione muovermi. Non ho scritto nulla per po’ di tempo ed era insolito per me. Poi Ryuichi mi ha dato “Forbidden Colors” su cui lavorare. All’improvviso il flusso di scrittura ha iniziato scorrere e nuovo materiale ha iniziato ad arrivare”. (David Sylvian)

Sylvian cominciò a lavorare al brano, a costruirci un testo enigmatico, carico dei dubbi e dei sentimenti dell’artista e, allo stesso tempo, quasi inafferrabile, come fosse anch’esso un “forbidden colour”. Definì una linea vocale sulla quale la sua voce, calda e baritonale, potesse muoversi attorno al tema portante senza involgarirlo, una melodia che sottostà alla bellezza del tema musicato da Sakamoto.

Ryuichi Sakamoto & David Sylvian

Un rispetto tipico della cultura orientale, una delicatezza artistica che valorizzerà il brano e che porterà al successo entrambi gli artisti. Sia Sylvian che Sakamoto, musicisti lontani dai meccanismi per certi versi discutibili del music business, incideranno più volte e in più versioni “Forbidden Colours”. Un brano profondo e toccante, senza tempo, affascinante e sfuggente come un colore proibito.

Ryuichi Sakamoto “Forbidden Colours” (piano solo)
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Tu scendi dalle stelle, la storia del canto di Natale italiano più famoso

Non è Natale senza le canzoni di Natale. Possono suonarci antiquate e superate, possono averci stancato o irritarci in qualche remix improbabile, ma nel periodo di Natale non possono e non devono mancare. Che Natale sarebbe senza “We Wish You a Merry Christimas” o “Jingle Bells”?

Spesso queste canzoni ormai entrate nella tradizione nascondono storie incredibili, alle volte non prettamente natalizie, come nel caso di “Jingle Bells” di cui vi ho parlato qui. E anche “Tu scendi dalle stelle”, la canzone di Natale italiana più famosa in assoluto, nasconde una storia tutta da scoprire.

“Tu scendi dalle stelle” è un canto composto nel Settecento in lingua napoletana da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Il titolo era “Quanno Nascette Ninno”. Partiamo dall’inizio della storia.

Alfonso Maria de’ Liguori è nato a Napoli nel 1696 e fin da piccolo dimostrò doti particolari immatricolandosi all’Università di Napoli a soli 12 anni, dopo aver sostenuto un esame di Retorica con il filosofo e storico Giambattista Vico. Diventò vescovo e fondò la Congregazione del Santissimo Redentore. È stato un importante teorico della Chiesa e autore di importati testi di teologia morale che ne hanno fatto la massima autorità riconosciuta nel mondo cattolico per oltre un secolo. De’ Liguori diventò poi santo nel 1839 sotto il papato di Gregorio XVI.

Sant’Alfonso Maria De’ Liguori

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è stato anche un apprezzato poeta e musicista, a sua firma troviamo diversi componimenti tra cui il celeberrimo canto di Natale “Tu scendi dalle stelle” composto nel 1754 durante la sua permanenza a Deliceto, in provincia di Foggia, che in origine scrisse in lingua napoletana e si intitolava Quanno Nascette Ninno”. Un canto che racconta la nascita di Gesù e che potesse così essere compreso anche dai fedeli napoletani.

Per questo motivo la storia si complica e c’è chi sostiene che il luogo di nascita della canzone sarebbe in realtà Nola, in provincia di Napoli. Sant’Alfonso avrebbe composto qui la canzone e l’avrebbe poi mostrata ad un canonico che la ricopiò di nascosto. Il misfatto fu smascherato durante la prima esibizione della canzone: Sant’Alfonso avrebbe fatto finta di dimenticarsi il testo chiedendo aiuto proprio a lui e screditandolo di fronte ai presenti.

Il pentagramma originale è conservato al Santuario di Santa Maria della Consolazione di Deliceto nella stanza dedicata a Sant’Alfonso e ogni anno è meta di migliaia di pellegrini da tutti il mondo.

Quanno nascette Ninno a Bettlemme
Era nott’ e pareva miezo juorno.
Maje le Stelle – lustre e belle
Se vedetteno accossí:
E a cchiú lucente
Jett’a chíamma’ li Magge all’Uriente.

“Quanno Nascette Ninno” è una poesia molto ispirata che racconta l’eccezionalità di questo santo evento. Composta in sette strofe di sei versi ciascuna, la versione originale di “Tu scendi dalle stelle” manifesta con l’utilizzo della popolare lingua napoletana la struggente tenerezza con cui Sant’Alfonso celebra la nascita di Gesù. Già dall’utilizzo di “ninno” termine probabilmente derivato dallo spagnolo niño che in napoletano significa “bambino” e spesso veniva utilizzato al posto del nome, anche con il vezzeggiativo “nennillo”.

“Quando nascette Ninno” ebbe un grande riscontro e successo popolare, fu pubblicato nel 1816 con il titolo “Per la nascita di Gesù” subendo negli anni varie modifiche e riedizioni che lo hanno poi trasformato nella famosissima “Tu scendi dalle stelle” che oggi conosciamo.

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Louie Louie: come incisioni sbagliate e indagini dell’FBI creano un classico

Non si sa bene come mai alcune canzoni diventino dei classici, dei punti di riferimento o meglio degli standard. Siamo abituati a vivere l’effetto tormentone dai tempi del Festivalbar e poi con Sanremo o un Disco per l’Estate.

