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I King Crimson e l’uomo schizoide del Ventunesimo secolo

Vi parlo di un album, anzi in particolare del brano d’apertura di un album che ha fatto la storia.
È “21st Century Schizoid Man” e iniziava con queste parole:

Cat’s foot iron claw
Neuro-surgeons scream for more
At paranoia’s poison door
Twenty first century schizoid man.

(Zampa di gatto, artiglio di ferro / Neurochirurghi ne reclamano ancora / Alla porta avvelenata della paranoia / Uomo schizoide del ventunesimo secolo)

Sembra una follia di pensieri sconnessi. Frasi brevi, immagini inquietanti.  È il mondo che va a pezzi, le parole sono violente e aggressive, come l’uomo. L’uomo schizoide del Ventunesimo secolo.

Sono parole che vengono dal lontano 1969 eppure ci suonano così attuali. Sono i versi iniziali del brano con cui si apre un disco che ha fatto la storia: era il 10 ottobre 1969 quando uscì “In the Court of the Crimson King” il primo, storico, album dei King Crimson. Un album che ci riporta al passato, ma contemporaneamente ci proietta nel futuro che oggi è il nostro presente.

Una musica rivoluzionaria

Il brano di apertura del disco, “Twenty First Century Schizoid Man”, è introdotto da circa quaranta secondi di insoliti rumori. Poi arriva il pugno nello stomaco: l’attacco è violento, sconcertante. Uno degli attacchi più celebri che la storia del rock conosca. Ha la forza d’urto di un meteorite piovuto dal nulla. La musica segue a ruota i testi.  Frasi brevi, una voce offuscata, immagini inquietanti. 

Peter Sinfield, l’autore del testo, spiega che con il verso “Cat’s foot, iron claw” voleva descrivere il mondo che va a pezzi: le parole scelte sono violente e aggressive, come l’uomo. Un mondo distopico e anti-utopico, che guardava al futuro, in un luogo e in un tempo in cui i neurochirurghi urlano alle porte avvelenate della paranoia in cerca di altri folli esperimenti (“Neurosurgeons scream for more / At paranoia’s poison door”), ecco l’uomo schizoide del ventunesimo secolo.

Dopo circa un minuto e mezzo la pressione aumenta e il basso di Greg Lake diventa un cuore fuori giri. Nessuno aveva mai ascoltato niente del genere, nessuno si era azzardato a trattare il rock in questo modo: con suoni distorti, contorti, imbevuti di jazz e suggestioni classiche. Qualcosa di futuristico.

La musica dei King Crimson era rivoluzionaria anche nella sua struttura compositiva: era l’inizio del Progressive Rock. Rock, pop, hard, jazz, folk, sperimentazione, memorie sinfoniche, lirismo visionario, poesia surreale, convivono miracolosamente in un album universalmente considerato il più importante di tutto il genere.

I minuti passano e si arriva al secondo verso della canzone che recita così:

Blood rack barbed wire
Polititians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.

(Sangue, tortura, filo spinato / Pira funeraria di politici / Innocenti violentati dal fuoco del Napalm / Uomo schizoide del ventunesimo secolo)

Il fuoco del Napalm. Un riferimento facile e diretto alla Guerra di allora, il napalm è l’arma più famosa della guerra del Vietnam. Il brano profetizza un “rogo di politici” avvolti in una pira funeraria infuocata, visti come il sottoinsieme di esseri umani che più di tutti provoca disastri e brutalità. E Peter Sinfield, il paroliere dei King Crimson, poi lo giustificò: “era il risultato diretto della guerra in Vietnam… non puoi diventare un politico se non menti”

“The Court Of The Crimson King è un’osservazione sulla manipolazione. Nessuno dice mai la verità. Ci hanno mentito re, principi e papi che desideravano mantenere il proprio potere. I Poeti la vedono dal punto di vista machiavellico e hanno considerazione per i poveri e le vedove che sono quelli che alla fine soffrono. Così stanno le cose. Non senti mai buone notizie, solo cose che riguardano rapimenti e uccisioni. Alcune persone scrivono ciò che vedono”.

Peter Sinfield

È ironico come sembri una fantasia dei Crimson dopo un incubo di fine anni ’60, invece l’ironia finisce quando colleghiamo i punti tra il senso della canzone e la realtà di oggi: il ventunesimo secolo.

Un album riflette la condizione umana, l’eterna convivenza con la guerra, i vizi e le psicosi dell’intero genere umano. Uno scenario di immagini devastanti in un imprecisato Ventunesimo Secolo nel quale il tempo è imploso, la libertà svanita, le speranze impensabili.

Una canzone arrabbiata per alcuni dei più tristi aspetti del mondo.

“In the Court of the Crimson King” si configura come un manifesto culturale oltre che musicale del Progressive Rock, una visione post-apocalittico, dove ogni profezia sembra essersi compiuta e l’orrore della morte, è l’unica realtà, mentre alla corte del Re Cremisi (brano di chiusura del disco) tutto è finzione. L’uomo intravede la fine del millennio ed è solo, senza più ideali, davanti alle “porte velenose” della follia.

Sul canale YouTube di Musicologica trovate anche l’articolo in versione video

Un urlo che viene dal passato e abbraccia il futuro

Così recita la terza e ultima strofa del brano:

Death seed blind man’s greed
Poets’ starving children bleed
Nothing he’s got he really needs
Twenty first century schizoid man.

(Seme di morte, avidità dell’uomo cieco / Poeti affamati, bambini sanguinanti / Non ha nulla di cui abbia veramente bisogno / Uomo schizoide del ventunesimo secolo)

Così pessimista da profetizzare il futuro prendendoci in pieno. Ne scardina le certezze, ne tira fuori la paura e l’angoscia, che solo a pensarci viene l’istinto irrefrenabile di fare come l’uomo in copertina: urlare.

La copertina del disco

La copertina è una delle più grandi icone della storia del Rock: il viso color blu e cremisi di un nuovo deformato in un urlo che può essere di terrore, disperazione, dolore. Un urlo che viene dal passato e abbraccia il futuro.

Anche l’interpretazione vocale di Greg Lake incarna perfettamente l’urlo della copertina. La voce distorta e filtrata sembra quella diffusa da un megafono, come nelle manifestazioni di piazza, ma compressa e senza riverbero, dà la chiara impressione di trovarsi in uno spazio chiuso, claustrofobico.

