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Unchained Melody: dalla prigione al successo del film “Ghost”

“Ghost” compie oggi 30 anni. Un film cult uscito nelle sale statunitensi il 13 luglio 1990, diventato subito un successo planetario con un incasso superiore a 500 milioni di dollari. “Ghost” (regia di Jerry Zucker) ha reso Demi Moore una star, ha consolidato Patrik Swayze (reduce da “Dirty Dancing”) nel ruolo di sex symbol e tra gli attori più amati degli anni ’90 e Whoopie Goldberg si è aggiudicata l’Oscar per miglior attrice non protagonista. Il film ne ha vinto anche un secondo per la miglior sceneggiatura originale.

Una delle pellicole più iconiche di sempre, una storia d’amore al di là della morte e del tempo capace di far sognare e commuovere anche i cuori più cinici. Modellare vasi di argilla non è mai stato così romantico come nella famosissima e indimenticabile scena, diventata oggi un must e parodiata centinaia di volte. Ad accompagnala c’era una canzone altrettanto indimenticabile: “Oh, my love, my darling / I’ve hungered for your touch / A long, lonely time…” la famosissima “Unchained Melody” dei Righteous Brothers, un brano dalla lunga storia.

“Unchained Melody” ha fatto da sfondo romantiche storie d’amore e matrimoni, anche se in realtà è nata nel 1955 come colonna sonora di un altro film. Si intitola così (“unchained” si può tradurre come “libero, senza catene”) non per raccontare un amore libero, ma perché in origine è stata scritta per un film che raccontava la triste vita nelle prigioni americane. La pellicola si intitolava “Unchained” (regia di Hall Bartlett) e la canzone scritta da Alex North su musica di Hy Zaret era la parte nodale del film. A cantarla fu il baritono Todd Duncan.

Todd Duncan – “Unchained Melody” (dal film “Unchained, 1955)


Non era una canzone d’amore, ma di disperazione. Solo, in prigione, accusato ingiustamente, il protagonista del film si chiedeva se la sua amata lo pensasse ancora, se lo amasse ancora: “Time goes by so slowly / And time can do so much / Are you still mine?” (il tempo passa così lentamente e il tempo può fare così tanto, sei ancora mia?)

“Unchained Melody” non passò inosservata: si aggiudicò una nomination agli Oscar di quell’anno come miglior colonna sonora ed entrò in classifica. Saranno subito in molti a cantarla e farne una loro versione come Harry Belafonte, Perry Como, Cliff Townshend (padre del chitarrista degli Who, Pete Townshend) e diventerà una delle canzoni più “coverizzate” di sempre, oggi si contano oltre 500 versioni. Da U2, Platters, Neil Diamonds, Frank Sinatra, Mina, alle versioni italiane di Nilla Pizzi (già nel 1956) e Iva Zanicchi (1968) fino ad arrivare al Re del rock’n’roll, Elvis Presley che la cantò in uno dei suoi ultimi live nel 1977, l’ultima apparizione televisiva sei settimane prima della sua morte.  

Elvis Presley – “Unchained Melody” (ultima apparizione in tv, live 1977)


La cover più famosa è senza dubbio quella incisa nel luglio del 1965 dal duo statunitense The Righteous Brothers e pubblicata come B-side del singolo “Hung on You”.

“Unchained Melody” non è mai stata pensata per essere un singolo. È stata inserita sul lato B del singolo “Hung On You” da Phip Spector [il produttore] e nel momento in cui è stato pubblicato “Unchained Melody” è salita alle stelle.

Bill Medley, The Righteous Brothers
The Righteous Brothers – “Unchained Melody” (live 1965)


“Unchained Melody” dei Righteous Brothers entrò nella Billboard Hot 100 nel 1965 alla posizione numero 5 e ci tornò 25 anni dopo nel 1990 grazie al film “Ghost”. Un nuovo successo che l’ha resa un evergreen immortale abbandonando definitivamente la sua originale associazione con le frustrazioni romantiche della vita di un carcerato e rimanendo indissolubilmente incastonata in una delle scene più romantiche del cinema.

“Unchained Melody” (dal film “Ghost” 1990)
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La storia di Hallelujah: Leonard Cohen e Jeff Buckley

Quando un brano oscuro di Leonard Cohen del 1984 viene resuscitato negli anni ’90, poi riproposto e reinventato da altri artisti così tante volte fino a diventare un inno laico contemporaneo, è un po’ come avvistare un unicorno“.

Un articolo del The Atlantic riassume così la storia di “Hallelujah” una delle ballate più belle di sempre a firma di Leonard Cohen; indimenticabile poeta, cantautore, scrittore canadese, dalla voce calda “simile a un rasoio” che ha influenzato generazioni di cantautori.

“Hallelujah” è la sua canzone più iconica e allo stesso tempo il suo brano più travagliato. Oggi è diventata quasi un inno cantato da tutti, anche se non ebbe successo nè la prima e nemmeno la seconda volta che Cohen lo pubblicò.

La storia è molto lunga già a partire dalla fase compositiva che durò cinque anni. Si racconta che una volta Bob Dylan chiese a Cohen quanto ci avesse messo a scriverla e lui mentì dicendo “solo” due anni. Ne scrisse decine di versioni e quasi 80 strofe in totale, di cui ne usò solo quattro per la versione finale.

Avevo riempito due blocchi degli appunti e ricordo che ero al Royalton Hotel [a New York], seduto in mutande sul tappeto, mentre sbattevo la testa sul pavimento dicendomi: “Non riesco a finire questa canzone”.

Leonard Cohen, intervista per The Indipendent

Alla fine Leonard Cohen la pubblicò nel 1984 nell’album “Various Positions”. Era nel lato B, quello riservato ai pezzi non di punta, e infatti fu un fiasco. In un’intervista al The Guardian, Cohen raccontò che anche la pubblicazione del brano fu complicata: la casa discografica, la Sony, non lo riteneva all’altezza. L’enorme popolarità che ottenne in seguito fu per Cohen una vera a propria rivincita.


Il testo

Il significato di “Hallelujah” è controverso e di non facile interpretazione. Nasce in un periodo di dolorosa odissea spirituale per Cohen, di profonde riflessioni filosofiche e religiose. Parole pensate, ripensate, cancellate, riscritte, ma in tutte le versioni sono presenti riferimenti all’Antico Testamento, in particolare alla figura di re Davide.

