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#ilDiscoDelMercoledì compie 2 anni

Spegne la sua seconda candelina la rubrica #ilDiscoDelMercoledì che tengo da novembre 2018 sul mio canale Instagram. Ogni settimana il mercoledì pomeriggio nelle “Storie” parlo di un disco, raccontando qualche curiosità, ascoltando qualche accenno dei brani più iconici e cercando di scoprire il perché della sua importanza all’interno dell’immenso universo musicale.

Il criterio di scelta? Quello che ho voglia di ascoltare. E lo condivido con voi.

La rubrica in tutti questi mesi (anzi, ormai posso anche dire: anni!) è cresciuta e ha un suo seguito di affezionati fan che ringrazio di cuore per il costante interesse, come anche i tanti nuovi curiosi. Le “Storie” su Instagram durano solamente 24 ore, ma non preoccupatevi: le ho salvate tutte nelle “Storie in evidenza” del profilo, potete riguardarle e riascoltare tutti i 52 + 52 dischi del mercoledì.

Per i più curiosi riporto qui sotto la lista dei dischi di questo secondo anno, mentre quella dell’anno passato la potete trovare qui: #ilDiscoDelMercoledì compie 1 anno.

Non mi resta che augurare un… buon compleanno a noi!
Mercoledì prossimo inizia il terzo anno, vi aspetto.

  1. Pink Floyd “The Dark Side of the Moon” (1973)
  2. David Bowie “The rise and fall of Ziggy Stardust and the spiders from Mars” (1972)
  3. Ozzy Osbourne “No More Tears” (1991)
  4. Queensrÿche “Operation: mindcrime” (1988)
  5. The Clash “London Calling” (1979)
  6. Velvet Underground “The Velvet Underground & Nico” (1967)
  7. Dream Theater “Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory” (1999)
  8. Europe “The Final Countdown” (1986)
  9. Testament “The Gathering” (1999)
  10. Rush “Moving Pictures” (1981)
  11. Fleet Foxes “Fleet Foxes” (2008)
  12. Pearl Jam “Yield” (1998)
  13. “Super Sanremo ‘97” (1997)
  14. Rolling Stones “Sticky Fingers” (1971)
  15. Mike Oldfield “Tubular Bells” (1973)
  16. Megadeth “Rust in Peace” (1990)
  17. Lucio Dalla “Cambio” (1990)
  18. Banco Del Mutuo Soccorso “Banco Del Mutuo Soccorso” (1972)
  19. Yngwie Malmsteen “Marching Out” (1985)
  20. Marillion “Misplaced Childhood” (1985)
  21. Backstreet Boys “Backstreet Boys” (1996)
  22. Nick Drake “Pink Moon” (1972)
  23. Lloyd Webber, Rice “Jesus Christ Superstar” (1970)
  24. Prince “Purple Rain” (1984)
  25. Hammerfall “Glory to the brave” 1997
  26. Mr. Big “Lean into it” (1991)
  27. Avantasia “The metal opera I & II” (2001 / 2002)
  28. Leonard Cohen “I’m your man” (1988)
  29. Brian Eno “Apollo: Atmospheres and Soundtracks” (1983)
  30. Korn “Issues” (1999)
  31. Frank Zappa / The Mothers of Invention “Freak Out!” (1966)
  32. Nightwish “Once” (2004)
  33. Anathema “We’re Here Because We’re Here” (2010)
  34. The Offspring “Americana” (1998)
  35. “The Good, the Bad and the Ugly” (1966) [colonna sonora]
  36. Domine “Stormbringer Ruler” (2001)
  37. Deep Purple “Made in Japan” (1972)
  38. Tool “Lateralus” (2001)
  39. Sonic Youth “Daydream Nation” (1988)
  40. “The summer is magic. Compilation” (1994)
  41. Rhapsody “Symphony Of Enchanted Lands” (1998)
  42. The Gathering “Mandylion” (1995)
  43. Toto “Kingdom of Desire” (1992
  44. Ayreon “01011001” (2008)
  45. Dio “Sacred Heart” (1985)
  46. AC/DC “Highway to Hell” (1979)
  47. Al Di Meola, John McLaughlin, Paco de Lucía “Friday Night in San Francisco” (1981)
  48. Van Halen “Van Halen” (1978)
  49. Led Zeppelin (“IV”) 1971
  50. Sentenced “Crimson” (2000)
  51. Nevermore “Dead Heart In A Dead World” (2000)
  52. Ozric Tentacles “Swirly Termination” (2000)
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“Un’estate al mare” non è così banale

Un’estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un’estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente
Per paura di affogare

“Un’estate al mare” è un evergreen che ogni anno torna, puntuale, tormentone d’agosto. Una canzone dal sapore d’antico che racconta un quadretto estivo semplice e disimpegnato: quella voglia di vacanze, di giornate spensierate al mare “per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni”.

Una canzone che conosco tutti, forse anche senza sapere chi fosse a cantarla. Può ricordare gli anni Sessanta, ma è stata pubblicata nel 1982 da Giuni Russo, nome d’arte della palermitana Giuseppina Romeo. Una delle voci italiane più belle di sempre dall’incredibile estensione vocale di quasi cinque ottave, che ha unito il canto lirico al Pop.

“Un’estate al mare” è stato uno dei suoi più grandi successi e nasconde molte sorprese. Musica e testo sono stati scritti da Franco Battiato insieme a Giusto Pio come parodia e rovesciamento dei classici temi di una canzone estiva. Forse non abbiamo mai prestato la dovuta attenzione al testo: in realtà parla di una prostituta che sogna di andare al mare e di mettere in pausa per un po’ la sua vita difficile.

Chi se non Battiato avrebbe potuto inserire in una canzone versi come «Per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce» oppure «Senti questa pelle com’è profumata, mi ricorda l’olio di Tahiti». È la sua firma, surreale e inimitabile. Franco Battiato partecipa anche all’incisione cantando come seconda voce in due parti del brano.

L’incontro tra Franco Battiato e Giuni Russo avviene nel 1981 grazie al chitarrista e produttore Alberto Radius. Battiato, insieme al violinista e direttore d’orchestra Giusto Pio, realizza per Giuni Russo musiche e testi del suo album “Energie” (1981), un disco all’insegna della sperimentazione e con un uso rivoluzionario della voce unica di Giuni.

