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La Musica (non) è un linguaggio universale – parte 1

In un precedente articolo in cui analizzavo la Musica come mezzo di comunicazione, concludevo con una domanda: “La musica è un linguaggio universale?”. La risposta spontanea è un “sì” convinto: la musica viene spesso definita come il collante dell’umanità, qualcosa che ci unisce tutti e permette di comunicare e veicolare messaggi superando barriere linguistiche e culturali.

“La Musica è il linguaggio magico del sentimento” è una delle mie citazioni preferite che esprime l’idea romantica e la potenza comunicativa di questa forma d’arte, e che condivido. Anche se è un ragionamento alle volte semplicistico che si basa sulla visione eurocentrica (o occidentale in generale) che abbiamo del mondo.

  • Se per “linguaggio universale” intendiamo l’universale come qualcosa che è presente in tutte le culture l’affermazione è vera in quanto una forma di espressione umana basata su produzioni sonore esiste in ogni civiltà. Anzi, non esistono culture senza musica come spiegavo in questo articolo citando gli studi di John Sloboda.
  • Se invece come “linguaggio universale” intendiamo una lingua comprensibile a tutti, un mezzo che permette di comunicare scavalcando barriere linguistiche e culturali la questione si fa più complessa.

Nel precedente articolo “Musica, comunicazione e linguaggio” era emerso come la musica sovverta le regole della comunicazione secondo cui il mittente e il ricevente (il compositore e l’ascoltatore nel nostro caso) devono condividere il codice con cui è costruito il messaggio (il brano musicale). Nell’esperienza musicale il ricevente ha un ruolo attivo e indipendente dal mittente: l’ascoltatore può conoscere il “codice” e riuscire a decifrare correttamente il messaggio del compositore, però può anche interpretarlo in maniera non corretta o non riuscirci affatto.

Da queste basi molto teoriche cerco di passare ad esempi più pratici chiamando in aiuto l’Etnomusicologia, la disciplina che studia le musiche del mondo. La musica è un fenomeno complesso ed è portatrice di significati e valori che variano da cultura a cultura: ad esempio la musica strumentale del ‘700 europeo è molto differente rispetto a quella suonata in un villaggio Maori, è quasi “altro”. L’Etnomusicologia si interessa alle musiche relativamente al loro contesto, sia di produzione sia di ricezione, come espressione culturale: deve essere conosciuto il contesto per coglierne il significato.

Come per la parola, come i diversi linguaggi, la musica adopera codici e sistemi musicali diversi a seconda delle culture, comprensibili solamente a chi ha appreso quel particolare linguaggio e incomprensibili a chi non lo conosce.

Ad esempio, cosa siamo in grado di capire da questo ascolto?


Comprensione testuale a parte, è un canto propedeutico alla caccia, un canto rituale per un matrimonio, oppure per un funerale? Bisogna conoscere il contesto e la cultura di questo popolo per coglierne il significato.

Ad esempio, i pigmei Mbenzélé che vivono nella foresta pluviale del Congo considerano le emozioni negative come un disturbo all’armonia della foresta e per questo considerate pericolose. Per la loro cultura la musica ha la funzione di scacciare le emozioni negative: quando un bambino piange, se gli uomini hanno paura di andare a caccia o durante un funerale cantano una musica che possiamo definire “allegra”. E un pigmeo del Congo cosa riuscirebbe a capire seduto in un palchetto de La Scala alla prima della Tosca o tra il pogo di un concerto Rock?

L’Etnomusicologia è una disciplina molto affascinante e i suoi studi aprono interi universi sonori totalmente alieni a noi occidentali. Questi sono solo piccoli spunti per un inizio di riflessione sull’argomento. La questione sull’esistenza o meno degli “universali” in musica è una domanda al limite della metafisica, su cui si discute ancora e che si sono posti molti etnomusicologi. Anche perché bisognerebbe definire quanto “universali” debbano essere gli “universali” per potersi considerare tali.

Una delle teorie più interessanti a riguardo è quella proposta dal filosofo e mistico armeno Georges Ivanovitch Gurdjieff (1877-1949). Secondo Gurdjieff esiste una “musica oggettiva” capace di esercitare effetti precisi e voluti a tutti gli ascoltatori, indipendentemente dalla cultura e dal gusto personale.


Sono studi che si basano su precisi rapporti fra sequenze sonore: particolari stimoli acustici incorporati in un segnale musicale possono generare le stesse risposte emotive. Un semplice esempio: un ritmo incalzante aumenta il battito cardiaco, mentre un andamento lento ha un effetto generalmente calmante.

Concludo con le parole del sociologo Marcello Sorce Keller nel suo saggio “Musica come rappresentazione”, secondo cui la pretesa universalità del fenomeno musicale non risiede nel fatto che le sue manifestazioni locali siano sempre universalmente comprensibili e apprezzabili anche da chi le vive come esterne dalla propria cultura. La musica è da intendersi come fenomeno universale nel senso che ovunque essa si manifesta ha una forte capacità di caratterizzare i gruppi umani. Ogni singola performance articola ed esprime i valori di uno specifico gruppo sociale.

