Browsing Category

disCover

disCover

Un raggio di sole per Madonna

“Ray of Light” (1998) è il disco della maturità che ha salvato Madonna, la Regina del Pop. Dopo il danno d’immagine di “Erotica” e del libro “Sex”, gli scandali e le scomuniche del Vaticano ecco la redenzione. Dopo una vita da “material girl” piena di vuoto e superficialità, è anche grazie alla nascita della figlia, Louise Veronica Ciccone, che avviene il cambiamento, annunciato fin dalla canzone d’apertura del disco “Drowned World/Substitute for Love” che inizia col verso: “I traded fame for love” (Ho scambiato la fama per amore).

Un riscatto verso una visione più profonda e spirituale dell’esistenza, come un raggio di sole. “Ray of light” non è solo il titolo dell’album, ma è anche una delle canzoni più iconiche che Madonna abbia mai pubblicato. Cinque minuti di techno- dance-pop di fine anni ’90 che si mescola in atmosfere calme e ipnotiche. Anche se è uno dei pochissimi pezzi non concepiti fin dall’inizio da un’idea di Madonna.

“Ray of Light” trae ispirazione da un brano titolato “Sepheryn” scritto da Clive Muldoon e Dave Curtis nel 1971. Una prima versione fu realizzata dal produttore William Orbit insieme alla cantante Christine Leach, a cui venne dato il titolo di “Zephyr In The Sky”. In questa versione germinale e con questo titolo provvisorio venne fatta ascoltare insieme ad altre demo a Madonna.

Clive Muldoon e Dave Curtis – “Sepheryn” (1971)


Lady Ciccone decise di lavorarci insieme al suo produttore William Orbit e cambiò parte del testo inserendo una nuova strofa: “Faster than the speeding light she’s flying / Trying to remember where it all began / Shes got herself a little piece of Heaven / Waiting for the time when Earth shall be as one” (Più veloce della luce, sta volando / cercando di ricordare dove tutto ebbe inizio / Si è procurata un piccolo pezzo di Paradiso / aspettando che arrivi il momento in cui la Terra si unirà al suo paradiso). Nasce così il successo di “Ray of Light”.

Una canzone che parla di libertà, con uno sguardo mistico all’Universo e a quanto piccolo sia l’essere umano rispetto alla sua infinita vastità. Tutto l’album “Ray of Light” presenta riferimenti mistici dovuti all’avvicinamento di Madonna alla Cabala ebraica, al suo studio dell’Induismo e del Buddhismo e alla pratica quotidiana dello Yoga. Un oltraggio per i puristi, un omaggio un po’ irriverente, ma suggestivo, per gli amanti delle contaminazioni di genere.

Ho iniziato a studiare la Cabala, che è un’interpretazione mistica ebraica dell’Antico Testamento. Mi sono anche trovata molto vicina all’Induismo e allo yoga, e per la prima volta dopo tanto tempo, sono stata in grado di fare un passo fuori da me stessa e vedere il mondo da una prospettiva diversa.

Madonna
Madonna – “Ray of Light” (1998)



Iconico anche il videoclip, girato tra Svezia, New York e Las Vegas. Con la tecnica time-lapse racconta nel giro dei 5 minuti della canzone una giornata dall’alba al tramonto. Nel 1999 ha vinto ben due Grammy come Best Dance Recording and Best Short Form Music Video.

Anche se Madonna, anzi la Oil factory produttrice del video, venne accusata dal regista Stefano Salvati di aver plagiato con Ray Of Light un videoclip che aveva girato qualche anno prima, ovvero quello di Non è mai stato subito” (1994) di Biagio Antonacci.

La risposta che arrivò a Salvati dalla Oil Factory pare sia stata la seguente:
“Egregio signore – scrive Billy Poveda della Oil Factory al legale della Diamante Film- con il dovuto rispetto lei avrà più fortuna continuando a chiedere l’elemosina piuttosto che tentare di estorcere soldi alla Oil Factory. […] Gradirei che consigliasse al suo cliente di tornare al suo lavoro di fattorino di pizze cercando di non approfittare del duro lavoro di un altro regista. […] In poche parole consideri fallito il suo tentativo di risolvere la questione fuori dal tribunale”.

Dopo questa risposta è partita un’azione legale che si è risolta con un nulla di fatto: l’accusa non poteva essere sostenuta in quanto secondo i giudici entrambi avevano “tratto ispirazione” dal film di Godfrey Reggio “Koyaanisqatsi” che per primo aveva applicato la tecnica del “time-lapse” nel 1982.

Biagio Antonacci – “Non è mai stato subito” (1994)
disCover

“Over the Rainbow” da Oz a Iz

Pochi giorni fa ricorreva il compleanno di Israel Kamakawiwo’ole, cantante e musicista nativo hawaiano, che nacque proprio il 20 maggio di 61 anni fa. Grazie anche ad un bellissimo “doodle” che campeggiava nella home page del motore di ricerca Google, in suo onore e ricordo sono stati scritti molti articoli e credo sia stata per molti l’occasione per riascoltare il suo più grande successo: “Over the Rainbow”.