L’uomo schizoide del XXI secolo

Il nostro, infatti, è un uomo schizoide, la sua “anomalia” ha origine in un disturbo della personalità che fa parte dei comportamenti strani o paranoici caratterizzati dall’isolamento. Il disturbo schizoide genera un desiderio di distacco dalle relazioni sociali e dalla vita emotiva. In greco “schizo” significa “scissione”: alla base c’è dunque una cesura, una ferita, la segreta consapevolezza del terrore alla quale si reagisce con il ritiro.

L’emozione di fondo dello schizoide è il terrore, la paura. Ecco che l’uomo schizoide raccontato dai King Crimson è una vittima della società del Ventunesimo secolo. Ed è continuamente sotto controllo.

Ogni strofa del testo evidenzia una dissociazione tra chi detiene il potere, chi controlla e opprime (Neuro-surgeons scream for morePolititians’ funeral pyreDeath seed blind man’s greed) e chi subisce, impotente e alienato (paranoia’s poison doorInnocents raped with napalm firePoets’ starving children bleed) . Il verso finale arriva come monito, mette in guardia sul destino dell’umanità. A osservare l’uomo e questo scenario c’è una figura: un sovrano sovrannaturale. Già presente nel sottotitolo assegnato al disco “An Observation – un’osservazione – By King Crimson”: il Re Cremisi è l’osservatore privilegiato nella cui Corte si svolge la Grande Opera iniziata dai King Crimson.

È un’opera d’arte totale che ha la capacità di veicolare il proprio messaggio coinvolgendo tre tipi di linguaggi: la musica, la poesia e la pittura.

Il brano termina con il caos indistinto, ogni strumento viene lasciato libero di seguire un percorso non tracciabile che rende molto bene l’immagine di un mondo che sta per finire follemente fuori controllo.

In quel periodo sembrava fantascienza, ma quest’album ha guardato avanti.  Anche troppo.

King Crimson – 21st Century Schizoid Man

BIBLIOGRAFIA:
Andrea C. Soncini “King Crimson. Gli anni prog”, Giunti, 2018.
Alessandro Staiti “In the court of the Crimson King”, Arcana, 2016.
Donato Zoppo “King Crimson. Islands. Testi commentati”, Arcana, 2013.

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Meat loaf, Steinman e un motociclista alla ricerca del Graal

La musica è sempre stata un laboratorio affascinante nel quale personalità diverse, talvolta addirittura opposte, si incontrano e scontrano, a volte generando disastri e a volte dando vita a capolavori senza tempo. Non c’è una regola, è necessaria un’alchimia speciale, un insieme di coincidenze date da fattori diversi, sfuggenti e misteriosi.

Questa storia comincia con Jim Steinman, un giovane compositore e pianista, un personaggio particolare con uno stile e una personalità fuori dagli schemi. Dopo aver realizzato alcuni musical, a metà degli anni ’70 è impegnato nell’ideazione e composizione della sua nuova opera dal titolo “Neverland”, un musical incentrato su una sorta di versione fantascientifica e futuristica di Peter Pan. Sono state composte solo alcune bozze quando entra in scena il secondo tassello del mosaico, impersonato dalla classe, dal carisma, dalla teatralità di Marvin Lee Aday, in arte Meat Loaf, cantante e attore con all’attivo ruoli in alcuni musical.

Meat Loaf e Jim Steinman nel 1977

Le interpretazioni di Meat Loaf fanno scattare una molla a Steinman, che stravolge l’intero progetto abbandonando le intenzioni originarie in favore della realizzazione di un vero e proprio Rock album, dal titolo “Bat out of Hell”. Nonostante la qualità dei brani, i due passeranno un lungo ed estenuante periodo alla ricerca di una casa discografica che accettasse di produrlo, e, solo tramite un sotterfugio, riuscirono a convincere il terzo elemento del team, il chitarrista Todd Roundgren, a produrre il disco.

L’album uscì nell’ottobre del 1977. Non fu un successo immediato. Le sonorità epiche e barocche del disco richiesero del tempo per essere assimilate dall’ascoltatore Pop e Rock a stelle e strisce. La popolarità dell’album è rimasta inalterata nel corso del tempo, divenendo un classico e, secondo alcune fonti, uno dei dieci album più venduti nella storia della musica con oltre 40 milioni di copie vendute.

Una sorta di Opera Rock, un genere in voga all’epoca, come nel caso di “Jesus Christ Superstar”, “Tommy” degli Who, o il musical “Hair” (nella quale aveva recitato lo stesso Meat Loaf a fine anni ’60 nella produzione di Los Angeles).

Il brano più rappresentativo, simbolo dell’album e autentico apice della produzione di Meat Loaf è la lunga titletrack (Bat out of Hell”) posta in apertura del disco, una storia epica che traspone la figura del cavaliere errante della letteratura cavalleresca medievale in un motociclista metallaro che sfreccia nella notte in sella al suo destriero, la sua “silver-black phantom bike”.

L’overture iniziale ci catapulta nel pieno dell’azione: la corsa fiammante di una motocicletta che sfreccia nelle highways americane tra pattern di piano indiavolati e potenti stacchi ritmici, sfocia in un melodico splendido solo di chitarra di Todd Rundgren per poi spegnersi un attimo di respiro. L’eroe contempla la valle innanzi a lui. Con un sottofondo di piano la teatrale voce di Meat Loaf porta in scena figure misteriose e una sensazione di pericolo imminente:

“The sirens are screaming, and the fires are howling
Way down in the valley tonight
There’s a man in the shadows with a gun in his eye
And a blade shining oh so bright
There’s evil in the air and there’s thunder in the sky,
And a killer’s on the bloodshot streets”

La penna di Jim Steinman disegna figure tipiche dell’immaginario americano tutto film d’azione, fumetti e popcorn. Il mito dell’eroe che da cavaliere medievale alla ricerca del Graal diventa il ribelle della società e, in sella alla sua moto, respinge un mondo fatto di convenzioni e facciate. Il fulcro centrale rimane lei, la ragazza amata, in grado di portare la luce laddove vi era solo oscurità:

“Oh, baby you’re the only thing in this whole world
That’s pure and good and right
And wherever you are and wherever you go
There’s always gonna be some light”

A ribadire il passaggio dalle oscure minacce al luminoso pensiero dell’amata, un coro di voci femminili dona sacralità e solennità al crescendo musicale, segno che ogni passaggio musicale è strettamente collegato allo svolgersi dell’azione. Con uno stacco elettrico il tormento del protagonista trasforma le figure minacciose della notte in demoni interiori, una sensazione di vuoto… dove “nothing really rocks, and nothing really rolls“. Un vuoto che solo lei che rappresenta ogni luce e purezza può scacciare, ma solo la notte.