Cos’hanno questi brani di speciale rispetto ad altri che sembrano di pari valore ed efficacia? Questione di alchimia tra voce e strumenti? Una formula segreta nella costruzione delle canzoni? O semplice fortuna ed il classico “essere al posto giusto nel momento giusto”?

Alcuni brani diventano così popolari ed eseguiti da così tanti artisti che si fatica a trovare la prima incisione e, come con un filo di Arianna musicale, bisogna orientarsi nel labirinto alla ricerca della prima e originale esecuzione. Il titolo del brano “Louie Louie” potrebbe non dirvi niente. Se però provate a cercarlo su Youtube o Spotify e premere il play alla prima versione che trovate probabilmente un lampo di comprensione vi si accenderà negli occhi. 

Si dice che di “Louie Louie” ne siano state registrate più di 1500 versioni diverse dagli artisti più disparati: da Bob Dylan ai Beach Boys, da David Bowie a Lou Reed, fino a versioni più “estreme” ad opera dei Led Zeppelin o dei Motorhead. Frank Zappa ne userà il giro di accordi per tutta la carriera come intermezzo dove parlare, interagire con il pubblico, portare scompiglio nel perbenismo della società americana. La lista è sterminata: si dice addirittura che una radio californiana ne abbia passato diverse versioni per 63 ore consecutive senza mai che se ne ripetesse una.


Qual è la storia di questo pezzo?

La versione attuale di “Louie Louie” rispecchia quasi le antiche storie tramandate oralmente, nelle quali ogni nuovo “narratore” aggiungeva un dettaglio personale, qualcosa che prima non c’era ma che sarà poi preso come “vero” dal “narratore” successivo. E così via per generazioni, portando la vicenda a trasformarsi nel corso degli anni, a crescere e in parte a perdere il proprio messaggio originale o a modificarlo a seconda delle epoche e delle culture.

L’autore è Richard Berry, ispirato, anche molto pesantemente, dal riff di un altro brano: “El loco Cha cha” di René Touzet.

René Touzet “El loco Cha cha”


Anche l’arrangiamento e il testo si rifanno ad una moda dell’epoca, debitrice allo stile “Calypso”, un genere musicale appartenente alla cultura afroamericana delle isole dei Caraibi. Uno stile denso di rancori sociali e politici di protesta da parte degli schiavi, i cosiddetti “calypsos” tanto che le autorità interverranno spesso censurando queste musiche.

La situazione cambierà con l’album di Harry Belafonte del 1956, chiamato appunto “Calypso”, contenente la hit famosissima “Banana Boat Song“. L’addolcimento delle tematiche di protesta porterà il disco a un successo mondiale e lancerà una vera e propria moda per l’esotismo caraibico.

Tematiche calypso erano già state utilizzata dalla vecchia volpe di Chuck Berry con “Havana Moon“, Richard Berry con “Louie Louie” semplicemente si inserisce nella scia di questa tendenza.

Richard Berry “Louie Louie” (1957)


Il testo parla di un marinaio che è da tre giorni in viaggio su una nave in Giamaica e non vede l’ora di tornare a casa dalla sua Louie che lo sta aspettando. Nel 1957 “Louie Louie” di Richard Berry viene pubblicata come B-side, ennesima dimostrazione di come alcuni riempitivi spesso non sono quello che sembrano (“Paranoid” e “Smoke on the Water” insegnano) e avrà un buon successo tanto da essere ripubblicato come singolo. Le vendite di questa riedizione però saranno deludenti, convincendo, un paio d’anni dopo, l’autore a cederne i diritti all’etichetta Flip Records.

La storia di “Louie Louie” ovviamente non finisce qui. Il brano verrà ritrovato casualmente da Rockin’ Robin Roberts che ne 1960 la coverizzerà (con qualche lieve aggiunta al testo) ottenendo un discreto successo, soprattutto nella scena di Seattle.

Rockin’ Robin Roberts “Louie Louie” (1960)


Proprio questa cover sarà da ispirazione per la versione più famosa di “Louie Louie”, ad opera dei The Kingsmen, una band emergente di Portland, nell’Oregon. Il gruppo diede al pezzo una leggera spinta Rock’n’Roll eliminando l’arrangiamento Doo-Wop della “versione originale” e registrandola in maniera un po’ pasticciata. Sono presenti alcuni cambiamenti nel ritmo, anche un piccolo errore con un attacco sbagliato alla fine dell’assolo di chitarra, mentre la voce cantilenante del leader della band, Jack Ely, forse per abuso di stupefacenti o comunque per motivi non ancora chiariti, rende praticamente incomprensibile il testo.

Kingsmen “Louie Louie” (1963)


Nonostante il testo non presentasse alcun contenuto osceno, la pronuncia biascicata dei Kingsmen porterà gli ascoltatori a chiedersi quali fossero le vere parole del testo, gli adolescenti scrivevano e facevano girare tra amici quello che secondo loro era il vero significato del brano. Ovviamente questo mistero porterà le autorità americane all’intervento per censurare il brano. L’FBI istituì addirittura un’indagine e, nonostante i 31 mesi di ricerche e investigazioni, tutto si concluse con la motivazione che non erano stati capaci di interpretare nessuna delle parole del testo. 