Nessuna performance è mai concepita, alla nascita, per avere un valore universale. La musica è, al contrario, una celebrazione del “localismo” delle genti. Per questo gli etnomusicologi parlano di “musiche” al plurale.

Marcello Sorce Keller

Le musiche sono infatti tutte radicate e ancorate ad un determinato tempo, luogo, vissuto storico e contesto culturale. Continua Sorce Keller: «è molto difficile per chi ascolti musica classica indiana o il gamelan balinese nel proprio appartamento a Milano, con l’aiuto di un riproduttore CD, intuire quale senso queste musiche potessero avere nel contesto in cui nacquero e nell’occasione-funzione per cui erano state pensate. Ma non importa (o, per lo meno, importa fino ad un certo punto). Rimane il fatto straordinario che noi si sia diventati tanto attivi nella nostra capacità di ascoltare, tanto creativi, da imputare a quelle forme sonore che provengono da lontano, nello spazio e nel tempo, un “senso” nostro, risultato della nostra creatività e in quanto ascoltatori che è congruo alle esigenze del nostro vivere da occidentali».

Gamelan Balinese
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Tutto è musica, anche il rumore. Basta metterci una cornice?

A meno che non viviate tra le stelle (beati voi!) sicuramente non potete non essere stati colpiti dalla recentissima polemica relativa all’ultima opera d’arte di Maurizio Cattelan (con l’accento sulla a, è padovano): la banana appiccicata al muro con del nastro adesivo. Un polverone mediatico che mi ha fatto tornare alla mente un passo dell’autobiografia di Frank Zappa dal titolo “La cornice”:

«Nell’arte la cosa più importante è la cornice. Nella pittura è letteralmente così, per le altre arti solo in senso figurato, perché senza quell’umile oggetto non è possibile capire dove finisca L’Arte e dove inizi Il Mondo Vero. È necessario metterci un contenitore attorno o altrimenti si direbbe: che cos’è quella merda sul muro?

Se John Cage per esempio dicesse: “Ora metto un microfono a contatto con la gola, poi berrò succo di carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi gargarismi verrebbero qualificati come una sua composizione, perché ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prende o lasciare, ora Voglio che questa sia musica”.»

“I’m famous, but most people don’t even know what I do” Frank Zappa

Quindi che cos’è Musica? Come per le altre arti, basta che qualcuno la definisca tale e lo diventa? È una delle grandi questioni che hanno animato le discussioni artistiche da inizio Novecento, si sono scritte intere biblioteche e ci sono interessantissime opinioni di musicologi, sociologi, etnomusicologi, filosofi… Frank Zappa però mi ha ricordato John Cage. Vi parlo di “rumore”: può essere Musica?

Ultimamente si fa un gran parlare della nuova figura dei Sound Designer o Sound Artist: artisti sonori che trasformano i rumori prodotti da oggetti e i suoni dalla vita di ogni giorno in musica. Ascoltano, registrano, campionano e danno voce e musicalità a ciò che comunemente è percepito come rumore.


Viene percepito e raccontato come qualcosa di molto innovativo. Si può arrivare alla sonorizzazione della stazione di Torino Porta Susa, alla creazione di paesaggi sonori campionando i suoni delle macchine del caffè, ad installazioni artistiche che portano la pioggia all’interno di un museo. Qualcosa di futuristico.

Oggi, il Rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini. Questa evoluzione della musica è parallela al moltiplicarsi delle macchine, che collaborano dovunque coll’uomo. Non soltanto nelle atmosfere fragorose delle grandi città, ma anche nelle campagne, che furono fino a ieri normalmente silenziose, la macchina ha creato oggi tanta varietà e concorrenza di rumori che il suono puro, nella sua esiguità e monotonia, non suscita più emozione”

Questo è qualcosa di Futuristico! Eppure risale all’11 marzo 1913: è un estratto da “L’arte dei rumori”, uno dei Manifesti del Futurismo scritto da Luigi Russolo che potete leggere per intero cliccando qui. Russolo dà il via al processo di emancipazione del suono e del rumore dalla musica tradizionale e la sua trasformazione in musica, anche se qualche accenno si può ritrovare nella musica classica di fine Ottocento, come i famosi campanacci da mucca nella Sinfonia n. 7 di Mahler.

La visionarietà di Luigi Russolo ha portato alla teorizzazione del “suono-rumore”, delle sei famiglie di rumori dell’orchestra futurista, fino alla creazione degli “intonarumori”.
Il rumore inizia ad essere considerato come suono musicale: concetto che si è espresso in tutta la sua portata rivoluzionaria negli anni Cinquanta, anche grazie alle nascita delle nuove tecnologie come sintetizzatori e registratori.

Cosa sia considerabile come musicale e cosa no dipende dal concetto soggettivo di Musica. In potenza a nulla dell’esistente è preclusa la possibilità di diventare musicale.