Israel Kamakawiwo’ole, conosciuto anche con il soprannome “Iz”, è l’artista hawaiano più famoso della storia. Iniziò a suonare con il fratello maggiore Skippy all’età di undici anni e raggiunse la popolarità negli anni ’70: andò in tour negli Stati Uniti e pubblicò dieci album di successo. Iz era un mago dell’ukulele, strumento oggi tornato di moda: si tratta di una piccola chitarra a quattro corde, adattamento hawaiano di un altro strumento di origine portoghese.

Iz grazie al suo successo riuscì a far conoscere il suono dell’ukulele al mondo, ma soprattutto divenne il simbolo di un popolo che in lotta per i diritti e l’indipendenza culturale dalla potenza americana. Era l’idolo di una popolazione che cercava di affrancarsi dall’immagine turistica, patinata e plastificata che hanno sempre avuto le Hawaii nell’immaginario collettivo, temi che spesso sono presenti nelle sue canzoni.


Da sempre in lotta con la propria obesità, Iz morì giovane all’età di 38 anni, proprio per complicazioni cardiache e respiratorie dovute alla sua condizione, ma lasciò in eredità al mondo il suo più grande successo: “Over the Rainbow”. Registrata alle tre di notte e poi pubblicata nel 1993 nell’album “Facing Future” è una dolcissima canzone in cui la sua voce e il suo ukulele creano una fusione di due altre successi: “Somewhere Over The Rainbow” da Judy Garland per il film “Il mago di Oz” e “What a Wonderful World” scritta da Bob Thiele e George David Weiss e interpretata per la prima volta da Louis Armstrong nel 1967.

Principalmente si può dire che “Over the Rainbow” in realtà sia una cover della celebre canzone composta per la colonna sonora del film di culto “Il Mago di Oz” del 1939. Un brano che dopo più di 80 anni ha ancora la capacità di incantare. Vinse l’Oscar per la migliore canzone e nel 2001 è stata eletta la “canzone del secolo” dalla Recording Industry Association of America e dalla National Endowment for the Arts ( seguita da “White christmas” di Irving Berlin, ma resa celebre da Bing Crosby).

“Over the Rainbow” (il titolo originale era “Over the Rainbow is where I want to be” ma fu ben presto accorciato) è stata composta come quasi tutte le canzoni del film “Il Mago di Oz” da Harold Arlen e Yip Harburg. Un successo che stava per essere scartato: dopo un’anteprima l’amministratore delegato della MGM e il produttore proposero di toglierla dal film perché secondo loro ne rallentava il ritmo. Per fortuna intervennero il produttore associato Arthur Freed e Roger Edens, vocal coach e mentore di Judy Garland, a salvare la situazione.


Nel film la protagonista Dorothy (Judy Garland) dopo un rimprovero della zia che le dice di viaggiare meno con la fantasia, canta questa canzone in cui sogna di trovarsi in un mondo “al di là dell’arcobaleno” dove i problemi si sciolgono come gocce di limone e i sogni diventano realtà.
Il testo nasconde un riferimento politico: Harburg raccontava la speranza americana per il programma “New Deal” pensato dall’allora presidente Franklin Roosevelt per far uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione dei primi anni ’30.

Over the Rainbow” è diventata parte della mia vita. È il simbolo dei sogni e dei desideri di tutti, sono sicura che è per questo che alcune persone hanno le lacrime agli occhi quando la ascoltano. L’ho cantata migliaia di volte ed è ancora la canzone che ho nel cuore.

Judy Garland

C’è anche chi ha trovato in “Over the Rainbow” una somiglianza sia armonica che melodica con un tema presente nell’intermezzo (noto come “Sogno di Ratcliff”) dell’opera “Guglielmo Ratcliff” composta da Pietro Mascagni nel 1985. Plagio, ispirazione, coincidenze?

disCover

“Quelli che benpensano” dal 1968 ad oggi

È stata premiata come la migliore canzone italiana del 1997. Singolo di lancio dell’album “La morte dei miracoli”, “Quelli che benpensano” è stato un grandissimo successo di Frankie Hi-Nrg che ha conquistato pubblico, radio e le televisioni musicali.

“Quelli che benpensano” è stata definita una canzone d’autore declinata con le moderne sonorità dell’hip hop. È una canzone di denuncia, politica e sociale, specchio tagliente di quell’Italia di arrampicatori sociali senza scrupoli e senza morale. Figli del consumismo ossessivo ed eccentrico (Vivon col timore di poter sembrare poveri / Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano) avvolti al perbenismo dilagante in una competizione per soldi e successo (L’imperativo è vincere / E non far partecipare nessun altro).

L’ironia del grande successo commerciale di “Quelli che benpensano” è essere finita tra i brani preferiti proprio di chi Frankie Hi-Nrg stava denunciando: “Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi”. Un successo nato da un testo d’autore unito ad una musica accattivante, un motivetto che si memorizza subito fin dal primo ascolto e che nasconde un “segreto”.

Frankie HI-NRG MC – “Quelli che benpensano” (1997)


La base musicale di “Quelli che benpensano” è stata campionata dall’incipit del brano “Dawn Comes Alone” cantata nel 1968 da Nicole Croisille, colonna sonora del film francese “Les jeunes loups” per la regia di Marcel Carné uscito nello stesso anno. Una scoperta recente raccontata in un’intervista del 2015 proprio dal rapper Ice One, produttore di “Quelli che benpensano”:

A distanza di quasi vent’anni, per farti un esempio, un ragazzo ha beccato il campionamento di “Quelli che benpensano” (Nicole Croisille – “Dawn Comes Alone”). Era il lato B di una colonna sonora, trovata pescando per caso in un mercatino (ride, ndr.).