Inizialmente la versione dei Kingsmen non ottenne un grande successo. Le cose cambiarono quando fu scelta come “peggior incisione della settimana” in un programma radiofonico di Boston. Una sorta di “effetto trash” in versione anni ’60. Il brano ebbe un successo inaspettato tanto da sbaragliare il competitor, Paul Revere & the Raiders, che aveva proposto la propria versione di “Louie Louie” nello stesso periodo con addirittura una promozione maggiore.

Da allora il brano non si è più fermato e l’11 aprile, il compleanno di Richard Berry, viene celebrato come l’International Louie Louie Day.

Motörhead “Louie Louie” (1978)
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“Un’estate al mare” non è così banale

Un’estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un’estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente
Per paura di affogare

“Un’estate al mare” è un evergreen che ogni anno torna, puntuale, tormentone d’agosto. Una canzone dal sapore d’antico che racconta un quadretto estivo semplice e disimpegnato: quella voglia di vacanze, di giornate spensierate al mare “per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni”.

Una canzone che conosco tutti, forse anche senza sapere chi fosse a cantarla. Può ricordare gli anni Sessanta, ma è stata pubblicata nel 1982 da Giuni Russo, nome d’arte della palermitana Giuseppina Romeo. Una delle voci italiane più belle di sempre dall’incredibile estensione vocale di quasi cinque ottave, che ha unito il canto lirico al Pop.

“Un’estate al mare” è stato uno dei suoi più grandi successi e nasconde molte sorprese. Musica e testo sono stati scritti da Franco Battiato insieme a Giusto Pio come parodia e rovesciamento dei classici temi di una canzone estiva. Forse non abbiamo mai prestato la dovuta attenzione al testo: in realtà parla di una prostituta che sogna di andare al mare e di mettere in pausa per un po’ la sua vita difficile.

Chi se non Battiato avrebbe potuto inserire in una canzone versi come «Per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce» oppure «Senti questa pelle com’è profumata, mi ricorda l’olio di Tahiti». È la sua firma, surreale e inimitabile. Franco Battiato partecipa anche all’incisione cantando come seconda voce in due parti del brano.

L’incontro tra Franco Battiato e Giuni Russo avviene nel 1981 grazie al chitarrista e produttore Alberto Radius. Battiato, insieme al violinista e direttore d’orchestra Giusto Pio, realizza per Giuni Russo musiche e testi del suo album “Energie” (1981), un disco all’insegna della sperimentazione e con un uso rivoluzionario della voce unica di Giuni.

Mi colpì la sua voce straordinaria, la vitalità con cui cantava, la sua potenza vocale che andava di pari passo con la sensibilità musicale.

Franco Battiato

Un sodalizio che ha dato risultati eccellenti. “Un’estate al mare” balzò in vetta alle classifiche, ebbe un clamoroso successo di vendite ed è ancora oggi una delle colonne sonore imprescindibili delle estati italiane. Eppure, nelle intenzioni dei suoi autori era nata per deridere le canzonette estive: vengono ripresi tutti i più banali cliché delle tipiche vacanze estive (mare, spiagge, ombrelloni, salvagenti, olio solare), creando una cornice in cui inserire una storia totalmente diversa e amara.

La vacanza al mare diventa la speranza di una breve normalità per una donna costretta a prostituirsi. Il primo verso di “Un’estate al mare” recita: “per le strade mercenarie del sesso che procurano fantastiche illusioni” e una banale vacanza al mare diventa un miraggio, un sogno sospirato “nelle sere quando c’era freddo, si bruciavano le gomme di automobili”.

Il parallelo tra la triste realtà da un lato e la vacanza sognata dall’altro viene reso anche da un raffinato arrangiamento musicale: la parte iniziale è cantata un’ottava bassa per poi liberarsi nel ritornello in stile Twist-Pop e dare spazio all’eccezionale estensione vocale di Giuni Russo. La sua voce sembra salire sulle ali della brezza marina e raggiunge altezze da capogiro nel finale del pezzo dove con la sua voce, senza aiuti tecnologici, riesce a riprodurre l’acutissimo garrito dei gabbiani.

Il pezzo, che doveva essere solo una parentesi commerciale, si tramutò nella gabbia dorata di Giuni Russo. Un’artista ricercata, d’avanguardia, elegante, colta e pop allo stesso tempo, capace con grande ironia di riempire di messaggi subliminali i suoi brani.

Quando vedevo la canzone salire in Hit Parade non credevo ai miei occhi – confessò la cantante in un’intervista – non mi aspettavo che riscuotesse un successo così strepitoso. Per fortuna ho un carattere solido, non mi sono fatta inebriare. Ancora oggi la considero una parentesi felice e niente di più. Io avevo voglia, e ho ancora voglia, di proseguire la mia ricerca vocale, di spaziare in musicalità nuove, diverse e così ho fatto. Certo non ho avuto le stesse spinte, la stessa promozione avuta per “Un’estate al mare”

Giuni Russo “Un’estate al mare” (1982)
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Maracaibo: la storia dell’amante di Fidel Castro

Maracaibo, mare forza nove, fuggire sì ma dove? za’ za’

Alzi la mano chi non l’ha letta canticchiandola e ripensando ai trenini alle feste, il capodanno o un party in spiaggia. “Maracaibo” è un evergreen, un riempipista, una di quelle canzoni che fa subito festa ed è impossibile non ballare. Un classico degli anni ’80 (compie quarant’anni nel 2021) che ci ricorda l’Italia dei film di Vanzina e quel mitico “Vacanze di Natale” del 1983 con Jerry Calà che la suona al piano bar e Christian De Sica che tiene il tempo con le maracas.