Mi colpì la sua voce straordinaria, la vitalità con cui cantava, la sua potenza vocale che andava di pari passo con la sensibilità musicale.

Franco Battiato

Un sodalizio che ha dato risultati eccellenti. “Un’estate al mare” balzò in vetta alle classifiche, ebbe un clamoroso successo di vendite ed è ancora oggi una delle colonne sonore imprescindibili delle estati italiane. Eppure, nelle intenzioni dei suoi autori era nata per deridere le canzonette estive: vengono ripresi tutti i più banali cliché delle tipiche vacanze estive (mare, spiagge, ombrelloni, salvagenti, olio solare), creando una cornice in cui inserire una storia totalmente diversa e amara.

La vacanza al mare diventa la speranza di una breve normalità per una donna costretta a prostituirsi. Il primo verso di “Un’estate al mare” recita: “per le strade mercenarie del sesso che procurano fantastiche illusioni” e una banale vacanza al mare diventa un miraggio, un sogno sospirato “nelle sere quando c’era freddo, si bruciavano le gomme di automobili”.

Il parallelo tra la triste realtà da un lato e la vacanza sognata dall’altro viene reso anche da un raffinato arrangiamento musicale: la parte iniziale è cantata un’ottava bassa per poi liberarsi nel ritornello in stile Twist-Pop e dare spazio all’eccezionale estensione vocale di Giuni Russo. La sua voce sembra salire sulle ali della brezza marina e raggiunge altezze da capogiro nel finale del pezzo dove con la sua voce, senza aiuti tecnologici, riesce a riprodurre l’acutissimo garrito dei gabbiani.

Il pezzo, che doveva essere solo una parentesi commerciale, si tramutò nella gabbia dorata di Giuni Russo. Un’artista ricercata, d’avanguardia, elegante, colta e pop allo stesso tempo, capace con grande ironia di riempire di messaggi subliminali i suoi brani.

Quando vedevo la canzone salire in Hit Parade non credevo ai miei occhi – confessò la cantante in un’intervista – non mi aspettavo che riscuotesse un successo così strepitoso. Per fortuna ho un carattere solido, non mi sono fatta inebriare. Ancora oggi la considero una parentesi felice e niente di più. Io avevo voglia, e ho ancora voglia, di proseguire la mia ricerca vocale, di spaziare in musicalità nuove, diverse e così ho fatto. Certo non ho avuto le stesse spinte, la stessa promozione avuta per “Un’estate al mare”

Giuni Russo “Un’estate al mare” (1982)
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Le regole per una canzone di successo, ma è davvero così?

Per creare una canzone di successo le ricette sono diverse, in rete oggi si trovano tantissimi consigli sulle regole da seguire e solitamente si parte da alcune certezze di base: una intro sotto i 10 secondi (la fase più importante, quella che cattura l’attenzione), strofe brevi, ritornello catchy che deve arrivare entro i 30 secondi e poi ripetuto più volte nel corso del pezzo, bridge breve seguito dalla chiusura del brano e una durata complessiva di 3 minuti circa.

La durata è uno dei parametri centrali, una canzone ha delle esigenze commerciali da rispettare: la maggior parte delle programmazioni radiofoniche richiedono una durata compresa tra i 3 e i 4 minuti.

Il motivo della scelta di questo minutaggio canonico è legato a esigenze tecnologiche di inizio ‘900, quando sui primi dischi in commercio non poteva essere registrata più di 3 minuti di musica per lato. Le cose cambiarono negli anni ’60 con la diffusione degli LP che potevano contenere anche una decina di minuti per lato, poi i problemi si sono risolti fino ad arrivare all’avvento delle musicassette e dei CD.

La musica digitale che non soffre di queste limitazioni ha nuovamente cambiato le cose, accorciandole. Uno studio sui brani musicali entrati nella classifica Billboard Hot 100, la più citata per la musica Pop internazionale, ha evidenziato tra il 2013 e il 2018 un abbassamento della durata delle canzoni: da 3 minuti e 50 secondi ad una media di 3 minuti e 30 secondi.

Questo abbassamento della durata sembra essere stato causato dai nuovi servizi d’ascolto in streaming, ormai il mezzo più utilizzato per ascoltare musica, che attuano precise regole per la distribuzione dei guadagni agli artisti. I servizi in streaming considerano “riprodotta” una canzone quando l’ascoltatore supera una durata minima di secondi, di solito 30 circa. Quindi per case discografiche e artisti risulta più remunerativo l’ascolto di più brani di breve durata che pochi, ma lunghi. Ovvero: per un totale di 15 minuti di ascolto si guadagna di più se si tratta di 5 canzoni da 3 minuti che 3 canzoni da 5 minuti.

Oltre ai freddi calcoli commerciali, altre cause si possono trovare nell’abbassamento della soglia d’attenzione degli ascoltatori, nella musica vissuta come un “mordi e fuggi” di hit del momento che si susseguono l’una all’altra e che forse non si ascoltano nemmeno mai per l’intera durata.

Ogni regola però, si sa, ha le sue eccezioni e così scopriamo che la canzone più ascoltata in assoluto tra quelle composte nel XX secolo con oltre 2 miliardi di ascolti sulle varie piattaforme streaming è “Bohemian Rhapsody” dei Queen con i suoi 5 minuti e 55 secondi. Vertice del capolavoro “A Night alt the Opera” del 1975 e una delle migliori canzoni Rock di sempre per la sua geniale commistione di hard rock, ballad e opera.

Queen “Bohemian Rhapsody” (1975)


“Bohemian Rhapsody” è la canzone più ascoltata in streaming eppure non segue affatto le regole canoniche per il successo commerciale. I Queen per questo si sono visti sbattere la porta in faccia quando l’hanno proposta al lungimirante manager della Emi che la riteneva «troppo lunga, nessuna radio trasmetterà mai una canzone di sei minuti».

Ci dicevano che era troppo lunga e non avrebbe funzionato, ma abbiamo detto di no. O i sei minuti o niente.

Roger Taylor

Le cose cambiarono quando un dj amico di Freddie Mercury, Kenny Everett, la fece trasmettere fino a 14 volte in due giorni, ininterrottamente. Fu un tale successo che l’etichetta fu “costretta” a pubblicarlo come singolo e svettò subito in classifica fino a diventare forse il brano più famoso dei Queen e una delle pietre miliari del Rock.