Ice One
Nicole Croisille — “Dawn Comes Alone” (1968)


Ma non solo. L’intro di “Dawn Comes Alone” è stato campionato e a sua volta arrangiato unendo un altro campionamento: un frammento di un assolo di tromba contenuto nel brano “Blue Juice” di Jimmy McGriff (curiosamente sempre del 1968). Lo potete ascoltare cliccando qui al minuto 1 e 57 secondi.

“Quelli che benpensano” ha fatto storia, a partire dal videoclip ispirato al film “Il tassinaro” di Alberto Sordi. La regia è dello stesso Frankie Hi-Nrg e Riccardo Sinigallia (la voce del ritornello), si svolge tutto all’interno di un taxi che gira per le strade di Roma e accoglie diversi clienti, tutte le diverse tipologie di persone che sta raccontando il testo della canzone.

A poco più di vent’anni di distanza il rapper Marracash ha realizzato una rivisitazione del pezzo pubblicata nel suo album “Persona” (2019) con il titolo “Quelli che non pensano” in collaborazione con Coez. Un aggiornamento sull’evoluzione della società: Siamo passati da quelli che ben pensano a quelli che non pensanoannuncia il primo verso della canzone. Marracash racconta un’involuzione dell’individuo che dal “ben pensiero” perbenista anni ’90 è passato al “non pensiero” del 2020. Impegnato oggi a costruirsi una vita apparente e vuota da esibire sui social a caccia di like: “Stiamo cadendo col mondo in mano / Più a fondo vado e più capisco che (Quelli che non pensano) / Se penso al fondo, l’ho già superato / E ancora scavo e tu sei come me”.

Marracash – “Quelli che non pensano” (2019)


Toccare il testo di Frankie Hi-Nrg è un compito delicato. È la prima volta che viene modificato, anche se molte sono state le cover di “Quelli che benpensano” da Fiorella Mannonia a Caparezza fino ai tempi del Coronavirus che ha portato il remix di Vincenzo De Luca. In una parodia realizzata da DJ Stile il volto del governatore della Campania, grazie ad un abile montaggio, sostituisce quello di Frankie Hi Nrg alla guida del taxi del videoclip originale e “canta” alcune parti dei suoi famosi discorsi. Uno dei successi virali impazzati sul web ai tempi della quarantena: qui il link.

disCover

L’enigma di “All Along the Watchtower”

“All Along the Watchtower” è una delle canzoni più note di Jimi Hendrix, anche se è nata dal genio di Bob Dylan; due grandi e immortali nomi incisi nella storia della musica.

A scriverla è stato Bob Dylan, pubblicata nel 1967 nell’album “John Wesley Harding”. Era il primo lavoro dopo l’incidente in moto che lo aveva costretto ad una lunga pausa. Un nuovo inizio di carriera che lo ha visto tornare alla ruvida essenzialità acustica degli esordi: solo chitarra, armonica e voce.

A renderla immortale è stato Jimi Hendrix, con una cover psichedelica talmente potente e incendiaria da offuscare l’originale di Dylan. Uscita nell’album “Electric Ladyland” (1968), “All Along the Watchtower” di Hendrix si piazzò in vetta alle classifiche, inaspettatamente, vendendo più di ogni altra sua canzone precedente. Hendrix l’aveva trasformata, metabolizzata, rigenerata al punto da creare quasi un brano originale.

Una versione che piacque molto anche a Bob Dylan che in seguito nei suoi concerti la ripropose con il nuovo arrangiamento di Jimi Hendrix. Dylan è stato un punto di riferimento molto presente nell’evoluzione musicale di Hendrix:

Tutte quelle persone a cui non piacciono le canzoni di Bob Dylan dovrebbero leggere i suoi testi. Sono piene delle gioie e della tristezza della vita. Io sono come Dylan, nessuno di noi può cantare normalmente. A volte suono le canzoni di Dylan e le trovo così simili a me che sembra quasi che le abbia scritte io.

Sentivo “Watchtower” come una canzone che avrei potuto fare io, ma sono sicuro che non l’avrei mai finita. Pensando a Dylan, credo che non sarei mai stato in grado di scrivere le parole che riesce a tirare fuori, ma vorrei che mi aiutasse, perché ho un sacco di canzoni che non riesco a finire. Metto qualche parola sul foglio e non riesco ad andare avanti. Ma ora le cose stanno migliorando, sono un po’ più sicuro di me stesso”. – JIMI HENDRIX

“All Along the Watchtower” è forse la più esoterica tra le canzoni di Dylan, un testo enigmatico con molti richiami biblici, da sembrare scritto con il libro di Isaia sottomano (pur senza rinnegare la sua origine ebraica, la Bibbia cristiana è sempre stata il testo guida di Dylan).

Tutta la canzone è giocata in chiave allegorica, le interpretazioni e i livelli di lettura sono innumerevoli; è uno dei testi più controversi di Dylan la cui efficacia compositiva nell’unire parole e musica è indiscussa, tanto da essere stato premiato con il Nobel per la Letteratura nel 2016 per aver “creato nuove espressioni poetiche all’interno della tradizione della canzone americana”.

