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Che cos’è la Sociologia della Musica?

La relazione tra musica e società è centrale nell’esperienza dell’uomo ed è stata oggetto d’indagine sin dalle origini della riflessione teorica su questa specifica forma espressiva. La dimensione sociale è ravvisabile a più livelli: dall’esecuzione in pubblico di un brano, visto come momento di coesione tra gli spettatori, alle influenze storiche e sociali che gravano su un’opera in misura diversa relativamente al proprio periodo storico.

Nel corso degli ultimi cento anni ci si è rivolti con sempre maggiore attenzione agli aspetti contestuali del fatto musicale, tanto che oggi lo studio della storia musicale, unito dal punto di vista delle scienze sociali è diventato un fatto acquisito. Alcuni importanti settori della musicologia tendono a sviluppare l’interdisciplinarietà intensificando il legame con altre discipline di studio quali, ad esempio, l’antropologia, la psicologia, la sociologia e la musicoterapia.

La Sociologia della Musica è una disciplina che, a differenza della critica e dell’analisi musicale concentrate sull’osservazione dell’oggetto in sé, tende a focalizzare il suo interesse su problemi legati alla distribuzione, alla divulgazione e alla fruizione:

I sociologi analizzano la “costruzione sociale” delle idee e dei valori estetici, piuttosto che la qualità “intrinseca” degli oggetti artistici.

Marcello Sorce Keller (dal libro: “Musica e sociologia” Milano, Casa Ricordi, 1996, p. 7).

Nell’ambito degli studi socio-musicali ci si occupa di quelle forme e generi musicali che hanno un concreto e forte impatto nella vita sociale attraverso analisi interne ai casi e ai contesti che vi corrispondono. Nell’ambito degli studi contemporanei è il sociologo della musica a studiare i fenomeni legati alla cultura di massa e, in particolare, la popular music: un genere di produzione musicale legato a logiche di produzione e fruizione massificate.

Rispetto all’evoluzione storica e sociale dei rapporti fra mecenati, committenti, impresari, producer, artisti, pubblico e fruitori, interessanti sono i contributi della Sociologia della Musica in riferimento alla differenziazione delle figure del musicista “professionista” e “dilettante”: dal musico che prestava servizio presso le Corti piuttosto che per la Chiesa, fino alla contemporaneità che vede il musicista legato alle logiche del mercato musicale di massa.

Nella modernità si sono imposte nuove situazioni che la Sociologia non manca di analizzare: il nuovo grande pubblico creato dai mass media, totalmente differente a quello che nell’Ottocento era solito riunirsi nelle sale da concerto; la questione del riconoscimento del diritto d’autore e l’istituzione del copyright che iniziarono ad affermarsi a seguito della Rivoluzione Francese e Americana, come attestazione della tutela della proprietà intellettuale di un individuo.

Il contributo dato da Theodor W. Adorno nei riguardi di queste tematiche è fondamentale. Adorno considera la società a lui contemporanea come conseguenza del mito illuministico del progresso, che ha finito per subordinare gli individui ad un processo di massificazione alienante. Motore di questo processo è quella che lui chiama “industria culturale”: un complesso tecnologico-industriale che con i mezzi di comunicazione rende possibile la produzione, la riproduzione e la distribuzione dei prodotti artistici . Secondo Adorno perciò gli strumenti di riproduzione delle opere d’arte, e quindi anche della musica, avviliscono l’arte reificandola e distorcendone il significato.

Questa visione totalmente negativa della condizione della musica nella nostra società moderna non viene però condivisa, ad esempio, da Walter Wiora, che parla di un’attuale “quarta età della musica”, cioè  quella che «unisce l’eredità di tutte le culture precedenti in una specie di museo universale, creando una vita concertistica internazionale, così come internazionali sono gli sviluppi della tecnica, della ricerca, della composizione ecc…, che si manifestano di fronte ad un pubblico anch’esso mondiale».

Appare evidente come la Sociologia della Musica non sia da considerarsi una disciplina in senso stretto, quanto piuttosto un campo di studio. Si parla a questo proposito di:

Natura duale della sociologia musicale: ricerca empirica da un lato, riflessione filosofica dall’altro.

Marcello Sorce Keller
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Sono davvero necessarie tutte queste dirette?

Un titolo provocatorio per un articolo diverso dal solito, un momento di riflessione sul particolare momento che stiamo vivendo. In piena emergenza Coronavirus e chiusi in casa dalla quarantena, il mondo si è reso conto delle possibilità che offre il web. E i social network vengono vissuti e utilizzati in modo differente: non più come passatempo invasivo alle normali forme di socializzazione umana, ma come dei mezzi per riuscire a mantenere rapporti sociali anche se “virtuali”.

Le piattaforme virtuali di condivisione globale annientano i rischi di contagio e ci fanno sentire meno soli in questo particolare periodo di isolamento. Ecco il proliferare di film e serie tv in streaming, tour virtuali e centinaia di migliaia di concerti in diretta. Uno degli antidoti al malumore e allo sconforto di questi giorni è ascoltare musica. Il potere terapeutico delle note è attestato da innumerevoli studi e ve ne ho parlato in un precedente articolo: Perché ascoltare la musica ci fa stare bene?

La musica è un momento di svago, evasione, compagnia, ma ha anche il potere di promuovere la salute e il benessere fisico e psicologico. Ecco che i social network come Instagram e Facebook sono diventati dei nuovi palchi virtuali dove si esibiscono sia semplici appassionati, sia i grandi artisti. Concerti casalinghi che danno la possibilità di godere della musica dal vivo direttamente dal divano di casa, in tutta sicurezza.

La parola d’ordine in questo momento è streaming.

Questa nuova modalità di fare e di fruire musica sta tenendo compagnia a tutti gli amanti della musica, vecchi e nuovi, che hanno più tempo a disposizione per ascoltare qualche diretta. Aumenta anche la curiosità di ascoltare qualche artista che in tempi di vita “normali” non avrebbero avuto voglia o tempo di seguire ad un concerto.

Lo streaming quindi è un alleato del nostro tempo? E la musica che ruolo ha in tutto questo?

Quando potranno durare questi concerti in streaming per non diventare poi un surrogato della normale performance dal vivo? O possono invece diventare un alleato per il futuro? Magari immaginando nuovi modi di fare musica sfruttando l’enorme potenzialità che questi palchi virtuali offrono: dal un lato raggiungere un pubblico virtualmente infinito e dall’altro poter assistere comodamente da casa a concerti eseguiti dall’altra parte del mondo.