Davide è stato interpretato come figura perfetta per rappresentare la dualità che da sempre caratterizzava Cohen: da un lato la ricerca della spiritualità, dall’altro l’amore terreno. Due aspetti antitetici e difficili da conciliare. E anche Re Davide amava la musica.

Il secondo verso di “Hallelujah” ricorda un episodio particolare: quando Davide si invaghì di Betsabea vedendola fare il bagno in terrazza e se innamorò, pur sapendo che era sposata con un valoroso e leale guerriero. Così Davide mandò il marito di Betsabea in prima fila contro i nemici per liberarsi di lui. Dio perdonerà Davide per il suo peccato, ma destinerà a morte il primo figlio della coppia. Betsabea pochi versi dopo diventerà Dalila che rubò a Sansone il segreto della sua forza; Sansone come Davide vittima della lussuria e delle sue passioni.

Leonard Cohen – “Hallelujah” (1984)


La critica legge “Hallelujah” come un canto dal significato biblico e secolare insieme, parla di amore, sesso, violenza, religione e di musica.

Tra le varie curiosità nascoste, la prima strofa racconta proprio di Davide nell’atto di comporre una musica gradita a Dio. E il verso “Goes like this, the Fourth, the Fifth, the minor fall, and the major lift” (“Fa così: la quarta, la quinta, la discesa in minore e la spinta in maggiore”) elenca proprio gli accordi con cui è composta: a partire dalla tonalità di Do maggiore troviamo Fa maggiore (IV grado), Sol maggiore (V grado), La minore (VI grado) e passaggio al IV grado. C’è chi legge nel passaggio da minore a maggiore anche una metafora dalla caduta dell’uomo nel peccato da cui è stato salvato da Cristo con la Resurrezione.

Questo mondo è pieno di conflitti e pieno di cose che non si possono conciliare, ma ci sono momenti nei quali possiamo trascendere il sistema dualistico e riunirci e abbracciare tutto il disordine, questo è quello che io intendo per Hallelujah.

Indipendentemente dalla difficoltà della situazione, c’è un momento in cui apri la bocca, spalanchi le braccia, abbracci quella cosa e dici semplicemente “Hallelujha. Benedetto sia il nome”. Non puoi riconciliare quella situazione in nessun altro modo se non con una resa totale, un’affermazione totale. (…) Ecco di cosa si tratta. Se succede che non sarai in grado di risolvere questa cosa – non sarai in grado di stabilirlo – questo regno non ammette la rivoluzione – non c’è soluzione a questo casino. L’unico momento in cui puoi vivere tranquillamente qui tra questi conflitti assolutamente inconciliabili è nel momento in cui li abbracci tutti e dici “Senti, non ci capisco niente – Hallelujah!” Questo è l’unico momento in cui viviamo qui pienamente come esseri umani.

Da un’intervista a Leonard Cohen per RTE Irleand, maggio 1988. Link qui.

“Hallelujah ossessionava Leonard Cohen e anche se non aveva avuto successo la cantava spesso ai suoi concerti, continuando a rimaneggiarla cambiandone ritmi, timbri e parti di testo. Storica la versione registrata ad un live del 1988 e poi pubblicata nella raccolta “Cohen Live” uscita nel 1994.


Le cover e il successo

Fu proprio ad un suo concerto che iniziò la prima importante svolta della storia: tra il pubblico c’era John Cale, altro nome leggendario del Rock, tra le varie fondò insieme a Lou Reed i Velvet Underground. Cale quando ascoltò “Hallelujah” ne rimase folgorato e a fine concerto chiese a Cohen di poterne realizzare una cover. Qualche giorno dopo Leonard Cohen fece recapitare a Cale 15 pagine di appunti, strofe e pensieri che lo arrovellavano da anni. Cale ripescò alcuni scarti e modificò alcune parole. Il risultato venne pubblicato nel 1991 in un album di cover di Leonard Cohen titolato “I’m your fan”. Ma anche in questo caso non ebbe successo.

John Cale – “Hallelujah” (1991)


Il caso volle che una delle copie del disco finisse nelle mani di un giovane musicista, il figlio di Tim Buckley, altra leggenda del Rock, morto troppo giovane di overdose nel 1975. Lui è Jeff Buckley. Jeff iniziò a suonarla nei suoi concerti nei bar dell’East Village e la pubblicò nel suo disco d’esordio, il mitico “Grace” uscito nel 1994. Una versione riarrangiata, cover di quella di John Cale che a sua volta era una cover dell’originale di Leonard Cohen.

Jeff Buckley – “Hallelujah” (1994)


“Hallelujah” nella versione di Jeff Buckley tocca livelli di intensità interpretativa altissimi, è fatta di carne che brucia di passione e soffre. Un capolavoro commentato dalla critica come una delle più grandi cover di sempre. Quasi un’altra canzone rispetto all’originale di Cohen.

Chiunque ascolti attentamente “Hallelujah scoprirà che è una canzone che parla di sesso, di amore, della vita sulla terra. L’alleluia non è un omaggio alla persona adorata, a un idolo o a un dio, ma è l’alleluia dell’orgasmo.

da un’intervista di Jeff Buckley al The Guardian:

La vita di Jeff Buckley però finì tragicamente, solo tre anni dopo nel maggio del 1997 quando venne misteriosamente inghiottito dalle acque di un affluente del Mississippi, a Memphis. Buckley aveva solo trent’anni, entrò nella leggenda e Hallelujahcon lui.

In moltissimi ripresero la versione di Jeff Buckley, ormai quella universalmente più nota: si contano oltre 200 versioni di artisti di fama, decine di utilizzi in programmi televisivi, pubblicità e colonne sonore di film campioni d’incassi.

Penso che sia una buona canzone, ma penso che siano in troppi a cantarla.

Leonard Cohen

la versione di Rufus Wainwright per il film “Shrek” (2001)
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“Cocaine” è contro la droga e non è di Eric Clapton

Nel mondo della musica ci sono personaggi importanti, soprattutto autori, che rimangono nell’ombra, nomi cult per molti musicisti e appassionati, ma sconosciuti al grande pubblico. È il caso, ad esempio, di JJ Cale; chitarrista dell’Oklahoma che negli anni ’50 e ’60 aveva sviluppato insieme ad altri il cosiddetto “Tulsa Sound” un genere che mischiava blues, country, jazz e rockabilly.