Di esempi ne possiamo trovare molti altri, come “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin con i suoi 8 minuti e 2 secondi di durata o “November Rain” dei Guns’n’Roses di 8 minuti e 57 secondi. Due canzoni che non hanno bisogno di presentazioni, altre due pietre miliari del Rock, universalmente note e immortali che però non seguono le classiche strutture strofa/ritornello delle hit radiofoniche. Non hanno neppure un vero e proprio ritornello!

Per non parlare nel genere Progressive, più di nicchia, ma che ha prodotto “lunghissimi” capolavori come “Close to the Edge” degli Yes, “2112” dei Rush e “Change of Seasons” dei Dream Theater.

Sono solo eccezioni, casi fortunati, o forse alle volte si sottovaluta la capacità di giudizio del pubblico? Oggi la regola è cercare a tutti costi il tormentone, creare una canzone semplice, facile da memorizzare, seguendo precise regole di sicuro impatto perché “questo è quello che piace al pubblico”. Ma è davvero così?

Led Zeppelin “Stairway to Heaven” (1971)
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La musica è diventata invisibile

La musica è la più impalpabile e inafferrabile di tutte le arti.

La musica la si può ascoltare, la si può comporre, creare, suonare; la si può immaginare, ballare, interpretare; la si può studiare, raccontare, sognare; la si può amare, odiare, subire, vivere… ma non si può toccare. È immateriale, è fatta di onde sonore, di vibrazioni, sembra quasi una magia. La musica a Federico Fellini ricordava una dimensione di armonia, di pace, di compiutezza dalla quale si è stati esclusi.

La musica è crudele quando finisce non sai dove va, sai solo che è irraggiungibile e questo ti rende triste.

 Federico Fellini nel libro “Sul cinema” a cura di Giovanni Grazzini

Per secoli, per millenni, la musica è esistita solamente nell’istante in cui veniva eseguita. È stato con l’avvento delle scoperte nel campo della riproduzione audio e gli sviluppi tecnologici che è stato possibile ascoltare musica riprodotta su supporti registrati e non solamente durante una sua esecuzione dal vivo.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. C’è stato un allargamento esponenziale del pubblico, l’industrializzazione del consumo, l’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

La musica “riprodotta” è diventata una realtà che è andata sovrapponendosi alla musica “dal vivo” e che oggi ormai l’ha quasi eclissata sottraendone la sua naturale e genuina spontaneità, l’hic et nunc in cui ha preso vita. Quell’attimo in cui viene creata è salvato per sempre e diventa quasi un monumento perenne. Si può finalmente toccare la musica, la si può possedere per sempre.

Vinili, cd, musicassette sono degli scrigni magici. Racchiudono la storia di un disco: dai disegni e i colori scelti per la copertina, ai nomi di tutte le persone che l’hanno creata, i testi, le note, i ringraziamenti, le fotografie. La musica è concreta, è reale, si può annusare, si può vedere.

L’evoluzione non si è fermata, ha portato alla nascita dei supporti digitali, della musica liquida, degli mp3 fino ad arrivare al ritorno della musica invisibile. Oggi la musica esiste solo su smartphone o chiavette usb tanto che gli ultimi modelli di automobili non hanno nemmeno più il lettore cd. Sembra quasi un’involuzione: si vengono a perdere tutte le ricchezze che i supporti fisici avevano aggiunto e fisicamente la musica non esiste più e non la si possiede più. Esiste in file all’interno di applicazioni digitali che non dureranno per sempre.

La musica è diventata invisibile. Nelle fotografie, nei post e nelle storie Instagram in cui immortalare l’atto di ascoltare musica, non ci sono le copertine degli album, le fotografie dei musicisti o i testi contenuti all’interno, il disco del cd, un nastro, i solchi del vinile; si possono solo fotografare i supporti con cui la si ascolta come cuffie, cuffiette, screenshot di applicazioni sullo schermo di uno smartphone. È sempre più effimera e transitoria, quasi non esiste più.

E al posto di Ricordi nella mia città ora c’è Prada.

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Che musica si cerca su Google?

Il motore di ricerca Google lo conosciamo tutti, è il più usato al mondo per cercare qualcosa nel web. Forse non tutti sanno dell’esistenza di Google Trends: uno strumento di analisi (gratuito) che offre un enorme database di informazioni sulle oltre 5 miliardi di ricerche che vengono effettuate quotidianamente su Google.

Quali sono gli argomenti più gettonati? Le parole chiave (keyword) più cercate? Le tendenze del momento? Cosa cerca “la gente” su Google?

Google Trends ha le risposte a tutte queste domande e anche ad una mia curiosità: quali sono le ricerche più gettonate associate alla musica? Che “musica” cerca la gente su Google?

Questo è il risultato:

Dati relativi al periodo 3/07/2019 – 3/07/2020
(il valore numerico si riferisce all’indice di interesse, espresso con un punteggio da 0 a 100)

Questi sono i primi 15 risultati delle ricerche più popolari effettuate nel motore di ricerca Google durante l’ultimo anno in Italia associate alla parola “musica”. Risultato evidente e schiacciante: scaricare musica. Gratis. Scaricare, non ascoltare, ovviamente.

Non c’è una curiosità per qualcosa di relativo alla musica, un musicista ad esempio, una canzone (da segnalare un’impennata a febbraio 2020 della ricerca “musica e il resto scompare” titolo del brano presentato da Electra Lamborghini a Sanremo). Interessante notare come la musica “classica” superi di una posizione la musica “italiana”, entrambe battute dalla musica “rilassante” al quarto posto.

Per il resto tranne il revival della “musica anni 80” che appare in fondo classifica (ma lo sappiamo che non se ne esce vivi dagli anni ’80!) il resto è sconfortante: quello che interessa maggiormente è trovare il modo di scaricare musica, gratuitamente, o ascoltarla, sempre gratuitamente, su YouTube. E di modi per farlo legalmente o illegalmente il motore di ricerca risponde con pagine e pagine di link.

Questo mi richiama alla mente una recente intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e notissimo divulgatore lanciato dal programma Superquark di Piero Angela. L’intervista (che potete vedere qui) ha come tema l’insegnamento della Storia e Barbero sottolinea come sia difficile far amare agli studenti una materia così noiosa – se limitata allo stretto nozionismo scolastico – ma in realtà così appassionante e avvincente; dopotutto si parla di “noi”, è la storia dell’umanità, del nostro passato.