Dei grandi momenti rivoluzionari per la storia della musica sono stati l’invenzione della radio, del fonografo e poi della musica liquida, che hanno cambiato per sempre il modo di concepire l’ascolto musicale. C’è chi dice abbiano lentamente ucciso la voglia di musica, chi invece al contrario che l’abbiano moltiplicata.

C’è il rischio di una disaffezione al concerto dal vivo e il rischio che la musica venga percepita ancor di più come un sottofondo sonoro gratuito, o invece si è amplificata la curiosità e la voglia di andare ai concerti?

Si è forse riusciti a sensibilizzare il pubblico sull’importanza che la musica, le arti e la cultura in generale hanno nelle nostre vite?

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La musica come affermazione della propria identità

In ogni epoca il fare musica può essere considerato come un collante di gruppo: nei campi di cotone, nelle risaie, nelle marce degli alpini, a Woodstock, ai concerti dei Beatles, nei rave: la musica è il collante di un’identità.

Ascoltare, ballare o suonare un certo tipo di musica è un modo per affermare la propria identità e sentirsi parte di una collettività come può essere la scelta di quali abiti indossare, che mezzo di trasporto usare o quali letture fare.

La Sociologia della Musica ha studiato come l’esperienza musicale svolga un ruolo importante nella formazione e nell’affermazione di identità individuali e collettive. Nel corso della nostra esistenza sviluppiamo un senso di appartenenza ad un determinato luogo, nazione, religione, parte politica, gruppo d’età, classe sociale… Sono forme di identità che la musica, attività sociale per eccellenza, aiuta a determinare, e alle volte anche ostentare, caricandole di un valore simbolico profondo ed efficace.

Il musicologo e sociologo Marcello Sorce Keller afferma che: «L’attività del far musica, i nostri gusti nel produrla, nell’ascoltarla, le nostre scelte di partecipare con altri ai riti a cui essa dà sostanza, costituiscono un ulteriore modo di chiarire a noi stessi e a chi ci osserva chi siamo (o perlomeno chi pensiamo di essere o desideriamo essere), con chi ci identifichiamo e con chi invece non desideriamo confonderci».

La musica, il far musica pertanto, è un’attività che, al tempo stesso, ci accomuna a qualcuno e ci separa da qualcun altro, sempre e ovunque.

Marcello Sorce Keller

Per trovare degli esempi non occorre andare molto lontano nel tempo, se ne possono ritrovare facilmente molti nel corso della storia del Novecento. Negli anni Cinquanta il Rock’n’Roll fu il primo caso in cui un genere musicale venne usato da un’intera generazione di ragazzi quasi come una bandiera e un mezzo per dare voce alla rottura con i valori della società dei loro padri.

Il Rock’n’Roll dall’America si diffuse poi in tutta Europa e formò una sottocultura giovanile che scelse a simbolo della propria identità quella particolare musica, anche se proveniva da un altro continente. Questo è un esempio di come si possa formare un “sound group” di persone che sceglie di adottare una certa musica come stile di vita per i valori che in essa vede rappresentati. Così accade oggi con generi musicali come la Trap, l’Indie Rock, il K-Pop e molti altri che fanno presa sulle giovani generazioni, ma che non catturano tutti coloro che a quegli ambiti appartengono.

La musica Classica europea, per secoli dominata dalla Chiesa e privilegio delle corti aristocratiche, nell’Ottocento è diventata un rito sociale appartenente alla borghesia. Le canzoni di una patria lontana invece mantengono vivi il sentimento di appartenenza degli emigrati; gli inni nazionali, le marce militari, le canzoni di protesta e i canti religiosi sono altri facili esempi. Mantenendo sempre validi altri generi musicali ormai classici e le loro relative differenti identità come Jazz, Blues, Pop, Rock, Punk, Metal. Ognuno nel tempo ha creato determinate sottoculture portatrici di specifici valori i cui fan, ieri come oggi, si sentono accomunati.

La propria identità sociale non è però fissa e univoca, si può far parte contemporaneamente di diversi gruppi sociali all’interno dei quali ci sono diversi gusti e generi musicali; poi si cresce e anche l’età e l’evoluzione personale contribuiscono alle scelte musicali. Insomma, quasi nessuno ama solo e per sempre un unico genere musicale.


Per un approfondimento:
Marcello Sorce Keller «Musica come rappresentazione e affermazione di identità». In: Tullia Magrini (a cura di), Universi sonori: Introduzione all’etnomusicologia, Torino, Einaudi.

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Voyager Golden Record: la playlist che viaggia nello spazio

A miliardi di chilometri di distanza dalla Terra una speciale playslist si sta dirigendo verso nuovi ascoltatori.  Se una civiltà aliena incontrasse i veicoli spaziali Voyager 1 o Voyager 2 troverebbe al loro interno il Voyager Golden Record, un disco contenente – tra altre cose – la musica di Bach, Mozart, Beethoven, il gamelan indonesiano, i canti Navajo, “Johnny B. Goode” e molto altro…

La storia del Voyager Golden Record inizia il 20 agosto e il 5 settembre 1977 quando da Cape Canaveral furono lanciate due sonde spaziali per fotografare da vicino i pianeti esterni del nostro sistema solare (Giove, Saturno, Urano e Nettuno) e destinate in seguito a uscire dalla zona d’influenza del Sole e continuare il loro viaggio, forse per sempre. Ad oggi sono i primi oggetti costruiti dall’uomo ad aver superato i confini del nostro sistema solare ed essere entrati nello spazio interstellare.

Un progetto degli Stati Uniti d’America capitanato da Carl Sagan (divulgatore scientifico, scrittore di fantascienza e tra i più famosi astronomi, astrofisici, astrobiologi ed astrochimici del Novecento) a cui la Nasa affidò l’incarico di ideare un messaggio da consegnare ad una ipotetica civiltà aliena. Una specie di biglietto da visita che potesse raccontare l’Umanità e la vita sulla Terra.