Tra gli artisti che più hanno studiato e affrontato queste tematiche spicca John Cage che nel suo testo “Il futuro della musica: il mio credo” (1937) scrive: «Ovunque ci troviamo, quello che sentiamo è in gran parte rumore. Quando lo ignoriamo ci disturba. Quando gli prestiamo ascolto, lo troviamo affascinante (…) Noi vogliamo catturare e controllare questi rumori, usarli non come effetti sonori bensì come strumenti musicali.»

Una chiara ripresa dei concetti espressi da Russolo che porterà Cage a concepire potenzialmente tutto come musica: i suoni del mondo erano musica, anche il battito del cuore poteva essere musica. Cage trovava musicale anche il suono della trafficatissima Avenue of the Americas, la Sesta Strada di New York. Sirene, clacson, lo stridore dei freni, il ritornello dell’autobus che passava con regolarità: “Ma la sente questa musica?” chiedeva.

John Cage è stato un “compositore ed esecutore di musiche avveniristiche” (così lo definì “La Stampa” nel 1959) arrivò ad esempio a comporre opere con cactus secchi raccolti nel deserto (“Child of Tree” del 1975 e “Branches” del 1976) in cui gli strumenti di ogni performer includono uno o più cactus amplificati, insieme ad altri oggetti di origine vegetale o animale.


Nel 1956 John Cage partecipò come esperto di funghi al telequiz “Lascia o raddoppia?” condotto da Mike Bongiorno e vinse 5 milioni di lire. Durante lo spettacolo si esibì in un concerto chiamato “Water Walk” in cui gli strumenti erano: una vasca da bagno, un innaffiatoio, una pentola a vapore, cinque radio, un pianoforte, cubetti di ghiaccio, una pentola a vapore e un vaso di fiori.

Surreale il dialogo tra John Cage e Mike Bongiorno:
B: Bravo bravissimo! Beh, il signor Cage ci ha dimostrato che indubbiamente se ne intendeva di funghi… quindi non è solo un personaggio venuto su questo palcoscenico per fare strambe esibizioni di musica strambissima.
C: Un ringraziamento a… funghi, alla Rai e a tutti genti d’Italia.
B: Arrivederci: torna in America o resta qui?
C: Mia musica resta.
B: Ah, lei va via e la sua musica resta qui: ma era meglio che la sua musica andasse via e che lei restasse qui!

Cage replico la performance “Water Walk” in un famoso programma televisivo americano nel 1960 davanti ad un pubblico tra lo sconvolto e il divertito (potete vederla cliccando qui). Così commentò la critica musicale Laura Paolini:

Arte alta e bassa cominciavano a sentirsi più a proprio agio l’una con l’altra. Tutti videro qualcosa mai visto prima. Tutti si fecero un’opinione. Così si forma un pubblico.

Laura Paolini

La ricerca di John Cage non è solo questo: arriva a concepire la musica aleatoria e a studiare il silenzio, come assenza di rumori e al contempo creatore di musica. Molti altri musicisti e studiosi portarono avanti le ricerche di sperimentazione musicale e non posso non citarvi Brian Eno e i suoi famosi quattro album “Ambient” dal primo “Music for Airports” (1978) al quarto “On land” (1982) una “miscela” di note di sintetizzatore, suoni naturali/animali, alcuni anche ricavati da pezzi di catene, bastoni e pietre.


Theodor W. Adorno conclude la sua “Introduzione alla sociologia della musica” con la frase: «Ma più essenziale che stabilire l’origine dell’uno o dell’altro fatto è il contenuto: come cioè la società appare nella musica, come essa può essere decifrata dal suo contesto».

A nulla di ciò che esiste può essere preclusa la possibilità di diventare una determinante musicale: oggi si può dubitare che l’Universo intero sia un’armonia, ma potenzialmente è musicabile.

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Musica, comunicazione e linguaggio

La Musica è un mezzo di comunicazione?

Comunicare deriva dal Latino communicare a sua volta derivazione di communis (comune, che appartiene a tutti). La Treccani scrive: “rendere comune, far conoscere, far sapere; per lo più di cose non materiali. Per estens. dire qualcosa, confidare. Quindi anche divulgare, rendere noto ai più”.

Comunicare prevede un’interazione linguistica fra soggetti, grazie alla quale si raggiunge la condivisione di un sapere o di una volontà. È uno scambio reciproco di informazioni tra due o più persone. Come funziona? Il più noto modello di comunicazione è quello teorizzato dal linguista strutturalista Roman Jakobson che ne individua sei componenti fondamentali:

  • MITTENTE: il soggetto che invia una comunicazione ad un destinatario
  • MESSAGGIO: l’oggetto dello scambio comunicativo
  • DESTINATARIO: colui che riceve il messaggio
  • CODICE: il linguaggio attraverso cui viene formato il messaggio che deve essere condiviso da mittente e destinatario
  • CANALE: la connessione tra mittente e destinatario che consente al messaggio di essere comunicato
  • CONTESTO: le circostanze in cui la comunicazione avviene

Il mittente invia un messaggio al destinatario. Per essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento a un contesto che possa essere afferrato dal destinatario, e che sia verbale o suscettibile di verbalizzazione; in secondo luogo esige un codice interamente, o almeno parzialmente, comune al mittente e al destinatario. Infine, un contatto, una connessione fra il mittente e il destinatario, che consenta loro di stabilire e di mantenere la comunicazione.