La libertà anelata dal protagonista è anche libertà dalle catene di un amore ordinario e quotidiano. Steinman, amante del buio e della notte tanto che pare che componesse soltanto nelle ore notturne, ribadisce l’importanza che al sorgere del sole ognuno prenderà la propria strada. Esattamente “like a bat out of hell I’ll be gone when the morning comes“, il protagonista vive la notte quasi come un antico vampiro imprigionato in un mondo moderno, ritirandosi dalla luce del giorno, ma pronto a tornare al calare del sole:

“But when the day is done
And the sun goes down
And the moonlight’s shining through
Then like a sinner before the gates of Heaven
I’ll come crawling on back to you”

Sembra la conclusione del brano, ma il rombo di un motore squarcia come un tuono il silenzio della strada. La chitarra di Rundgren imita alla perfezione il ruggito della moto per poi lanciarsi un solo urlato e melodico mentre un piano indiavolato arricchisce lo sfondo con i suoi barocchismi.
Torna il protagonista, in sella al suo destriero che, come un fulmine, sfreccia in strada. I pensieri volgono sempre a lei, e questa distrazione gli sarà fatale.

“And no one’s gonna stop me now, I’m gonna make my escape
But I can’t stop thinking of you,
And I never see the sudden curve until it’s way too late”

Ancora una volta Steinman dirige la musica come fosse un film: ogni sezione strumentale corrisponde a quello che succede nella storia in un trionfo epico e wagneriano. L’esplosione di chitarra e batteria imita lo schianto della moto.

“And the last thing I see is my heart
Still beating still beating
Breaking out of my body
and flying away
Like a bat out of hell”

Il basso imita il pulsare del cuore del protagonista, ormai pronto a volare “like a bat out of hell I’ll be gone when the morning come“. La musica è prepotente fino al gran finale con l’ennesimo urlo di Meatloaf: “Like a bat out of hell“.

Un brano epico, eroico, travestito da teen movie nel quale ogni frammento contribuisce ad arricchire il quadro generale ascolto dopo ascolto. Ogni volta c’è un nuovo dettaglio, un nuovo colore che emerge dalle strade infuocate di quell’America arida e polverosa. E non rimane altro da fare che schiacciare ancora una volta il tasto play per vedere sbucare dalle fiamme il nostro cavaliere in sella alla sua Harley diretto a tutto gas “like a bat out of hell” da lei “the only thing in this whole world that’s pure and good and right“.

Meat Loaf – “Bat Out of Hell”

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#ilDiscoDelMercoledì compie 3 anni

collage disco mercoledì

Quando tre anni fa ho pubblicato su Instagram la prima storia di questa rubrica non pensavo proprio di arrivare fin qui. Era un mercoledì e stavo ascoltando “Blood Sugar Sex Magik” dei Red Hot Chili Peppers.

È nata così la rubrica #ilDiscoDelMercoledì che tengo da novembre 2018 sul mio canale Instagram e che oggi arriva terzo giro di boa. Ogni settimana il mercoledì pomeriggio nelle “Storie” parlo di un disco, raccontando qualche curiosità, ascoltando qualche accenno dei brani più iconici e cercando di scoprire il perché della sua importanza all’interno dell’immenso universo musicale. E soprattutto lo faccio “vedere” in formato CD.

Il criterio di scelta è sempre lo stesso: quello che ho voglia di ascoltare. E lo condivido con voi.

La rubrica in tutti questi mesi anni è cresciuta e ha un suo seguito di affezionati fan che ringrazio di cuore per il costante interesse, come anche i tanti nuovi curiosi. Le “Storie” su Instagram durano solamente 24 ore, ma non preoccupatevi: sono tutte salvate nelle “Storie in evidenza” del profilo, potete quindi riguardarle e riascoltare tutti i 52 + 52 + 52 dischi del mercoledì. Sono 156 ormai!

Per i più curiosi riporto qui sotto la lista dei dischi di questo terzo anno, mentre quelle degli anni scorsi le potete trovare qui: #ilDiscoDelMercoledì compie 1 anno e #ilDiscoDelMercoledì compie 2 anni

Non mi resta quindi che augurare un… buon compleanno a noi!
Oggi è iniziato il quarto anno, vi aspetto su Instagram!

  1. The Beatles “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967)
  2. U2 “Boy” (1980)
  3. Zakk Wylde “Book of Shadows” (1996)
  4. Green Day “Basket Case” (1994)
  5. Michael Jackson “Dangerous” (1991)
  6. Danger Zone “Closer to Heaven” (2016)
  7. Children of Bodom “Hatebreeder” (1999)
  8. Overkill “Horrorscope” (1991)
  9. Prince “Musicology” (2004)
  10. The Jimi Hendrix Experience “Axis: bold as love” (1967)
  11. Elisa “Pipes & flowers” (1997)
  12. Fear Factory “Obsolete” (1998)
  13. Bruce Dickinson “The Chemical Wedding” (1998)
  14. Racer X “Superheroes” (2001)
  15. Syphony X “The Odyssey” (2002)
  16. U2 “The Joshua Tree” (1987)
  17. Franco Battiato “L’imboscata” (1996)
  18. Manowar “Kings of Metal” (1988)
  19. Marty Friedman “Inferno” (2014)
  20. Cranberries “To the Faithful Departed” (1996)
  21. Elio e le Storie Tese “Cicciput” (2003)
  22. Skid Row “Skid Row” (1989)
  23. Bob Dylan “Desire” (1976)
  24. Black Sabbath “Tyr” (1990)
  25. Franco Battiato “Mondi lontanissimi” (1985)
  26. King Diamond “The Eye” (1990)
  27. Inti-Illimani “Viva Chile!” (1973)
  28. Pain Of Salvation “Scarsick” (2007)
  29. Helloween “Walls of Jericho” (1985)
  30. Judas Priest “British Steel” (1980)
  31. Litfiba “El diablo” (1990)
  32. David Bowie “Hunky Dory” (1971)
  33. Kiss “Dynasty” (1979)
  34. Fabrizio De André “Nuvole” (1990)
  35. Death “Symbolic” (1995)
  36. ZZ Top “Chrome, Smoke & BBQ” (2003)
  37. Hot Hits Dance (1994)
  38. Nocturnal Rites “The Sacred Talisman” (1999)
  39. The Rolling Stones “Forty Licks” (2002)
  40. Ryuichi Sakamoto “1996” (1996)
  41. Nirvana “In Utero” (1993)
  42. Mr. Big “Bump Ahead” (1993)
  43. Blind Guardian “Imaginations from the other side” (1995)
  44. Angelo Branduardi “Futuro antico” (1996)
  45. Joe Satriani “Flying In A Blue Dream” (1989)
  46. Il Balletto di Bronzo “YS” (1972)
  47. Frank Zappa “Hot Rats” (1969)
  48. Cradle of Filth “Midian” (2000)
  49. Deep Purple “Deep Purple in Rock” (1970)
  50. Stéphane Grappelli “I Hear Music” (2003)
  51. U2 “Achtung Baby” (1991)
  52. Brian May “Back to the Light” (1992)