Carl Sagan progettò il “Voyager Golder Record” un disco in rame placcato oro del diametro di 30 centimetri. Su un lato del disco sono disegnate in forma schematica le indicazioni sul contenuto e le istruzioni per estrarne le informazioni, da leggersi con l’apposita puntina che si può trovare a bordo della sonda. Sulla superficie è stata anche incisa questa frase:

“To the makers of music – all worlds, all times”

Il disco contiene 115 immagini che mostrano le più significative esperienze di vita umane e descrivono il nostro Pianeta e il Sistema Solare, tra cui la spirale del DNA, disegni anatomici, la foto di una donna al supermercato, una mamma che allatta, una famiglia che mangia… le potete vedere al sito ufficiale della Nasa cliccando qui. La sezione audio contiene invece una collezione di suoni naturali, come il rumore del vento, dei tuoni o i versi di alcuni animali; i saluti in 55 lingue diverse (l’italiano parte al minuto 1 e 54 secondi e dice “tanti auguri e saluti”); un messaggio del presidente Carter e del segretario generale delle Nazioni Unite dell’epoca, Kurt Waldheim e poi… 90 minuti di musica.

Questo è un regalo di un piccolo e distante pianeta, un frammento dei nostri suoni, della nostra scienza, delle nostre immagini, della nostra musica, dei nostri pensieri e sentimenti. Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, così da poter vivere fino ai vostri.

Jimmy Carter, Presidente degli Stati Uniti d’America

La selezione musicale è alquanto bizzarra e curiosa: contiene una ideale rappresentazione di tutte le musiche del mondo. Vi riporto la lista dei 27 brani:

  1. Bach – Primo movimento, Concerto brandeburghese n. 2 in Fa
  2. “Puspawarna” (“Tipi di fiori”), gamelan dell’isola di Giava
  3. Percussioni senegalesi
  4. Canzone dell’iniziazione delle donne pigmee
  5. “Morning Star” e “Devil Bird”, canzoni degli aborigeni australiani
  6. Lorenzo Barcelata e i Mariachi Messicani – “El Cascabel” 
  7. Chuck Berry – “Johnny B. Goode”
  8. Canzone della casa dell’uomo, canto della Nuova Guinera
  9. Goro Yamaguchi – “Tsuru No Sugomori” (Giappone)
  10. Bach – “Gavotte en rondeaux” dalla Partita n. 3 in Mi maggiore per violino
  11. Mozart – Aria della Regina della Notte, da “Il flauto magico”
  12. “Tchakrulo,” coro dalla Georgia
  13. Daniel Alomìa Robles – “Condor Pasa”
  14. Louis Armstrong and his Hot Seven – “Melancholy Blues”
  15. “Mugam”, cornamusa dall’Azerbaigian
  16. Stravinsky – Danza sacrificale da “La sagra della Primavera”
  17. Bach – Preludio e fuga n. 1 in Do maggiore da “Il clavicembalo ben temperato, libro II”
  18. Beethoven – Sinfonia n. 5, Primo movimento Allegro con brio
  19. Valya Balkanska – “Izlel je Delyo Hagdutin” (Bulgaria)
  20. Canto notturno degli Indiani Navajo
  21. Holborne – “The Fairie Round” da Pavans, Galliards, Almains and Other Short Airs
  22. Musica dalle Isole Salomone
  23. Canto matrimoniale dal Perù
  24. Bo Ya – Liu Shui (“Flowing Streams”), Cina
  25. “Jaat Kahan Ho”, raga indiano
  26. Blind Willie Johnson – “Dark was the night, cold was the ground”
  27. Beethoven – Cavatina dal Quartetto n. 13 op. 130 in Si bemolle

Delle scelte che inevitabilmente hanno fatto discutere, ad esempio non è presente nessun compositore italiano. I contenuti del Voyager Golder Record sono stati facilmente criticati per dare messaggi confusi: i 55 saluti ascoltati così uno dopo l’altro posso dare l’idea di qualcosa di ingarbugliato (per alcuni potrebbe quasi sembrare una lite tra diverse persone), come quelle 115 immagini più disparate unite ai suoni della natura e ai versi degli animali.

Ciò che stupisce è la grande e vasta presenza della musica. Immagino il fortunato alieno di una galassia lontanissima alle prese con questo strano aggeggio: di sicuro penserebbe che la musica (o quantomeno quei 90 minuti di armoniose frequenze) abbia una grande importanza per questa lontana civiltà. E infatti non è forse così? Tra l’altro hanno scelto di inviare il nostro messaggio proprio su un disco!

La navicella potrà essere trovata e la registrazione visualizzata solo se esistono civiltà avanzate che viaggiano nello spazio interstellare. Ma il lancio di questa bottiglia nell’oceano cosmico è un messaggio di grande speranza circa la vita su questo pianeta.

Carl Sagan

È un messaggio forte, che nel bene o nel male, fa riflettere. Anche se dobbiamo inevitabilmente mettere in conto che il nostro alieno potrebbe non riuscire a decifrare il messaggio, oppure potrebbe non possedere il senso dell’udito o le onde sonore potrebbero non espandersi nella sua atmosfera. E anche se riuscisse ad ascoltarci, che idea potrebbe farsi di tutta questa diversa vastità sonora, musicale?

Qui non si tratta di scegliere i 10 dischi preferiti da potare su un’isola deserta, voi che playlist avreste fatto per il Voyager Golden Record?

Qui il contenuto audio del “Voyager Golden Record”.
Al minuto 21:44 inizia la sezione musicale



In occasione del 40esimo anniversario del lancio è stata pubblicata un’edizione speciale del Voyager Golden Record in 3 vinili e un libro dove viene presentata la sua storia. Lo potete acquistare cliccando qui.

Sul sito ufficiale della Nasa https://voyager.jpl.nasa.gov/ potete trovare tutte le informazioni sul viaggio delle due sonde spaziali Voyager, la descrizione dettagliata dei contenuti del Voyager Golden Record e la storia della sua realizzazione.

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Pitagora: la musica, la matematica e l’Armonia delle Sfere

Pitagora lo conosciamo tutti. È uno di quei personaggi importanti che si studiano a scuola e per un motivo o per l’altro non si scordano più. È stato un pensatore, matematico, filosofo vissuto nel VI secolo a. C., nato a Samo venne in Italia e fondò la sua scuola a Crotone. Lo ricordiamo soprattutto per il suo famosissimo teorema, rispolveriamo la memoria: in ogni triangolo rettangolo l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti.

Quello che forse viene poco raccontato è quanto le scoperte di Pitagora siano state fondamentali anche in campo musicale. La filosofia pitagorica concepì la musica come elemento che, assieme alla matematica, coinvolge tutto l’Universo. Il concetto di Musica come scienza della ragione e come qualcosa di immutabile è una scoperta da cui prenderà vita, nei secoli successivi, quella che chiamiamo la civiltà musicale occidentale.