“Maracaibo” nell’immaginario collettivo è cristallizzata in quell’atmosfera nostalgica e spensierata che l’ha resa un’icona: un ritmo trascinante e un testo un po’ strano che cantiamo forse senza pensarci troppo. Anche se “Maracaibo” in realtà così spensierata non è: racconta l’amore drammatico e avventuroso tra una trafficante d’armi e Fidel Castro, una storia piena di eccessi e traversie con tanto di una rocambolesca fuga in mare.

VACANZE DI NATALE (1983) -Maracaibo🎤🎹🎼🎄❤️ – Jerry Calà & Christian De Sica

Maracaibo🎤🎹🎼🎄❤️ – Jerry Calà & Christian De Sica in VACANZE DI NATALE (1983)😎☃️❄️#jerrycalà #vacanzedinatale #christiandesica #maracaibo #anni80 #pianobar #vipclub #cortina

Pubblicato da I film con Jerry Calà su Domenica 24 dicembre 2017
dal film “Vacanze di Natale” 1983


“Maracaibo” non è una canzone di Jerry Calà, anche se l’ha resa un suo cavallo di battaglia nelle feste alla Capannina di Forte dei Marmi; neanche di Raffella Carrà che, dopo aver inscenato un balletto sulle note del pezzo durante una trasmissione televisiva, è stata ritenuta per diverso tempo dal pubblico l’autrice del brano. “Maracaibo” è un successo di Luisa (Lu) Colombo, scritto insieme a Davide Riondino con ospiti di eccezione: la registrazione fu curata dal fonico di Spielberg (quello degli effetti speciali di “E.T.”) e la chitarra è suonata da Steve Hopkins, il produttore dei Bee Gees.

Vivevo in un contesto creativo, in quel periodo, contornata da un gruppo di amici – musicisti, intellettuali, scrittori, pubblicitari – da cui uscivano idee interessanti, e a getto continuo, utili anche, alcune, per questo pezzo (…) Deve esserci stata una congiuntura astrale, quel giorno, un magma di stelle che per caso s’incrociavano: c’è qualcosa di magico, l’ho sempre creduto, in quella canzone.

Lu Colombo, intervista per Vanity Fair

Lu Colombo racconta che musica e parole sono state create insieme, ispirate da una storia sulla burrascosa vita di un’amante, vera o presunta, di Fidel Castro. La scelta di Maracaibo, città del Venezuela (che si pronuncia correttamente con l’accento sulla “à” nel dittongo) è casuale: un nome esotico, evocativo, di evasione. La melodia latina è venuta da sé, dalla passione di Lu Colombo per le sonorità cubane e brasiliane dal ritmo ballabile, una Dance Latina che spopolava in quegli anni.


La storia che racconta è un’avventura da film.

La protagonista è Zazà (sì, il “za za” del testo non è un’onomatopea che sottolinea il ritmo e il momento in cui scuotere il bacino!) una spogliarellista cubana che si esibisce in un locale, chiamato Barracuda. Questo lavoro in realtà è una copertura: Zazà è una trafficante d’armi e amante di Fidel Castro, che nel testo è diventato Miguel su richiesta dei discografici per non incappare nella censura.

Miguel è spesso lontano, “era in Cordigliera da mattina a sera” e Zazà si consola tra le braccia di Pedro, ma vengono scoperti da Miguel che accecato dalla gelosia “quattro colpi di pistola le sparò”. A Zazà non resta che fuggire, scappa per mare ma viene travolta da una tempesta (“mare forza nove”) che distrugge la nave (“l’albero spezzato”) e come se non bastasse viene morsa da un pescecane (“una pinna nera, nella notte scura (…) una zanna bianca come la luna”). Ma Zazà è una donna intraprendente, disposta a tutto per ottenere quello che vuole e si salverà. La ritroviamo maitresse di una “casa di piacere per stranieri”, dedita agli eccessi con alcolici e stupefacenti (“rum e cocaina”), ingrassata fino a 130 chili. Una “splendida regina” che porta sulla pelle il segno del morso del pescecane, simbolo della sua vita avventurosa.

Lu Colombo – “Maracaibo” (1981)


“Maracaibo” fu un clamoroso successo che però ha fatto a pezzi Lu Colombo che viene ricordata solamente per questa canzone, anche se negli anni ha scritto molta altra musica. Un successo di cui non ha raccolto i frutti:

Sentivo “Maracaibo” dappertutto, ma non mi arrivava una lira.

Un articolo del Corriere della Sera racconta che i diritti del brano erano rimasti alla casa discografica, tanto che Lu Colombo per qualche tempo lasciò la musica per fare la restauratrice. Essere associata solo a quel brano ancora oggi non è facile per lei: «Tutti mi chiedono di “Maracaibo”, ma per me non è una storia felice. Io ero una ragazza tormentata, la canzone ha rappresentato più seccature che soddisfazioni» .