Con la Musica penso che la partenza sia opposta e il risultato non si discosti troppo: a tutti piace la musica, tutti la ascoltano, hanno voglia di ascoltarla e si ingegnano con metodi più o meno legali per poterla ascoltare “facilmente”. Ma a quanti poi interessa davvero approfondirla come arte, come portatrice di storia e cultura, al di là di possederla come un bene di consumo che fa compagnia e sottofondo?

Perché si cercano tutti i modi possibili per scaricarla, anche illegalmente, piuttosto che acquistarla? Siamo al paradosso per cui, abituati alla musica gratis, si spendono centinaia di euro per cuffie e altoparlanti da esibire come capi di abbigliamento di lusso e collegare a smartphone costosissimi, ma si faticano a pagare 10 euro al mese per un abbonamento che dà accesso ad un catalogo infinito di 35 milioni di canzoni.

E non è un processo causato dalla musica liquida, che lo ha solo aumentato. I dischi si copiavano anche su cassetta negli anni ’80. È un problema di soldi? Di mentalità? Aveva ragione Adorno quando negli anni ’50 e ’60 tuonava contro la massificazione alienante degli individui messa in atto dall’industria culturale? La tecnologia ha avvilito l’arte, l’ha resa un bene di consumo distorcendone il significato?

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Voyager Golden Record: la playlist che viaggia nello spazio

A miliardi di chilometri di distanza dalla Terra una speciale playslist si sta dirigendo verso nuovi ascoltatori.  Se una civiltà aliena incontrasse i veicoli spaziali Voyager 1 o Voyager 2 troverebbe al loro interno il Voyager Golden Record, un disco contenente – tra altre cose – la musica di Bach, Mozart, Beethoven, il gamelan indonesiano, i canti Navajo, “Johnny B. Goode” e molto altro…

La storia del Voyager Golden Record inizia il 20 agosto e il 5 settembre 1977 quando da Cape Canaveral furono lanciate due sonde spaziali per fotografare da vicino i pianeti esterni del nostro sistema solare (Giove, Saturno, Urano e Nettuno) e destinate in seguito a uscire dalla zona d’influenza del Sole e continuare il loro viaggio, forse per sempre. Ad oggi sono i primi oggetti costruiti dall’uomo ad aver superato i confini del nostro sistema solare ed essere entrati nello spazio interstellare.

Un progetto degli Stati Uniti d’America capitanato da Carl Sagan (divulgatore scientifico, scrittore di fantascienza e tra i più famosi astronomi, astrofisici, astrobiologi ed astrochimici del Novecento) a cui la Nasa affidò l’incarico di ideare un messaggio da consegnare ad una ipotetica civiltà aliena. Una specie di biglietto da visita che potesse raccontare l’Umanità e la vita sulla Terra.

Carl Sagan progettò il “Voyager Golder Record” un disco in rame placcato oro del diametro di 30 centimetri. Su un lato del disco sono disegnate in forma schematica le indicazioni sul contenuto e le istruzioni per estrarne le informazioni, da leggersi con l’apposita puntina che si può trovare a bordo della sonda. Sulla superficie è stata anche incisa questa frase:

“To the makers of music – all worlds, all times”

Il disco contiene 115 immagini che mostrano le più significative esperienze di vita umane e descrivono il nostro Pianeta e il Sistema Solare, tra cui la spirale del DNA, disegni anatomici, la foto di una donna al supermercato, una mamma che allatta, una famiglia che mangia… le potete vedere al sito ufficiale della Nasa cliccando qui. La sezione audio contiene invece una collezione di suoni naturali, come il rumore del vento, dei tuoni o i versi di alcuni animali; i saluti in 55 lingue diverse (l’italiano parte al minuto 1 e 54 secondi e dice “tanti auguri e saluti”); un messaggio del presidente Carter e del segretario generale delle Nazioni Unite dell’epoca, Kurt Waldheim e poi… 90 minuti di musica.

Questo è un regalo di un piccolo e distante pianeta, un frammento dei nostri suoni, della nostra scienza, delle nostre immagini, della nostra musica, dei nostri pensieri e sentimenti. Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, così da poter vivere fino ai vostri.

Jimmy Carter, Presidente degli Stati Uniti d’America

La selezione musicale è alquanto bizzarra e curiosa: contiene una ideale rappresentazione di tutte le musiche del mondo. Vi riporto la lista dei 27 brani:

  1. Bach – Primo movimento, Concerto brandeburghese n. 2 in Fa
  2. “Puspawarna” (“Tipi di fiori”), gamelan dell’isola di Giava
  3. Percussioni senegalesi
  4. Canzone dell’iniziazione delle donne pigmee
  5. “Morning Star” e “Devil Bird”, canzoni degli aborigeni australiani
  6. Lorenzo Barcelata e i Mariachi Messicani – “El Cascabel” 
  7. Chuck Berry – “Johnny B. Goode”
  8. Canzone della casa dell’uomo, canto della Nuova Guinera
  9. Goro Yamaguchi – “Tsuru No Sugomori” (Giappone)
  10. Bach – “Gavotte en rondeaux” dalla Partita n. 3 in Mi maggiore per violino
  11. Mozart – Aria della Regina della Notte, da “Il flauto magico”
  12. “Tchakrulo,” coro dalla Georgia
  13. Daniel Alomìa Robles – “Condor Pasa”
  14. Louis Armstrong and his Hot Seven – “Melancholy Blues”
  15. “Mugam”, cornamusa dall’Azerbaigian
  16. Stravinsky – Danza sacrificale da “La sagra della Primavera”
  17. Bach – Preludio e fuga n. 1 in Do maggiore da “Il clavicembalo ben temperato, libro II”
  18. Beethoven – Sinfonia n. 5, Primo movimento Allegro con brio
  19. Valya Balkanska – “Izlel je Delyo Hagdutin” (Bulgaria)
  20. Canto notturno degli Indiani Navajo
  21. Holborne – “The Fairie Round” da Pavans, Galliards, Almains and Other Short Airs
  22. Musica dalle Isole Salomone
  23. Canto matrimoniale dal Perù
  24. Bo Ya – Liu Shui (“Flowing Streams”), Cina
  25. “Jaat Kahan Ho”, raga indiano
  26. Blind Willie Johnson – “Dark was the night, cold was the ground”
  27. Beethoven – Cavatina dal Quartetto n. 13 op. 130 in Si bemolle

Delle scelte che inevitabilmente hanno fatto discutere, ad esempio non è presente nessun compositore italiano. I contenuti del Voyager Golder Record sono stati facilmente criticati per dare messaggi confusi: i 55 saluti ascoltati così uno dopo l’altro posso dare l’idea di qualcosa di ingarbugliato (per alcuni potrebbe quasi sembrare una lite tra diverse persone), come quelle 115 immagini più disparate unite ai suoni della natura e ai versi degli animali.

