disCover

Hotel California: gli Eagles “Ai confini della realtà”

california panorama

Esistono delle regole non scritte quando si impara a suonare uno strumento. Certo, si comincia con le scale da memorizzare, gli accordi, i groove e gli accompagnamenti. Ma, oltre alle basi di teoria e tecnica, ci sono dei passi “obbligati” che variano da strumento a strumento. Credo non esista pianista che non conosca “Per Elisa” e il tema de “L’inno alla gioia” o batterista il 4/4 degli AC/DC (una volta che ne hai imparato uno suoni tutta la discografia, anche se è un’impresa darne il giusto tiro!).

Il chitarrista, soprattutto quello più nostalgico, nella sua strada sicuramente incontrerà “Hotel California”, il capolavoro degli Eagles.

Il brano esce il 22 febbraio del 1977 come singolo, ma è già presente nell’album omonimo pubblicato l’8 dicembre 1976. A quel tempo gli Eagles erano una band di successo di livello internazionale. Dal primo album, pubblicato nel 1972, a “One of these Nights” del 1975 la loro parabola era in costante ascesa, sia in termini di critica che di pubblico.

C’erano ovviamente delle tensioni. L’iniziale Country Rock della band stava pendendo sempre più verso un Rock tout court sollevando alcuni malumori, tanto che il chitarrista Bernie Leadon decise di lasciare la band, insoddisfatto della nuova direzione del gruppo. A sostituirlo fu Joe Walsh, di formazione più tipicamente rock.

La musica di “Hotel California” fu scritta dal chitarrista Don Felder, compositore principale del gruppo, soprattutto per l’aspetto strumentale. Felder era solito registrare una versione “demo” dei brani con un registratore 4 piste, in modo che potessero essere inserite tracce di batteria, chitarra e basso. A questo punto la palla passava a Don Henley e Glenn Frey, che avrebbero lavorato sui testi.

Fin dall’inizio il brano era intrigante con un incedere quasi latin, per dirla come Felder “like a Mexican reggae or Bolero”. Il titolo provvisorio, infatti, fu “Mexican Reggae”

“AI CONFINI DELLA REALTÀ”

Henley ebbe l’idea dell’hotel California come di un simbolo, una riflessione sulla città dei sogni. Centro nevralgico del mercato musicale, discografico, del cinema e dell’arte in generale e dove questi stavano perdendo parte della loro purezza e innocenza. Frey poi pensò di rendere la storia raccontata nel brano simile ad una puntata della serie televisiva di fantascienza “Ai confini della realtà” (The Twilight Zone). Una divisione tra mondo del sogno e mondo reale vaga, misteriosa e appannata.

Il testo, narrato in prima persona, ha per protagonista un viaggiatore che, stanco per il lungo viaggio in autostrada, si ferma in un hotel e viene accolto all’ingresso da una ragazza.

Arrivato in camera comincia a perdere la percezione di cosa sia vero e cosa sia, invece, un sogno. Il protagonista viene risucchiato in questa visione al confine tra incubo e follia e, mentre cerca di scappare, un misterioso personaggio (il “nightman”)  gli dice:

Relax, said the nightman, we are programmed to receive. You can check-out any time you like but you can never leave!

Rilassati – disse il portiere di notte – qui siamo programmati per accogliere. Puoi lasciare la stanza e pagare quando vuoi, ma non potrai mai andartene.

Il testo ricorda molto quello de “La donna, il sogno e il grande incubo” degli 883 (o meglio, viceversa). Le interpretazioni, nel corso degli anni, sono state le più disparate. Dalla metafora sulla dipendenza da alcool e droga all’allegoria del manicomio Camarillo, in California, alla immancabile interpretazione “satanica”. 

Quello menzionato nel brano sarebbe infatti l’hotel acquistato dal satanista americano Anton LaVey, fondatore della “Chiesa di Satana”, e il verso che lo proverebbe è: “They stab it with their steely knives, but they just can’t kill the beast” (L’hanno pugnalato con i loro coltelli d’acciaio, ma non riuscirono ad uccidere la bestia). Alcuni pensano addirittura che nella foto all’interno del vinile dell’album sia presente LaVey affacciato ad una finestra.

L’edificio in realtà è il Beverly Hills Hotel, conosciuto anche come Pink Palace, costruito nel 1912 e situato al 9641 di Sunset Boulevard, a Los Angeles.

La registrazione fu travagliata da ostacoli e complicazioni. Inizialmente la band incise il brano in una tonalità troppo alta per la voce di Hensley. Risolta la questione, la seconda esecuzione fu ritenuta troppo veloce. Per la registrazione finale fu eseguito un lavoro complesso di editing per far suonare al meglio il brano, ma ne valse la pena. Come se non bastasse, nello studio adiacente i Black Sabbath stavano registrando il loro settimo album (“Technical Ectasy”) a volume talmente elevato da sovrastare anche lo studio degli Eagles. Dovettero aspettare che Iommi e soci completassero le loro take per poter mettersi all’opera. 

“Hotel California” è iconica anche per l’assolo di chitarra, uno scambio con duetto finale tra Joe Walsh e Don Felder, che dovettero provare assieme tre giorni per trovare la giusta intesa e precisione.

Una volta pubblicato, il brano divenne un successo clamoroso, il capolavoro della band che, da lì in avanti, verrà sempre identificata con “Hotel California”. L’incredibile fortuna della band fu un’arma a doppio taglio: il trionfo nelle classifiche mondiali portò il gruppo ad una totale crisi creativa, tensioni, abbandoni e ad un veloce decadimento e scioglimento (poi rattoppato da una reunion a metà anni ’90).

L’eco di “Hotel California” non è mai passato, la cultura di massa brama ancora di essere accompagnata in quel luogo misterioso, pericoloso, ma dal fascino irresistibile; di perdersi tra i corridoi e le stanze di un passato mitico e leggendario evocato da questa canzone ormai iconica.

Eagles “Hotel California” (Live At The Capital Centre, 1977)

You Might Also Like

No Comments

    Leave a Reply


    Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.