Jimi Hendrix – “All Along the Watchtower” (1968)



In “All Along the Watchtower” i riferimenti storici e biblici sono così tanti ed evidenti da rendere palese la volontà di Dylan di voler celare un messaggio contemporaneo attraverso il racconto di una storia antica come la distruzione di Babilonia. È proprio Isaia a parlare di una “torre di guardia” (the watchtower) a preannunciare la caduta di Babilonia.

“There must be some way out of here” said the joker to the thief
“There’s too much confusion, I can’t get no relief.
Businessmen, they drink my wine, plowmen dig my earth.
None of them along the line know what any of it is worth”


“Dovrebbe esserci una via d’uscita” disse il giullare al ladro, “Qui c’è troppa confusione non riesco a trovare conforto / Uomini d’affari bevono il mio vino, contadini arano la mia terra / nessuno di quelli in fila conosce il valore di tutto questo.

La prima strofa del brano presenta subito i due protagonisti, un giullare e un ladro, e sembra mettere davanti ai nostri occhi una moderna Babilonia (spesso utilizzata come sinonimo di “confusione”), piena di gente pronta ad approfittare della minima occasione.

Nelle parole del giullare c’è chi ha letto le parole di Cristo alla ricerca di una via d’uscita al Male che pervade il mondo. Uomini d’affari bevono il vino, contadini scavano la terra: forse un riferimento al sangue (il vino) e al corpo (la terra) di Cristo offerti in remissione dei peccati? Seguendo questa lettura il verso “nessuno di quelli in fila conosce il valore di tutto ciò” potrebbe descrivere i cristiani in fila per ricevere la comunione, senza capire il significato profondo di quell’azione.

“No reason to get excited”, the thief, he kindly spoke
“There are many here among us who feel that life is but a joke
but you and I we’ve been through that and this is not our fate
so let us not talk falsely now, the hour is getting late”.


Non ti devi preoccupare” disse gentilmente il ladro / “Sono in molti qui tra noi che hanno la sensazione che la vita sia solo un gioco / ma tu ed io siamo andati oltre e questo non è il nostro destino / così non parliamo ingiustamente adesso si sta facendo tardi”.

Nella seconda strofa il ladro risponde al giullare: se prima il giullare si lamentava che gli venisse rubato tutto, ora il ladro si lamenta di chi considera la vita solo come un gioco, uno scherzo. Si rimproverano quasi l’uno con l’altro, ma entrambi sanno che non è quello il loro destino e qualcos’altro li attende.

Seguendo la spiegazione biblica il ladro potrebbe essere il buon ladrone, al quale Gesù sulla croce annuncerà che presto sarà con lui in Paradiso; e il giullare chi invece pensa che sia tutto uno scherzo, i membri del Sinedrio e i soldati romani che schernivano Gesù.

Ma qui entra in gioco un’altra chiave di lettura: ladro e giullare potrebbero essere il Bob Dylan uomo e il Bob Dylan artista, riferimento che vale anche per Jimi Hendrix. Forse un momento di crisi dell’artista che cerca una via d’uscita dai “businessmen” e i “plowmen” che si arricchiscono alle spalle del suo lavoro e della sua bravura, che cercano di controllarlo e scavare dentro di lui. L’uomo e l’artista stanno pagando il successo a caro prezzo.

All along the watchtower, princes kept the view
while all the women came and went, barefoot servants, too.

Outside in the cold distance a wild cat did growl
two riders were approaching and the wind began to howl.


Per tutto il tempo alla torre di guardia i principi stavano all’erta / le donne andavano e venivano, anche i servi a piedi nudi. / Fuori in lontananza un puma ringhiò / due cavalieri si stavano avvicinando e il vento incominciò ad ululare.

Ecco la terza e ultima strofa. Qui inizia la storia: il ladro e il giullare sono due cavalieri che si dirigono insieme, uniti nei loro ideali, verso la torre di guardia (the watchtower). C’è paura, si sente il pericolo, tra premonizioni e minacce il racconto si conclude con l’ululare del vento… forse lo stesso vento carico di risposte di “Blowing in the Wind”?

Questi versi sono stati interpretati come una chiara ripresa dal Libro di Isaia (21:8-9) in cui si legge: La vedetta ha gridato: «Al posto di osservazione (watchtower), Signore, io sto sempre, tutto il giorno, e nel mio osservatorio sto in piedi, tutta la notte. Ecco, arriva una schiera di cavalieri, coppie di cavalieri». Essi esclamano e dicono: «È caduta, è caduta Babilonia! Tutte le statue dei suoi dèi sono a terra, in frantumi».

“All Along the Watchtower” annuncia la caduta di Babilonia, la sede della corruzione e del male del mondo, per tutto il testo, senza però nominarla mai. I due cavalieri, il ladro e il giullare, stanno arrivando ad annunciarne la caduta?

Forse il vento che soffia (“the wind began to howl”) potrebbe essere un riferimento agli Angeli del Signore che si schierarono su Babilonia e cominciarono ad agitare le ali, creando un vento così forte da distruggere tutta la città.

