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“Se telefonando” e la sirena della polizia di Marsiglia

Come creare una canzone italiana di successo? Semplice: il testo lo scrive Maurizio Costanzo con Gigho De Chiara, della musica ci pensa Ennio Morricone e poi la canta Mina. Aggiungeteci giusto quel guizzo di genialità e d’ispirazione, che può arrivare anche da una banalissima sirena della polizia di Marsiglia, e così è nata nel 1966 “Se telefonando”.

La storia di “Se telefonando” è una leggenda che si rincorre da anni, di cui recentemente ha dato conferma Maurizio Costanzo in persona durante un’intervista radiofonica. Racconta Costanzo che il pezzo è nato come sigla del programma Rai “Aria condizionata” spin-off della famosa trasmissione “Studio Uno”. De Chiara aveva lavorato con Morricone ad uno spettacolo teatrale e provò a chiedergli se volesse scriverne la musica e Morricone accettò. Così un giorno Costanzo si trovò a casa di De Chiara a lavorare sul pezzo, mentre Morricone era collegato con loro telefonicamente e qui il colpo di genio:

Morricone al telefono interveniva e diceva “Pensate alla sirena della polizia di Marsiglia”. Io ebbi la fortuna di dire la parola “telefono”, sostenendo con De Chiara che il telefono stava andando di moda in quegli anni. Nacque “Se telefonando”.

Maurizio Costanzo

Per quanto assurdo possa sembrare, lo spunto creativo di questa canzone indimenticabile nasce dal suono della sirene della polizia di Marsiglia sui cui Morricone basa la ripetizione del tema principale. Poche, semplici, note per creare un capolavoro. Come sia possibile lo spiega bene Rocco Tanica degli Elio e le Storie Tese in quest’intervista, esempio al pianoforte incluso, in cui descrive “Se telefonando” come un miracolo fatto di quattro note:


“Se telefonando” è una canzone molto difficile da eseguire vocalmente. L’eleganza e la maestria nella scrittura hanno permesso a Morricone di scrivere una strofa sola a cui segue un ritornello che insegue se stesso quasi all’infinito: un continuo crescendo musicale che riprende perfettamente l’emozione raccontata dal testo.

Chi poteva trovarsi a suo agio in questo labirinto melodico e dare la voce ad una delle canzoni pilastro della musica italiana? Maurizio Costanzo racconta come con fortuna siano riusciti a contattare Mina: si trovarono lui, De Chiara, Morricone, Mina e il suo impresario nel centro di produzione Rai di Via Teulada a Roma; Morricone si mise al pianoforte e suonò “Se telefonando”, un attimo dopo Mina chiese il testo e con una naturalezza che Costanzo racconta lasciò tutti i presenti stupiti, la cantò.

Mina chiese solo di apportare una piccola modifica al testo che nella versione originale recitava “poi nel buio la tua mano, d’improvviso sulla mia”, il verso poteva risultare ambiguo e fu cambiato con “poi nel buio le tue mani, d’improvviso sulle mie”.

Nell’estate del 1966 “Se telefonando” era in tutti i juke-box italiani. Era l’anno dei mondiali di calcio, quelli di Inghilterra- Germania 4 a 2 dopo i supplementari e sotto l’ombrellone questa breve storia d’amore consumata in una notte d’estate mette d’accordo giovani e “matusa”.

Mina – “Se telefonando” (1966)


Divenne subito un successo pubblicato nel nono album di Mina “Studio Uno 66”, la raccolta delle canzoni scritte per la quarta edizione della trasmissione televisiva “Studio Uno”, programma di varietà condotto da Mina stessa. La storia di “Se telefonando” non finisce qui, ma diviene anche un videoclip, o meglio un video pubblicitario per il Carosello, l’MTV ante litteram di quei tempi.

Mina era testimonial per la Barilla e girò diversi spot diretti dal geniale Pietro Gherardi, architetto, scenografo e costumista di Federico Fellini, vincitore di due premi Oscar per i costumi di “8 e mezzo” e “La Dolce Vita”. Gherardi ambienta le pubblicità Barilla in luoghi strani, non consueti per degli spot televisivi e fa indossare a Mina abiti molto particolari e tassativamente neri.

Il video di “Se telefonando” è stato girato sui tetti della stazione ferroviaria di Napoli ancora in costruzione. Sono immagini senza tempo, Mina è bellissima e indossa un abito meraviglioso quasi un’opera di architettura che la avvolge con delle spire a ricordare i fili del telefono.

Sarebbe solo un carosello per la pubblicità della pasta Barilla che recitava “B come buona cucina, B come Barilla”, ma la bellezza è tale da rendere questo e gli altri video di Gherardi dei mini-capolavori di stampo felliniano. Documentano l’Italia anni ’60, gli anni della ricostruzione, del boom economico, gli anni in cui l’Italia faceva sognare il mondo con il cinema, la musica e ovviamente… la pasta!

L’Archivio Storico Barilla li raccoglie tutti e potete riguardarli cliccando qui.

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Non era Corona a cantare “The Rhythm of the Night”

Per la serie “a volte ritornano” a fine 2019 è riapparso sulla scena musicale uno dei gruppi più famosi degli anni ’00 con un singolo che riprende la super hit Eurodance degli anni Novanta “The Rhythm of the Night”. Perché si sa: non si esce vivi dagli anni ’80, ma nemmeno dai ’90!

Sto parlando dei Black Eyed Peas, uno dei gruppi di maggior successo degli ultimi anni con oltre 35 milioni di album e 120 milioni di singoli venduti in tutto il mondo e ben 6 Grammy vinti. Un ritorno in grande stile con il singolo “Ritmo (Bad Boys for Life)” nato in collaborazione con la superstar del raggaeton J Balvin; è già un successo e farà parte della colonna sonora del film “Bad Boys for Life” con Will Smith e Martin Lawrence, in uscita il 23 gennaio 2020.