Narra la leggenda che tutto cominciò circa 2.500 anni fa nella bottega di un fabbro. Si racconta che Pitagora, durante le sue passeggiate, vi passasse spesso accanto; un giorno prestò particolare attenzione ai diversi suoni squillanti prodotti dai martelli sulle incudini e si domandò come mai alcuni fossero così piacevoli, armoniosi, se accostati tra di loro. Entrò e capì che responsabili dei diversi suoni prodotti erano i diversi pesi dei martelli.

immagine da: Gaffurio “Theorica Musicae” 1492

Pitagora ripeté l’esperimento su un monocordo, strumento composto da una sola corda tesa sopra una cassa di risonanza. Pizzicando la corda si ottiene un determinato suono, Pitagora scoprì che dimezzando corda e pizzicandone la parte dimezzata si ottiene un altro suono che ben si lega con il primo: è lo stesso suono, ma di un’altezza diversa. Pitagora ha scoperto così che con un rapporto di numeri, in questo caso 2:1, si può descrivere un rapporto armonico musicale che oggi chiamiamo intervallo di ottava (è la distanza, ad esempio, tra un Do e il Do successivo).

Pitagora è andato oltre: ha diviso la corda in 3 parti e ha scoperto un altro suono armonico molto importante, l’intervallo di quinta, che è in rapporto di 3:2 (es. distanza tra Do e Sol). Dividendo ancora la corda 4 parti e pizzicandola in un rapporto di 4:3 otteniamo un intervallo di quarta (ad esempio tra Do e Fa)

Utopia Razionale: Pitagora e Mondrian, conferenza tenuta all ...

Pitagora quindi scoprì che i primi quattro numeri interi (1, 2, 3, 4) creano tra di loro rapporti fondamentali e interessanti, trovò le forme universali della consonanza: 2:1 (ottava); 3:2 (quinta); 4:3 (quarta). Oggi sappiamo che questi rapporti tra le note corrispondono alle frequenze, a quell’epoca non si poteva sapere.  Pitagora scoprì i suoni della scala diatonica e molti degli intervalli che ancora oggi governano le regole dell’acustica musicale occidentale.

Inoltre, se sommiamo proprio questi primi quattro numeri (1 + 2 + 3 + 4) otteniamo come risultato 10, il numero “magico” dei Pitagorici che si può rendere graficamente con un oggetto matematico chiamato Tetraktys.

Un oggetto incredibilmente semplice e altrettanto incredibile, venerato dai Pitagorici. Perfetta ed esemplare riduzione del numerico allo spaziale e dell’aritmetico al geometrico. La Tetraktys simboleggiava la perfezione del numero e degli elementi che lo comprendono, era il paradigma numerico della totalità dell’Universo.


L’armonia delle sfere

Profondamente colpito da questo legame tra musica e numeri, Pitagora trasse la conclusione che “il numero è sostanza di tutte le cose” e che quindi tutto fosse misurabile e si potesse descrivere in maniera razionale con numeri interi.

Si poteva così spiegare il moto degli astri, il succedersi delle stagioni, i cicli delle vegetazioni e le armonie musicali. La grande importanza dei Pitagorici è che per primi hanno ricondotto la natura all’ordine misurabile e hanno riconosciuto in quest’ordine ciò che dà al mondo la sua unità, la sua armonia e quindi anche la sua bellezza.

I Pitagorici, scrive Aristotele, vedendo che molte delle proprietà dei numeri appartengono ai corpi sensibili, stabilirono che gli esseri sono numeri, non numeri separati, ma quelli di cui consistono. E perché? Perché le proprietà che appartengono ai numeri risiedono nell’armonia, nel cielo e in molte altre cose.

(Met., XIV, 3, 1090 a 21 sgg.)

Pitagora e i suoi seguaci teorizzarono l’idea di un Universo governato da proporzioni numeriche armoniose che determinavano il movimento dei corpi celesti e le distanze tra i pianeti corrispondevano ai rapporti numerici degli intervalli musicali.

La rotazione dei pianeti nello spazio venne associata ad una sinfonia musicale chiamata “Armonia delle Sfere”: una musica celestiale, bellissima, che le nostre orecchie non riescono più a percepire perché da sempre abituate a sentirla. Un po’ come quando si sta a lungo accanto ad un fiume e ci si abitua al fragore delle acque.

Tutto quanto si svolge nel cielo e sulla terra è sottomesso a leggi musicali.

Cassiodoro (VI sec.)

Di origine pitagorica sono anche le tradizionali associazioni delle sfere planetarie alle sette corde della lira e dei sette pianeti ai sette suoni formati da due tetracordi (due scale composte da 4 suoni) che si uniscono tra loro e coincidono in una nota comune, in origine la corda centrale sulla quale si regolava l’accordatura. A questa nota centrale i pitagorici identificarono Apollo, il dio dell’armonia cosmica, e il Sole al quale, data la sua posizione mediana nell’ordine che si dava all’epoca alle sfere celesti, si attribuiva un’azione di vincolo e di coesione tra i restanti pianeti.

Le proporzioni dell’universo armonicamente riferite al monocordo in un’opera di Robert Fludd (1574-1637)

La rappresentazione pitagorica dell’universo come armonia ebbe molto successo nell’antichità, ne parlarono Platone, Aristotele, Claudio Tolomeo, Cicerone. Fino ad arrivare a Boezio (sec. V-VI d.C.) e alla sua famosa tripartizione della musica:
musica mundana (armonia delle sfere, macrocosmo);
musica humana (armonia interiore, musica dell’anima, microcosmo);
musica instrumentalis (musica strumentale, nel senso che noi comprendiamo oggi). 

A Boezio si deve anche la codificazione delle Arti Liberali che nel Medioevo costituivano i due gradi dell’insegnamento, l’uno letterario (Trivium) e l’altro scientifico (Quadrivium), e ovviamente la Musica era tra le materie fondamentali della sfera scientifica:
Trivium: grammatica, retorica, dialettica;
Quadrivium: aritmetica, geometria, musica, astronomia.

Anche Dante ne parlò esplicitamente in diversi punti della “Divina Commedia” e nel “Convivio” dove, ribadita l’intima corrispondenza tra i primi sette cieli e le dottrine del Trivium e del Quadrivium, alla Musica è assegnato il cielo di Marte. Per il Sommo Poeta è la relazione più bella dei cieli: essendo complessivamente nove, alla Musica è assegnato il quinto posto, quello più importante e centrale.