Forse il giullare e il ladro sono la stessa persona: Bob Dylan da un lato e Robert Allen Zimmerman dall’altro. Il giullare è la rock star che sembrava aver preso il sopravvento nella stagione all’inferno che aveva preceduto il disco “John Wesley Harding” e il ladro il cantautore che Dylan ha preso coscienza di essere nella nuova fase della sua carriera.

Ma il testo potrebbe anche alludere, in senso più generico, alla parte umana, terrena, dell’uomo in contrapposizione all’anima spirituale. Il giullare oppresso dalle ingiustizie della vita, viene contrapposto alla figura del ladro che ha l’assoluta tranquillità di chi è giunto ad un livello più alto di conoscenza.

O forse sono solo due uomini che cavalcano verso il loro destino, in fuga da un mondo corrotto che li rendeva miseri e patetici.

Non lo sapremo mai, Bob Dylan ha lasciato a noi ascoltatori la conclusione della storia.

Bob Dylan – “All Along the Watchtower” (1967)
disCover

“Thriller” non l’ha scritta Michael Jackson

Thriller” di Michael Jackson è il disco più venduto di tutti i tempi, si stima siano oltre 110 milioni le copie vendute. Sesto album in studio del Re del Pop, pubblicato il 30 novembre 1982, è una pietra miliare della musica, 9 brani che hanno fatto la storia e che nascondo qualche sorpresa.

Come la title-track “Thriller” che non è stata scritta da Michael Jackson, ma dal cantautore compositore, produttore discografico e musicista inglese Rod Temperton. Soprannominato “l’uomo invisibile” perché pur avendo firmato molti successi, e non solo per Michael Jackson, ha mantenuto sempre un basso profilo.

Rod Temperton collaborava con Quincy Jones, produttore di Michael Jackson, e aveva già lavorato col loro al precedente album “Off the Wall” (1979) di cui aveva composto la title-track e anche la traccia numero 2, “Rock with You”.

Johns chiese altri tre pezzi per l’album successivo e Temperton scrisse: “The Lady in My Life”, “Baby Be Mine” e “Starlight”. Le tre canzoni piacquero subito a Michael Jackson e Quincy Jones, ma non erano convinti del titolo dell’ultima, “Starlight”, volevano qualcosa di maggior impatto. L’ispirazione arrivò, di notte:

Mi sono svegliato in piena notte e ho detto questa parola. Qualcosa nella mia testa mi ha detto subito “questo è il titolo”. Potresti visualizzarlo in cima alle classifiche di Billboard, puoi immaginare il merchandising per questa sola parola, è saltato fuori da solo: “Thriller”.

Rod Temperton

E funzionò alla perfezione. “Thriller” oltre ad essere un singolo di successo e titolo dell’album più venduto nella storia, è anche il videoclip più famoso di sempre. Più che un videoclip si tratta di un cronometraggio, quasi “mini film” – la versione originale dura quasi 14 minuti – che Michael Jackson affidò alla regia di John Landis dopo aver visto il suo film “Un lupo mannaro americano a Londra”: rimase affascinato dalle ambientazioni e pensò di trasporre lo stile horror in musica.

Tra le tante curiosità del videoclip (che stava anche per non essere realizzato a causa del budget milionario richiesto che non entusiasmò la casa discografica) come dimenticare l’ululato del licantropo in apertura: per realizzarlo fu portato in studio un alano di 90 chili, che però non volle collaborare e costrinse lo stesso Michael Jackson a tentare di riprodurre con la sua voce quel suono sinistro, riuscendoci poi alla perfezione. Il cigolio della porta venne campionato da una porta dei bagni dello studio e il rumore dei passi fu realizzato facendo camminare su una pedana di legno Michael Jackson fino ad ottenere l’effetto desiderato.

La voce fuori campo e la malvagia risata finale sono invece dell’icona del cinema horror Vincent Price, coinvolto nel progetto grazie alla moglie del produttore Quincy Jones, amica di Price.

Ultima curiosità sull’album: la celebre ballata “Human Nature” – traccia numero 7 del disco ed altro grande successo – è stata scritta da Steve Porcaro, tastierista dei Toto. Pare ispirata dalla figlia, all’epoca in prima elementare, che tornò a casa in lacrime perché un suo compagno di scuola l’aveva spinta, per confortarla le disse: “è la natura umana”.
Il demo arrivò per caso nelle mani di Quincy Jones e poi di Michael Jackson che la volle inserire in “Thriller” e l’ha poi incisa insieme ai Toto per la parte strumentale.

Attenzione: questo non toglie nulla all’importanza, alla bravura e al genio che hanno reso Michael Jackson l’indiscusso Re del Pop!

disCover

Un altro frenetico lunedì con Prince, le Bangles e i Green Day

Le Bangles sono state uno dei più grandi fenomeni commerciali degli anni Ottanta. Una band tutta al femminile dal sound retrò che cercava di richiamare lo spirito degli anni Sessanta, lontano dal contemporaneo Rock da stadio. Un gradevole, allegro e a tratti nostalgico Pop-Rock radiofonico che raggiunse la vetta delle classifiche di tutto il mondo con le hit: “Manic Monday”, “Walk Like ad Egyptian” e “Eternal Flame”.

Il primo grande successo per le californiane Bangles arrivò nel 1986 con il singolo “Manic Monday” che fece il giro del mondo e si piazzò al secondo posto delle classifiche inglesi e statunitensi, ma non riuscì a spodestare la vetta saldamente occupata dalla famosissima “Kiss” di Prince.