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E se “Smoke on the Water” fosse un plagio?

Siamo al cospetto di una canzone entrata nel mito e nella leggenda. Uno dei pilastri imprescindibili della storia del Rock che davvero tutti conoscono: è impossibile non averne mai sentito parlare e non averla ascoltata almeno una volta.

“Smoke on the Water” dei Deep Purple è una leggenda, simbolo dell’Hard Rock anni ’70 e oggi un grande classico, si dice sia il primo pezzo che i musicisti Rock imparano a suonare. Sulla sua storia è stato scritto così tanto da poter riempire una biblioteca intera. La storia di una leggenda non può che nascere in un luogo leggendario, a Montreux in Svizzera (ne ho parlato anche qui: Under Pressure: un giro di basso dimenticato, copiato e conteso), durante un altro evento leggendario: il concerto di Frank Zappa & the Mothers of Invention.

Era il 4 dicembre 1971, i Deep Purple erano lì per registrare l’album “Machine Head” e avevano preso in affitto dai Rolling Stones il loro studio di registrazione mobile, il Rolling Stones Mobile Studios. Al Casinò di Montreux durante il concerto di Zappa scoppiò un incendio, il fuoco distrusse tutto molto rapidamente, attrezzatura della band compresa, per fortuna non ci furono feriti gravi, ma le fiamme e il fumo denso aleggiavano sopra il lago di Lemano (spesso chiamato anche “lago di Ginevra”). “Smoke on the Water” racconta proprio questo episodio, fu registrata pochi giorni dopo e inserita nell’album… il resto è storia.

We all came out to Montreux
On the Lake Geneva shoreline
To make records with a mobile
We didn’t have much time
Frank Zappa and the Mothers
Were at the best place around
But some stupid with a flare gun
Burned the place to the ground

Smoke on the water, fire in the sky

Le prime note di “Smoke on the Water” sono forse il riff più famoso del Rock. Un giro di chitarra in cui il chitarrista dei Deep Purple, Ritchie Blackmore, non sfoggia particolare tecnica, non è difficile da eseguire. È una melodia in scala blues a quattro note in Sol minore, a questo tema centrale si aggiungono poi batteria e basso elettrico, ma è di grande e forte impatto tanto che è passato alla storia ed è considerato da molti anche il miglior riff di sempre.

Deep Purple “Smoke On The Water” 1972 (Official Film Clip)


Il giro di chitarra di “Smoke on the Water” è storico, immortale, il marchio di fabbrica dei Deep Purple e un pezzo di storia. E proprio su questo monumento della musica il critico musicale brasiliano Regis Tadeu nel 2019 ha sganciato una bomba: potrebbe trattarsi di un plagio.

In un video sul suo canale YouTube (lo potete trovare cliccando qui) ha evidenziato come assomigli moltissimo ad una canzone del compositore brasiliano Carlinhos Lyra intitolata “Maria Moita” e pubblicata nel 1964.

Carlinhos Lyra non ha mai fatto causa ai Deep Purple e di questo possibile plagio non si è mai parlato, ma un legame tra i due ci potrebbe essere: l’organizzatore del Montreux Jazz Festival, Claude Nobs, era un grande fan della bossa nova, nonché amico personale dei Deep Purple.
Ascoltare per credere:

Carlinhos Lyra “Maria Moita” (1964)


Molto probabilmente non si tratta di un plagio, ma di assonanze che possono casualmente palesarsi, simili, in brani poi totalmente diversi. Ritchie Blackmore ha parlato diverse volte di come sia nato questo riff e sia stato ispirato addirittura dalla Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven. Le famosissime note iniziali di “Smoke on the Water” sarebbero in realtà la melodia iniziale in chiave Hard Rock della Quinta di Beethoven, ma suonata al contrario, invertita.

È un’interpretazione della sua inversione. La giri e la suoni dalla fine all’inizio. In realtà è la Quinta di Beethoven. Quindi gli devo un sacco di soldi.

Ritchie Blackmore
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Under Pressure: un giro di basso dimenticato, copiato e conteso

Nulla accade per caso. La storia della musica è piena di fortunate coincidenze e luoghi magici. Uno di questi è Montreux, la cittadina svizzera affacciata sul lago di Ginevra conosciuta in tutto il mondo per il suo festival Jazz e per i famosi studi di registrazione, i mitici Mountain Studios; nati nel 1976 sulle ceneri dell’incendio che distrusse il Casinò durante un concerto di Frank Zappa (evento che ispirò uno dei più celebri pezzi della storia del Rock: “Smoke on the Water” dei Deep Purple).

I Mountain Studios erano all’avanguardia e richiamarono artisti come David Bowie, Rolling Stones, Led Zeppelin, AC/DC, Michael Jackson e i Queen, che vi approdarono per la prima volta nel 1978. A Montreux oggi svetta anche una statua dedicata a Freddie Mercury che si innamorò così tanto di quel luogo da affermare: “Se cerchi la pace dell’anima vieni a Montreux” e comprarsi una casa dove trascorse la maggior parte degli ultimi anni della sua vita.