JJ Cale è stato un maestro per tanti musicisti come Mark Knopfler, Neil Young, Eric Clapton, ma le sue canzoni più conosciute sono state portate al successo da altri come “After MidnighteCocaine”. Due hit portate al successo da Eric Clapton, legato a JJ Cale da una grande amicizia, poi i due nel 2006 incideranno insieme l’album “Road To Escondido.

Mandatemi i soldi – ha detto una volta JJ Cale – e lasciate la fama ai più giovani.

JJ Cale uscì dall’anonimato grazie ad Eric Clapton, che nel 1970 inserì nel suo primo album solista After Midnight. Fu il primo singolo della carriera solista di Clapton e fino a quel momento era una demo di JJ Cale che non aveva ottenuto successo.

JJ Cale – “Cocaine” (1976)


E fu così che anni dopo, nel 1977, quando Clapton stava ultimando il suo album “Slowhand” prese un altro pezzo di JJ Cale, “Cocaine” pubblicato per la prima volta nel 1976 nell’album “Troubadour” e che passò inosservata. La versione di Clapton divenne una hit mondiale, “Slowhand” fu il suo album di maggior successo con milioni di copie vendute in tutto il mondo; Cocaine è tra i pezzi più famosi di Mr Slowhand, (nomignolo datogli agli inizi della sua carriera a causa della sua lentezza nel sostituire le corde della chitarra) e oggi un grande classico del Rock.

La versione di Clapton è più veloce rispetto all’originale e mette maggiormente in risalto le sonorità rock-blues rispetto a quelle vagamente jazz di JJ Cale. È uno dei pezzi più amati dai suoi fan e l’autore originale è stato per molti dimenticato, anzi, visti i problemi di tossicodipendenza di Clapton, era lecito pensare si trattasse di un brano autobiografico.

Eric Clapton “Cocaine” (1977)


Il testo è stato letto con un incitamento all’uso di cocaina e la traccia fu molto criticata e addirittura censurata e tolta dall’album nelle versioni del disco distribuite in Argentina. In realtà, come spiegò in seguito Eric Clapton, era una canzone contro la droga senza moralismi, puntava ad evidenziare gli effetti causati dalla cocaina sperando di ottenere un risultato più efficace:

Non è una buona cosa scrivere una canzone che sia chiaramente contro la droga e poi semplicemente sperare che faccia presa sulla gente. L’unico risultato che si otterrà, in questo modo, sarà di innervosirla. La cosa migliore è offrire alle persone un testo ambiguo, il cui vero messaggio possa essere scoperto attraverso una lettura più attenta e approfondita dei versi. L’ascoltatore rimane colpito dal ritornello “She don’t lie, she don’t lie, cocaine” (“La cocaina non mente”), ma il testo dice anche “If you wanna get down, down on the ground, cocaine” (“Se vuoi stramazzare al suolo, cocaina”). È triste vedere che i giovani distruggono le vite con le droghe. Odio riascoltare i miei vecchi dischi in cui ero fatto o ubriaco” – Eric Clapton

da un’intervista rilasciata al magazine tedesco “Stern” nel 1998 e tratta dal libro “1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita” di Ezio Guaitamacchi

In seguito Eric Clapton apportò anche una modifica al testo di JJ Cale aggiungendo il verso: “That dirty cocaine” (“Quella sporca cocaina”). Clapton poi ce l’ha fatta, dalla dipendenza da droga e alcool ne è uscito, e nel 1998 ha aperto un centro di riabilitazione per tossicodipendenti, il “Crossroads Center”, vicino alla sua abitazione ad Antigua, nei Caraibi.

Eric Clapton e J J Cale – “Cocaine” (live, San Diego 2007)
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“Don’t Let Me Be Misunderstood”: da Nina Simone a Tarantino

Era l’estate nel 1977 e nelle discoteche impazzava un tormentone dal ritmo spagnoleggiante, un flamenco in versione disco music che ha fatto ballare tutti. Era la famosissima “Don’t Let Me Be Misunderstood” del gruppo franco-americano degli Santa Esmeralda. Una canzone famosa ancora oggi, un riempi-pista mai passato di moda che nasconde una lunga storia.

La storia di “Don’t Let Me Be Misunderstood” inizia dieci anni prima: la melodia principale e il ritornello di sono opera del compositore ed arrangiatore Horace Ott a cui è venuta l’ispirazione dopo una lite con la sua fidanzata. Ott poi portò il materiale alla coppia di compositori Bennie Benjamin e Sol Marcus che completarono il brano, ma al momento di riconoscerne i diritti le leggi dell’epoca impedirono al compositore della BMI di collaborare ufficialmente con i due della ASCAP, così Ott non comparve.

La prima versione del brano venne incisa da Nina Simone ed uscì nel nell’album del 1964 Broadway Blues Ballads” e fu chiesto a Horace Ott di dirigerne l’orchestra e di curare anche gli arrangiamenti dell’intero album. Questa prima versione di “Don’t Let Me Be Misunderstood” era una lenta ballata con arrangiamenti d’arpa ed orchestra supportati in più punti da un coro, con la voce di Nina Simone capace di spaziare dal Jazz, al bìBlues, al Soul, al Folk e all’R&B a darne il tocco distintivo.

Nina Simone – “Don’t Let Me Be Misunderstood” (1964)


La versione di Nina Simone non ebbe successo. I primi ad intuirne il potenziare e a realizzare la prima cover fu la rock band britannica degli Animals che la pubblicarono l’anno successo, nel 1965, in una versione completamente diversa. Gli Animals cambiarono lo stile e diedero al brano un’impronta Rock.

Il ritmo fu accelerato e idearono il famoso riff di chitarra elettrica ed organo ampliando un breve motivo che i cordofoni eseguivano in coda al brano originario. Il pezzo scalò subito le classifiche arrivando terzo nella UK Single Chart, quindicesimo nella statunitense Billboard Hot 100 e quarto in Canada; inoltre è stato inserito alla posizione 315 nella lista delle cinquecento migliori canzoni secondo la rivista Rolling Stones.