The Bangles – “Manic Monday” (1986)


Ed era stato proprio il genio di Prince a dare una notevole spinta al successo delle Bangles: “Manic Monday” infatti è stata scritta e composta dallo stesso Prince (con lo pseudonimo “Christopher”), in origine per un altro gruppo femminile creato da lui nel 1980, le Apollonia 6.

Si racconta che Prince abbia scoperto le Bangles vedendo un loro videoclip su MTV, ne rimase molto colpito e si recò ad un loro concerto. Il gossip anni ’80 dice che Prince fosse un loro vero fan, che conoscesse le loro canzoni a memoria e che si fosse innamorato della leader del gruppo, Susanna Hoffs. Queste voci non furono mai confermate, ma di certo si sa che Prince regalò loro un demo con sue due canzoni indedite: “Jealous Girl” (scartata) e “Manic Monday”.

Apollonia 6 – “Manic Monday” (demo 1984)

Sono andata a prendere una cassetta. C’erano due canzoni, una era “Manic Monday” e l’altra si intitolava “Jealous Girl”. Dovrei cercare quella cassetta, so di averla ancora, è in una scatola da qualche parte. Nella demo la canzone era cantata da una ragazza. Penso che ci stesse regalando quel pezzo e avremmo dovuto cantarlo in quel modo, ma volevamo rifare tutto da zero

Susanna Hoffs, The Bangles

Che emozione deve essere stata per le Bangles incidere un pezzo scritto da una superstar! Susanna Hoffs in un’intervista racconta che mentre era in sala di registrazione ad incidere quella canzone l’emozione era così forte che si sentiva quasi come se avesse la febbre alta. «Sapevo che era una canzone dei Prince e volevo fare un ottimo lavoro. Quelle vibrazioni sono la migliore sensazione al mondo. Registrare crea molto stress psicologico: c’è tanta pressione perché c’è molto in gioco e vuoi essere sicuro di fare del tuo meglio, dato che deve essere catturato per sempre su nastro. (…) Prince è venuto alle nostre prove dopo che il disco era finito, ed era davvero elettrizzato per come era venuto. Penso che abbia detto qualcosa del tipo: “Oh, sono stato sorpreso che voi ragazzi non abbiate usato la mia traccia” o qualcosa del genere. Ma ne è stato molto contento».

Prince – “Manic Monday” (demo)


Una demo di “Manic Monday” cantata da Prince è stata recentemente pubblicato nel 2019 nell’album “Original” un album di 15 tracce con 14 registrazioni inedite che mettono luce sul ruolo vitale dietro le scene che Prince ha avuto nelle carriere di altri artisti. Oltre che grandissimo performer, cantante e musicista, a metà degli anni ’80 Prince dominava le classifiche anche come autore/produttore con le canzoni che aveva composto e registrato per molti altri artisti.

In tempi di quarantena e Coronavirus, “Manic Monday” è stata “riscoperta” da Billie Joe Armstrong, frontman dei Green Day. Un regalo ai fan di cui è stato realizzato anche un videoclip: rigorosamente dal divano di casa Billie Joe duetta a distanza proprio con Susanna Hoffs, scatenata dal suo salotto con la chitarra in spalla.

Billie Joe Armstrong of Green Day – “Manic Monday” (aprile 2020)
(Appearing Susanna Hoffs of The Bangles)
disCover

La storia del canto zulu “The Lion Sleeps Tonight”

“In the jungle, the mighty jungle, the lion sleeps tonight” la conosciamo tutti, è una canzone famosissima che ci riporta all’instante nella selvaggia Africa con il suo strano ritornello che suona circa così: “auimmauè auimmauè”. Forse non tutti sanno che “The lion sleeps tonight” è canto che proviene veramente dall’Africa, una storia paradossale di un evergreen campione d’incassi che vale la pena scoprire.

Siamo a Johannesburg, Sudafrica, nel 1939, negli studi della casa discografica Gallo Records. Il governo sudafricano incoraggiava l’emancipazione e l’integrazione tra bianchi e neri, così successe a Solomon Linda, uno Zulu “occidentalizzato” che si esibiva con un suo gruppo vocale, The Evening Birds, con un repertorio basato sui canti tradizionali della sua tribù.

Solomon Linda incise per la Gallo Records un canto rituale che la sua tribù degli Zulu intonava prima di iniziare una battuta di caccia al leone, titolato “mbube” che nella sua lingua significa “leone”. Il trascinante e ossessivo ritornello si susseguiva in una serie di ripetizioni e gorgheggi della frase uyimbube (“tu sei un leone”) su di una base ritmica, senza una vera e propria melodia.

Solomon Linda & The Evening Birds – “Mbube” (1939)


L’incisione fu pubblicata dalla Gallo Records ed ottenne un grosso successo in Sud Africa e Solomon Linda ne cedette i diritti per una cifra irrisoria di circa 10 scellini. Quando Solomon Linda morì nel 1963 la sua canzone era famosa in tutto il mondo, contribuì ad arricchire molte persone, ma lui morì senza saperlo, analfabeta e in povertà.