La storia di “Under Pressure” inizia qui, ai Mountain Studios nel 1981, mentre i Queen stavano realizzando il loro decimo album “Hot Space” che uscì l’anno successivo. Poco distante da lì, a Blonay, aveva comprato casa anche David Bowie che raggiunse i Queen in studio per lavorare su un pezzo che doveva titolarsi “Feel Like”. Poi il Duca Bianco incise i cori per “Cool Cat” che però venne pubblicata nel disco senza le parti di Bowie: a fine registrazioni non fu soddisfatto del risultato e chiese che venissero cancellate.

Queen & David Bowie “Cool Cat” (demo 1981)


Così Queen e Bowie si misero a lavorare su qualcosa di nuovo, partendo proprio dall’incompiuta “Feel Like” che poco alla volta si trasformò in “Under Pressure”. Una jam session in cui quasi per caso nacque un capolavoro e uno dei giri di basso più famosi della storia del Rock che rischiò di essere dimenticato. Dopo aver provato per ore i musicisti si presero una pausa e andarono a pranzo in un locale del posto, il Local Vaux, tra cibo e buon vino. Quando tornarono in studio John Deacon, il bassista del Queen, non si ricordava più che note avesse composto prima e fu proprio David Bowie a indicargliele sulla tastiera del basso.

Queen & David Bowie “Under Pressure” (1982)


“Under Pressure” prese pian piano forma. Inizialmente doveva intitolarsi “People on Streets” e fu ancora Bowie a suggerire ai Queen di cambiare la tematica e trasformarla in una canzone che descrivesse la società del tempo: la pressione a cui si riferisce è quella esercitata della società sull’uomo.

Era insolito per noi cedere il controllo, ma in realtà David stava avendo un momento di genio. Il resto è storia.

Brian May, intervista per il Mirror

“Under Pressure” diventerà uno dei grandi successi dei Queen e uno dei duetti più riusciti di sempre. Durante i concerti la band di Freddie Mercury lo inseriva regolarmente in scaletta, mentre David Bowie non la cantò mai. La prima volta fu al “Freddie Mercury Tribute Concert” nel 1992 insieme ad Annie Lennox in una ormai storica performance.

Queen & Annie Lennox & David Bowie “Under Pressure”
(live Freddie Mercury Tribute Concert” 1992)


La storia di “Under Pressure” non finisce qui e ha una ripresa bizzarra alcuni anni più tardi. Siamo nel luglio 1990, il rapper statunitense Vanilla Ice pubblica il singolo “Ice Ice Baby”, un grandissimo successo che lo fa diventare il primo artista Hip Hop bianco a raggiungere la vetta delle classifiche.

Non serve essere critici esperti per accorgersi fin dalle prime note che Vanilla Ice per la base strumentale del brano ha campionato il famosissimo giro di basso di “Under Pressure”. Ma c’è un problema: non inserì nei crediti del brano gli autori, Queen e David Bowie. Questo scatenò un’accusa di plagio a cui il rapper tentò di difendersi dando alle volte risposte “fantasiose” come il fatto che la melodia fosse diversa perché ci aveva aggiunto il beat oppure che in realtà si trattasse di uno scherzo in buona fede.

L’accusa di plagio non arrivò in tribunale, ci fu un patteggiamento e i Queen con David Bowie furono aggiunti tra gli autori del brano. Una vicenda che fece riflettere molto sul problema dei diritti d’autore: si poteva arrivare anche a casi come questo in cui un artista (Vanilla Ice) pubblica un brano utilizzando una musica già esistente e famosa (“Under Pressure”) senza prima chiederne il consenso, ottenendo un successo strepitoso. Gli autori hanno potuto solo chiedere la loro quota dei diritti, ma non “eliminare” il brano o rifiutare di esserci. Ormai era troppo tardi. Piaccia o non piaccia “Ice Ice Baby” c’è.

Vanilla Ice “Ice Ice Baby” (1990)
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Unchained Melody: dalla prigione al successo del film “Ghost”

“Ghost” compie oggi 30 anni. Un film cult uscito nelle sale statunitensi il 13 luglio 1990, diventato subito un successo planetario con un incasso superiore a 500 milioni di dollari. “Ghost” (regia di Jerry Zucker) ha reso Demi Moore una star, ha consolidato Patrik Swayze (reduce da “Dirty Dancing”) nel ruolo di sex symbol e tra gli attori più amati degli anni ’90 e Whoopie Goldberg si è aggiudicata l’Oscar per miglior attrice non protagonista. Il film ne ha vinto anche un secondo per la miglior sceneggiatura originale.

Una delle pellicole più iconiche di sempre, una storia d’amore al di là della morte e del tempo capace di far sognare e commuovere anche i cuori più cinici. Modellare vasi di argilla non è mai stato così romantico come nella famosissima e indimenticabile scena, diventata oggi un must e parodiata centinaia di volte. Ad accompagnala c’era una canzone altrettanto indimenticabile: “Oh, my love, my darling / I’ve hungered for your touch / A long, lonely time…” la famosissima “Unchained Melody” dei Righteous Brothers, un brano dalla lunga storia.

“Unchained Melody” ha fatto da sfondo romantiche storie d’amore e matrimoni, anche se in realtà è nata nel 1955 come colonna sonora di un altro film. Si intitola così (“unchained” si può tradurre come “libero, senza catene”) non per raccontare un amore libero, ma perché in origine è stata scritta per un film che raccontava la triste vita nelle prigioni americane. La pellicola si intitolava “Unchained” (regia di Hall Bartlett) e la canzone scritta da Alex North su musica di Hy Zaret era la parte nodale del film. A cantarla fu il baritono Todd Duncan.