“Ritmo (Bad Boys for Life)” – Black Eyed Peas & J Balvin (2019)


Per chi ha vissuto gli anni Novanta, dalla prima nota di “Ritmo” è impossibile non riconoscere l’inconfondibile ritornello di “The Rhythm of the Night” di Corona, uno dei più grandi successi di quegli anni anche se reinterpretata in una veste completamente diversa.


Volevo reinterpretare “The Rhythm of the Night” di Corona dandogli un feeling minimale, futurista con sonorità afro-reggaeton. La canzone e il video rispecchiano perfettamente il nuovo immaginario che i Black Eyed Peas intendono esprimere.

Will.i.am, co-fondatore dei Black Eyed Peas,


“The Rhythm of the Night” è stato uno dei brani più famosi e rappresentativi della Eurodance anni Novanta che nel 1993 ha portato al successo internazionale il gruppo musicale dei Corona, un debutto stellare rimasto in classifica per tutti gli anni ’90 e che nel 1995 raggiunse anche l’undicesima posizione nell’ambitissima classifica americana Billboard.

“The Rhythm of the Night” – Corona (1993)


Ci sono molte curiosità tra le note di questa canzone, come il fatto che Corona fosse un progetto italiano formato dalla front-woman brasiliana Olga Maria De Souza e dal produttore Francesco Bontempi, a cui poi si sono aggiunti Francesco Conte e Paolo Dughero che prenderanno il posto di Bontempi a partire dal terzo album. A dare il volto al progetto era la bellissima modella brasiliana dalla pelle d’ebano e le lunghe treccine; ospite delle trasmissioni musicali più famose, fu anche conduttrice del Festivalbar 1996 con Amadeus e Alessia Marcuzzi.

Olga Maria De Souza però era solo il volto di Corona, in realtà la voce di “The Rhythm of the Night” era della italianissima Giovanna Bersola, in arte Jenny B, cantante italiana che ha dato la voce anche a “The Summer is Magic” un’altra super hit Eurodance sempre del 1993. Dopo il successo di “Un attimo ancora” ottenuto insieme ai Gemelli Diversi (famosa cover di “Dammi solo un minuto” dei Pooh pubblicata nel 1998) Jenny B ha vinto il primo posto nella categoria Nuove Proposte e il Premio della Critica Mia Martini al Festival di Sanremo 2000 con la canzone “Semplice sai”. Il brano è stato anche il più votato sia dalla giuria popolare che di qualità. Jenny B non si è fermata, ma ha continuato a collaborare negli anni con diversi artisti e in trasmissioni televisive.

C’è ancora un’ultima curiosità su “The Rhythm of the Night”, in realtà è una cover! Si rifà alla strofa, non al ritornello, del brano “Save Me” del duo tedesco delle Say When!, uscito anche in Italia nel 1988 per la Full Time Record e che al tempo riscosse notevole successo sia in radio che nelle discoteche.

“Save Me” – Say When! (1987)
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Due grandi classici della Disco Music, due cover cantate da Gloria Gaynor

Tra pochi giorni sarà l’ultimo dell’anno e se sarete alla festa giusta la Disco Music di certo non mancherà. E allora ci sarà una canzone che ballerete di sicuro, ma secondo me è molto probabile che la balliate in ogni caso. Facciamo una scommessa: fate partire il video e quando arriverà il ritornello starete già cantando. Pronti?

Gloria Gaynor – “Can’t take my eyes out of you” (1990)


“I looove you baaaby” …ho indovinato? Questo è davvero uno dei più grandi classici riempi-pista di sempre e lei è Gloria Gaynor, icona della Disco Music insieme a Donna Summer. La Gaynor ha pubblicato “Can’t take my eyes off you” nel 1990 e ormai siamo abituati a sentirla in questa sua famosissima versione, anche se in realtà l’originale risale al 1967 e quella della Gaynor è solo una cover. “Can’t take my eyes off you” è stata scritta da Bob Crewe e Bob Gaudio, portata al successo dal cantante statunitense Frankie Valli famoso per essere stato il frontman dei The Four Seasons.

Frankie Valli – “Can’t take my eyes out of you” (1967)


Francesco Stephen Castelluccio, in arte Frankie Valli, nato in America da genitori italiani; queste informazioni non vi diranno nulla, anche se in realtà non vi è per niente sconosciuto. La sua voce l’abbiamo sentita moltissime volte: è sua l’interpretazione del brano “Grease, la colonna sonora dell’omonimo film e musical, canzone scritta da Barry Gibb dei Bee Gees nel 1978.

Anche l’autore di “Can’t take my eyes off you”, Bob Crewe, è un nome importante: ha firmato alcune delle canzoni più note degli anni Cinquanta e Sessanta fra cui “Big Girls Don’t Cry”, “Rag Doll” e “Lady Marmalade”.

Gloria Gaynor – “Never Can Say Goodbye” (1974)


Gloria Gaynor invece non ha bisogno di tante presentazioni, una potenza e un timbro di voce unici con cui si distinse fin da subito dalle altre dive della discoteca. Il suo primo grande successo fu “Never Can Say Goodbye” (1974) singolo che diede il titolo al suo primo album pubblicato nel 1975 dalla MGM Records. Fu anche il primo brano a conquistare la posizione n. 1 nella classifica Disco di Billboard, nata proprio in quel periodo.