The Animals – “Don’t Let Me Be Misunderstood” (1965)


La versione più famosa arrivò nel 1977 con i Santa Esmeralda che arricchirono il pezzo con sonorità latine e lo consacrarono come uno dei brani più riconoscibili dell’universo della disco music. Brano di punta del loro album d’esordio, questa versione di “Don’t Let Me Be Misunderstood” durava ben 16 minuti. Pur mantenendo gli arrangiamenti rock degli Animals, i Santa Esmeralda diedero al brano uno stile Disco aggiungendo i ritmi latini del flamenco con chitarre classiche, fiati, percussioni ed altri elementi caratteristici come il battito di mani e il rumore creato dai ballerini con il tacco delle scarpe.

Una versione completamente diversa dall’originale di Nina Simone, un ritmo irresistibile che trasformò “Don’t Let Me Be Misunderstood” in un classico e intramontabile riempi-pista.

Santa Esmeralda – “Don’t Let Me Be Misunderstood” (1977) – video ufficiale
(per la versione integrale da 16 minuti clicca qui)


Il pezzo dei Santa Esmeralda tornò alla ribalda e raggiunse una nuova generazione di ascoltatori nel 2003 quando fu scelto dal regista Quentin Tarantino nella colonna sonora del suo famosissimo film “Kill Bill, vol. I”. La parte centrale strumentale di questo strano flamenco versione disco-dance accompagna una delle sequenze più epiche del film: il duello tra La Sposa e O-Ren Ishii.

Ritmi latini, flamenco, trombe e chitarre ad accompagnare la prima parte di un duello dove due affilate katane si scontrano mentre la neve cade leggera in un giardino giapponese. Sullo schermo tutto funziona ed è reso credibile grazie ad un perfetto sincronismo tra immagini e musica che rendono il duello una sorta di balletto dove ogni mossa rientra in una coreografia ben studiata. Un momento magico, epico, un notturno quasi fuori dal tempo.

il duello tra La Sposa e O-Ren Ishii (integrale)
dal film “Kill Bill. Vol.I” – regia di Quentin Tarantino
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“My Way” non l’ha scritta Frank Sinatra e stava per farlo Bowie

“My Way” è un capolavoro immortale della musica leggera. Cavallo di battaglia di Frank Sinatra e quasi una confessione in musica di un artista alla fine della carriera. Siamo alla fine degli anni ’60 e la rivoluzione del Pop e Rock aveva messo Sinatra all’angolo: lo show business era ormai concentrato sui giovani e su sonorità molto distanti dalle sue.

And now, the end is near, and so I face the final curtain” (ed ora che la fine è vicina affronto l’ultimo sipario). Da oltre 50 anni la canzone simbolo di Frank Sinatra, un testo che racconta così bene il momento che stava vivendo, ma non è stata scritta da “The Voice”.

La storia di “My Way” inizia in Francia a metà anni ’60 con un brano dal titolo “For me” del compositore e cantante Jacques Revaux che non ottenne molto successo. La canzone fu ripresa nel 1967 dall’italo-francese Claude Francois che ne riscrisse il testo e la titolò “Comme d’Habitude”, un racconto disperato di un amore finito, di un uomo sconfitto la cui vita si era trasformata in una routine banale e senza senso.

Claude Francois – “Comme d’ Habitude” (1967)


È a questo punto della storia che fa il suo ingresso in scena l’autore del testo di “My Way”: Paul Anka. Uno dei cantanti e compositori di maggior successo del tempo, ha scritto alcune delle canzoni più rappresentative degli anni ’50 e ’60 come “Diana”, “You are my destiny”, “Lonely Boy”. Paul Anka era in vacanza in Francia quando ascoltò per caso alla radio “Comme d’Habitude”, ne intuì il potenziale e ne acquistò i diritti per una cifra irrisoria.

Anka era molto amico di Frank Sinatra, una sera a cena Sinatra si confidò con lui: era stanco, voleva lasciare il mondo della musica che non riusciva più a dargli soddisfazioni. Non sopportava nemmeno più di cantare le sue canzoni. E così arrivò l’idea, Paul Anka si mise a scrivere il testo di “My Way”: racconta la storia di un uomo che ripensa a ciò che ha fatto nella sua vita, agli errori, alle gioie e ai successi, senza rinnegare nulla, non ha rimorsi poiché ha sempre vissuto a modo suo.

Frank Sinatra – “My Way” (live 1974)

Frank Sinatra la pubblicò nel 1969 e fu da subito un grandissimo successo, mai amato da Sinatra che considerava la canzone troppo autoindulgente e autodeclamatoria. La casa discografica di Paul Anka non prese affatto bene la decisione di lasciare il pezzo a Frank Sinatra e così poco dopo anche Paul Anka incise la sua versione della canzone, dando il via a una lunghissima serie di celebri cover.

La storia di “My Way” è passata anche per le mani di un giovane e ancora sconosciuto David Bowie. Siamo a metà anni ’60 e il suo manager, Ken Pitt, gli fece ottenere un contratto come autore presso le edizioni musicali Essex Music. Tra le tante commissioni, gli venne proposto di riadattare in inglese il testo di una canzone francese, proprio “Comme d’Habitude” che Bowie titolò “Even a fool learns to love”. Il testo raccontava di come la facile allegria di un clown potesse essere soggiogata dall’improvvisa scoperta dell’amore. La sua versione però non piacque ai discografici e la scartarono.

David Bowie – “Even a fool learns to love” (demo 1968)


Un episodio che lasciò una traccia nella discografia di David Bowie che decise di prendere in prestito gli accordi iniziali di “My Way” e utilizzarli anche se in modalità completamente diversa per la sua “Life on Mars?” (pubblicata nel 1971 nell’album “Hunky Dory”). Per questo sul retro copertina dell’album si legge la curiosa annotazione “Inspired by Frankie”.

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Un raggio di sole per Madonna

“Ray of Light” (1998) è il disco della maturità che ha salvato Madonna, la Regina del Pop. Dopo il danno d’immagine di “Erotica” e del libro “Sex”, gli scandali e le scomuniche del Vaticano ecco la redenzione. Dopo una vita da “material girl” piena di vuoto e superficialità, è anche grazie alla nascita della figlia, Louise Veronica Ciccone, che avviene il cambiamento, annunciato fin dalla canzone d’apertura del disco “Drowned World/Substitute for Love” che inizia col verso: “I traded fame for love” (Ho scambiato la fama per amore).