Per semplificare la spiegazione, si può pensare ad uno scambio di lettere: il mittente “codifica” un messaggio attraverso un codice e al punto di arrivo il destinatario, attraverso lo stesso codice, lo “decodifica” e ricostruisce nella sua mente quello che il mittente ha voluto comunicargli.

Per la Musica come funziona?

Nella Musica il mittente è l’autore? Però la Musica non esisterebbe se non ci fosse l’esecutore, e spesso autore ed esecutore sono due figure distinte. Anche il destinatario è indefinibile in ambito musicale, perché la Musica appartiene a tutti, chiunque la può ascoltare (ricevere) e in modi molto diversi, basta pensare alla sovraesposizione a cui siamo sottoposti nella nostra società attuale.

E il codice? Qual è? È condiviso da mittente e destinatario? Qui si gioca la differenza tra il professionista, il musicista e tutte le possibili differenze di approccio all’ascolto musicale di cui parlavo citando Adorno. Senza contare le civiltà diverse dalla nostra Occidentale di cui non condividiamo i codici musicali. Anche il messaggio è di difficile definizione: se è presente un testo lo si può cercare lì; se si tratta di musica strumentale la situazione è più complessa, anche se possono esserci degli espedienti che rinviano a messaggi universali come un ritmo incalzante, un andamento lento, i differenti timbri degli strumenti etc…

La comunicazione però si realizza solo nel caso in cui vi sia piena condivisione del codice da parte di emittente e ricevente che deve preesistere alla comune esperienza comunicativa. Su questa base come si può parlare di comunicazione musicale? Soprattutto in un’epoca come la nostra dove la musica assume un ruolo di semplice trasmettitore unidirezionale di informazioni, ricevibili a prescindere dalla loro intelligibilità.

Oggi siamo quasi dei soggetti involontari sottoposti ad un sovradimensionamento dell’ascolto a cui spesso è impossibile sottrarsi.  

Questo inibisce la nostra sensibilità musicale che viviamo come un’attitudine latente (nei bambini sorgono esperienze musicali prima della linguistica): la si possiede, ma non si sa di possederla. Possiamo riconoscere e cantare una canzone senza avere nessuna nozione della natura strutturale e compositiva del pezzo.

L’ascoltatore è liberato da possedere competenze musicali, dal condividere un codice (per tornare al modello della comunicazione di Jakobson), e quando ascolta attiva un “processo soggettivo” che vede la musica come un centro neutro, manipolabile.

Questi concetti si rifanno alle teorie, discusse, del musicologo francese Jean-Jacques Nattiez autore di numerosi saggi nell’ambito della musicologia, dell’analisi e della semiologia musicale tra cui “Fondements d’une sémiologie de la musique” (1975) in cui ha applicato i modelli della linguistica strutturale all’analisi musicale utilizzando il modello della “tripartizione semiologica” già elaborato dal semiologo Jean Molino.

È un modello più pertinente per la comunicazione musicale anche se contrasta con quello di Jakobson: il creatore dell’opera (mittente) e l’ascoltatore (ricevente) attivano entrambi un processo di comprensione nei confronti del messaggio che quindi può influenzarne il significato.

Il mittente nell’atto della creazione attiva un “processo poietico” che coinvolge esecutore, compositore e preesiste all’opera stessa. Il ricevente durante l’ascolto attua un “processo estesico” attivo di ricostruzione cosciente o meno cosciente che influenzerà l’oggetto musicale. Il ricevente qui ha un ruolo attivo e indipendente dal mittente nel decifrare il messaggio del compositore (e può riuscirci o meno).

In mezzo ai due processi si pone a livello neutro l’oggetto musicale, l’opera, che può essere analizzata e consumata in totale libertà. Questo va contro le regole della comunicazione secondo cui la condivisione del codice è fondamentale. Anche se non dobbiamo dimenticare che quando parliamo di Musica siamo costretti ad usare un altro mezzo di comunicazione per spiegarla ovvero, come dice Nattiez, creiamo delle sovrastrutture che con la Musica non hanno nulla a che vedere.

La Musica è un sistema simbolico che non rimanda direttamente a oggetti, esperienze e concetti specifici, ma è comunque un insieme di codici dotato di regole, convenzioni, facoltà espressive, funzioni sociali e libertà creativa che variano ed evolvono secondo l’epoca e il luogo.

Alla luce di tutte queste riflessioni chiudo con una domanda: la Musica è un linguaggio universale?

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Che tipo di ascoltatore sei?

vinili e cuffia audio


Ascolti davvero la musica? O la maggior parte delle volte la senti?

Tra sentire ed ascoltare c’è una grande differenza, non sono due sinonimi. “Sentire” è semplicemente l’atto di percepire un suono attraverso il nostro sistema uditivo; “ascoltare” invece prevede l’attenzione, pensare e ragionare su quanto si sente. Da qui nascono due macro-categorie in cui si può suddividere il modo in cui ci approcciamo alla musica: con un ascolto attivo o passivo.