“Never Can Say Goodbye” fu tra le prime a dare il via al fenomeno della Disco Music che esplose poi in tutto il mondo a partire dal 1977. Ma anche questa canzone è una cover e la versione originale è stata scritta tre anni prima da Clifton Davis per i Jackson 5 e a cantarla era proprio lui, un giovanissimo Michael Jackson!

Pubblicata come singolo nel 1971 fu uno dei maggiori successi dei Jackson 5. In seguito sono state realizzate molte cover, e la più celebre rimane quella della Gaynor, ma alla voce della sua versione originale c’era un dodicenne Michael Jackson accompagnato dai suoi fratelli.

Jackson 5 – Never Can Say Goodbye (1971)
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All I Want for Christmas… Without You. Mariah Carey e i Beatles

Siamo a dicembre, nevica e il Natale è sempre più vicino. È il momento di Mariah Carey, perché non è Natale senza aver ascoltato almeno una volta “All I Want for Christmas is You”. Negozi, supermercati, in radio o in televisione è ovunque da 25 anni. Leggendaria tanto da rientrare ogni anno in questo periodo nelle classifiche di vendita mondiali; solo la Vigilia di Natale 2018 ha battuto ogni record di Spotify totalizzando 10,8 milioni di streaming in 24 ore.

Mariah Carey ha scritto “All I Want for Christmas is You” in 15 minuti insieme al suo fidato produttore-scrittore Walter Afanasieff, ed è stata pubblicata nel 1994 come singolo di lancio dal suo quarto album in studio dal titolo “Merry Christmas”, il primo interamente dedicato al Natale. Una buffa curiosità: l’allora marito della Carey e produttore discografico Tommy Mottola (boss della Sony e dalla Columbia) è il Babbo Natale presente nel videoclip ufficiale!

Un successo che arriva pochi mesi dopo l’uscita del terzo album “Music Box” (1993) che ha lanciato la carriera a star internazionale di Mariah Carey. “Music Box” è il suo disco più venduto con 32 milioni di copie al mondo ed è anche l’album femminile più venduto di tutti i tempi. Tra le canzoni in scaletta il singolo che l’ha portata al successo: “Without You”.

“I can’t live if living is without you, I can’t live, I can’t give anymore” l’abbiamo cantata tutti. Quale delle due sia la più amata non saprei, di certo però posso dirvi questo: “Without You” è una cover!

Mariah Carey – “Without You” (1993)


Mariah Carey è lodata per essere una delle voci più belle del mondo (ha ben 5 ottave di estensione vocale), ma anche per essere l’autrice o co-autrice dei suoi pezzi. È anche una brava interprete e nella sua carriera ha realizzato qualche cover tra cui la romantica ballad “Without You” che la portò al successo e fece conoscere al mondo la sua voce, in realtà pubblicata per la prima volta nel 1970 dalla casa discografica Apple Records dei Beatles.

Gli autori di questa super hit sono i Badfinger, uno sfortunato gruppo inglese degli anni Sessanta che ebbe l’onore e il peso di essere etichettato dalla stampa dell’epoca come erede dei Beatles. Furono i primi a pubblicare per la Apple Records, nel 1968, e i Fab Four collaborarono con loro anche nella scrittura e nella produzione di alcuni loro brani.

Per la Apple Records uscirono diversi dischi dei Badfinger tra cui “No Dice” (1970) con la ballad “Whithout You”, brano raggiunse il successo dopo e non tramite la loro registrazione. La storia dei Badfinger è una triste pagina della musica: il gruppo fu rovinato da manager disonesti e corrotti, contratti capestri e problemi finanziari che portarono al suicidio i due principali frontman e compositori del gruppo, Pete Ham e Tom Evans, rispettivamente nel 1975 e nel 1983.

Badfinger – “Without You” (1970)


La storia di “Whitout You” ha la sua svolta quando, forse ad una festa, la ascoltò per caso Harry Nilsson, un musicista e cantautore americano che durante la sua carriera compose con e per John Lennon e Ringo Starr. Si intrecciano ancora i Beatles nella storia di questa canzone che Nilsson quando la ascoltò per la prima volta pensò fosse proprio del quartetto di Liverpool. Conoscendo la storia dei Badfinger, non ci era andato molto lontano. Harry Nilsson la registrò e la pubblicò nel suo album “Nilsson Schmilsson” del 1971.

Harry Nilsson – “Without You” (1971)


La versione di Nilsson ebbe molto successo anche a livello internazionale ed è la canzone con cui è maggiormente ricordato, insieme a “Everybody’s talking” (1969) anche questa in realtà una cover dell’originale scritto da Fred Niel nel 1968. La conoscete sicuramente, cliccate qui.

Prima e dopo la ripresa di Mariah Carey del 1993 sono stati molti gli artisti che hanno realizzato la loro versione di “Without You”, anche in Italia dove sulla scia del successo di Nilsson è diventata “Per chi” interpretata da Johnny Dorelli già nel 1972 e dai Gens sempre nel 1972.

Johnny Dorelli – “Per chi” (1972) / in questo video insieme a Mina


Gens – “Per chi” (1972)
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La Torn che Imbruglia

Se avete più di 30 anni avviso che questo post potrebbe urtare la vostra sensibilità.
Continuate a vostro rischio e pericolo!

O almeno quando l’ho scoperto a me è successo, è crollato un mito. Più che un mito, è andata in frantumi l’immagine che avevo nella memoria di una cantante e di una canzone che ho ascoltato milioni di volte, che è stata la colonna sonora dell’inverno 1997/1998. Perché Natalie Imbruglia è “Torn”, “Torn” è Natalie Imbruglia e non so come dirvelo, ma lo avrete già capito: è una cover.