Un riscatto verso una visione più profonda e spirituale dell’esistenza, come un raggio di sole. “Ray of light” non è solo il titolo dell’album, ma è anche una delle canzoni più iconiche che Madonna abbia mai pubblicato. Cinque minuti di techno- dance-pop di fine anni ’90 che si mescola in atmosfere calme e ipnotiche. Anche se è uno dei pochissimi pezzi non concepiti fin dall’inizio da un’idea di Madonna.

“Ray of Light” trae ispirazione da un brano titolato “Sepheryn” scritto da Clive Muldoon e Dave Curtis nel 1971. Una prima versione fu realizzata dal produttore William Orbit insieme alla cantante Christine Leach, a cui venne dato il titolo di “Zephyr In The Sky”. In questa versione germinale e con questo titolo provvisorio venne fatta ascoltare insieme ad altre demo a Madonna.

Clive Muldoon e Dave Curtis – “Sepheryn” (1971)


Lady Ciccone decise di lavorarci insieme al suo produttore William Orbit e cambiò parte del testo inserendo una nuova strofa: “Faster than the speeding light she’s flying / Trying to remember where it all began / Shes got herself a little piece of Heaven / Waiting for the time when Earth shall be as one” (Più veloce della luce, sta volando / cercando di ricordare dove tutto ebbe inizio / Si è procurata un piccolo pezzo di Paradiso / aspettando che arrivi il momento in cui la Terra si unirà al suo paradiso). Nasce così il successo di “Ray of Light”.

Una canzone che parla di libertà, con uno sguardo mistico all’Universo e a quanto piccolo sia l’essere umano rispetto alla sua infinita vastità. Tutto l’album “Ray of Light” presenta riferimenti mistici dovuti all’avvicinamento di Madonna alla Cabala ebraica, al suo studio dell’Induismo e del Buddhismo e alla pratica quotidiana dello Yoga. Un oltraggio per i puristi, un omaggio un po’ irriverente, ma suggestivo, per gli amanti delle contaminazioni di genere.

Ho iniziato a studiare la Cabala, che è un’interpretazione mistica ebraica dell’Antico Testamento. Mi sono anche trovata molto vicina all’Induismo e allo yoga, e per la prima volta dopo tanto tempo, sono stata in grado di fare un passo fuori da me stessa e vedere il mondo da una prospettiva diversa.

Madonna
Madonna – “Ray of Light” (1998)



Iconico anche il videoclip, girato tra Svezia, New York e Las Vegas. Con la tecnica time-lapse racconta nel giro dei 5 minuti della canzone una giornata dall’alba al tramonto. Nel 1999 ha vinto ben due Grammy come Best Dance Recording and Best Short Form Music Video.

Anche se Madonna, anzi la Oil factory produttrice del video, venne accusata dal regista Stefano Salvati di aver plagiato con Ray Of Light un videoclip che aveva girato qualche anno prima, ovvero quello di Non è mai stato subito” (1994) di Biagio Antonacci.

La risposta che arrivò a Salvati dalla Oil Factory pare sia stata la seguente:
“Egregio signore – scrive Billy Poveda della Oil Factory al legale della Diamante Film- con il dovuto rispetto lei avrà più fortuna continuando a chiedere l’elemosina piuttosto che tentare di estorcere soldi alla Oil Factory. […] Gradirei che consigliasse al suo cliente di tornare al suo lavoro di fattorino di pizze cercando di non approfittare del duro lavoro di un altro regista. […] In poche parole consideri fallito il suo tentativo di risolvere la questione fuori dal tribunale”.

Dopo questa risposta è partita un’azione legale che si è risolta con un nulla di fatto: l’accusa non poteva essere sostenuta in quanto secondo i giudici entrambi avevano “tratto ispirazione” dal film di Godfrey Reggio “Koyaanisqatsi” che per primo aveva applicato la tecnica del “time-lapse” nel 1982.

Biagio Antonacci – “Non è mai stato subito” (1994)
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“Over the Rainbow” da Oz a Iz

Pochi giorni fa ricorreva il compleanno di Israel Kamakawiwo’ole, cantante e musicista nativo hawaiano, che nacque proprio il 20 maggio di 61 anni fa. Grazie anche ad un bellissimo “doodle” che campeggiava nella home page del motore di ricerca Google, in suo onore e ricordo sono stati scritti molti articoli e credo sia stata per molti l’occasione per riascoltare il suo più grande successo: “Over the Rainbow”.

Israel Kamakawiwo’ole, conosciuto anche con il soprannome “Iz”, è l’artista hawaiano più famoso della storia. Iniziò a suonare con il fratello maggiore Skippy all’età di undici anni e raggiunse la popolarità negli anni ’70: andò in tour negli Stati Uniti e pubblicò dieci album di successo. Iz era un mago dell’ukulele, strumento oggi tornato di moda: si tratta di una piccola chitarra a quattro corde, adattamento hawaiano di un altro strumento di origine portoghese.

Iz grazie al suo successo riuscì a far conoscere il suono dell’ukulele al mondo, ma soprattutto divenne il simbolo di un popolo che in lotta per i diritti e l’indipendenza culturale dalla potenza americana. Era l’idolo di una popolazione che cercava di affrancarsi dall’immagine turistica, patinata e plastificata che hanno sempre avuto le Hawaii nell’immaginario collettivo, temi che spesso sono presenti nelle sue canzoni.


Da sempre in lotta con la propria obesità, Iz morì giovane all’età di 38 anni, proprio per complicazioni cardiache e respiratorie dovute alla sua condizione, ma lasciò in eredità al mondo il suo più grande successo: “Over the Rainbow”. Registrata alle tre di notte e poi pubblicata nel 1993 nell’album “Facing Future” è una dolcissima canzone in cui la sua voce e il suo ukulele creano una fusione di due altre successi: “Somewhere Over The Rainbow” da Judy Garland per il film “Il mago di Oz” e “What a Wonderful World” scritta da Bob Thiele e George David Weiss e interpretata per la prima volta da Louis Armstrong nel 1967.