Ciò che stupisce è la grande e vasta presenza della musica. Immagino il fortunato alieno di una galassia lontanissima alle prese con questo strano aggeggio: di sicuro penserebbe che la musica (o quantomeno quei 90 minuti di armoniose frequenze) abbia una grande importanza per questa lontana civiltà. E infatti non è forse così? Tra l’altro hanno scelto di inviare il nostro messaggio proprio su un disco!

La navicella potrà essere trovata e la registrazione visualizzata solo se esistono civiltà avanzate che viaggiano nello spazio interstellare. Ma il lancio di questa bottiglia nell’oceano cosmico è un messaggio di grande speranza circa la vita su questo pianeta.

Carl Sagan

È un messaggio forte, che nel bene o nel male, fa riflettere. Anche se dobbiamo inevitabilmente mettere in conto che il nostro alieno potrebbe non riuscire a decifrare il messaggio, oppure potrebbe non possedere il senso dell’udito o le onde sonore potrebbero non espandersi nella sua atmosfera. E anche se riuscisse ad ascoltarci, che idea potrebbe farsi di tutta questa diversa vastità sonora, musicale?

Qui non si tratta di scegliere i 10 dischi preferiti da potare su un’isola deserta, voi che playlist avreste fatto per il Voyager Golden Record?

Qui il contenuto audio del “Voyager Golden Record”.
Al minuto 21:44 inizia la sezione musicale



In occasione del 40esimo anniversario del lancio è stata pubblicata un’edizione speciale del Voyager Golden Record in 3 vinili e un libro dove viene presentata la sua storia. Lo potete acquistare cliccando qui.

Sul sito ufficiale della Nasa https://voyager.jpl.nasa.gov/ potete trovare tutte le informazioni sul viaggio delle due sonde spaziali Voyager, la descrizione dettagliata dei contenuti del Voyager Golden Record e la storia della sua realizzazione.

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“La cura” di Battiato non è una canzone d’amore

“La cura” di Battiato non è una canzone d’amore. O almeno non lo è nel significato più semplice che diamo alla parola “amore” e che ci porta ad interpretarne il testo come una dedica di un innamorato alla persona amata.

Franco Battiato non ha mai dato un’esatta spiegazione del significato di questa canzone, ma ogni opera del Maestro e la sua intera carriera ha seguito un’evoluzione filosofica che è sempre stata alla base di ogni sua produzione artistica.

Scrivere di Battiato e cercare di spiegare il significato di un testo così importante non è impresa facile. Soprattutto perché la musica e la poesia, come tutte le arti, sono aperte all’interpretazione; personalmente credo sia impossibile pensare di riuscire a cogliere il più intimo significato di un’opera. Qualunque essa sia. Una canzone, ad esempio, può assumere per ciascuno di noi un particolare senso e significato ed è giusto che sia così; ma, purtroppo, non potremmo mai essere nella mente e nel cuore dell’artista che l’ha creata. Un problema che si traspone anche nella traduzione e nella parafrasi dei classici e che ho ritrovato espresso molto chiaramente in un saggio di estetica titolato “Traducibilità e intraducibilità della poesia” scritto da Gianni Floriani – persona a me molto cara – (“Rivista di Estetica”, Anno III, Fascicolo I, gennaio-aprile 1958).

Questa doverosa premessa non toglie la possibilità di cercare di avvicinarsi e provare a dare una spiegazione ad una delle canzoni più belle della storia della musica italiana. “La cura” è stata pubblicata nel 1996 all’interno dell’album “L’imboscata” ed è stata scritta insieme a Manlio Sgalambro, filosofo ed intellettuale che per anni ha collaborato con Franco Battiato. Battiato ad una domanda di Luca Cozzari (“Battiato”, 2005, p. 19) a riguardo ha risposto: «io ho iniziato la prima parte e lui ha fatto la seconda» senza precisare quale sia la prima o la seconda.

Di certo sappiamo che Battiato non solo in molte canzoni, ma anche nelle sue opere contemporanee e nei film, lancia messaggi particolari per suscitare la curiosità e l’intelletto degli ascoltatori più sensibili:

In realtà sono certi consigli che possono essere utili a chi segue il mio lavoro e in qualche modo è interessato all’evoluzione spirituale. E, in questo senso, ci metto tutte le trappole del caso: se una persona non è ancora pronta a ricevere certi messaggi, non li può afferrare, perché c’è qualcuno che te li deve spiegare. La via spirituale è una via molto impegnativa, necessita di esperienza.

Franco Battiato (Video intervista su XL di Repubblica del 7 novembre 2012).

Sappiamo che Franco Battiato è molto vicino all’esoterismo e alle filosofie orientali, ha fatto parte per anni della scuola di Georges Ivanovič Gurdjieff per poi parzialmente discostarsene. Uno dei concetti base di questa scuola di pensiero è il “centro di gravità permanente”, il grado di coscienza di sé, teorizzando varie possibilità di perfezione. Per Gurdjieff infatti non tutti gli uomini hanno un’Anima: solo pochi eletti illuminati che hanno svolto un efficace lavoro su di sè possono arrivare a raggiungere il loro corpo astrale.

Sempre secondo Gurdjieff ci sono molte strade, più o meno lunghe, più o meno dure, ma tutte, senza eccezione, conducono o cercano di condurre in una stessa direzione: l’immortalità. L’immortalità non è una proprietà con la quale un uomo nasce, ma una proprietà che può essere acquisita.

Echi di queste filosofie le troviamo spesso in Battiato, ad esempio nella canzone “Sui giardini della preesistenza” (dall’album “Caffè de la Paix” del 1993) che lui stesso spiega come un riferimento alla nostalgia dello stato di unione con l’Uno (la preesistenza) in cui l’uomo si trovava prima della caduta nel mondo materiale:

Per chi “sa” di essere solo il riflesso di qualcosa di superiore, ed il risultato di un progetto cosmico da condurre a termine.