Non è nemmeno la prima cover esistente di questa canzone, ma è di certo l’unica versione ad aver ottenuto un così grande successo internazionale. È stato il singolo di punta di “Left of the Middle” (1997) l’album di debutto di Natalie Imbruglia che ha lanciato la carriera di questa artista in precedenza attrice di soap-opera australiane. “Torn” della Imbruglia arrivò in vetta alle classifiche di tutto il mondo e ancora oggi a più di 20 anni di distanza è una delle hit più rappresentative della sua breve carriera di cantante (poi ha pubblicato altri 4 album, ma senza raggiungere grandi riscontri).

Natalie Imbruglia – “Torn” (1997)


Gran parte del successo, oltre all’orecchiabilità della canzone e all’ottima produzione, si deve anche all’originale videoclip diretto nel 1997 dalla regista Alison Maclean. In una sorta di metateatro (teatro nel teatro) la bellezza impattante della Imbruglia e i suoi grandi occhi dall’espressione smarrita in primo piano sono il centro di tutto il videoclip, lasciando sullo sfondo un set cinematografico che racconta se stesso. Truccatori che entrano nell’inquadratura, tecnici che spostano le scenografie, finti ciak sbagliati: tutto a simulare prove di una tormentata storia d’amore tra lei e l’attore co-protagonista Jeremy Sheffield.

Così è nata una stella, anzi, una meteora. “Torn” è Natalie Imbruglia, nulla potrà mai toglierci questo ricordo, anche se il brano in realtà fu scritto dai californiani Scott Cutler (chitarra) e Anne Preven (voce) nel 1993 per la loro band, gli Ednaswap. Iniziarono a suonarla nei loro concerti senza registrarla su disco e fu subito notata dalla cantante Pop danese Lis Sørensen. La Sørensen tradusse il testo e pubblicò il pezzo nel 1993 come singolo dal titolo “Brændt” (scottato/bruciato) che risulta essere contemporaneamente la prima cover e la prima pubblicazione ufficiale di questa canzone.

Lis Sørensen – “Brændt” (1993)


Gli Ednaswap pubblicarono successivamente la loro versione (il vero originale) nel loro album di debutto dal titolo “Ednaswap” nel 1995.  Il disco non ebbe un’ampia distribuzione e fu l’unico del gruppo pubblicato dalla EastWest Records, qualcosa deve essere andato storto negli accordi tanto che gli Ednaswap sciolsero il contratto e firmarono con la Island Records. Il quintetto di Los Angeles pubblicò altri due album che non incontrarono comunque il favore del pubblico e si sciolse nel 1999. Eppure sono la band – sconosciuta – che ha composto uno dei più grandi successi Pop degli anni ’90! Meglio far attenzione a quello che si sogna: la cantate e autrice Anne Preven scelse di chiamare il suo gruppo “Ednaswap” dopo aver sognato di essere in una band con quel nome che, durante un concerto, fece fiasco.

Ednaswap – “Torn” (1995)
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The Man Who Sold the World: David Bowie o Kurt Cobain?


David Bowie è un genio. È persino riuscito ad andare “back to the future” e fare una cover dei Nirvana nel 1970, vent’anni prima! Che fosse davvero un alieno?

Vi ho già parlato di come la Musica possa essere una macchina del tempo, questo però è un caso diverso. È uno di quegli esempi in cui la musica ha creato uno spartiacque tra generazioni: adolescenti anni ’70 vs anni ’90. Due sono le cose che succedono quando si ascolta “The Man Who Sold the World”: o viene subito alla mente David Bowie o Kurt Cobain.

Quando suono “The Man Who Sold the World” ci sono sempre un sacco di ragazzini che mi dicono “È fantastico che tu faccia una canzone dei Nirvana”, e io penso “Fottetevi, piccoli segaioli!”

David Bowie (ottobre 2000)

“The Man Who Sold the World” è un brano di David Bowie, ottava traccia dell’omonimo album uscito nel 1970. È una delle canzoni più inquietanti di Bowie, dalle mille recensioni e dalle mille interpretazioni. Il testo parla di un incontro con un altro Io, una sorta di doppio se stesso, e inizia con una ripresa della poesia “Antigonish” di Hughes Mearn: “Yesterday, upon the stair, I met a man who wasn’t there. He wasn’t there again today, I wish, I wish he’d go away…” (Bowie: “We passed upon the stair, we spoke of was and when. Although I wasn’t there, he said I was his friend”. ).

David Bowie – “The Man Who Sold The World”


David Bowie molti anni dopo nel 1997 durante uno speciale della BBC a lui dedicato ne ha dato una spiegazione: «Penso di averla scritta perché c’era una parte di me che stavo ancora cercando (…) Per me quella canzone ha sempre esemplificato, in un certo senso, il modo in cui ti senti quando sei giovane, quando sai che c’è un pezzo di te stesso che ancora non hai incontrato. Hai questa grande ricerca, questo grande bisogno di scoprire cosa tu sia realmente».

Siamo negli anni ’90, gli anni di MTV, delle cassettine, dei primi CD e del celebre programma “MTV Unplugged”. E se c’è un motivo per cui questo programma è passato alla storia è per il malinconico capolavoro acustico dei Nirvana, il loro concerto “Unplugged in New York” registrato il 18 novembre 1993. Un’immagine bloccata per sempre nella memoria, un concerto passato alla storia. Si è scritto di tutto su questa serata, tra mitologia e realtà: dall’allestimento con gigli e candele nere «exactly, like a funeral» al pensiero che pochi mesi dopo, nell’aprile 1994, Kurt Cobain si è ucciso con un colpo di fucile.