Quell’incisione nel 1939 fu riscoperta da Alan Lomax, tra i più grandi etnomusicologi del Novecento conosciuto anche come “il padre del folksong revival american”, che ne intuì subito le grandi potenzialità e trovò un gruppo folk a cui affidarla: i Weavers di Peter Seege. Nel 1952 il gruppo la incise nel loro stile: ne accelerarono il ritmo dandogli un taglio swing e cambiarono il titolo in “Wimoweh”, una occidentalizzazione dell’originale “uyimbube”.

The Weavers – “Wimoweh” (1952)


Il brano ebbe un discreto successo e fece sorgere la problematica della proprietà intellettuale della musica. Pete Seeger volle che almeno parte dei diritti d’autore andassero a Solomon Linda, ma non sapeva che li aveva ceduti per una cifra simbolica alla casa discografica.

Nel 1961 poi una nuova svolta: i produttori Hugo Peretti e Luigi Creatore della Rca ripropongono il brano con un nuovo testo originale di George Weiss e con il titolo “The lion sleeps tonight” interpretato dal gruppo dei Tokens. Nasce il grande successo internazionale che ha reso questo antico canto zulu famoso in tutto il mondo. È una hit che travalica che frontiere, le generazioni, reinterpretata innumerevoli volte e utilizzata per molti film e pubblicità.

The Tokens – “The Lion Sleeps Tonight” (1961)


L’enorme successo della canzone smosse poi molte controversie per la proprietà intellettuale della canzone a favore della vedova e delle figlie di Solomon Linda. Soprattutto dopo l’uscita del film Disney “Il re leone” nel qualche era utilizzata una versione strumentale di “The Lion Sleeps Tonight” che avrebbe potuto fruttare loro una cifra a molti zeri. La vicenda si è recentemente risolta con un accordo tra le eredi e Weiss, Peretti e la Abilene Music, attuale detentrice del copyright sulla canzone.

Un finale dolce e amaro per il canto di un’antica tribù africana che suo malgrado continua a girare il mondo inserito nei contesti più disparati.

“The Lion Sleeps Tonight” per il famoso spot pubblicitario della Kinder (“Happy Hippo”)
disCover

Nel mondo che faremo, Dio è risorto (Francesco Guccini)

“Dio è morto” è forse la canzone più famosa di Francesco Guccini, spesso erroneamente attribuita ai Nomadi. Guccini la scrisse nel 1965 e fu portata al successo dai Nomadi che per primi la pubblicarono nell’album “Per quando noi non ci saremo” del 1967 e con cui parteciparono anche al Cantagiro di quell’anno. Sembra sia stata la prima canzone depositata alla Siae da Francesco Guccini, il cantautore però non la registrò mai in studio e la iniziò a cantare nei suoi concerti soltanto una decina di anni dopo.

Francesco Guccini è stato definito da Umberto Eco “il più colto dei nostri cantautori” e iniziò la sua carriera con un brano che oggi è tra i più belli non solo della produzione gucciniana, ma della canzone italiana. Guccini con la sua schiettezza disarmante scrive inno contro il consumismo, quasi blasfemo nel titolo, ma straordinariamente intriso di spiritualità.

Nomadi – “Dio è morto” (1967)


“Dio è morto” è un titolo che richiama il noto aforisma di Friedrich Nietzsche, tra i più famosi della storia della Filosofia, contenuto nella “Gaia scienza”. In realtà, come da dichiarazioni dello stesso autore, la canzone prende spunto dal poema “Urlo” del poeta statunitense Allen Ginsgerg che inizia così: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte […].»

Avevo 25 anni e stavo studiando all’Università di Bologna (sembra strano, sono stato giovane anch’io). I primi sit-in e il Sessantotto erano alle porte, era mia intenzione scrivere qualcosa di generazionale. Stava arrivando qualcosa che avrebbe portato ad una nuova primavera, l’idea era questa, giocata su un registro fra l’apocalittico e l’esistenziale. (…) La prima incisione, dei Nomadi, porta nel titolo un punto interrogativo, oltre al sottotitolo fra parentesi “Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”.

Ma c’è un altro aneddoto su “Dio è morto”. Quando andavo all’università pensavo ad una carriera accademica. Fortunatamente ho cambiato strada! Avevo fatto tutti gli esami, mancava solo la tesi, ma mi bocciarono in latino, sui paradigmi, io ricordavo solo i più facili. Il professore disse all’assistente: «Lo sa che questo ragazzo ha scritto quella bellissima canzone che si chiama “Dio è morto?” [era stata appena incisa dai Nomadi]. Però, si ricordi, i paradigmi vanno chiesti a tutti». E mi dissero di tornare. da “Il Vangelo secondo Francesco” di Giancarlo Padula

Francesco Guccini, dal libro “Il Vangelo secondo Francesco” di Giancarlo Padula

“Dio è morto” ha avuto una storia controversa: nell’aprile del 1967 venne censurato dalla Rai che si fermò alla forte affermazione espressa nel titolo e non comprese il significato del testo. La canzone in realtà non celebra la morte di Dio, ma proclama la necessità di una rinascita spirituale e morale. È una critica al falso moralismo, al vuoto consumismo, al perbenismo e all’ipocrisia.

Il messaggio venne colto dall’allora papa Paolo VI che lo fece trasmettere da Radio Vaticana. Nel testo di Guccini Dio non muore negli ideali di una società migliore, anzi “in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, in ciò che noi faremo Dio è risorto“.