Franco Battiato (dal libro “Io chi sono?” di Daniele Bossari, 2009, p. 36)

Iniziamo ad avere degli elementi per una probabile interpretazione del testo de “La cura”. Una delle ipotesi più accreditate è infatti che si tratti di un dialogo a senso unico in cui è l’Anima, la parte spirituale, il corpo astrale, a parlare all’essere umano, la sua parte fisica, terrena e materiale.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

L’uomo è soggetto a paure, turbamenti, ingiustizie, inganni, malattie, dolori, sbalzi d’umore, ma l’Anima per sua natura si eleva al di sopra delle disarmonie presenti nel piano materiale, si prende cura della sua parte mortale cercando di condurla a Sé.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

“Le vie che portano all’essenza” potrebbero essere un riferimento al percorso mistico che porta al risveglio, cioè a riscoprire il proprio io più profondo e congiungersi con l’Uno. È il lavoro che, con pazienza e meditazione, deve essere compiuto dall’uomo illuminato, raccontato da Battiato nel brano “E ti vengo a cercare” (dall’album “Fisiognomica” del 1988), anche questo, spesso, travisato e interpretato come una canzone d’amore: «No, non c’era nessuna donna. Cercavo di volare più alto» commentò Battiato a riguardo.

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Si può parlare di amore, ma di un Amore puro, ultraterreno, universale, inteso come energia che conduce l’uomo verso la parte spirituale che per sua natura è “oltre” il piano terreste dell’esistenza. L’Anima possiede la Conoscenza (le leggi del mondo) e la dona all’uomo illuminato; è capace di superare correnti gravitazionali, lo spazio e la luce, è al di là del concetto di tempo, è immortale.

Secondo le dottrine che hanno influenzato Franco Battiato, l’uomo è una sorta di angelo caduto in Terra dall’Eterno:

Siamo all’interno di un corpo di cui accettiamo tutte le schiavitù possibili, perché è sempre meglio dell’ignoto. Abbiamo paura perché non sappiamo dove si va a finire. Non è che forse abbiamo dimenticato le immense possibilità dell’Essere? (….) La guarigione dovrebbe essere la ricongiunzione definitiva con il Divino.

Franco Battiato (intervista con Stefania Vitulli, Il Giornale, 2007)

L’uomo illuminato attraverso un duro lavoro interiore anela al ricongiungimento con la sua parte spirituale, l’Uno da cui deriva. Un percorso che porta alla completa “guarigione” e che avviene dopo un lunghissimo ciclo di vite, ciò presuppone il credere nella reincarnazione. Se la via verso l’eternità e il ricongiungimento con il corpo astrale è la nostra “guarigione”, la “cura” passa inevitabilmente attraverso il superamento della morte.


Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te
Io sì, che avrò cura di te

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“Se telefonando” e la sirena della polizia di Marsiglia

Come creare una canzone italiana di successo? Semplice: il testo lo scrive Maurizio Costanzo con Gigho De Chiara, della musica ci pensa Ennio Morricone e poi la canta Mina. Aggiungeteci giusto quel guizzo di genialità e d’ispirazione, che può arrivare anche da una banalissima sirena della polizia di Marsiglia, e così è nata nel 1966 “Se telefonando”.

La storia di “Se telefonando” è una leggenda che si rincorre da anni, di cui recentemente ha dato conferma Maurizio Costanzo in persona durante un’intervista radiofonica. Racconta Costanzo che il pezzo è nato come sigla del programma Rai “Aria condizionata” spin-off della famosa trasmissione “Studio Uno”. De Chiara aveva lavorato con Morricone ad uno spettacolo teatrale e provò a chiedergli se volesse scriverne la musica e Morricone accettò. Così un giorno Costanzo si trovò a casa di De Chiara a lavorare sul pezzo, mentre Morricone era collegato con loro telefonicamente e qui il colpo di genio:

Morricone al telefono interveniva e diceva “Pensate alla sirena della polizia di Marsiglia”. Io ebbi la fortuna di dire la parola “telefono”, sostenendo con De Chiara che il telefono stava andando di moda in quegli anni. Nacque “Se telefonando”.

Maurizio Costanzo

Per quanto assurdo possa sembrare, lo spunto creativo di questa canzone indimenticabile nasce dal suono della sirene della polizia di Marsiglia sui cui Morricone basa la ripetizione del tema principale. Poche, semplici, note per creare un capolavoro. Come sia possibile lo spiega bene Rocco Tanica degli Elio e le Storie Tese in quest’intervista, esempio al pianoforte incluso, in cui descrive “Se telefonando” come un miracolo fatto di quattro note:


“Se telefonando” è una canzone molto difficile da eseguire vocalmente. L’eleganza e la maestria nella scrittura hanno permesso a Morricone di scrivere una strofa sola a cui segue un ritornello che insegue se stesso quasi all’infinito: un continuo crescendo musicale che riprende perfettamente l’emozione raccontata dal testo.

Chi poteva trovarsi a suo agio in questo labirinto melodico e dare la voce ad una delle canzoni pilastro della musica italiana? Maurizio Costanzo racconta come con fortuna siano riusciti a contattare Mina: si trovarono lui, De Chiara, Morricone, Mina e il suo impresario nel centro di produzione Rai di Via Teulada a Roma; Morricone si mise al pianoforte e suonò “Se telefonando”, un attimo dopo Mina chiese il testo e con una naturalezza che Costanzo racconta lasciò tutti i presenti stupiti, la cantò.

Mina chiese solo di apportare una piccola modifica al testo che nella versione originale recitava “poi nel buio la tua mano, d’improvviso sulla mia”, il verso poteva risultare ambiguo e fu cambiato con “poi nel buio le tue mani, d’improvviso sulle mie”.

Nell’estate del 1966 “Se telefonando” era in tutti i juke-box italiani. Era l’anno dei mondiali di calcio, quelli di Inghilterra- Germania 4 a 2 dopo i supplementari e sotto l’ombrellone questa breve storia d’amore consumata in una notte d’estate mette d’accordo giovani e “matusa”.

Mina – “Se telefonando” (1966)


Divenne subito un successo pubblicato nel nono album di Mina “Studio Uno 66”, la raccolta delle canzoni scritte per la quarta edizione della trasmissione televisiva “Studio Uno”, programma di varietà condotto da Mina stessa. La storia di “Se telefonando” non finisce qui, ma diviene anche un videoclip, o meglio un video pubblicitario per il Carosello, l’MTV ante litteram di quei tempi.