Dopo la morte di Cobain, MTV mandò in onda il concerto di heavy rotation e pubblicò il disco il 1 novembre 1994. Fu una delle più grandi operazioni commerciali della storia: schizzò in vetta alle classifiche di tutto il mondo e sorpassò anche l’ultimo album dei Nirvana “In Utero” vendendo oltre 6,8 milioni di copie. La scaletta di quel concerto era strana: mancavo alcuni loro grandi successi e c’erano molte cover, in particolare una e forse la più iconica: “The Man Who Sold the World”.

Nirvana – “The Man Who Sold the World”


Una delle numerose interpretazioni di “The Man Who Sold the World” (l’uomo che ha venduto il mondo) spiega il testo come l’incontro tra il vecchio e il nuovo Io, tra il positivo Io del passato e l’odioso e opportunista Io del presente, colui che ha venduto il mondo; il cambiamento sarebbe causato dal successo che trasforma in qualcosa di peggiore. Ecco qui: lettura perfetta del dramma esistenziale di Kurt Cobain.

Non sapremo mai la verità sul folle gesto di Cobain, si è scritto e ho letto di tutto: si accusano i Nirvana di aver portato al successo il Grunge che avrebbe poi distrutto il Rock e portato alla decadenza musicale di adesso… Cobain dice che tutto quel successo nemmeno lo voleva, che lo ha schiacciato… la rivista musicale Spin scrive: «La voce sofferente di Kurt Cobain nella versione unplugged dei Nirvana di questa melodia cosmica di Bowie del 1970 appare ancora più inquietante dopo che la canzone è diventata un classico del rock postumo».

È un mondo molto lontano da quel Bowie seducente nella copertina di “The Man Who Sold the World” disteso su un divano blu con lo sguardo dritto in camera. Cobain ha lo sguardo abbassato, gli occhi socchiusi, non guarda nemmeno il pubblico, concentrato e nascosto nel suo enorme cardigan beige.

Sono rimasto semplicemente sbalordito quando ho scoperto che a Kurt Cobain piacevano i miei lavori, ho sempre voluto parlare con lui a proposito delle ragioni per cui aveva fatto una cover di “The Man Who Sold the World“… è stata una buona interpretazione e mi è sembrata in qualche modo molto onesta. Sarebbe stato bello lavorare con lui, ma anche solo parlare con lui sarebbe stato davvero fantastico.

David Bowie

Nel gennaio 1995 “The Man Who Sold the World” dei Nirvana fu pubblicata come singolo ed ottenne un enorme successo, il videoclip fu sparato ovunque in rotazione su moltissime emittenti televisive. È così che una cover pubblicata postuma è diventata immortale eclissando l’originale, anche se era di un certo David Bowie che si sentiva dire: “È fantastico che tu faccia una canzone dei Nirvana!”.

(…) We must have died alone
A long long time ago

Who knows? not me
We never lost control
You’re face to face
With the man who sold the world

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Venus, una cover nella cover: da Oh Susanna alle Bananarama

«She’s got it, yeah baby she’s got it. I’m your Venus, I’m your fire, at your desire» impossibile resistere a questo ritornello, si inizia a battere il tempo e il gioco è fatto! È “Venus” delle Bananarama, il trio femminile britannico composto da Sara Dallin, Siobhan Fahey e Keren Woodward, che nel 1986 ha scalato le classifiche di tutto il mondo con questa super hit Pop-Rock Dance.

Un successo tutto Europeo, prima che Inglese, Olandese: “Venus” è una canzone originariamente scritta e interpretata nel 1969 dal gruppo olandese Shocking Blue. Già all’epoca un grandissimo successo tanto da raggiungere la posizione numero 1 della Billboard Hot 100 il 7 febbraio 1970.

Shocking Blue – “Venus” (1969)


Scritta da Robbie Van Leeuwen, chitarrista degli Shocking Blue, come omaggio a Venere, la dea dell’amore, contiene un enorme errore nel testo, passato alla storia. Il primo verso nelle sue intenzioni doveva significare “La divinità sulla cima della montagna” ma tradusse “divinità” non con la parola “goddess” ma con “godness. Un errore di cui non si è accorto nessuno, nemmeno la cantante Mariska Veres che in sala di registrazione l’ha cantata così. Le versioni successive sono state corrette, ma la prima incisione ufficiale salita in vetta alle classifiche inizia con un grande refuso. (Mi consolo, i refusi sono sempre tremendamente in agguato!)

I colpi di scena sono appena iniziati. “Venus” non è tutta farina del sacco di Robbie Van Leeuwen che si è “ispirato” ad una canzone pubblicata nel 1963 dai Big 3, un trio (era destino) Folk americano di cui faceva parte anche Cass Elliot prima di entrare nei The Mama & The Papas. Si intitolava “The Banjo Song” e musicalmente è molto simile a “Venus”, il testo invece è preso dal famosissimo standard Folk “Oh Susanna”. Ascoltarla oggi risulta come un mash-up stranissimo:

Big 3 – “The Banjo Song” (1963)


Ispirazioni, plagi, citazioni, cover… i confini sono molto labili, ne ho già parlato prendendo come esempio i Led Zeppelin che sono stati accusati e citati per plagio molte volte. Agli Shocking Blue non è successo, anche se c’è un’altra “ispirazione” nella loro “Venus”: il riff iniziale di chitarra somiglia a quello di “Pinball Wizard” degli Who, uno dei brani più celebri della loro opera rock “Tommy”.

“Venus” ha venduto tantissimo ed è stato il singolo di maggior successo delle Bananarama che hanno dovuto lottare con diversi produttori per convincerli a farlo incidere. Le tre cantanti erano certe del potenziale di questo pezzo in versione Dance, ma incontrarono la resistenza dei loro produttori e si rivolsero ad un altro trio: Stock, Aitken & Waterman tre maghi della Dance anni ’80 che da pochissimo avevano portato al successo “You Spin Me Round (Like a Record)” dei Dead or Alive.