Todd Duncan – “Unchained Melody” (dal film “Unchained, 1955)


Non era una canzone d’amore, ma di disperazione. Solo, in prigione, accusato ingiustamente, il protagonista del film si chiedeva se la sua amata lo pensasse ancora, se lo amasse ancora: “Time goes by so slowly / And time can do so much / Are you still mine?” (il tempo passa così lentamente e il tempo può fare così tanto, sei ancora mia?)

“Unchained Melody” non passò inosservata: si aggiudicò una nomination agli Oscar di quell’anno come miglior colonna sonora ed entrò in classifica. Saranno subito in molti a cantarla e farne una loro versione come Harry Belafonte, Perry Como, Cliff Townshend (padre del chitarrista degli Who, Pete Townshend) e diventerà una delle canzoni più “coverizzate” di sempre, oggi si contano oltre 500 versioni. Da U2, Platters, Neil Diamonds, Frank Sinatra, Mina, alle versioni italiane di Nilla Pizzi (già nel 1956) e Iva Zanicchi (1968) fino ad arrivare al Re del rock’n’roll, Elvis Presley che la cantò in uno dei suoi ultimi live nel 1977, l’ultima apparizione televisiva sei settimane prima della sua morte.  

Elvis Presley – “Unchained Melody” (ultima apparizione in tv, live 1977)


La cover più famosa è senza dubbio quella incisa nel luglio del 1965 dal duo statunitense The Righteous Brothers e pubblicata come B-side del singolo “Hung on You”.

“Unchained Melody” non è mai stata pensata per essere un singolo. È stata inserita sul lato B del singolo “Hung On You” da Phip Spector [il produttore] e nel momento in cui è stato pubblicato “Unchained Melody” è salita alle stelle.

Bill Medley, The Righteous Brothers
The Righteous Brothers – “Unchained Melody” (live 1965)


“Unchained Melody” dei Righteous Brothers entrò nella Billboard Hot 100 nel 1965 alla posizione numero 5 e ci tornò 25 anni dopo nel 1990 grazie al film “Ghost”. Un nuovo successo che l’ha resa un evergreen immortale abbandonando definitivamente la sua originale associazione con le frustrazioni romantiche della vita di un carcerato e rimanendo indissolubilmente incastonata in una delle scene più romantiche del cinema.

“Unchained Melody” (dal film “Ghost” 1990)
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La storia di Hallelujah: Leonard Cohen e Jeff Buckley

Quando un brano oscuro di Leonard Cohen del 1984 viene resuscitato negli anni ’90, poi riproposto e reinventato da altri artisti così tante volte fino a diventare un inno laico contemporaneo, è un po’ come avvistare un unicorno“.

Un articolo del The Atlantic riassume così la storia di “Hallelujah” una delle ballate più belle di sempre a firma di Leonard Cohen; indimenticabile poeta, cantautore, scrittore canadese, dalla voce calda “simile a un rasoio” che ha influenzato generazioni di cantautori.

“Hallelujah” è la sua canzone più iconica e allo stesso tempo il suo brano più travagliato. Oggi è diventata quasi un inno cantato da tutti, anche se non ebbe successo nè la prima e nemmeno la seconda volta che Cohen lo pubblicò.

La storia è molto lunga già a partire dalla fase compositiva che durò cinque anni. Si racconta che una volta Bob Dylan chiese a Cohen quanto ci avesse messo a scriverla e lui mentì dicendo “solo” due anni. Ne scrisse decine di versioni e quasi 80 strofe in totale, di cui ne usò solo quattro per la versione finale.

Avevo riempito due blocchi degli appunti e ricordo che ero al Royalton Hotel [a New York], seduto in mutande sul tappeto, mentre sbattevo la testa sul pavimento dicendomi: “Non riesco a finire questa canzone”.

Leonard Cohen, intervista per The Indipendent

Alla fine Leonard Cohen la pubblicò nel 1984 nell’album “Various Positions”. Era nel lato B, quello riservato ai pezzi non di punta, e infatti fu un fiasco. In un’intervista al The Guardian, Cohen raccontò che anche la pubblicazione del brano fu complicata: la casa discografica, la Sony, non lo riteneva all’altezza. L’enorme popolarità che ottenne in seguito fu per Cohen una vera a propria rivincita.


Il testo

Il significato di “Hallelujah” è controverso e di non facile interpretazione. Nasce in un periodo di dolorosa odissea spirituale per Cohen, di profonde riflessioni filosofiche e religiose. Parole pensate, ripensate, cancellate, riscritte, ma in tutte le versioni sono presenti riferimenti all’Antico Testamento, in particolare alla figura di re Davide.

Davide è stato interpretato come figura perfetta per rappresentare la dualità che da sempre caratterizzava Cohen: da un lato la ricerca della spiritualità, dall’altro l’amore terreno. Due aspetti antitetici e difficili da conciliare. E anche Re Davide amava la musica.

Il secondo verso di “Hallelujah” ricorda un episodio particolare: quando Davide si invaghì di Betsabea vedendola fare il bagno in terrazza e se innamorò, pur sapendo che era sposata con un valoroso e leale guerriero. Così Davide mandò il marito di Betsabea in prima fila contro i nemici per liberarsi di lui. Dio perdonerà Davide per il suo peccato, ma destinerà a morte il primo figlio della coppia. Betsabea pochi versi dopo diventerà Dalila che rubò a Sansone il segreto della sua forza; Sansone come Davide vittima della lussuria e delle sue passioni.