  • L’ascolto passivo è l’ascolto distratto della musica oggi percepita come colonna sonora della vita: siamo abituati ad avere musica in sottofondo praticamente ovunque, in televisione, nei centri commerciali, alla radio, in auto, molti la “ascoltano” anche durante il lavoro o lo studio.
  • L’ascolto attivo richiede attenzione. Ci può essere chi ascolta tentando di capirne la tecnica, chi si interessa all’aspetto storico come la contestualizzazione del brano e­ del compositore, o chi cerca di comprenderne il messaggio e il valore in quanto mezzo di comunicazione.

Tra questi due mondi lontani esistono diverse sfumature, non è mai tutto bianco o nero! Una delle più note distinzioni delle diverse tipologie dei comportamenti musicali è quella stilata dal musicologo, sociologo, filosofo Theodor W. Adorno, prima delle sue dodici lezioni di Sociologia della Musica, pubblicate nel testo “Introduzione alla sociologia della musica” del 1962. Sono passati diversi anni, ma con i dovuti parallelismi è ancora molto valida.

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Sei tipologie ideali di ascoltatori che non pretendono di essere assolute, ma è uno schema utile all’indagine sociologica relativa al consumo della musica nella nostra società:


1. L’ESPERTO
Solitamente l’ascoltatore esperto è un musicista professionista, dotato di una preparazione tecnica che gli permette di comprendere le strutture musicali del brano. Non gli sfugge nulla e si rende conto in ogni istante di cosa sta ascoltando. Non è detto però che abbia la qualità e la capacità di intendere la musica come “linguaggio” nelle sue risonanze interiori e culturali.


2. IL BUON ASCOLTATORE
È in grado di percepire istintivamente la logica immanente della musica ed è in grado di coglierne il prestigio. Non è del tutto consapevole delle implicazioni tecniche e strutturali, le avverte in modo inconscio. «Capisce la musica all’incirca come uno capisce la propria lingua, anche se sa poco o niente della grammatica e della sintassi». 

3. IL CONSUMATORE DI CULTURA
Colleziona dischi, è informato su ogni particolare biografico e nozionistico, ascolta molto e in alcuni casi è insaziabile, va sempre ai concerti dando giudizi positivi o negati sulle esecuzioni. Rispetta la musica in quanto bene culturale, spesso come qualcosa che bisogna conoscere per il proprio prestigio sociale: tale atteggiamento va dalla sensazione di un serio impegno fino al volgare snobismo.

È l’uomo dell’apprezzamento, il piacere di ciò che la musica gli dà supera il piacere della musica stessa, intesa come opera d’arte che esige tutto il suo impegno. «Gli incutono rispetto la tecnica, il mezzo fine a se stesso, e in tal senso egli non è affatto lontano dall’ascolto massificato oggi diffuso. Però si atteggia a nemico della massa, a uomo d’élite». Conformista e convenzionalista è quasi sempre ostile alla nuova musica e infuria contro “questa robaccia”.


4. L’ASCOLTATORE EMOTIVO
Non vuole sapere nulla sulla musica e preferisce abbandonarsi al flusso sonoro. La musica ha una funzione liberatrice e diviene un mezzo in cui riversare le proprie emozioni o trarre emozioni di cui sente la mancanza. Ha reazioni emotive forti durante l’ascolto, ad esempio piange facilmente, ma si rifiuta di approfondire la conoscenza di ciò che sta ascoltando.

5. L’ASCOLTATORE RISENTITO
Si suddivide in due categorie: colui che ascolta solo musica preromantica disprezzando tutto il resto e il fan del Jazz. Sono esperti, ottusamente settari, vigilano sull’assoluta fedeltà esecutiva attenti che non ci si discosti dal minimo particolare alla ricerca di un ideale fine a se stesso. Il primo ama Bach e Vivaldi che ritiene immuni dalla mercificazione; il secondo polemizza contro il Jazz commerciale e la musica Leggera e non prende neppure in considerazione la musica classica o romantica.
Entrambi rimangono vincolati all’interno di un ambito molto ristretto e ignorano interi settori musicali che invece sarebbe importante conoscere.


6. CHI ASCOLTA MUSICA PER PASSATEMPO
È il gruppo più numeroso e dal punto di vista Sociologico quello di maggior importanza. Secondo Adorno: «l’ascoltatore per passatempo è l’oggetto dell’industria culturale, vuoi che questa gli si adegui, vuoi che sia lei stessa a crearlo o a metterlo in luce».
La musica per lui non è nesso significante, ogni critica o approfondimento gli è estraneo, è solo fonte di stimoli come per l’ascoltatore emotivo, ma il tutto è appiattito dal bisogno di musica intesa come comfort che aiuti a distrarsi. Ad esempio, si lascia sommergere dalla musica trasmessa dai mass-media come radio, cinema e televisione, senza ascoltare sul serio. Questo tipo di ascolto è paragonato all’atto di fumare: viene definito più dal disagio che si prova quando si spegne che dal godimento che si prova finché è accesa.