Bananarama – “Venus” (1986)


“Venus” fu pubblicato nel loro terzo album “True Confession” e il singolo fu accompagnato da un videoclip lanciato da una massiccia programmazione da parte di MTV in tutto il mondo. Le tre Bananarama cambiano più volte costume e ambientazione: divinità greche, vampire, sacerdotesse, arrivando persino a ricreare la scena de “La nascita di Venere” di Botticelli. Iconico anche il balletto, ideato dal coreografo italiano Bruno Tonioli.

Un successo quasi senza tempo che negli anni è stato reinterpretato da molti artisti, è stato utilizzato come colonna sonora di diversi film, show televisivi e pubblicità. “Venus” l’ha rifatta anche Mina! È una traccia del suo album “Sì, buana” uscito proprio nel 1986. Una Mina in versione decisamente Rock, assolo di chitarra distorta incluso. Pazzesca e inaspettata, ascoltate:

Mina – “Venus” (1986)


“Venus” non è stato il solo brano degli Shocking Blue ad aver raggiunto il successo molti anni dopo grazie ad una famosissima cover. Proprio nell’album “At Home” del 1969 c’era anche “Love Buzz” famosa per essere diventata nel 1988 il singolo di debutto dei Nirvana, gli Shocking Blue erano uno dei gruppi preferiti del bassista Krist Novoselic.

Il singolo “Love Buzz” dei Nirvana conteneva anche il brano “Big Cheese”. Inizialmente furono messe in commercio soltanto 1000 copie numerate del 45 giri, realizzate in vinile nero. In seguito, cominciarono a circolare anche dei bootleg riprodotti su vinile colorato. Entrambe le canzoni faranno poi parte di “Bleach”, album con cui il gruppo di Seattle esordì nel 1989.

Shocking Blue – “Love Buzz” (1969)
Nirvana – “Love Buzz” (1988)

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Come trasformare un dolce sogno in un incubo

marilyn manson smells like children cover album


È la settimana di Halloween, il momento dell’anno in cui l’horror è protagonista e tutto sembra assumere tinte oscure. Può succedere anche alla musica di cambiare d’abito per l’occasione? Un esempio è il caso della famosa cover del brano “Sweet Dreams (Are Made of This)” degli Eurythmics realizzata da Marilyn Manson, una versione da incubo il cui videoclip tra l’altro è stato definito il più spaventoso di sempre.

“Sweet dreams are made of this, who am I to disagree?” è l’incipit di una delle canzoni più cantante di sempre. Il successo del duo musicale Eurythmics, composto da Dave Stewart ed Annie Lennox. Era il 1983, il brano divenne subito una hit mondiale e fu il momento più alto della loro carriera. Un sogno agrodolce che nasce da una storia travagliata.

Eurythmics – “Sweet Dreams (Are Made of This)”


Annie Lennox e Dave Stewart hanno recentemente raccontato la genesi del brano in una lunga intervista al The Guardian. La Lennox spiega come l’abbiano composta in un momento molto buio della loro storia, erano indebitati e sul punto di sciogliersi: «Mi sentivo come se fossimo in un sogno e che qualunque cosa stessimo inseguendo non sarebbe mai successa».

Il brano racconta lo stato d’animo di quei momenti, senza speranza. Con una svolta positiva – data da Stewart in fase di composizione – nella sezione centrale “Hold your head up, moving on” : un incitamento ad essere forti ed andare avanti, sempre e comunque. Come forte è stata l’immagine voluta dalla Lennox nel video di lancio, un look iconico che la vede in abiti da uomo e con un cortissimo taglio di capelli: «Stavo cercando di essere l’opposto del cliché della cantante. Volevo essere forte come un uomo».

C’è molta storia e molto vissuto tra le note e le parole di questa canzone, spesso travisata. Secondo un sondaggio pubblicato dalla BBC è la canzone più fraintesa del British Pop: quasi un terzo delle 1.350 persone intervistate credeva che Annie Lennox cantasse “Sweet dreams are made of CHEESE”! Si può arrivare ad un assurdo sogno fatto di “formaggio” come ad un lato più cupo che è stato spesso travisato e mal interpretato:

A causa del verso “Some of them want to use you / some of them want to be abused” (Alcuni vogliono usarti / alcuni vogliono essere maltrattati) la gente pensa che il brano tratti di sesso o sadomasochismo e non è affatto così.

Annie Lennox

Proprio su questo equivoco gioca tutta la reinterpretazione di Marilyn Manson nella celebre cover del 1995. La sua “Sweet Dreams” è l’incubo gotico del “demonio” che ha scandalizzato l’opinione pubblica degli anni Novanta. Un personaggio emblematico o un buffone? Anticristo o superstar? Innegabile che la massima “bene o male purché se ne parli” con lui abbia funzionato benissimo.

“Sweet Dreams” di Manson è l’unico singolo dell’album “Smells Like Children”, un disco disturbante, ipnotico, ossessivo, inquietante. E così è diventata la canzone degli Eurythmics le cui sonorità sono rese nettamente più cupe da un arrangiamento dark/metal, chitarre distorte e un cantato che sfocia in ruggiti disumani. Anche il ritmo è stato molto rallentato e il testo in parte modificato. Il verso “I want to use you and abuse you / I want to know what’s inside you” (Voglio usarti e abusare di te / Voglio sapere cosa c’è dentro di te) non è presente nell’originale degli Eurythmics, e c’è chi l’ha descritto come la dichiarazione d’amore più spaventosa della storia del rock.