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Hotel California: gli Eagles “Ai confini della realtà”

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Esistono delle regole non scritte quando si impara a suonare uno strumento. Certo, si comincia con le scale da memorizzare, gli accordi, i groove e gli accompagnamenti. Ma, oltre alle basi di teoria e tecnica, ci sono dei passi “obbligati” che variano da strumento a strumento. Credo non esista pianista che non conosca “Per Elisa” e il tema de “L’inno alla gioia” o batterista il 4/4 degli AC/DC (una volta che ne hai imparato uno suoni tutta la discografia, anche se è un’impresa darne il giusto tiro!).

Il chitarrista, soprattutto quello più nostalgico, nella sua strada sicuramente incontrerà “Hotel California”, il capolavoro degli Eagles.

Il brano esce il 22 febbraio del 1977 come singolo, ma è già presente nell’album omonimo pubblicato l’8 dicembre 1976. A quel tempo gli Eagles erano una band di successo di livello internazionale. Dal primo album, pubblicato nel 1972, a “One of these Nights” del 1975 la loro parabola era in costante ascesa, sia in termini di critica che di pubblico.

C’erano ovviamente delle tensioni. L’iniziale Country Rock della band stava pendendo sempre più verso un Rock tout court sollevando alcuni malumori, tanto che il chitarrista Bernie Leadon decise di lasciare la band, insoddisfatto della nuova direzione del gruppo. A sostituirlo fu Joe Walsh, di formazione più tipicamente rock.

La musica di “Hotel California” fu scritta dal chitarrista Don Felder, compositore principale del gruppo, soprattutto per l’aspetto strumentale. Felder era solito registrare una versione “demo” dei brani con un registratore 4 piste, in modo che potessero essere inserite tracce di batteria, chitarra e basso. A questo punto la palla passava a Don Henley e Glenn Frey, che avrebbero lavorato sui testi.

Fin dall’inizio il brano era intrigante con un incedere quasi latin, per dirla come Felder “like a Mexican reggae or Bolero”. Il titolo provvisorio, infatti, fu “Mexican Reggae”

“AI CONFINI DELLA REALTÀ”

Henley ebbe l’idea dell’hotel California come di un simbolo, una riflessione sulla città dei sogni. Centro nevralgico del mercato musicale, discografico, del cinema e dell’arte in generale e dove questi stavano perdendo parte della loro purezza e innocenza. Frey poi pensò di rendere la storia raccontata nel brano simile ad una puntata della serie televisiva di fantascienza “Ai confini della realtà” (The Twilight Zone). Una divisione tra mondo del sogno e mondo reale vaga, misteriosa e appannata.

Il testo, narrato in prima persona, ha per protagonista un viaggiatore che, stanco per il lungo viaggio in autostrada, si ferma in un hotel e viene accolto all’ingresso da una ragazza.

Arrivato in camera comincia a perdere la percezione di cosa sia vero e cosa sia, invece, un sogno. Il protagonista viene risucchiato in questa visione al confine tra incubo e follia e, mentre cerca di scappare, un misterioso personaggio (il “nightman”)  gli dice:

Relax, said the nightman, we are programmed to receive. You can check-out any time you like but you can never leave!

Rilassati – disse il portiere di notte – qui siamo programmati per accogliere. Puoi lasciare la stanza e pagare quando vuoi, ma non potrai mai andartene.

Il testo ricorda molto quello de “La donna, il sogno e il grande incubo” degli 883 (o meglio, viceversa). Le interpretazioni, nel corso degli anni, sono state le più disparate. Dalla metafora sulla dipendenza da alcool e droga all’allegoria del manicomio Camarillo, in California, alla immancabile interpretazione “satanica”. 

Quello menzionato nel brano sarebbe infatti l’hotel acquistato dal satanista americano Anton LaVey, fondatore della “Chiesa di Satana”, e il verso che lo proverebbe è: “They stab it with their steely knives, but they just can’t kill the beast” (L’hanno pugnalato con i loro coltelli d’acciaio, ma non riuscirono ad uccidere la bestia). Alcuni pensano addirittura che nella foto all’interno del vinile dell’album sia presente LaVey affacciato ad una finestra.

L’edificio in realtà è il Beverly Hills Hotel, conosciuto anche come Pink Palace, costruito nel 1912 e situato al 9641 di Sunset Boulevard, a Los Angeles.

La registrazione fu travagliata da ostacoli e complicazioni. Inizialmente la band incise il brano in una tonalità troppo alta per la voce di Hensley. Risolta la questione, la seconda esecuzione fu ritenuta troppo veloce. Per la registrazione finale fu eseguito un lavoro complesso di editing per far suonare al meglio il brano, ma ne valse la pena. Come se non bastasse, nello studio adiacente i Black Sabbath stavano registrando il loro settimo album (“Technical Ectasy”) a volume talmente elevato da sovrastare anche lo studio degli Eagles. Dovettero aspettare che Iommi e soci completassero le loro take per poter mettersi all’opera. 

“Hotel California” è iconica anche per l’assolo di chitarra, uno scambio con duetto finale tra Joe Walsh e Don Felder, che dovettero provare assieme tre giorni per trovare la giusta intesa e precisione.

Una volta pubblicato, il brano divenne un successo clamoroso, il capolavoro della band che, da lì in avanti, verrà sempre identificata con “Hotel California”. L’incredibile fortuna della band fu un’arma a doppio taglio: il trionfo nelle classifiche mondiali portò il gruppo ad una totale crisi creativa, tensioni, abbandoni e ad un veloce decadimento e scioglimento (poi rattoppato da una reunion a metà anni ’90).

L’eco di “Hotel California” non è mai passato, la cultura di massa brama ancora di essere accompagnata in quel luogo misterioso, pericoloso, ma dal fascino irresistibile; di perdersi tra i corridoi e le stanze di un passato mitico e leggendario evocato da questa canzone ormai iconica.