E tu, che tipo di ascoltatore sei?

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Futura di Lucio Dalla è solo una canzone


Quando parliamo di Musica, non parliamo mai solo di musica.

Parlare di Musica, lo raccontavo nella presentazione di Musicologica, è parlare di arte, di comunicazione, di evoluzione, rivoluzione, pensiero, progresso e scoperta. Una semplice canzone può essere molto più che un intreccio di musica e parole, ma in fondo tutti sappiamo o pensiamo di sapere che cos’è la canzone, almeno quella italiana. Guardando Sanremo, criticando X Factor, ascoltando Spotify o la radio, lo sappiamo: è lo specchio della nazione, un frammento nel nostro passato, la colonna sonora del suo tempo…

Sappiamo che è importante, che è Cultura, che alcune canzoni dovrebbero essere insegnate a scuola, ma in fondo “sono solo canzonette” e non le prendiamo mai troppo sul serio. Forse il Nobel vinto da Bob Dylan ha dato nuova luce alla canzone riproponendola come oggetto di comunicazione storica. Su questi concetti Jacopo Tomatis ha scritto un bel libro “Storia culturale della canzone italiana” con la consapevolezza e l’ambizione che fare una storia della canzone in Italia non significa “solo” parlare di musica, ma contribuire con un tassello importante alla storia culturale del Paese.  

Faccio un passo indietro e torno al 9 novembre 1989. Sono passati 30 anni da quel giorno… ed è impossibile parlare della storia del Muro di Berlino senza parlare del forte legame che ha avuto con la musica. La sua storia è costellata di brani musicali ispirati e dedicati a quello che, da simbolo di divisione e oppressione, è diventato simbolo di libertà.

Da “Wind of Change” degli Scorpions, la canzone simbolo della caduta del Muro e della riunificazione della Germania (dove è tuttora la canzone più venduta di sempre). A “Heroes” di David Bowie; “A Great Day for Freedom” dei Pink Floyd; “Alexanderplatz” di Franco Battiato e Milva, solo per citarne alcuni dei più famosi.

Alla lista non può mancare Bruce Springsteen che nel luglio del 1988 tenne un concerto a Berlino Est davanti a 300 mila persone. Durante la cover di Bob Dylan “Chimes of Freedom” (in italiano “Le Campane della Libertà”) fece un discorso divenuto leggendario che contribuì ad aprire le prime crepe nel Muro: «Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock ‘n’ roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute.».

Come ha sottolineato qualche anno fa l’ex presidente della Repubblica Federale Tedesca, Christian Wulff:

«Il muro non è caduto nel 1989, ma fu buttato giù!»
e anche la musica ha dato le sue picconate.

Faccio un passo ancora più indietro, nel 1979. Quando il mondo intero era diviso in due da quel Muro. Tra le tante storie che quei mattoni possono raccontare, ce n’è una che è rimasta cristallizzata per sempre in una canzone. È nata su una panchina, una delle tante davanti a quel muro. È nata dalla fantasia e dalla poesia di Lucio Dalla. È nata Futura:


La scrissi a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Checkpoint Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne scese Phil Collins, si sedette sulla panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che adoravo. Ebbi la tentazione di avvicinarmi a lui per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non potevo spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo di Futura, la storia di due amanti, uno di Berlino Est, l’altra di Berlino Ovest che immaginano di fare un figlio…


È solo una canzone. Sono solo musica e parole, ma quanta storia racconta. È una canzone di speranza nata in un luogo dove mille speranze sono state distrutte. È una canzone di guerra, di un amore nato in un momento in cui anche il destino di una giovane coppia dipendeva dalle decisioni di due superpotenze enormi ed invisibili. “Non esser così seria, rimani. I russi, i russi, gli americani. No lacrime, non fermarti fino a domani”.

È una canzone di terrore, di una generazione di padri e madri che coraggio ne hanno avuto tanto per sognare un futuro che poteva essere spazzato via da un pulsante rosso: “Ma non fermarti voglio ancora baciarti. Chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro. Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro. E sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio”.

È solo una semplice canzone, che Berlino e quel Muro non li nomina mai.
Una canzone diventata un simbolo di speranza, di futuro e di amore.

Aspettiamo che ritorni la luce
Di sentire una voce
Aspettiamo senza avere paura, domani

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Music is the new Gastronomy

music is the news gastronomy - turismo musicale

“La musica fa viaggiare senza partire” cantavano i Litfiba tanti anni fa e sappiamo quanto sia vero. Ci può portare in mondi lontani, immaginati, sognati e può anche far viaggiare nel tempo come raccontavo qui. A livello pratico e meno romantico, la musica è un’ottima compagna di viaggio, specialmente macinando chilometri in autostrada da soli o in compagnia.

Sul rapporto musica/viaggio c’è anche un punto di vista da una prospettiva completamente diversa: la musica come scopo del viaggio. Decidere di andare in vacanza in un determinato luogo spinti principalmente da un motivo legato alla musica, magari per assistere ad un concerto.