Marilyn Manson – “Sweet Dreams (Are Made of This)”


Tutta l’interpretazione data da Manson gioca nel portare all’estremo quel sadomasochismo che però non è presente nelle intenzioni di Lennox e Stewart. Un sogno che diventa un vero incubo anche nel famoso videoclip dove Marilyn Manson si contorce come un demone, sembra quasi un animale, anzi cavalca un maiale. Le immagini sono volutamente distorte e sfuocate, come la realtà distorta e sfuocata che raccontano. Non a caso nel 2010 la rivista statunitense Billboard l’ha definito il più spaventoso videoclip mai realizzato.

Ognuno ha i suoi sogni e i suoi desideri, “who am I to disagree?”. Per i più fortunati si possono realizzare due volte, anche a distanza di anni, tornando al successo grazie ad una cover distorta:

“Sweet Dreams” non ha nulla a che fare con il sadomasochismo, cosa che la gente ha pensato, ma se lo vuole pensare, va bene. Marilyn Manson l’ha portato all’estremo e siamo molto contenti che l’abbia fatto.

Annie Lennox

Voi quale delle due preferite: dolcetto o scherzetto?

Se non riuscite a scegliere, vi lascio una versione che le riproduce tutte e due insieme, una traccia sopra l’altra. C’è tutto, manca solo il formaggio!

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It’s Oh So Quiet, dall’Europa del Dopoguerra all’Islanda di Björk

bjork videoclip it's oh so quiet


Eclettica, riservata, enigmatica. Vera e propria icona dell’Islanda e del mondo dell’arte, Björk è riuscita a coniugare sperimentazione musicale d’avanguardia e ricerca estetica, portandole sotto i riflettori della scena Pop internazionale. Nella sua carriera ha venduto 40 milioni di dischi, ha vinto 4 BRIT Award, 4 MTV Video Music Award, 13 nomination ai Grammy, e la Palma d’Oro come miglior attrice al Festival di Cannes del 2000 per la sua interpretazione in “Dancer in the Dark”. Björk è un’artista totale.

Per chi non è un suo fan, c’è una canzone a cui la si collega immediatamente: “It’s Oh So Quiet” il brano con cui nel 1995 raggiunse il successo mainstream. Una divertente canzone d’antico sapore swing, un’atmosfera dolce e cristallina che esplode in mille pezzi all’irrompere dell’isteria giocosa del ritornello. D’altronde, canta Björk, è tutto così sereno e tranquillo fin quando… non ci si si innamora!

Björk – “It’s Oh So Quiet”

Successo dovuto in parte anche al videoclip diretto da Spike Jonze, un piccolo capolavoro di virtuosismo visivo. Un omaggio ai musical di Broadway che vede Björk protagonista di un’ottima prova d’attrice e ballerina (c’è anche una parte in tip-tap!) nonostante il giorno delle riprese fosse influenzata e con un forte mal di gola che le permetteva solo di sussurrare in playback. Il videoclip nel 1996 ha ricevuto sei nomination agli MTV Video Music Awards, vincendo per miglior coreografia; e si è piazzato al secondo posto dei Grammy Award come Best Music Video – Short Form dietro all’inarrivabile “Scream” di Michael Jackson e sua sorella Janet.

Forse era tutto troppo mainstream per lei o, con maggior probabilità, dispiaciuta per il fatto di aver raggiunto questo grande successo proprio con un brano di cui non era autrice, arrivò quasi a rinnegarlo escludendolo dal suo “Greatest Hits” del 2002. Non l’avevo ancora detto? Sì, “It’s Oh So Quiet” è una cover!

In realtà è stato tutto un gioco. Era una canzone che Guy Sigsworth ascoltava sempre nel bus quando eravamo in tour. Da allora quasi mi pento di averla fatta, perché ho sempre voluto dare più importanza al creare nuova musica. C’è così tanta gente che continua ad incidere vecchie canzoni e nuove band che fanno vecchia musica.

Per lasciare un segno in questo mondo bisognerebbe avere il coraggio di andare avanti e inventare qualcosa di nuovo ed è ironico che proprio “It’s Oh So Quiet” sia diventata la mia canzone di maggior successo. In ogni caso la cosa migliore è stata il video

Björk

La dolce e scoppiettante melodia jazz di “It’s Oh So Quiet” in realtà risale al tempo del Dopoguerra, in Austria. È stata incisa per la prima volta nel 1948 con il titolo “Und jetzt ist es still” (ora è tutto tranquillo) dal cantante austriaco Harry “Horst” Winter ed è stata composta dall’austriaco Hans Lang con testo dell’autore tedesco Erich Meder.

Harry “Horst” Winter“Und jetzt ist es still” (1948)

Un simpatico valzer di un’epoca e di un mondo lontano che non è passato inosservato e fu ripreso poco dopo nel 1949 dall’attrice francese Ginette Garcin insieme all’Orchestra Jacques Hélian con il titolo di “Tout est tranquille”.

Ginette Garcin“Tout est tranquille” (1949)


Prima di arrivare alla cover di Björk manca ancora un importante passaggio.

Fin qui era ancora quel del simpatico valzer viennese del Dopoguerra. La svolta principale è stata data dalla versione dell’attrice e cantante americana Betty Hutton con arrangiamento del compositore e arrangiatore italiano (naturalizzato statunitense) Pete Rugolo. “It’s Oh So Quiet” (tradotta in lingua inglese da Bert Reisfeld) è stata pubblicata nel 1951 come lato B del suo singolo “Murder, He Says”.