Leonard Cohen – “Hallelujah” (1984)


La critica legge “Hallelujah” come un canto dal significato biblico e secolare insieme, parla di amore, sesso, violenza, religione e di musica.

Tra le varie curiosità nascoste, la prima strofa racconta proprio di Davide nell’atto di comporre una musica gradita a Dio. E il verso “Goes like this, the Fourth, the Fifth, the minor fall, and the major lift” (“Fa così: la quarta, la quinta, la discesa in minore e la spinta in maggiore”) elenca proprio gli accordi con cui è composta: a partire dalla tonalità di Do maggiore troviamo Fa maggiore (IV grado), Sol maggiore (V grado), La minore (VI grado) e passaggio al IV grado. C’è chi legge nel passaggio da minore a maggiore anche una metafora dalla caduta dell’uomo nel peccato da cui è stato salvato da Cristo con la Resurrezione.

Questo mondo è pieno di conflitti e pieno di cose che non si possono conciliare, ma ci sono momenti nei quali possiamo trascendere il sistema dualistico e riunirci e abbracciare tutto il disordine, questo è quello che io intendo per Hallelujah.

Indipendentemente dalla difficoltà della situazione, c’è un momento in cui apri la bocca, spalanchi le braccia, abbracci quella cosa e dici semplicemente “Hallelujha. Benedetto sia il nome”. Non puoi riconciliare quella situazione in nessun altro modo se non con una resa totale, un’affermazione totale. (…) Ecco di cosa si tratta. Se succede che non sarai in grado di risolvere questa cosa – non sarai in grado di stabilirlo – questo regno non ammette la rivoluzione – non c’è soluzione a questo casino. L’unico momento in cui puoi vivere tranquillamente qui tra questi conflitti assolutamente inconciliabili è nel momento in cui li abbracci tutti e dici “Senti, non ci capisco niente – Hallelujah!” Questo è l’unico momento in cui viviamo qui pienamente come esseri umani.

Da un’intervista a Leonard Cohen per RTE Irleand, maggio 1988. Link qui.

“Hallelujah ossessionava Leonard Cohen e anche se non aveva avuto successo la cantava spesso ai suoi concerti, continuando a rimaneggiarla cambiandone ritmi, timbri e parti di testo. Storica la versione registrata ad un live del 1988 e poi pubblicata nella raccolta “Cohen Live” uscita nel 1994.


Le cover e il successo

Fu proprio ad un suo concerto che iniziò la prima importante svolta della storia: tra il pubblico c’era John Cale, altro nome leggendario del Rock, tra le varie fondò insieme a Lou Reed i Velvet Underground. Cale quando ascoltò “Hallelujah” ne rimase folgorato e a fine concerto chiese a Cohen di poterne realizzare una cover. Qualche giorno dopo Leonard Cohen fece recapitare a Cale 15 pagine di appunti, strofe e pensieri che lo arrovellavano da anni. Cale ripescò alcuni scarti e modificò alcune parole. Il risultato venne pubblicato nel 1991 in un album di cover di Leonard Cohen titolato “I’m your fan”. Ma anche in questo caso non ebbe successo.

John Cale – “Hallelujah” (1991)


Il caso volle che una delle copie del disco finisse nelle mani di un giovane musicista, il figlio di Tim Buckley, altra leggenda del Rock, morto troppo giovane di overdose nel 1975. Lui è Jeff Buckley. Jeff iniziò a suonarla nei suoi concerti nei bar dell’East Village e la pubblicò nel suo disco d’esordio, il mitico “Grace” uscito nel 1994. Una versione riarrangiata, cover di quella di John Cale che a sua volta era una cover dell’originale di Leonard Cohen.

Jeff Buckley – “Hallelujah” (1994)


“Hallelujah” nella versione di Jeff Buckley tocca livelli di intensità interpretativa altissimi, è fatta di carne che brucia di passione e soffre. Un capolavoro commentato dalla critica come una delle più grandi cover di sempre. Quasi un’altra canzone rispetto all’originale di Cohen.

Chiunque ascolti attentamente “Hallelujah scoprirà che è una canzone che parla di sesso, di amore, della vita sulla terra. L’alleluia non è un omaggio alla persona adorata, a un idolo o a un dio, ma è l’alleluia dell’orgasmo.

da un’intervista di Jeff Buckley al The Guardian:

La vita di Jeff Buckley però finì tragicamente, solo tre anni dopo nel maggio del 1997 quando venne misteriosamente inghiottito dalle acque di un affluente del Mississippi, a Memphis. Buckley aveva solo trent’anni, entrò nella leggenda e Hallelujahcon lui.

In moltissimi ripresero la versione di Jeff Buckley, ormai quella universalmente più nota: si contano oltre 200 versioni di artisti di fama, decine di utilizzi in programmi televisivi, pubblicità e colonne sonore di film campioni d’incassi.

Penso che sia una buona canzone, ma penso che siano in troppi a cantarla.

Leonard Cohen

la versione di Rufus Wainwright per il film “Shrek” (2001)