Principalmente si può dire che “Over the Rainbow” in realtà sia una cover della celebre canzone composta per la colonna sonora del film di culto “Il Mago di Oz” del 1939. Un brano che dopo più di 80 anni ha ancora la capacità di incantare. Vinse l’Oscar per la migliore canzone e nel 2001 è stata eletta la “canzone del secolo” dalla Recording Industry Association of America e dalla National Endowment for the Arts ( seguita da “White christmas” di Irving Berlin, ma resa celebre da Bing Crosby).

“Over the Rainbow” (il titolo originale era “Over the Rainbow is where I want to be” ma fu ben presto accorciato) è stata composta come quasi tutte le canzoni del film “Il Mago di Oz” da Harold Arlen e Yip Harburg. Un successo che stava per essere scartato: dopo un’anteprima l’amministratore delegato della MGM e il produttore proposero di toglierla dal film perché secondo loro ne rallentava il ritmo. Per fortuna intervennero il produttore associato Arthur Freed e Roger Edens, vocal coach e mentore di Judy Garland, a salvare la situazione.


Nel film la protagonista Dorothy (Judy Garland) dopo un rimprovero della zia che le dice di viaggiare meno con la fantasia, canta questa canzone in cui sogna di trovarsi in un mondo “al di là dell’arcobaleno” dove i problemi si sciolgono come gocce di limone e i sogni diventano realtà.
Il testo nasconde un riferimento politico: Harburg raccontava la speranza americana per il programma “New Deal” pensato dall’allora presidente Franklin Roosevelt per far uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione dei primi anni ’30.

Over the Rainbow” è diventata parte della mia vita. È il simbolo dei sogni e dei desideri di tutti, sono sicura che è per questo che alcune persone hanno le lacrime agli occhi quando la ascoltano. L’ho cantata migliaia di volte ed è ancora la canzone che ho nel cuore.

Judy Garland

C’è anche chi ha trovato in “Over the Rainbow” una somiglianza sia armonica che melodica con un tema presente nell’intermezzo (noto come “Sogno di Ratcliff”) dell’opera “Guglielmo Ratcliff” composta da Pietro Mascagni nel 1985. Plagio, ispirazione, coincidenze?

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“Quelli che benpensano” dal 1968 ad oggi

È stata premiata come la migliore canzone italiana del 1997. Singolo di lancio dell’album “La morte dei miracoli”, “Quelli che benpensano” è stato un grandissimo successo di Frankie Hi-Nrg che ha conquistato pubblico, radio e le televisioni musicali.

“Quelli che benpensano” è stata definita una canzone d’autore declinata con le moderne sonorità dell’hip hop. È una canzone di denuncia, politica e sociale, specchio tagliente di quell’Italia di arrampicatori sociali senza scrupoli e senza morale. Figli del consumismo ossessivo ed eccentrico (Vivon col timore di poter sembrare poveri / Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano) avvolti al perbenismo dilagante in una competizione per soldi e successo (L’imperativo è vincere / E non far partecipare nessun altro).

L’ironia del grande successo commerciale di “Quelli che benpensano” è essere finita tra i brani preferiti proprio di chi Frankie Hi-Nrg stava denunciando: “Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi”. Un successo nato da un testo d’autore unito ad una musica accattivante, un motivetto che si memorizza subito fin dal primo ascolto e che nasconde un “segreto”.

Frankie HI-NRG MC – “Quelli che benpensano” (1997)


La base musicale di “Quelli che benpensano” è stata campionata dall’incipit del brano “Dawn Comes Alone” cantata nel 1968 da Nicole Croisille, colonna sonora del film francese “Les jeunes loups” per la regia di Marcel Carné uscito nello stesso anno. Una scoperta recente raccontata in un’intervista del 2015 proprio dal rapper Ice One, produttore di “Quelli che benpensano”:

A distanza di quasi vent’anni, per farti un esempio, un ragazzo ha beccato il campionamento di “Quelli che benpensano” (Nicole Croisille – “Dawn Comes Alone”). Era il lato B di una colonna sonora, trovata pescando per caso in un mercatino (ride, ndr.).

Ice One
Nicole Croisille — “Dawn Comes Alone” (1968)


Ma non solo. L’intro di “Dawn Comes Alone” è stato campionato e a sua volta arrangiato unendo un altro campionamento: un frammento di un assolo di tromba contenuto nel brano “Blue Juice” di Jimmy McGriff (curiosamente sempre del 1968). Lo potete ascoltare cliccando qui al minuto 1 e 57 secondi.

“Quelli che benpensano” ha fatto storia, a partire dal videoclip ispirato al film “Il tassinaro” di Alberto Sordi. La regia è dello stesso Frankie Hi-Nrg e Riccardo Sinigallia (la voce del ritornello), si svolge tutto all’interno di un taxi che gira per le strade di Roma e accoglie diversi clienti, tutte le diverse tipologie di persone che sta raccontando il testo della canzone.

A poco più di vent’anni di distanza il rapper Marracash ha realizzato una rivisitazione del pezzo pubblicata nel suo album “Persona” (2019) con il titolo “Quelli che non pensano” in collaborazione con Coez. Un aggiornamento sull’evoluzione della società: Siamo passati da quelli che ben pensano a quelli che non pensanoannuncia il primo verso della canzone. Marracash racconta un’involuzione dell’individuo che dal “ben pensiero” perbenista anni ’90 è passato al “non pensiero” del 2020. Impegnato oggi a costruirsi una vita apparente e vuota da esibire sui social a caccia di like: “Stiamo cadendo col mondo in mano / Più a fondo vado e più capisco che (Quelli che non pensano) / Se penso al fondo, l’ho già superato / E ancora scavo e tu sei come me”.

Marracash – “Quelli che non pensano” (2019)


Toccare il testo di Frankie Hi-Nrg è un compito delicato. È la prima volta che viene modificato, anche se molte sono state le cover di “Quelli che benpensano” da Fiorella Mannonia a Caparezza fino ai tempi del Coronavirus che ha portato il remix di Vincenzo De Luca. In una parodia realizzata da DJ Stile il volto del governatore della Campania, grazie ad un abile montaggio, sostituisce quello di Frankie Hi Nrg alla guida del taxi del videoclip originale e “canta” alcune parti dei suoi famosi discorsi. Uno dei successi virali impazzati sul web ai tempi della quarantena: qui il link.