E queste due propietadi sono nella Musica: la quale è tutta relativa, sì come si vede nelle parole armonizzate e nelli canti, de’ quali tanto più dolce armonia resulta quanto più la relazione è bella: la quale in essa scienza massimamente è bella, perché massimamente in essa s’intende. Ancora: la Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, sì che quasi cessano da ogni operazione: sì e l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile che riceve lo suono.

Dante, Convivio (tratt. 2.13)
Dante Alighieri e Beatrice contemplano l’Empireo, da un’illustrazione di Gustave Doré.
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La musica sventola Bandiera Gialla

La musica è in quarantena. Stiamo vivendo questo marzo 2020 che passerà alla storia come uno dei periodi più oscuri per la musica e lo spettacolo: tutto chiuso, rinviato a data da destinarsi.

La musica sventola bandiera gialla, come accadeva nei secoli scorsi al tempo del colera: se in un’imbarcazione c’erano dei malati in quarantena si issava una bandiera gialla per dichiarare lo stato di emergenza. Alla larga: appestati a bordo!

Negli anni ’60 pensare al vascello Musica che sventola bandiera gialla non era un paragone così triste come oggi e ha dato lo spunto creativo ad un programma rivoluzionario per giovani che ascoltavano musica da “appestati”. A due grandi nomi della televisione italiana venne un’idea geniale: una trasmissione radiofonica interamente dedicata ai generi musicali di tendenza per le nuove generazioni, all’epoca vietati dalla RAI e dalle trasmissioni nazionali. Erano Gianni Boncompagni e Renzo Arbore, il programma andò in onda per la prima volta il 16 ottobre 1965 su Rai Radio 2, si chiamava “Bandiera Gialla” e iniziò con questo annuncio:

“A tutti i maggiori degli anni 18, a tutti i maggiori degli anni 18, questo programma è rigorosamente riservato ai giovanissimi, ripeto, ai giovanissimi, tutti gli altri sono pregati quindi di spegnere la radio o sintonizzarsi su altra stazione…”.

E poi si alzò il volume del primo brano andato in onda: “T-Bird” di Rocky Roberts. È stato un successo immediato. Uno spazio per “malati di musica” non adatto agli adulti. Una rivoluzione culturale. Ogni settimana venivano proposte 12 novità musicali straniere, soprattutto inglesi ed americane, ma anche nuovi artisti italiani che stavano iniziando a spopolare, era il fenomeno “beat”. Le canzoni venivano votate dal pubblico di ragazzi, presenti e protagonisti alla diretta in studio, e il vincitore era proclamato “disco giallo”.

Rocky Roberts – “T-Bird” (video del 1974)


«Fino al 1965, anno in cui l’Italia riceve il boom che c’era già stato altrove, i giovani semplicemente non esistevano – spiega in questa intervista Roberto D’Agostino che in Bandiera Gialla ha esordito come disk jockey – Impensabile che avessero propri gusti, per giunta in ambito musicale. C’era il bimbo che, ascoltando le canzonette in compagnia dei genitori, aspettava di crescere imitando la madre o il padre. Negli indici di gradimento d’ascolto Rai, lo ricorda Arbore, i diciottenni non erano contemplati. Il loro parere non interessava a nessuno».

Solo in un anno i dischi trasmessi furono 672. “Bandiera Gialla” fu un fenomeno culturale e di costume: i ragazzi per la prima volta si sentivano protagonisti, considerati e non più esclusi dalle normali programmazioni: stava nascendo una nuova categoria sociale. Un programma che ha rivoluzionato anche la produzione e il mercato discografico: era un potente canale di promozione e favorì la pubblicazione e la distribuzione di queste musiche anche in Italia contribuendo ad un aumento di vendite dell’80%.

Oggi come allora, siamo noi Bandiera Gialla!

Gianni Pettenati – “Bandiera Gialla” (1967)
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La musica non fa valentuomini, ma buffoni

Se vi dicessi che il Ministro dell’Istruzione ha dichiarato che la musica non va insegnata a scuola perché «non fa valentuomini, ma buffoni» mi credereste?

È tutto vero. Siamo nel 1865 e Francesco De Sanctis, Ministro dell’Istruzione nel 1861, consigliò al suo successore Giuseppe Natoli dalle colonne del giornale “L’Italia” di non insegnare alcune materie ritenute superflue e ne elencava alcune tra cui il Francese, la ginnastica e “il ballo” ad indicare con spregio la Musica.

Tutta questa roba, non bisogna, non si può digerire, non fa valentuomini, ma buffoni. Quello che i giovanetti debbono saper bene è la loro lingua, scriverla correttamente, esprimere i loro pensieri con ordine e semplicità; poi saper la storia e la geografia, l’aritmetica, la geometria e principi di algebra. […] Il neces­sario per i giovanetti non sono le cognizioni, ma l’acquistar l’abito di ragionare giusto, di fermarsi su le cose, di considerarle per ogni verso. Acquistato quest’abito, acquistato il giudizio, si vola poi sopra tutto il sapere, si comprende facilmente, si legano insieme le cognizioni che si vengono acquistando.

Il testo fu ripubblicato nel libro di Francesco De Sanctis “L’istruzione media. Omaggio alla casa editrice Laterza nel X Congresso della Federazione Nazionale fra gl’insegnanti delle Scuole Medie” (Laterza, 1919). Per De Sanctis, gli alunni non devono acquisire «le cognizioni, ma l’acquistar l’abito di ragionare giusto»: la musica e le discipline artistiche in generale, secondo il letterato, non si confanno a tale scopo. O meglio, leggendo per intero l’articolo, il senso del discorso di De Sanctis era che per voler insegnare troppo, si rischia di finire per non insegnare nulla.

Sono passati 155 anni, alcune materie si sono attivate, ma certi pregiudizi non sono molto cambiati. Fare il musicista non viene considerato come un mestiere, ma un hobby, un passatempo, un capriccio, una sorta di moderno giullare alla mercé delle corti televisive. La Musica non è arte: è un sottofondo sonoro delle nostre giornate, la colonna sonora di viaggi in auto, qualcosa da canticchiare sotto la doccia.