Eagles “Hotel California” (Live At The Capital Centre, 1977)
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E se Spotify costasse 15 euro all’ora?

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Se Spotify costasse 15 euro l’ora… sarebbe una follia! È qualcosa di impensabile, anche ragionando per assurde ipotesi. Chi mai pagherebbe questa cifra per un’ora di musica? Oggi Spotify con un abbonamento di 9,90 euro al mese dà accesso illimitato a quasi tutta la musica esistente. Massima resa, minima spesa.

Chi pagherebbe 15 euro per 1 ora di musica?

Ad esempio, qualche giorno fa è stato pubblicato l’ultimo album degli Helloween (nota band Power Metal di Amburgo attiva dal 1983, un genere di nicchia e non così commerciale). Il disco lo si può ascoltare in tutte le piattaforme di streaming, volendo anche gratis ed in maniera totalmente legale, in cambio di un po’ di pubblicità ogni tanto. Per i più nostalgici o i collezionisti si può acquistare in formato fisico al costo di 16,99 euro per la versione base.

PRIMA DELLO STREAMING: LA PREISTORIA

Una volta c’erano i CD (e prima ancora le musicassette e prima ancora i vinili) e costavano. Costavano anche tanto. Ad esempio, una ristampa del primo CD degli Helloween “Walls of Jericho” (pubblicato nel 1987) nel 1998 veniva venduta a 38.900 lire.

Per ascoltare un CD, più o meno 45 minuti di musica, bisognava recarsi in un negozio di dischi e pagarlo. Era un altro mondo, un’altra era.

Poi tutto è cambiato e oggi la musica si ascolta gratis, ovunque, facilmente e legalmente. Senza dover mettere mano al portafoglio, rompere il porcellino dei risparmi e dover scegliere dolorosamente quale disco comprare e quale no. Ecco l’importanza che aveva allora leggere pagine e pagine di recensioni, seguire i programmi preferiti alla radio o nella giurassica MTV per cercare di compiere la scelta giusta.

Una volta la musica costava, circa 15 euro l’ora.

Per avere musica gratis c’erano poche soluzioni. La modalità legale: riuscire a farsi prestare il cd/musicassetta/vinile da un amico; la modalità illegale: duplicare il cd/musicassetta/vinile dell’amico; la modalità paziente e parzialmente illegale: ascoltare ore di radio in attesa che venisse trasmessa la canzone desiderata e registrarla. L’upgrade poi fu registrare i videoclip trasmessi da MTV (YouTube era ancora più in là della fantascienza allora). E poi arrivò Napster e il mondo cambiò per sempre.

È PIÙ IMPORTANTE ASCOLTARE CHE ACQUISTARE

Oggi siamo abituati ad avere tutta la musica del mondo gratis (o a 9,99 euro al mese) e non si torna indietro. È una conquista, una ricchezza senza pari poter ascoltare in qualsiasi momento qualsiasi cosa desideriamo. Ascoltiamo molta più musica, tantissima, senza doverci preoccupare delle nostre finanze. Anche solo per curiosità: per essere sicuri che proprio non è di nostro gradimento oppure, al contrario, scoprendo artisti su cui mai avremmo investito dei soldi per comprare un loro disco.

Una lunga evoluzione che ha portato l’atto di ascoltare musica ad essere più importante dell’atto di acquistare musica. Un futuro che sembra riportare la musica alla sua primitiva essenza: un tempo lontanissimo in cui non esistevano mezzi di riproduzione e la musica si poteva ascoltare soltanto nell’istante in cui veniva suonata; esisteva nel momento in cui veniva creata.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. Hanno portato ad un allargamento esponenziale del pubblico, all’industrializzazione del consumo, all’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

I numeri che contano oggi sono quelli delle visualizzazioni ottenute. Da diverso tempo non si sente più parlare di “tot” copie vendute di un disco, ma il vanto principale degli artisti è screenshottare il traguardo dei primi posti sulle varie piattaforme d’ascolto. Numeri da capogiro che però non rispecchiano i guadagni ottenuti dai musicisti, che sono in realtà molto bassi.

Nemmeno questa è una novità. Da quando l’ascolto è diventato un atto più importante dell’acquisto l’intero mercato si è impoverito. Non tanto i grandi nomi internazionali, che comunque hanno dovuto adeguarsi a questo cambiamento, ma musicisti ed etichette con poche centinaia di migliaia di fan che un tempo guadagnavano dalla vendita dei dischi. “Lo dicono i numeri: lo streaming funziona solo per l’1% degli artisti” titolava Rolling Stones qualche mese fa in un articolo in cui racconta come oggi i Big si spartiscono quasi tutta la torta, mentre il 99% di band e cantanti annaspa e non riesce ad emergere.

LA MUSICA È COME L’OSSIGENO

Ascoltare musica oggi è uno svago, uno svago che ormai si pretende sia gratuito. È scontato poter ascoltare in qualsiasi momento quello che si vuole e senza pagare.

La musica è come l’ossigeno: è ovunque, è gratis e non ne possiamo fare a meno. Come l’ossigeno anche la musica è diventata invisibile (ne ho parlato qui: La musica è diventata invisibile), ma riusciamo ancora a comprenderne davvero il suo valore?


Leggi anche:
Lo streaming musicale? Esisteva già nel 1906
Disco d’oro: numeri e inganni (?) di un premio in declino

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#ilDiscoDelMercoledì compie 2 anni

Spegne la sua seconda candelina la rubrica #ilDiscoDelMercoledì che tengo da novembre 2018 sul mio canale Instagram. Ogni settimana il mercoledì pomeriggio nelle “Storie” parlo di un disco, raccontando qualche curiosità, ascoltando qualche accenno dei brani più iconici e cercando di scoprire il perché della sua importanza all’interno dell’immenso universo musicale.

Il criterio di scelta? Quello che ho voglia di ascoltare. E lo condivido con voi.

La rubrica in tutti questi mesi (anzi, ormai posso anche dire: anni!) è cresciuta e ha un suo seguito di affezionati fan che ringrazio di cuore per il costante interesse, come anche i tanti nuovi curiosi. Le “Storie” su Instagram durano solamente 24 ore, ma non preoccupatevi: le ho salvate tutte nelle “Storie in evidenza” del profilo, potete riguardarle e riascoltare tutti i 52 + 52 dischi del mercoledì.

Per i più curiosi riporto qui sotto la lista dei dischi di questo secondo anno, mentre quella dell’anno passato la potete trovare qui: #ilDiscoDelMercoledì compie 1 anno.