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L’enigma di “All Along the Watchtower”

“All Along the Watchtower” è una delle canzoni più note di Jimi Hendrix, anche se è nata dal genio di Bob Dylan; due grandi e immortali nomi incisi nella storia della musica.

A scriverla è stato Bob Dylan, pubblicata nel 1967 nell’album “John Wesley Harding”. Era il primo lavoro dopo l’incidente in moto che lo aveva costretto ad una lunga pausa. Un nuovo inizio di carriera che lo ha visto tornare alla ruvida essenzialità acustica degli esordi: solo chitarra, armonica e voce.

A renderla immortale è stato Jimi Hendrix, con una cover psichedelica talmente potente e incendiaria da offuscare l’originale di Dylan. Uscita nell’album “Electric Ladyland” (1968), “All Along the Watchtower” di Hendrix si piazzò in vetta alle classifiche, inaspettatamente, vendendo più di ogni altra sua canzone precedente. Hendrix l’aveva trasformata, metabolizzata, rigenerata al punto da creare quasi un brano originale.

Una versione che piacque molto anche a Bob Dylan che in seguito nei suoi concerti la ripropose con il nuovo arrangiamento di Jimi Hendrix. Dylan è stato un punto di riferimento molto presente nell’evoluzione musicale di Hendrix:

Tutte quelle persone a cui non piacciono le canzoni di Bob Dylan dovrebbero leggere i suoi testi. Sono piene delle gioie e della tristezza della vita. Io sono come Dylan, nessuno di noi può cantare normalmente. A volte suono le canzoni di Dylan e le trovo così simili a me che sembra quasi che le abbia scritte io.

Sentivo “Watchtower” come una canzone che avrei potuto fare io, ma sono sicuro che non l’avrei mai finita. Pensando a Dylan, credo che non sarei mai stato in grado di scrivere le parole che riesce a tirare fuori, ma vorrei che mi aiutasse, perché ho un sacco di canzoni che non riesco a finire. Metto qualche parola sul foglio e non riesco ad andare avanti. Ma ora le cose stanno migliorando, sono un po’ più sicuro di me stesso”. – JIMI HENDRIX

“All Along the Watchtower” è forse la più esoterica tra le canzoni di Dylan, un testo enigmatico con molti richiami biblici, da sembrare scritto con il libro di Isaia sottomano (pur senza rinnegare la sua origine ebraica, la Bibbia cristiana è sempre stata il testo guida di Dylan).

Tutta la canzone è giocata in chiave allegorica, le interpretazioni e i livelli di lettura sono innumerevoli; è uno dei testi più controversi di Dylan la cui efficacia compositiva nell’unire parole e musica è indiscussa, tanto da essere stato premiato con il Nobel per la Letteratura nel 2016 per aver “creato nuove espressioni poetiche all’interno della tradizione della canzone americana”.

Jimi Hendrix – “All Along the Watchtower” (1968)



In “All Along the Watchtower” i riferimenti storici e biblici sono così tanti ed evidenti da rendere palese la volontà di Dylan di voler celare un messaggio contemporaneo attraverso il racconto di una storia antica come la distruzione di Babilonia. È proprio Isaia a parlare di una “torre di guardia” (the watchtower) a preannunciare la caduta di Babilonia.

“There must be some way out of here” said the joker to the thief
“There’s too much confusion, I can’t get no relief.
Businessmen, they drink my wine, plowmen dig my earth.
None of them along the line know what any of it is worth”


“Dovrebbe esserci una via d’uscita” disse il giullare al ladro, “Qui c’è troppa confusione non riesco a trovare conforto / Uomini d’affari bevono il mio vino, contadini arano la mia terra / nessuno di quelli in fila conosce il valore di tutto questo.

La prima strofa del brano presenta subito i due protagonisti, un giullare e un ladro, e sembra mettere davanti ai nostri occhi una moderna Babilonia (spesso utilizzata come sinonimo di “confusione”), piena di gente pronta ad approfittare della minima occasione.

Nelle parole del giullare c’è chi ha letto le parole di Cristo alla ricerca di una via d’uscita al Male che pervade il mondo. Uomini d’affari bevono il vino, contadini scavano la terra: forse un riferimento al sangue (il vino) e al corpo (la terra) di Cristo offerti in remissione dei peccati? Seguendo questa lettura il verso “nessuno di quelli in fila conosce il valore di tutto ciò” potrebbe descrivere i cristiani in fila per ricevere la comunione, senza capire il significato profondo di quell’azione.

“No reason to get excited”, the thief, he kindly spoke
“There are many here among us who feel that life is but a joke
but you and I we’ve been through that and this is not our fate
so let us not talk falsely now, the hour is getting late”.


Non ti devi preoccupare” disse gentilmente il ladro / “Sono in molti qui tra noi che hanno la sensazione che la vita sia solo un gioco / ma tu ed io siamo andati oltre e questo non è il nostro destino / così non parliamo ingiustamente adesso si sta facendo tardi”.

Nella seconda strofa il ladro risponde al giullare: se prima il giullare si lamentava che gli venisse rubato tutto, ora il ladro si lamenta di chi considera la vita solo come un gioco, uno scherzo. Si rimproverano quasi l’uno con l’altro, ma entrambi sanno che non è quello il loro destino e qualcos’altro li attende.

Seguendo la spiegazione biblica il ladro potrebbe essere il buon ladrone, al quale Gesù sulla croce annuncerà che presto sarà con lui in Paradiso; e il giullare chi invece pensa che sia tutto uno scherzo, i membri del Sinedrio e i soldati romani che schernivano Gesù.

Ma qui entra in gioco un’altra chiave di lettura: ladro e giullare potrebbero essere il Bob Dylan uomo e il Bob Dylan artista, riferimento che vale anche per Jimi Hendrix. Forse un momento di crisi dell’artista che cerca una via d’uscita dai “businessmen” e i “plowmen” che si arricchiscono alle spalle del suo lavoro e della sua bravura, che cercano di controllarlo e scavare dentro di lui. L’uomo e l’artista stanno pagando il successo a caro prezzo.

All along the watchtower, princes kept the view
while all the women came and went, barefoot servants, too.