In realtà lo sappiamo che la Musica è importante, che è Cultura, che alcune canzoni dovrebbero addirittura essere insegnate a scuola, ma in fondo “sono solo canzonette” e non le prendiamo mai troppo sul serio. Forse la colpa è di alcuni buffoni che riempiono le pagine dei giornali e dei programmi televisivi che si nutrono di scandali e gossip, aumenta lo share e aumenta il fatturato.

Dovrebbe cambiare il modo di approcciarsi alla Musica cercando di capirla per il suo valore: da un ascolto passivo passare ad un ascolto attivo. Il significato della Musica non sta solo negli oggetti musicali, ma in ciò che la gente fa con la musica: come la sia ascolta, come la si suona e perché. Studiare la Musica non è solo studiare la storia delle opere e dei grandi nomi: è la storia degli uomini che hanno fatto, ascoltato e parlato di musica.

Parlare di musica è parlare della società di ieri e di oggi. Parlare di Musica è parlare di storia, di arte, di comunicazione, di evoluzione, rivoluzione, pensiero, progresso e scoperta. Ma anche di matematica, geometria, scienza, filosofia, psicologica, medicina… Ci si potrebbe basare un intero programma scolastico!

È un mondo che va scoperto cercando con curiosità di
ascoltare (audio)
osservare (video)
imparare (disco).

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Perché hanno inventato Sanremo?

Non c’è bisogno di presentazioni “Perché Sanremo è Sanremo” recitava un vecchio jingle pubblicitario. È “il” festival per eccellenza, il momento in cui gli italiani da esperti di politica e allenatori di calcio diventano critici musicali. Durante la settimana di Sanremo tutto ruota intorno a Sanremo: polemiche, provocazioni, vallette, abiti e la musica è quasi un sottofondo. Tutto nella norma, perché scandalizzarsi ogni anno?

Sanremo è “lo specchio della nazione” ed è spesso oggetto di studio non tanto come fenomeno musicale, ma come fenomeno di costume e “specchio” di qualcos’altro. Raccontando i suoi 70 anni di vita si potrebbe raccontare l’Italia perché Sanremo è l’emblema della società italiana; la storia della Musica non è solo la storia delle opere, delle canzoni e dei grandi nomi: è la storia delle persone che hanno fatto, ascoltato e parlato di Musica.


Perché Sanremo è Sanremo?

Lo spiega molto bene Jacopo Tomatis nel suo libro “Storia culturale della canzone italiana” in cui racconta:

La canzone italiana così come la conosciamo – la sua “invenzione” – avviene nel corso di processi culturali più complessi, di cui Sanremo rappresenta uno dei più significativi snodi simbolici e dei quali la Rai e l’editoria musicale sono i principali attori.

Spesso si dimentica il sottotitolo del Festivàl e molte polemiche sono legate all’esclusione di determinati generi e alla “classicità” delle canzoni in gara, ma Sanremo è il festival della canzone italiana, anzi ha avuto un ruolo determinante nella costruzione dell’idea di canzone italiana che ci è familiare oggi.


Il primo articolo che il Radiocorriere ha dedicato a Sanremo nel 1951 alle porte della prima edizione lo descriveva proprio come un’iniziativa volta a valorizzare la canzone italiana «il cui intento principale è quello di promuovere un elevamento nel campo della musica leggera italiana, compatibilmente con i presupposti “popolari” propri del genere in se stesso. (…) Con una serie di iniziative, la Rai cerca appunto di promuovere la rinascita di uno spirito veramente attivo nella canzone italiana e l’acquisizione di una individualità spiccata, indirizzando in tal senso gli autori e gli editori musicali».

Il senso della manifestazione, come è noto, è quello di valorizzare ed elevare qualitativamente le espressioni della musica leggera del nostro paese.

Nunzio Filogamo, presentazione della seconda edizione del Festival di Sanremo, 1952

Quando nacque l’idea del Festival, Sanremo era mal ridotta: il teatro comunale era stato distrutto dalle bombe e c’era la voglia di tornare un’importante meta turistica iniziando con l’incrementare le visite nella stagione invernale. Siamo nel momento della ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale, il momento in cui il popolo doveva ritrovare gli ideali e il senso di patria che si era smarrito: aveva bisogno di una canzone che esprimesse tutto questo.

In quegli anni esisteva solo la radio, era la protagonista, e le canzoni diffuse divennero il simbolo della nostra società. Un senso di italianità che fonda le radici nei canti napoletani, nelle romanze ed è legata a filo doppio al “bel canto” della tradizione lirica.


Siamo riusciti a creare il tifo per la canzone

A riprova di come Sanremo nasca in un contesto di ripensamento generale delle politiche culturali della Rai, Jacopo Tomatis trova molti riferimenti in articoli di giornale e nelle rubriche radiofoniche dell’epoca in cui si parla molto spesso della volontà di valorizzare la musica leggera andando a recuperarne i suoi caratteri originari. Tutti indizi che suggeriscono come «il Festival nasca nel quadro di un progetto ben orchestrato da parte della Rai».

La nascita e il successo di una manifestazione come questa era un modo per la Rai di soddisfare la propria domanda di canzoni e rinforzare il controllo non solo sull’offerta, ma anche nei contenuti e nello stile.

La Rai era la maggior committente di musica leggera in Italia e per questo motivo il principale interlocutore dell’editoria musicale. Prima della Guerra l’Eiar (l’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) non aveva un numero di adeguato di canzoni per la messa in onda e nel 1956 il problema era l’opposto: in Italia la produzione di canzoni era troppo abbondante, il successo di Sanremo aveva reso necessaria l’attivazione di concorsi per la selezione dei brani.

Il direttore del Casinò di Sanremo, Pier Bussetti, su domanda di Mario De Luigi nel 1953 sul successo delle prime edizioni commenterà alla stampa: «Siamo riusciti a creare il tifo per la canzone».

Grazie alla crescente domanda del pubblico nasceranno nuovi festival e concorsi; la stampa popolare inizierà ad occuparsi dei nuovi divi della musica leggera e “Sorrisi e canzoni” (al tempo “Sorrisi e canzoni d’Italia”) nel 1952 si aggiudica l’esclusiva sulla pubblicazione dei testi delle canzoni di Sanremo e insieme ad articoli di costume, gossip di star e jet-set, diventerà una delle riviste di maggior successo. Scrive Tomatis:

I mercati e le reti nazionali creati dai mass media in questi anni contribuiscono alla creazione di una “società italiana” quale comunità geografica percepita, diffondendo immagini (e, naturalmente, suoni) da tutta la nazione.