Non mi resta che augurare un… buon compleanno a noi!
Mercoledì prossimo inizia il terzo anno, vi aspetto.

  1. Pink Floyd “The Dark Side of the Moon” (1973)
  2. David Bowie “The rise and fall of Ziggy Stardust and the spiders from Mars” (1972)
  3. Ozzy Osbourne “No More Tears” (1991)
  4. Queensrÿche “Operation: mindcrime” (1988)
  5. The Clash “London Calling” (1979)
  6. Velvet Underground “The Velvet Underground & Nico” (1967)
  7. Dream Theater “Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory” (1999)
  8. Europe “The Final Countdown” (1986)
  9. Testament “The Gathering” (1999)
  10. Rush “Moving Pictures” (1981)
  11. Fleet Foxes “Fleet Foxes” (2008)
  12. Pearl Jam “Yield” (1998)
  13. “Super Sanremo ‘97” (1997)
  14. Rolling Stones “Sticky Fingers” (1971)
  15. Mike Oldfield “Tubular Bells” (1973)
  16. Megadeth “Rust in Peace” (1990)
  17. Lucio Dalla “Cambio” (1990)
  18. Banco Del Mutuo Soccorso “Banco Del Mutuo Soccorso” (1972)
  19. Yngwie Malmsteen “Marching Out” (1985)
  20. Marillion “Misplaced Childhood” (1985)
  21. Backstreet Boys “Backstreet Boys” (1996)
  22. Nick Drake “Pink Moon” (1972)
  23. Lloyd Webber, Rice “Jesus Christ Superstar” (1970)
  24. Prince “Purple Rain” (1984)
  25. Hammerfall “Glory to the brave” (1997)
  26. Mr. Big “Lean into it” (1991)
  27. Avantasia “The metal opera I & II” (2001 / 2002)
  28. Leonard Cohen “I’m your man” (1988)
  29. Brian Eno “Apollo: Atmospheres and Soundtracks” (1983)
  30. Korn “Issues” (1999)
  31. Frank Zappa / The Mothers of Invention “Freak Out!” (1966)
  32. Nightwish “Once” (2004)
  33. Anathema “We’re Here Because We’re Here” (2010)
  34. The Offspring “Americana” (1998)
  35. “The Good, the Bad and the Ugly” (1966) [colonna sonora]
  36. Domine “Stormbringer Ruler” (2001)
  37. Deep Purple “Made in Japan” (1972)
  38. Tool “Lateralus” (2001)
  39. Sonic Youth “Daydream Nation” (1988)
  40. “The summer is magic. Compilation” (1994)
  41. Rhapsody “Symphony Of Enchanted Lands” (1998)
  42. The Gathering “Mandylion” (1995)
  43. Toto “Kingdom of Desire” (1992
  44. Ayreon “01011001” (2008)
  45. Dio “Sacred Heart” (1985)
  46. AC/DC “Highway to Hell” (1979)
  47. Al Di Meola, John McLaughlin, Paco de Lucía “Friday Night in San Francisco” (1981)
  48. Van Halen “Van Halen” (1978)
  49. Led Zeppelin “IV” (1971)
  50. Sentenced “Crimson” (2000)
  51. Nevermore “Dead Heart In A Dead World” (2000)
  52. Ozric Tentacles “Swirly Termination” (2000)
disCover

“Un’estate al mare” non è così banale

Un’estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni
Un’estate al mare
Stile balneare
Con il salvagente
Per paura di affogare

“Un’estate al mare” è un evergreen che ogni anno torna, puntuale, tormentone d’agosto. Una canzone dal sapore d’antico che racconta un quadretto estivo semplice e disimpegnato: quella voglia di vacanze, di giornate spensierate al mare “per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni”.

Una canzone che conosco tutti, forse anche senza sapere chi fosse a cantarla. Può ricordare gli anni Sessanta, ma è stata pubblicata nel 1982 da Giuni Russo, nome d’arte della palermitana Giuseppina Romeo. Una delle voci italiane più belle di sempre dall’incredibile estensione vocale di quasi cinque ottave, che ha unito il canto lirico al Pop.

“Un’estate al mare” è stato uno dei suoi più grandi successi e nasconde molte sorprese. Musica e testo sono stati scritti da Franco Battiato insieme a Giusto Pio come parodia e rovesciamento dei classici temi di una canzone estiva. Forse non abbiamo mai prestato la dovuta attenzione al testo: in realtà parla di una prostituta che sogna di andare al mare e di mettere in pausa per un po’ la sua vita difficile.

Chi se non Battiato avrebbe potuto inserire in una canzone versi come «Per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che mi sdoppia la voce» oppure «Senti questa pelle com’è profumata, mi ricorda l’olio di Tahiti». È la sua firma, surreale e inimitabile. Franco Battiato partecipa anche all’incisione cantando come seconda voce in due parti del brano.

L’incontro tra Franco Battiato e Giuni Russo avviene nel 1981 grazie al chitarrista e produttore Alberto Radius. Battiato, insieme al violinista e direttore d’orchestra Giusto Pio, realizza per Giuni Russo musiche e testi del suo album “Energie” (1981), un disco all’insegna della sperimentazione e con un uso rivoluzionario della voce unica di Giuni.

Mi colpì la sua voce straordinaria, la vitalità con cui cantava, la sua potenza vocale che andava di pari passo con la sensibilità musicale.

Franco Battiato

Un sodalizio che ha dato risultati eccellenti. “Un’estate al mare” balzò in vetta alle classifiche, ebbe un clamoroso successo di vendite ed è ancora oggi una delle colonne sonore imprescindibili delle estati italiane. Eppure, nelle intenzioni dei suoi autori era nata per deridere le canzonette estive: vengono ripresi tutti i più banali cliché delle tipiche vacanze estive (mare, spiagge, ombrelloni, salvagenti, olio solare), creando una cornice in cui inserire una storia totalmente diversa e amara.

La vacanza al mare diventa la speranza di una breve normalità per una donna costretta a prostituirsi. Il primo verso di “Un’estate al mare” recita: “per le strade mercenarie del sesso che procurano fantastiche illusioni” e una banale vacanza al mare diventa un miraggio, un sogno sospirato “nelle sere quando c’era freddo, si bruciavano le gomme di automobili”.