Vi è mai capitato? Oggi è un caso di studio, un fenomeno chiamato “turismo musicale” – segmento importante del più ampio turismo culturale – ancora poco analizzato sia in Italia che all’estero dove solo recentemente diversi studi di settore stanno dando informazioni importanti in termini di flussi e di economie generate a livello locale dall’offerta musicale.

A fine 2018 è stato pubblicato il primo studio sul rapporto musica e turismo promosso dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) titolato “Music is the New Gastronomy”. Analizza le strategie di vendita e promozione di molti eventi musicali internazionali e posiziona la Musica come una delle più grandi risorse turistiche su cui puntare nel prossimo futuro.

La Musica viene vista come attrattiva turistica al pari dell’Enogastronomia, tema centrale su cui si sono focalizzate in questi ultimi anni moltissime strategie di marketing territoriale. (Il testo si può scaricare gratuitamente qui)

 La Musica è una delle più grandi spinte motivazionali al turismo. Che sia ad un concerto o su disco, ascoltare musica è celebrare la ricchezza delle diverse culture che ci sono al mondo e i suoi talenti, promuove il dialogo interculturale ed incoraggia il cambiamento.

Julian Guerrero, Vice-President of Tourism, ProColombia in “Music is the new Gastronomy”

Anche in Italia si sta studiando questo nuovo tipo di domanda turistica, potenziale e prezioso volano per l’economia, che spesso non trova ancora un adeguato riconoscimento nell’offerta. Nel 2018 ha preso avvio il progetto “Note in Viaggio. Itinerari formativi esperienziali per valorizzare l’offerta musicale del Veneto” ed è stato pubblicato il “Primo Rapporto sul Turismo Musicale in Italia e in Veneto” (si può leggere qui).

L’offerta musicale del territorio italiano – in questo studio intesa limitatamente alle rassegne di musica classica e operistica – è vista come un’attrazione per i turisti. Molti territori italiani e veneti, anche quelli più decentrati rispetto ai grandi flussi del turismo, vantano eventi e attività musicali di grande richiamo, spesso inseriti in contesti di interesse storico-artistico che ne amplificano il potenziale attrattivo. Come Pesaro con il Rossini Opera Festival, Parma e Busseto con il Festival Verdi, Lucca e Torre del Lago con il Festival Puccini.

Uscendo da contesti classici, si può pensare ad esempio alla Notte della Taranta: il più grande festival d’Italia e una delle più significative manifestazioni sulla cultura popolare in Europa che attira oltre 200.000 spettatori l’anno. Come anche i grandi concerti, eventi che specialmente in estate spostano grandi masse di fan su e giù per lo stivale e non solo: in molti seguono il proprio gruppo o artista preferito in tour e si organizzano le vacanze all’estero visitando città dopo città, concerto dopo concerto.

Come i Beatles sono da sempre un’ottima scusa per una tappa a Liverpool, gli U2 per organizzare un giro in Irlanda, lo Sziget Festival per un weekend a Budapest e il Blues per un viaggio on the road da Chicago a New Orleans.

Viaggi di questo tipo in realtà non sono una novità – lo è per il marketing territoriale che vi si sta approcciando adesso – e si possono trovare molti suggerimenti nel Web (spesso scritti da fan che ci sono già stati) come proposte di agenzie turistiche. Molto originali sono “Le guide rock” edite da Arcana: delle vere e proprie guide turistiche di Londra, Berlino, Amsterdam, Madrid, Barcellona e New York pensate interamente dal punto di vista musicale.

State già pensando al prossimo viaggio?

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L’uomo ha bisogno della musica?

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La risposta è sì. E ve la argomento prendendo spunto da un libro illuminante, non di semplice lettura, ma che vi consiglio caldamente: “La mente musicale” di John A. Sloboda. Si tratta di psicologia cognitiva applicata alla musica che suona complicato e forse poco attraente, ma se dicessi che risponde a domande come: perché la musica è un’espressione così diffusa in tante culture diverse? Perché è capace di suscitare emozioni così profonde?

Il motivo più semplice per cui la maggior parte delle persone ascolta una musica è perché suscita emozioni. Può provocare gioia, rabbia, sollievo, appagamento, puro godimento estetico… Per dirla con le parole di Sloboda: la Musica ha la capacità di elevare il livello della nostra vita emotiva. Ci riesce perché:

La mente umana attribuisce ai suoni un significato per cui la Musica diventa un simbolo per qualcosa che va al di là del puro suono.

John Sloboda

Certo, la Musica non è fondamentale per la vita pratica dell’uomo: la sua assenza non causa un danno alla salute, come ad esempio accade per la mancanza di sonno. Non si tratta nemmeno di restare senza cibo o senza acqua, ma fa parte di quelle attività vitali, non per il singolo, ma per la specie. Sapete che non esistono culture senza musica?