Mina era testimonial per la Barilla e girò diversi spot diretti dal geniale Pietro Gherardi, architetto, scenografo e costumista di Federico Fellini, vincitore di due premi Oscar per i costumi di “8 e mezzo” e “La Dolce Vita”. Gherardi ambienta le pubblicità Barilla in luoghi strani, non consueti per degli spot televisivi e fa indossare a Mina abiti molto particolari e tassativamente neri.

Il video di “Se telefonando” è stato girato sui tetti della stazione ferroviaria di Napoli ancora in costruzione. Sono immagini senza tempo, Mina è bellissima e indossa un abito meraviglioso quasi un’opera di architettura che la avvolge con delle spire a ricordare i fili del telefono.

Sarebbe solo un carosello per la pubblicità della pasta Barilla che recitava “B come buona cucina, B come Barilla”, ma la bellezza è tale da rendere questo e gli altri video di Gherardi dei mini-capolavori di stampo felliniano. Documentano l’Italia anni ’60, gli anni della ricostruzione, del boom economico, gli anni in cui l’Italia faceva sognare il mondo con il cinema, la musica e ovviamente… la pasta!

L’Archivio Storico Barilla li raccoglie tutti e potete riguardarli cliccando qui.

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Venus, una cover nella cover: da Oh Susanna alle Bananarama

«She’s got it, yeah baby she’s got it. I’m your Venus, I’m your fire, at your desire» impossibile resistere a questo ritornello, si inizia a battere il tempo e il gioco è fatto! È “Venus” delle Bananarama, il trio femminile britannico composto da Sara Dallin, Siobhan Fahey e Keren Woodward, che nel 1986 ha scalato le classifiche di tutto il mondo con questa super hit Pop-Rock Dance.

Un successo tutto Europeo, prima che Inglese, Olandese: “Venus” è una canzone originariamente scritta e interpretata nel 1969 dal gruppo olandese Shocking Blue. Già all’epoca un grandissimo successo tanto da raggiungere la posizione numero 1 della Billboard Hot 100 il 7 febbraio 1970.

Shocking Blue – “Venus” (1969)


Scritta da Robbie Van Leeuwen, chitarrista degli Shocking Blue, come omaggio a Venere, la dea dell’amore, contiene un enorme errore nel testo, passato alla storia. Il primo verso nelle sue intenzioni doveva significare “La divinità sulla cima della montagna” ma tradusse “divinità” non con la parola “goddess” ma con “godness. Un errore di cui non si è accorto nessuno, nemmeno la cantante Mariska Veres che in sala di registrazione l’ha cantata così. Le versioni successive sono state corrette, ma la prima incisione ufficiale salita in vetta alle classifiche inizia con un grande refuso. (Mi consolo, i refusi sono sempre tremendamente in agguato!)

I colpi di scena sono appena iniziati. “Venus” non è tutta farina del sacco di Robbie Van Leeuwen che si è “ispirato” ad una canzone pubblicata nel 1963 dai Big 3, un trio (era destino) Folk americano di cui faceva parte anche Cass Elliot prima di entrare nei The Mama & The Papas. Si intitolava “The Banjo Song” e musicalmente è molto simile a “Venus”, il testo invece è preso dal famosissimo standard Folk “Oh Susanna”. Ascoltarla oggi risulta come un mash-up stranissimo:

Big 3 – “The Banjo Song” (1963)


Ispirazioni, plagi, citazioni, cover… i confini sono molto labili, ne ho già parlato prendendo come esempio i Led Zeppelin che sono stati accusati e citati per plagio molte volte. Agli Shocking Blue non è successo, anche se c’è un’altra “ispirazione” nella loro “Venus”: il riff iniziale di chitarra somiglia a quello di “Pinball Wizard” degli Who, uno dei brani più celebri della loro opera rock “Tommy”.

“Venus” ha venduto tantissimo ed è stato il singolo di maggior successo delle Bananarama che hanno dovuto lottare con diversi produttori per convincerli a farlo incidere. Le tre cantanti erano certe del potenziale di questo pezzo in versione Dance, ma incontrarono la resistenza dei loro produttori e si rivolsero ad un altro trio: Stock, Aitken & Waterman tre maghi della Dance anni ’80 che da pochissimo avevano portato al successo “You Spin Me Round (Like a Record)” dei Dead or Alive.

Bananarama – “Venus” (1986)


“Venus” fu pubblicato nel loro terzo album “True Confession” e il singolo fu accompagnato da un videoclip lanciato da una massiccia programmazione da parte di MTV in tutto il mondo. Le tre Bananarama cambiano più volte costume e ambientazione: divinità greche, vampire, sacerdotesse, arrivando persino a ricreare la scena de “La nascita di Venere” di Botticelli. Iconico anche il balletto, ideato dal coreografo italiano Bruno Tonioli.

Un successo quasi senza tempo che negli anni è stato reinterpretato da molti artisti, è stato utilizzato come colonna sonora di diversi film, show televisivi e pubblicità. “Venus” l’ha rifatta anche Mina! È una traccia del suo album “Sì, buana” uscito proprio nel 1986. Una Mina in versione decisamente Rock, assolo di chitarra distorta incluso. Pazzesca e inaspettata, ascoltate:

Mina – “Venus” (1986)


“Venus” non è stato il solo brano degli Shocking Blue ad aver raggiunto il successo molti anni dopo grazie ad una famosissima cover. Proprio nell’album “At Home” del 1969 c’era anche “Love Buzz” famosa per essere diventata nel 1988 il singolo di debutto dei Nirvana, gli Shocking Blue erano uno dei gruppi preferiti del bassista Krist Novoselic.

Il singolo “Love Buzz” dei Nirvana conteneva anche il brano “Big Cheese”. Inizialmente furono messe in commercio soltanto 1000 copie numerate del 45 giri, realizzate in vinile nero. In seguito, cominciarono a circolare anche dei bootleg riprodotti su vinile colorato. Entrambe le canzoni faranno poi parte di “Bleach”, album con cui il gruppo di Seattle esordì nel 1989.