Outside in the cold distance a wild cat did growl
two riders were approaching and the wind began to howl.


Per tutto il tempo alla torre di guardia i principi stavano all’erta / le donne andavano e venivano, anche i servi a piedi nudi. / Fuori in lontananza un puma ringhiò / due cavalieri si stavano avvicinando e il vento incominciò ad ululare.

Ecco la terza e ultima strofa. Qui inizia la storia: il ladro e il giullare sono due cavalieri che si dirigono insieme, uniti nei loro ideali, verso la torre di guardia (the watchtower). C’è paura, si sente il pericolo, tra premonizioni e minacce il racconto si conclude con l’ululare del vento… forse lo stesso vento carico di risposte di “Blowing in the Wind”?

Questi versi sono stati interpretati come una chiara ripresa dal Libro di Isaia (21:8-9) in cui si legge: La vedetta ha gridato: «Al posto di osservazione (watchtower), Signore, io sto sempre, tutto il giorno, e nel mio osservatorio sto in piedi, tutta la notte. Ecco, arriva una schiera di cavalieri, coppie di cavalieri». Essi esclamano e dicono: «È caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi».

“All Along the Watchtower” annuncia la caduta di Babilonia, la sede della corruzione e del male del mondo, per tutto il testo, senza però nominarla mai. I due cavalieri, il ladro e il giullare, stanno arrivando ad annunciarne la caduta?

Forse il vento che soffia (“the wind began to howl”) potrebbe essere un riferimento agli Angeli del Signore che si schierarono su Babilonia e cominciarono ad agitare le ali, creando un vento così forte da distruggere tutta la città.

Forse il giullare e il ladro sono la stessa persona: Bob Dylan da un lato e Robert Allen Zimmerman dall’altro. Il giullare è la rock star che sembrava aver preso il sopravvento nella stagione all’inferno che aveva preceduto il disco “John Wesley Harding” e il ladro il cantautore che Dylan ha preso coscienza di essere nella nuova fase della sua carriera.

Ma il testo potrebbe anche alludere, in senso più generico, alla parte umana, terrena, dell’uomo in contrapposizione all’anima spirituale. Il giullare oppresso dalle ingiustizie della vita, viene contrapposto alla figura del ladro che ha l’assoluta tranquillità di chi è giunto ad un livello più alto di conoscenza.

O forse sono solo due uomini che cavalcano verso il loro destino, in fuga da un mondo corrotto che li rendeva miseri e patetici.

Non lo sapremo mai, Bob Dylan ha lasciato a noi ascoltatori la conclusione della storia.

Bob Dylan – “All Along the Watchtower” (1967)
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“Thriller” non l’ha scritta Michael Jackson

Thriller” di Michael Jackson è il disco più venduto di tutti i tempi, si stima siano oltre 110 milioni le copie vendute. Sesto album in studio del Re del Pop, pubblicato il 30 novembre 1982, è una pietra miliare della musica, 9 brani che hanno fatto la storia e che nascondo qualche sorpresa.

Come la title-track “Thriller” che non è stata scritta da Michael Jackson, ma dal cantautore compositore, produttore discografico e musicista inglese Rod Temperton. Soprannominato “l’uomo invisibile” perché pur avendo firmato molti successi, e non solo per Michael Jackson, ha mantenuto sempre un basso profilo.

Rod Temperton collaborava con Quincy Jones, produttore di Michael Jackson, e aveva già lavorato col loro al precedente album “Off the Wall” (1979) di cui aveva composto la title-track e anche la traccia numero 2, “Rock with You”.

Johns chiese altri tre pezzi per l’album successivo e Temperton scrisse: “The Lady in My Life”, “Baby Be Mine” e “Starlight”. Le tre canzoni piacquero subito a Michael Jackson e Quincy Jones, ma non erano convinti del titolo dell’ultima, “Starlight”, volevano qualcosa di maggior impatto. L’ispirazione arrivò, di notte:

Mi sono svegliato in piena notte e ho detto questa parola. Qualcosa nella mia testa mi ha detto subito “questo è il titolo”. Potresti visualizzarlo in cima alle classifiche di Billboard, puoi immaginare il merchandising per questa sola parola, è saltato fuori da solo: “Thriller”.

Rod Temperton

E funzionò alla perfezione. “Thriller” oltre ad essere un singolo di successo e titolo dell’album più venduto nella storia, è anche il videoclip più famoso di sempre. Più che un videoclip si tratta di un cronometraggio, quasi “mini film” – la versione originale dura quasi 14 minuti – che Michael Jackson affidò alla regia di John Landis dopo aver visto il suo film “Un lupo mannaro americano a Londra”: rimase affascinato dalle ambientazioni e pensò di trasporre lo stile horror in musica.

Tra le tante curiosità del videoclip (che stava anche per non essere realizzato a causa del budget milionario richiesto che non entusiasmò la casa discografica) come dimenticare l’ululato del licantropo in apertura: per realizzarlo fu portato in studio un alano di 90 chili, che però non volle collaborare e costrinse lo stesso Michael Jackson a tentare di riprodurre con la sua voce quel suono sinistro, riuscendoci poi alla perfezione. Il cigolio della porta venne campionato da una porta dei bagni dello studio e il rumore dei passi fu realizzato facendo camminare su una pedana di legno Michael Jackson fino ad ottenere l’effetto desiderato.

La voce fuori campo e la malvagia risata finale sono invece dell’icona del cinema horror Vincent Price, coinvolto nel progetto grazie alla moglie del produttore Quincy Jones, amica di Price.

Ultima curiosità sull’album: la celebre ballata “Human Nature” – traccia numero 7 del disco ed altro grande successo – è stata scritta da Steve Porcaro, tastierista dei Toto. Pare ispirata dalla figlia, all’epoca in prima elementare, che tornò a casa in lacrime perché un suo compagno di scuola l’aveva spinta, per confortarla le disse: “è la natura umana”.
Il demo arrivò per caso nelle mani di Quincy Jones e poi di Michael Jackson che la volle inserire in “Thriller” e l’ha poi incisa insieme ai Toto per la parte strumentale.

Attenzione: questo non toglie nulla all’importanza, alla bravura e al genio che hanno reso Michael Jackson l’indiscusso Re del Pop!