Betty Hutton“It’s Oh So Quiet” (1951)


Quanta storia e quanta strada ci può essere dietro ad una canzone! Questo pezzo grazie a Björk è risorto a nuova vita finendo anche nei contesti più strampalati come la pubblicità della Toyota o del Kinder Colazione Più. Musica e pubblicità: un argomento interessante, di cui vi parlerò sicuramente.

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I Love Rock ‘n’ Roll: l’odissea di una cover

Joan Jett "I love rock n roll"


Il #disCover di questa settimana potrebbe sembrare scontato, “I Love Rock ‘n’ Roll” è uno di quei successi senza tempo che ha fatto il giro del mondo, una sorta di inno per gli amanti del Rock. Per questo è noto a tutti che la famosa versione che ne fece la reginetta del pop Britney Spears nel 2002 è una cover del pezzo datato 1982 dell’iconica Joan Jett.

Quello che invece in pochi sanno è che anche la versione di Joan Jett è una cover: il brano originale è stato scritto da Alan Merrill degli Arrows nel 1975 e nasconde una lunga storia, molto rock’n’roll, in cui c’entrano i Rolling Stones, i Sex Pistols e il telefilm di fantascienza “Ai confini della realtà”.

Partiamo dall’inizio.

Il merito della nascita di “I Love Rock ‘n’ Roll” e del suo famosissimo riff di chitarra va agli Arrows, una band inglese degli anni ’70 formata dal cantante Alan Merrill, dal chitarrista Jake Hooker e dal batterista Paul Varley. Narra la leggenda che un giorno guardando la trasmissione televisiva “Top of the Pops” videro i Rolling Stones presentare il loro nuovo singolo “It’s only rock ’n’ roll (but I like it)”. Merrill che aveva incontrato qualche volte Mick Jagger ne restò molto colpito: sapeva che era amico di molti personaggi dell’aristocrazia e del jet-set, e gli sembrò quasi che quella canzone fosse un modo di chiedere scusa per il suo stile di vita “rock ’n’ roll”.

Arrows – “I Love Rock ‘n’ Roll”

E così Alan Miller, insieme a Jake Hooker, compose d’istinto il suo inno al rock ’n’ roll. Una canzone che parla di un ragazzo che vede una ragazza ballare vicino ad un juke-box e flirta con lei, con una particolarità:

Avevo composto il ritornello e sapevo che poteva essere una hit, ho pensato: “Farò qualcosa di veramente insolito. Lo scriverò come qualcosa di staccato dalla canzone”. Il ritornello, infatti, è pensato come una canzone di successo che i due ragazzi sentono provenire dal juke-box. Sembrava come nel telefilm “Ai confini della realtà”. Ero sicuro che il pezzo sarebbe stato un successo”.

Alan Miller

“I Love Rock ’n’ Roll” venne pubblicata nel 1975 nel lato B del loro singolo “Broken Down Heart” che non riscosse successo e passò inosservata. Il loro produttore, Mickie Most, preferiva blues e ballate! Intervenne la moglie di Most, convincendolo a ripubblicare il singolo invertendo i due lati, ma la sfortuna continuò: il nuovo singolo uscì durante uno sciopero della stampa inglese, così non ebbe la copertura mediatica prevista e rimase ancora nell’oblio.

Finché la storia non sembrò ripetersi. Tempo dopo nel 1976 agli Arrows venne affidato un programma televisivo, “Pop 45”, e una giovane Joan Jett, in tour in Inghilterra in quel periodo con il suo gruppo tutto al femminile The Runaways, la ascoltò e se ne innamorò a tal punto da proporla al gruppo per farne una cover. Ma la proposta fu bocciata.

Il gruppo poco dopo si sciolse e Joan Jett la registrò per la prima volta con Paul Cook e Steve Jones dei Sex Pistols ed uscì nel 1979 come lato B del singolo “You Don’t Own Me”. Ancora una volta nel lato B e ancora una volta passò inosservata come appendice di un disco di nessun successo.

Ma Joan Jett non è una tipa che molla. È una delle prime donne Rock della storia, con la R maiuscola:

La mia rabbia, insieme a quella di tante altre donne del mondo della musica, deriva dal nostro passato. Ci dicevano in continuazione che le ragazze non potevano suonare la chitarra. A scuola le mie coetanee suonavano tutte il violino o il violoncello. Non riuscivo a vedere nemmeno uno spiraglio di opportunità: ti obbligavano a stare in silenzio e composta, di comportarti come una signorina.

Joan Jett

Così Joan Jett decise di creare un’etichetta tutta sua: la Blackheart Records e fondò il gruppo The Blackhearts. E c’era una canzone in cui doveva credere ciecamente, dal messaggio forte e chiaro: “I Love Rock ’n’ Roll. Era il 1982, finalmente il singolo uscì e raggiunse il successo scalando le classifiche di vendite di tutto il mondo; in America ottenne disco di platino con due milioni di copie vendute. Oggi è un classico del Rock ed è riconosciuto in assoluto come il suo brano più famoso.

Joan Jett & The Blackhearts – “I Love Rock ‘n’ Roll”

Tra le varie cover della versione di Joan Jett che sono state fatte negli anni, la più celebre è quella che incise nel 2002 Britney Spears, utilizzata anche per il suo film “Crossroads”. Fu però uno dei più grandi flop della cantante tanto che negli Stati Uniti il singolo non è mai stato pubblicato. Forse un pezzo così Rock è risultato poco credibile interpretato dalla voce e nello stile Pop e patinato di Britney, anche se ha avuto il merito di rispolverare e puntare ancora una volta i riflettori su un grande classico dalla lunga e travagliata storia.

Britney Spears – “I Love Rock ‘n’ Roll”