Come spesso dicono “l’Italia è una Repubblica fondata su Sanremo” e il resto è storia.

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Lo streaming musicale? Esisteva già nel 1906


Benvenuti nel futuro! Era impensabile una quindicina di anni fa: una startup innovativa, più che una promessa una speranza, oggi è diventata il segmento del music business che è riuscito a riportare in positivo i bilanci della discografia. È lo streaming!

La cosiddetta “musica liquida” secondo l’Ifpi nel 2018 ha smosso un giro d’affari da 8,9 miliardi di dollari, il 34% in più rispetto all’anno precedente. Impressionante per qualcosa che nel 2004 non esisteva. Leader indiscusso è Spotify, nel primo trimestre 2019 ha toccato quota 100 milioni di utenti a pagamento con una quota di mercato del 36%, seguita da Apple Music con 56 milioni di iscritti; a seguire Amazon Music, Youtube Music, Deezer e altri ne stanno nascendo.

Tutta la musica che vuoi ascoltare a portata di un click dal tuo telefono, sarà anche “smart” ma tecnicamente è pur sempre un telefono. Tuttavia non è la prima volta che nel corso della storia si è pensato di trasmettere della musica attraverso una linea telefonica, cento anni fa esisteva già un servizio di streaming musicale telefonico: il Telharmonium.

New York Times, dicembre 1906


Il Telharmonium fu il primo strumento musicale elettronico della storia. Inventato da Thaddeus Cahill intorno al 1897 era una macchina gigantesca grande come un vagone ferroviario, pesava 200 tonnellate e può essere considerato l’antenato dell’organo elettromeccanico Hammond. Era composto da 145 dinamo accoppiate ad induttori per la produzione di correnti alternate capaci di variare la frequenza. Le frequenze erano controllate da alcune tastiere sensibili alla pressione delle dita, proprio come un pianoforte, capaci di combinare insieme le diverse frequenze e creare effetti sonori che imitavano gli strumenti dell’orchestra.

La seconda idea geniale di Cahill fu quella di creare un impianto di filodiffusione e pensò ad un sistema di trasmissione della musica attraverso la normale linea telefonica. Da qui la nascita del nome tele-harmonium, un mezzo di trasmissione del suono, una sorta di Spotify Vittoriano. Il Telharmonium sembra quasi una macchina uscita dall’universo Steampunk, il movimento artistico culturale che gioca con anacronismi e tecnologie, immaginando “come sarebbe stato il passato se il futuro fosse arrivato prima” con città di automobili a vapore e computer meccanici con tastiere in ottone e cuoio.

Immagine tratta dalla copertina di “Scientific American” 9 marzo 1907

Il Telharmonium fu installato e iniziò a funzionare nel 1906 a Broadway, New York: gli ascoltatori chiamavano un centralino che li metteva in contatto con una sorta di stazione radio telefonica, chiedevano all’operatore di potersi connettere e la musica usciva magicamente dalla cornetta del telefono; la cornetta poteva essere avvicinata ad un grande imbuto per amplificarne il volume (l’amplificatore elettrico non era ancora stato inventato).

Il sistema fu adottato da molti hotel, bar, ristoranti e attirò anche l’attenzione dello scrittore Mark Twain che si recò di persona a vedere da dove uscisse quella melodia:

Ogni volta che vedo o ascolto di una nuova meraviglia come questa devo rimandare subito la mia morte. Non posso lasciare questo mondo fin quando non ne avrò sentite ancora e ancora.

Mark Twain

Fu un’iniziativa che dimostrò già allora una particolare attenzione per la diffusione di massa della musica, anche se le opere trasmesse erano di compositori come Bach, Mozart, Chopin, Grieg e Rossini. Il progetto però non durò molto e il Telharmonium fu dismesso nel 1916 per motivi di natura tecnica (il sistema telefonico non reggeva il forte sovraccarico di informazioni creando problemi al servizio) e il gigantesco macchinario nel 1920 fu rimosso dall’appartamento della 39st & Broadway di New York. La fine del Telharmonium coincise con l’avvento di uno dei mezzi di comunicazione di massa più diffusi: il sistema radiofonico.

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Prima di Young Signorino e Junior Cally c’erano i Beatles

Cinture ben allacciate, ci lanciamo in un salto (nel vuoto) temporale un po’ azzardato: dal 1968 con “O-bla-di o-bla-da life goes on brahhh” dei Beatles al 2019 con “Alfa-Alfa-Alfabeto rappapappapappapà” di Young Signorino. È un paragone così blasfemo? Forse sì, ma c’è sempre un senso “anche se un senso non ce l’ha”, citando Vasco che nel senso del non senso cade in piedi.

La Musica non è sempre abbinata alle parole, pensiamo semplicemente a tutta la Classica sinfonica, ma la musica Leggera vede nella canzone la sua forma musicale più diffusa. Un’unione di musica e parole nel classico susseguirsi di strofa e ritornello, con eventuali aggiunte come incisi, assoli, bridge, intro e outro. Un connubio estremamente efficace sul piano comunicativo, che rende possibile la trasmissione di significati in maniera semplice e diretta.

Un momento cardine per l’evoluzione della canzone è avvenuto tra gli anni ’50 e ’60, quando non viene più vissuta solo come un evento musicale, ma comincia a diventare un fenomeno culturale di massa: in un concentrato di 3 minuti di parole e musica vengono racchiusi ideali, ansie ed emozioni di una generazione. Per la prima volta i giovani iniziarono ad affidare alle canzoni i loro messaggi. La svolta maggiore arrivò con il Rock’n’Roll. Ritmi scatenati, movenze provocanti, dissacranti, provocatorie e modalità espressive come urla, gemiti e sospiri. Il Rock riporta la musica alla sua parte più ancestrale e primitiva, reintroducendo l’elemento dionisiaco che la tradizione occidentale aveva represso e inibito.

Tutto questo in linea col quel periodo storico così ricco di cambiamenti e passioni. Sono canzoni dirette, senza mezze misure, esempio di quell’irrefrenabile voglia di gridare la propria libertà: un parallelo in musica di quell’epocale cambiamento generazione in atto. Partendo banalmente da Chuck Berry, Elvis, Beatles, Rolling Stones, ai Doors, Led Zeppelin, The Who con “My generation”… Un elenco lunghissimo che andrebbe a raccontare la storia del Rock.