Shocking Blue – “Love Buzz” (1969)
Nirvana – “Love Buzz” (1988)

musica

Disco d’oro: numeri e inganni (?) di un premio in declino

collezione di dischi d'oro

Ormai da un significativo periodo di tempo non si sente più parlare di “tot” copie vendute di un disco, ma il vanto principale degli artisti è screenshottare il traguardo dei primi posti sulle varie piattaforme d’ascolto streaming (es. Spotify) o di vendita (es. Itunes). Oppure postare un bel selfie accanto al quadro con il disco d’oro, di platino, doppio platino e via dicendo. Per vincere il Disco d’Oro, o ancor meglio di Platino, sicuramente saranno tantissime le copie vendute, la conferma di un gran successo di vendite. O almeno così viene percepito dal pubblico. Lo sapete quante copie vendute servono per ottenere un disco d’oro in Italia? 25.000.

Venticinquemila copie vendute e in Italia (60,48 milioni di abitanti nel 2017) un disco è decretato dalla FIMI (Federazione Industria Italiana Musicale) un successo. Solo 25.000 copie.

Sconfortante, soprattutto se pensiamo che in origine questo premio è nato nel 1942 in America per riconoscere il successo senza precedenti del 78 giri di Glenn Miller “I Know Why/Chattanooga Choo Choo” che in 90 giorni vendette 1 milione di copie. Il premio si diffuse poi in tutto il mondo diventando l’attestato ufficiale del successo di un disco, insieme al Disco di Platino per i 10 milioni di copie vendute e il Disco d’Argento per 500.000.

In America è tutto più grande e non si possono paragonare i due mercati? Guardiamo alla nostra Italia: il primo Disco d’Oro se lo aggiudicò Natalino Otto con “Non dimenticar (che t’ho voluto bene)” nel 1952; nel 1957 Marino Marini vinse il premio con “Guaglione”, che vendette un milione di copie solo in Francia; Bobby Solo con “Una lacrima sul viso” ne vinse due (per 2 milioni di dischi venduti). Mentre il primo 33 giri ad ottenere il disco d’oro in Italia fu Franco Battiato con “La voce del padrone” nel 1981. (E solo tra parentesi per onore di cronaca “Nel blu dipinto di blu” (1958): ha venduto 22 milioni di dischi e si è aggiudicato il doppio platino, ma è un successo planetario in questo caso fuori contesto.)

Quindi, brevemente: un tempo 1 milione di copie, oggi 25.000.

Sconfortante.

Le soglie di vendita sono state ribassate negli anni, complice il cambiamento di mercati e anche il bisogno di adeguarsi alle vendite online e ascolti in streaming. In Italia gli ultimi grandi adeguamenti sono avvenuti da gennaio 2018 con l’inserimento nel conteggio anche degli ascolti in streaming. Come funziona? Dal 2010 FIMI, in collaborazione con GfK che rileva le vendite dei prodotti fisici e delle singole tracce online, ufficializza le certificazioni di vendita di ogni singola registrazione musicale pubblicata e venduta in Italia.

Oggi per lo streaming sono presi in considerazione solo gli ascolti derivati da servizi premium (effettuati da abbonati paganti), gli ascolti da un profilo free (effettuati da utenti non paganti) non vengono conteggiati.

Ad esempio, per il calcolo delle vendite di un singolo in digitale si è deciso che 130 streaming equivalgono ad 1 download digitale per minimo di 30 secondi di ascolto (quindi 130 ascolti di 30 secondi di un brano fanno 1 vendita).  Per gli album il conteggio è più complesso, qui le note metodologiche di FIMI dal 2018.

Queste le soglie di certificazione attualmente in uso per la certificazione Album, Compilation e Singoli Online del FIMI che potete trovare nel sito ufficiale cliccando qui.

  • ORO oltre le 25.000
  • PLATINO oltre le 50.000
  • DOPPIO PLATINO oltre le 100.000
  • TRIPLO PLATINO oltre le 150.000
  • QUADRUPLO PLATINO oltre le 200.000
  • 5 PLATINO oltre le 250.000
  • DIAMANTE oltre le 500.000


Ogni Paese ha le sue regole (negli USA il Disco d’Oro oggi si raggiunge a quota 500.000 copie vendute) e la quantità minima di copie vendute dipende da diversi fattori come il territorio, abitanti e altri parametri. Inoltre, per alcuni si riferisce alle copie distribuite e vendute ai negozi (quindi non necessariamente acquistate dall’utente finale) altri invece considerano le copie effettivamente acquistate dai singoli utenti.

Non voglio entrare nella polemica di come un ascolto di 30 secondi in streaming possa essere paragonato ad un vero interesse, neanche a quanto e come possano essere “taroccati” questi dati. Penso a quando uscì il primo disco dei Beatles: il manager Brian Epstein ne fece comprare copie in vari negozi, sollecitandoli a presumere un interesse del pubblico che ancora non c’era. Scrive Philip Norman nella biografia di John Lennon che Epstein ordinò 10 mila copie di “Love Me Do”, ossia dieci volte più del quantitativo che avrebbe mai potuto vendere nel proprio negozio, pur di garantire l’ingresso del brano nella classifica dei 20 dischi più venduti. Gli altri negozi riordinarono, il resto lo sappiamo.


Forse un tempo era più facile imbrogliare le classifiche. Però è recentissimo lo scandalo seguito alla pubblicazione dell’ultimo album di Fedez “Paranoia Airlines” (25 gennaio 2019). In tantissimi utenti hanno fatto notare su Twitter delle strane attività sui loro profili Spotify: hanno segnalato di essersi ritrovati nella propria cronologia decine di ascolti dei brani di Fedez, senza che questi brani fossero stati effettivamente mai ascoltati oppure: “Ogni canzone che seleziono si interrompe per far partire l’album di Fedez”. E ancora: “È Spotify che non funziona o capita solo a me che ti obblighi ad ascoltare Fedez?”. “A me questa mattina qualsiasi canzone cliccassi dopo 3 sec in automatico mi partiva il disco di Fedez!”. Fedez e Spotify hanno rassicurato la regolarità del servizio smentendo ogni accusa. Certo che è stato qualcosa di quantomeno bizzarro!

Penso che tutto ciò sia un esempio di come poco ci si informi su quanto e cosa c’è dietro alla Musica, di come le belle capture markettare e un disco placcato d’oro in una bella cornice possano bastare a far credere di aver raggiunto alte vette di successo, di quanto poco venda la musica oggi.