La cultura moderna ha esagerato nell’alimentare il bisogno quasi fisico della Musica che oggi ritroviamo ovunque e dovunque, tanto che ormai il termine “inquinamento musicale” non è una novità. È agli albori, nelle culture primitive che ritroviamo l’essenza del suo valore sul piano della sopravvivenza: le canzoni, i discorsi e le poesie organizzate ritmicamente sono il mezzo di trasmissione più importante delle culture non alfabetizzate. Grazie alla Musica le persone possono esprimersi ed esprimere le loro conoscenze e tessere relazioni sociali.

Oggi la società è cambiata e abbiamo ben altri supporti mnemonici e mezzi di coesione sociale, l’evoluzione non ha aiutato a prendere consapevolezza dell’importanza della Musica razionalmente ed è diventata una presenza “naturale”. È quindi importante ricordare che i nostri istinti per la Musica sono radicati nell’infanzia dell’umanità: le forme musicali che erano disponibili tra gli uomini primitivi (tramite l’uso della voce e del corpo) esercitano un’influenza primaria inevitabile.

La musica è una risorsa umana fondamentale, che ha giocato, e probabilmente continuerà a giocare, un ruolo vitale per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’umanità.

John Sloboda

La Musica è un importante sussidio mnemonico per gli esseri umani; può servire per un’ampia gamma di esperienze trascendenti ed estetiche; essere semplice godimento o potente mezzo di coesione sociale.

Conclude Sloboda: «Con tutti i risultati che ha ottenuto, la nostra società occidentale ha comunque in sé un notevole livello di precarietà. È sin troppo facile costruire degli scenari che comprendono la distruzione dei delicati equilibri che conservano le nostre strutture sociali, così complesse.

In tali situazioni, quelli tra di noi che saranno sopravvissuti si troveranno in una società nella quale gli artefatti di quella nostra saranno in larga misura scomparsi. Ancora una volta, saranno soprattutto le risorse che saremo stati in grado di portarci con noi, nelle nostre teste, a formare la base principale dei nostri tentativi per sopravvivere. Le canzoni e le poesie diventerebbero degli strumenti vitali per la memoria collettiva e per la coesione sociale, per costruire una società nuova, e le abilità musicali diventerebbero degli strumenti di sopravvivenza».

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Che cos’è la musica?

Che cos’è la Musica? Una risposta potrebbe essere… 42!
Proprio come nel libro “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, dove l’unico modo per rispondere alla “domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto” è attraverso il surreale, il nonsense, il paradosso.

“Questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.”

Uno sberleffo di trascendenza che va oltre la domanda con ironia, l’unica possibile risposta ad una domanda che “una” risposta non la può avere.

Musicologica è un punto di partenza dopo sette milioni e mezzo di “pensieri profondi”. Amo la musica da sempre. Mi ha affascinato per il suo essere impalpabile, invisibile, eppure così presente come ossigeno nell’aria da non poterne fare a meno. Perché? Lo dovevo capire. E così dopo aver divorato dischi e riviste ho cercato la risposta nella dotta Università di Padova, prima con la laurea triennale in Discipline dell’Arte della Musica e dello Spettacolo e poi con la specialistica in Musicologia e Beni Musicali.
Alla prima lezione del primo corso è stato presentato uno dei testi d’esame: “Che cos’è la musica?” di Carl Dahlaus e Hans Heinrich Eggebrecht. Ero nel posto giusto! Il primo passo verso un mondo che racchiude infiniti universi al suo interno. Uno dei miei libri preferiti.

Che cos’è la Musica? La classica risposta è “la colonna sonora della vita” e poi ossigeno, condivisione, divertimento, svago, compagna di viaggio… Per alcuni la Musica è un lavoro, per altri un linguaggio per costruire nuovi mondi, molti invece a questa domanda non hanno mai pensato.

Una definizione in senso stretto non esiste, perché non esiste “la” musica. È un concetto che anche solo storicamente nella tradizione culturale occidentale è cambiato spesso dall’antichità ai giorni nostri. Pitagora associava la musica a rapporti numerici in cui si manifestava l’armonia dell’universo, per Sant’Agostino era una “scientia bene mondulandi” mentre all’inizio dell’età moderna la pratica musicale rimandava alla sfera delle emozioni; passando per il razionalismo del Settecento e l’irrazionalismo Romantico si arriva alla concezione moderna di linguaggio che dà forma a pensieri musicali.

“La musica non dovrebbe essere solo un idromassaggio per il corpo, uno psicogramma sonoro, un percorso mentale in suoni, ma soprattutto flusso diventato suono della ipercosciente elettricità cosmica”

Karlheinz Stockhausen

Ecco il perché di Musicologica (musica + logica) per cercare di incuriosire, porre le giuste domande e andare alla scoperta della Musica nella sua essenza. Parlare di musica è parlare della società di oggi, del suo rapporto imprescindibile con il pubblico e della loro evoluzione nella storia. Parlare di Musica è parlare di arte, di comunicazione, di evoluzione, rivoluzione, pensiero, progresso. È un mondo che va scoperto cercando con curiosità di ascoltare, osservare, imparare: audio, video, disco.

“Parlare di musica è come ballare di architettura” diceva Frank Zappa.
E allora si dia inizio alle danze!