Il parallelo tra la triste realtà da un lato e la vacanza sognata dall’altro viene reso anche da un raffinato arrangiamento musicale: la parte iniziale è cantata un’ottava bassa per poi liberarsi nel ritornello in stile Twist-Pop e dare spazio all’eccezionale estensione vocale di Giuni Russo. La sua voce sembra salire sulle ali della brezza marina e raggiunge altezze da capogiro nel finale del pezzo dove con la sua voce, senza aiuti tecnologici, riesce a riprodurre l’acutissimo garrito dei gabbiani.

Il pezzo, che doveva essere solo una parentesi commerciale, si tramutò nella gabbia dorata di Giuni Russo. Un’artista ricercata, d’avanguardia, elegante, colta e pop allo stesso tempo, capace con grande ironia di riempire di messaggi subliminali i suoi brani.

Quando vedevo la canzone salire in Hit Parade non credevo ai miei occhi – confessò la cantante in un’intervista – non mi aspettavo che riscuotesse un successo così strepitoso. Per fortuna ho un carattere solido, non mi sono fatta inebriare. Ancora oggi la considero una parentesi felice e niente di più. Io avevo voglia, e ho ancora voglia, di proseguire la mia ricerca vocale, di spaziare in musicalità nuove, diverse e così ho fatto. Certo non ho avuto le stesse spinte, la stessa promozione avuta per “Un’estate al mare”

Giuni Russo “Un’estate al mare” (1982)
logica

Le regole per una canzone di successo, ma è davvero così?

Per creare una canzone di successo le ricette sono diverse, in rete oggi si trovano tantissimi consigli sulle regole da seguire e solitamente si parte da alcune certezze di base: una intro sotto i 10 secondi (la fase più importante, quella che cattura l’attenzione), strofe brevi, ritornello catchy che deve arrivare entro i 30 secondi e poi ripetuto più volte nel corso del pezzo, bridge breve seguito dalla chiusura del brano e una durata complessiva di 3 minuti circa.

La durata è uno dei parametri centrali, una canzone ha delle esigenze commerciali da rispettare: la maggior parte delle programmazioni radiofoniche richiedono una durata compresa tra i 3 e i 4 minuti.

Il motivo della scelta di questo minutaggio canonico è legato a esigenze tecnologiche di inizio ‘900, quando sui primi dischi in commercio non poteva essere registrata più di 3 minuti di musica per lato. Le cose cambiarono negli anni ’60 con la diffusione degli LP che potevano contenere anche una decina di minuti per lato, poi i problemi si sono risolti fino ad arrivare all’avvento delle musicassette e dei CD.

La musica digitale che non soffre di queste limitazioni ha nuovamente cambiato le cose, accorciandole. Uno studio sui brani musicali entrati nella classifica Billboard Hot 100, la più citata per la musica Pop internazionale, ha evidenziato tra il 2013 e il 2018 un abbassamento della durata delle canzoni: da 3 minuti e 50 secondi ad una media di 3 minuti e 30 secondi.

Questo abbassamento della durata sembra essere stato causato dai nuovi servizi d’ascolto in streaming, ormai il mezzo più utilizzato per ascoltare musica, che attuano precise regole per la distribuzione dei guadagni agli artisti. I servizi in streaming considerano “riprodotta” una canzone quando l’ascoltatore supera una durata minima di secondi, di solito 30 circa. Quindi per case discografiche e artisti risulta più remunerativo l’ascolto di più brani di breve durata che pochi, ma lunghi. Ovvero: per un totale di 15 minuti di ascolto si guadagna di più se si tratta di 5 canzoni da 3 minuti che 3 canzoni da 5 minuti.

Oltre ai freddi calcoli commerciali, altre cause si possono trovare nell’abbassamento della soglia d’attenzione degli ascoltatori, nella musica vissuta come un “mordi e fuggi” di hit del momento che si susseguono l’una all’altra e che forse non si ascoltano nemmeno mai per l’intera durata.

Ogni regola però, si sa, ha le sue eccezioni e così scopriamo che la canzone più ascoltata in assoluto tra quelle composte nel XX secolo con oltre 2 miliardi di ascolti sulle varie piattaforme streaming è “Bohemian Rhapsody” dei Queen con i suoi 5 minuti e 55 secondi. Vertice del capolavoro “A Night alt the Opera” del 1975 e una delle migliori canzoni Rock di sempre per la sua geniale commistione di hard rock, ballad e opera.

Queen “Bohemian Rhapsody” (1975)


“Bohemian Rhapsody” è la canzone più ascoltata in streaming eppure non segue affatto le regole canoniche per il successo commerciale. I Queen per questo si sono visti sbattere la porta in faccia quando l’hanno proposta al lungimirante manager della Emi che la riteneva «troppo lunga, nessuna radio trasmetterà mai una canzone di sei minuti».

Ci dicevano che era troppo lunga e non avrebbe funzionato, ma abbiamo detto di no. O i sei minuti o niente.

Roger Taylor

Le cose cambiarono quando un dj amico di Freddie Mercury, Kenny Everett, la fece trasmettere fino a 14 volte in due giorni, ininterrottamente. Fu un tale successo che l’etichetta fu “costretta” a pubblicarlo come singolo e svettò subito in classifica fino a diventare forse il brano più famoso dei Queen e una delle pietre miliari del Rock.

Di esempi ne possiamo trovare molti altri, come “Stairway to Heaven” dei Led Zeppelin con i suoi 8 minuti e 2 secondi di durata o “November Rain” dei Guns’n’Roses di 8 minuti e 57 secondi. Due canzoni che non hanno bisogno di presentazioni, altre due pietre miliari del Rock, universalmente note e immortali che però non seguono le classiche strutture strofa/ritornello delle hit radiofoniche. Non hanno neppure un vero e proprio ritornello!

Per non parlare nel genere Progressive, più di nicchia, ma che ha prodotto “lunghissimi” capolavori come “Close to the Edge” degli Yes, “2112” dei Rush e “Change of Seasons” dei Dream Theater.

Sono solo eccezioni, casi fortunati, o forse alle volte si sottovaluta la capacità di giudizio del pubblico? Oggi la regola è cercare a tutti costi il tormentone, creare una canzone semplice, facile da memorizzare, seguendo precise regole di sicuro impatto perché “questo è quello che piace al pubblico”. Ma è davvero così?

Led Zeppelin “Stairway to Heaven” (1971)
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La musica è diventata invisibile

La musica è la più impalpabile e inafferrabile di tutte le arti.

La musica la si può ascoltare, la si può comporre, creare, suonare; la si può immaginare, ballare, interpretare; la si può studiare, raccontare, sognare; la si può amare, odiare, subire, vivere… ma non si può toccare. È immateriale, è fatta di onde sonore, di vibrazioni, sembra quasi una magia. La musica a Federico Fellini ricordava una dimensione di armonia, di pace, di compiutezza dalla quale si è stati esclusi.