Tra gli outsiders voglio ricordare “Je t’aime… moi non plus” di Serge Gainsbourg e Jane Birkin, una apparente dolce ballata sussurrata, ma dal testo che poco lascia all’immaginazione e che provocò uno spropositato scandalo nell’estate del 1969.

Serge Gainsbourg e Jane Birkin – “Je t’aime… moi non plus” (1969)


Un altro passo nell’evoluzione della canzone: il confine tra “cantato” e “parlato” divenne sempre più labile e da oltreoceano arrivò anche in Italia. Un’Italia anni ’60 aperta ai momenti trasgressivi dell’avanspettacolo e alla satira da cabaret. Ecco che troviamo Fred Buscaglione con “Eri piccola così” e Paolo Conte con “Vieni via con me”: due canzoni che reggono tutte sull’interpretazione di due simpatiche canaglie dall’espressività unica. Intonazione e inflessione del suono uniche, come per Lucio Dalla che nelle sue improvvisazioni ritmico-melodiche ha creato uno stile indistinguibile che scandisce nelle sue canzoni i momenti di maggior coinvolgimento emotivo.

Restando nel giocoso non si può non citare “Supercalifragilistichespiralidoso” dell’iconica Mary Poppins, e per tornare al pop italiano “Prisencolinensinainciusol” di Adriano Celentano, una delle stramberie del Molleggiato (difficilissimo scioglilingua che giocava sull’assonanza con la lingua inglese), un “rap ante litteram” come affermerà poi Celentano nel 1994. Tra il parlato e il giocoso troviamo anche l’intramontabile Mina con, ad esempio, “Ma che bontà” (1977) e “Le mille bolle blu” dove si ha un trionfo dell’onomatopea con quel “bllll”, effetto vocale che richiama il rumore delle bolle di sapone.

Per arrivare ai lustrini e alle paillettes degli anni ‘80 con il testo nonsense di “Cicale” di Heater Parisi, sigla della trasmissione televisiva di Rai1 “Fantastico 2” (1981), alle provocazioni di Vasco Rossi con “Bollicine” (Coca cola chi vespa mangia le mele / Coca cola chi non vespa più e mangia le pere) e “Lamette” di Miss Rettore (“Dammi una lametta che mi taglio le vene”) fino alla voce dei giovani degli anni Zero con “Wale (Tanto Wale)” dei dARI.

Vasco Rossi – “Bollicine” (live 1987)

Riassumendo per grandi salti, la canzone nella sua unione di musica e parole è sempre stata un potente mezzo di comunicazione, a cui le giovani generazioni hanno affidato i propri messaggi, partendo dagli anni più rivoluzionari che hanno portato a trasgredire le regole del classico “bel canto” a volte urlando, a volte sussurrando, a volte parlando.

Ecco che dal Rock’n’Roll arriviamo all’Hip Hop e al rapping, fenomeno socialmente e culturalmente noto per essere una musica che si basa quasi esclusivamente sul messaggio contenuto nei suoi testi, più parlati che cantati su basi strumentali. Testi che esaltano gli aspetti ritmici delle singole parole, con un linguaggio musicale essenziale, privo di fronzoli, diretto e ripetitivo. Quasi un estremismo di quella rivoluzione iniziata negli anni ’60, un vero e proprio movimento culturale urbano nato già negli anni ’70 sulle strade di sobborghi multiculturali americani, come il Bronx, dove i giovani hanno trovato ancora una volta nella musica un mezzo per esprimere la propria identità e creare un’identità globale in cui riconoscersi.

Oggi questo genere musicale ha conquistato tutto il mondo, generando un imponente fenomeno commerciale e sociale, rivoluzionando il mondo della musica, della danza, dell’abbigliamento e del design. Una sua evoluzione è il tanto discusso Trap (finalmente ci siamo arrivati!), il genere del momento, quello in cui si rispecchiano i giovani di oggi.

A che punto dell’evoluzione siamo? Siamo nei sobborghi di Atlanta negli anni ’90, nelle “trap house” le case dove si preparava e si spacciava droga e dove molti giovani sono finiti “in trappola”. Si comincia quindi a cantare di un mondo di droga e soldi, il beat rispetto al Rap è più spinto, fatto su basi elettroniche, sintetiche, con molto autotune sul cantato. Dal 2010 la Trap ha cominciato a perdere l’animo più sotterraneo e controculturale della scena Rap, approdando al mainstream e ponendo fine a tutti i discorsi sul desiderio di riscatto dalla trappola.

Proprio nel 2010 le prime influenze sono arrivate anche in Italia, fino ad esplodere come vero fenomeno nel 2015 con il successo del trapper Sfera Ebbasta e poi la Dark Polo Gang, Ghali, Achille Lauro (per citarne alcuni) e arrivare alla fine del nostro salto nel vuoto con Young Signorino che nel 2018 è stata la pietra dello scandalo con la sua più che criticatissima “Mmh Ha Ha Ha” dal testo nonsense mentre il 2020 inizia con la polemica di Junior Cally a Sanremo.

Siamo come sempre davanti alla fotografia di una generazione. Una musica di origine afroamericana, nata nei sobborghi delle metropoli degli Stati Uniti che celebra stili di vita marginali: non è una storia già sentita?

Molti definiscono la Trap come “la colonna sonora perfetta per le stories di Instagram”, dura 24 ore e poi scompare. È la colonna sonora di una generazione dominata dai rapporti virtuali in un’epoca piatta. Sono giovani che parlano ai giovani utilizzando il linguaggio che usano abitualmente: grammatica da social network, chat di WhatsApp e serie tv.

Era da tempo che nella storia della musica non si aveva a che fare con un fenomeno di così grande portata, dirompente, forte, così forte da diventare popolarissimo e criticatissimo.

Tutti ne parlano. È la nuova “cattiva musica” da insultare, un po’ come è stato anche per il Rock’n’Roll ai tempi di Elvis. Lo hanno già ricordato in tantissimi: di esempi negativi la storia della musica è piena e non ne sono esenti nemmeno gli intoccabili Beatles. La storia del gusto procede in un continuo ciclo di trasgressione delle convenzioni della stagione precedente, riassorbimento e normalizzazione.

A difesa del passato si può dire che la Trap è una musica prodotta volutamente male, cantata volutamente male, senza ricercatezza, senza un messaggio per cui lottare (penso, ad esempio, al Punk). Il problema non è la Trap, non ha inventato nulla.