La musica è crudele quando finisce non sai dove va, sai solo che è irraggiungibile e questo ti rende triste.

 Federico Fellini nel libro “Sul cinema” a cura di Giovanni Grazzini

Per secoli, per millenni, la musica è esistita solamente nell’istante in cui veniva eseguita. È stato con l’avvento delle scoperte nel campo della riproduzione audio e gli sviluppi tecnologici che è stato possibile ascoltare musica riprodotta su supporti registrati e non solamente durante una sua esecuzione dal vivo.

Gli effetti di questa rivoluzione sono stati a lungo studiati sotto il profilo sociologico e culturale. C’è stato un allargamento esponenziale del pubblico, l’industrializzazione del consumo, l’omologazione del gusto e i generi musicali sono diventati espressioni di marketing e indicatori di target.

La musica “riprodotta” è diventata una realtà che è andata sovrapponendosi alla musica “dal vivo” e che oggi ormai l’ha quasi eclissata sottraendone la sua naturale e genuina spontaneità, l’hic et nunc in cui ha preso vita. Quell’attimo in cui viene creata è salvato per sempre e diventa quasi un monumento perenne. Si può finalmente toccare la musica, la si può possedere per sempre.

Vinili, cd, musicassette sono degli scrigni magici. Racchiudono la storia di un disco: dai disegni e i colori scelti per la copertina, ai nomi di tutte le persone che l’hanno creata, i testi, le note, i ringraziamenti, le fotografie. La musica è concreta, è reale, si può annusare, si può vedere.

L’evoluzione non si è fermata, ha portato alla nascita dei supporti digitali, della musica liquida, degli mp3 fino ad arrivare al ritorno della musica invisibile. Oggi la musica esiste solo su smartphone o chiavette usb tanto che gli ultimi modelli di automobili non hanno nemmeno più il lettore cd. Sembra quasi un’involuzione: si vengono a perdere tutte le ricchezze che i supporti fisici avevano aggiunto e fisicamente la musica non esiste più e non la si possiede più. Esiste in file all’interno di applicazioni digitali che non dureranno per sempre.

La musica è diventata invisibile. Nelle fotografie, nei post e nelle storie Instagram in cui immortalare l’atto di ascoltare musica, non ci sono le copertine degli album, le fotografie dei musicisti o i testi contenuti all’interno, il disco del cd, un nastro, i solchi del vinile; si possono solo fotografare i supporti con cui la si ascolta come cuffie, cuffiette, screenshot di applicazioni sullo schermo di uno smartphone. È sempre più effimera e transitoria, quasi non esiste più.

E al posto di Ricordi nella mia città ora c’è Prada.

logica

Che musica si cerca su Google?

Il motore di ricerca Google lo conosciamo tutti, è il più usato al mondo per cercare qualcosa nel web. Forse non tutti sanno dell’esistenza di Google Trends: uno strumento di analisi (gratuito) che offre un enorme database di informazioni sulle oltre 5 miliardi di ricerche che vengono effettuate quotidianamente su Google.

Quali sono gli argomenti più gettonati? Le parole chiave (keyword) più cercate? Le tendenze del momento? Cosa cerca “la gente” su Google?

Google Trends ha le risposte a tutte queste domande e anche ad una mia curiosità: quali sono le ricerche più gettonate associate alla musica? Che “musica” cerca la gente su Google?

Questo è il risultato:

Dati relativi al periodo 3/07/2019 – 3/07/2020
(il valore numerico si riferisce all’indice di interesse, espresso con un punteggio da 0 a 100)

Questi sono i primi 15 risultati delle ricerche più popolari effettuate nel motore di ricerca Google durante l’ultimo anno in Italia associate alla parola “musica”. Risultato evidente e schiacciante: scaricare musica. Gratis. Scaricare, non ascoltare, ovviamente.

Non c’è una curiosità per qualcosa di relativo alla musica, un musicista ad esempio, una canzone (da segnalare un’impennata a febbraio 2020 della ricerca “musica e il resto scompare” titolo del brano presentato da Electra Lamborghini a Sanremo). Interessante notare come la musica “classica” superi di una posizione la musica “italiana”, entrambe battute dalla musica “rilassante” al quarto posto.

Per il resto tranne il revival della “musica anni 80” che appare in fondo classifica (ma lo sappiamo che non se ne esce vivi dagli anni ’80!) il resto è sconfortante: quello che interessa maggiormente è trovare il modo di scaricare musica, gratuitamente, o ascoltarla, sempre gratuitamente, su YouTube. E di modi per farlo legalmente o illegalmente il motore di ricerca risponde con pagine e pagine di link.

Questo mi richiama alla mente una recente intervista al Prof. Alessandro Barbero, storico e notissimo divulgatore lanciato dal programma Superquark di Piero Angela. L’intervista (che potete vedere qui) ha come tema l’insegnamento della Storia e Barbero sottolinea come sia difficile far amare agli studenti una materia così noiosa – se limitata allo stretto nozionismo scolastico – ma in realtà così appassionante e avvincente; dopotutto si parla di “noi”, è la storia dell’umanità, del nostro passato.

Con la Musica penso che la partenza sia opposta e il risultato non si discosti troppo: a tutti piace la musica, tutti la ascoltano, hanno voglia di ascoltarla e si ingegnano con metodi più o meno legali per poterla ascoltare “facilmente”. Ma a quanti poi interessa davvero approfondirla come arte, come portatrice di storia e cultura, al di là di possederla come un bene di consumo che fa compagnia e sottofondo?

Perché si cercano tutti i modi possibili per scaricarla, anche illegalmente, piuttosto che acquistarla? Siamo al paradosso per cui, abituati alla musica gratis, si spendono centinaia di euro per cuffie e altoparlanti da esibire come capi di abbigliamento di lusso e collegare a smartphone costosissimi, ma si faticano a pagare 10 euro al mese per un abbonamento che dà accesso ad un catalogo infinito di 35 milioni di canzoni.

E non è un processo causato dalla musica liquida, che lo ha solo aumentato. I dischi si copiavano anche su cassetta negli anni ’80. È un problema di soldi? Di mentalità? Aveva ragione Adorno quando negli anni ’50 e ’60 tuonava contro la massificazione alienante degli individui messa in atto dall’industria culturale? La tecnologia ha avvilito l’arte, l’ha resa un bene di consumo distorcendone il significato?