Francesco Guccini – “Dio è morto” (live 1982)


“Dio è morto” descrive con un linguaggio semplice e schietto un presente intriso di falsi miti e falsi dei. Francesco Guccini contesta ciò che aveva avvelenato la società con una canzone manifesto che esortava alla nascita di nuovi valori morali e spirituali, che non fossero dogmatici o privi di senso. Il testo inizia con un’affermazione che suona già come una protesta: “Ho visto”. Guccini denuncia l’abuso di stupefacenti, di alcool, i falsi miti della moda, la religione vissuta come un’abitudine, la corruzione, il razzismo…

Aggiunsi una speranza finale non perché la canzone finisse bene, ma perché la speranza covava veramente.

Francesco Guccini

“È una critica generazionale che si rivolgeva alla gente di allora, anche se ogni volta che la canto in concerto mi stupisco del fatto che i giovani la conoscano a memoria dopo tanti anni… Non riesco ad eliminarla dalla scaletta! Il merito, però, devo dire, non è del tutto mio, ma degli “sponsor” di queste canzoni (potrei ricordare anche “Auschwitz”), i razzisti e gli imbecilli che, a quanto pare, tornano periodicamente alla ribalta“. (Francesco Guccini, dal libro “Il Vangelo secondo Francesco” di Giancarlo Padula)


Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a niente
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
Nella ricerca di qualcosa che non trovano
Nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate
Lungo le strade da pastiglie trasformate
Dentro le nuvole di fumo del mondo fatto di città
Essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
E un dio che è morto
Ai bordi delle strade, dio è morto
Nelle auto prese a rate, dio è morto
Nei miti dell’estate, dio è morto

Mi han detto
Che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell’eroe
Perché è venuto ormai il momento di negare
Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto

e un dio che è morto
Nei campi di sterminio, dio è morto
Coi miti della razza, dio è morto
Con gli odi di partito, dio è morto

Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano
A una rivolta senza armi
Perché noi tutti ormai sappiamo
Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto
Nel mondo che faremo, dio è risorto

disCover

Verve vs Rolling Stones: Bitter Sweet “War”

Era il 1997 quando uscì il primo singolo del terzo album “Urban Hymns” di una band allora semi-sconosciuta: “Bitter Sweet Symphony” dei Verve. Sulla scia del Brit-Pop lanciato da Oasis e Blur, divenne una delle canzoni di maggior successo di quegli anni, grazie anche al memorabile videoclip in cui Richard Ashcroft, leader e cantante della band, cammina sul marciapiede all’incrocio tra Hoxton and Falkirk Streets nel nord di Londra.

Indifferente a tutto ciò che gli accade attorno, procede dritto e sicuro per la sua strada, senza mai spostarsi o fermarsi finendo per urtare chiunque incontri. Ashcroft ricorderà in un’intervista come il video fu ispirato da una raccomandazione che gli ripeteva spesso sua madre quando era piccolo: nella vita bisogna andare avanti sempre a testa alta e non fermarsi davanti a nulla.

The Verve – “Bitter Sweet Symphonie” (1997)


Il videoclip di “Bitter Sweet Symphony” prende anche ispirazione dal video di “Unfinished Sympathy” dei Massive Attack (1991) nel quale Shara Nelson passeggia in un quartiere di Los Angeles. Le curiosità sul brano che ha consacrato i Verve e Richard Ashcroft icona del Rock mondiale non sono finite qui.

Forse non tutti sanno che il famosissimo giro orchestrale, struttura portante dell’intero brano, non è originale, ma è stato campionato da una celebre canzone dei Rolling Stones, “The Last Time” (1965). Per la precisione da una particolare versione strumentale di questo brano pubblicata nell’album “The Rolling Stones Songbook” (1966): un progetto ideato dall’allora manager degli Stones che aveva fatto incidere i loro maggiori successi ad una orchestra creata ad hoc per l’occasione, la Andrew Loog Oldham Orchestra.

The Andrew Loog Oldham Orchestra – “The Last Time” (1966)


L’idea di utilizzare questo sample del brano dei Rolling Stones pare sia stata del bassista dei Verve, Martin Glover. Come in tutte le leggende Rock che si rispettino, sembra che Richard Ashcroft non volesse nemmeno inserire “Bitter Sweet Symphony” nel disco, non lo convinceva; fu solo quando Glover gli propose un arrangiamento con un’orchestra d’archi che cambiò idea.

Chiesero ed ottennero il permesso di usare poche note della versione orchestrale di “The Last Time” dei Rolling Stones e crearono il brano sulla base di quella struttura armonica enfatizzandone la solennità. Un’unione quasi paradossale se si analizza il testo della canzone che non ha nulla di trionfale, anzi è un triste inno esistenzialista: descrive il paradosso di un’esistenza votata al dio danaro e alla convinzione di dover lavorare per vivere.

Il primo verso di Bitter Sweet Symphony dice: “Sei schiavo dei soldi e poi muori”. Nessuno avrebbe detto che sarebbe diventata una hit.

Richard Ashcroft

Una “dolce e amara sinfonia” che ha scatenato una lunga serie di controversie giudiziarie. Dopo un iniziale accordo di utilizzo di quelle poche note del brano, pare per una divisione dei diritti al 50 e 50, Allen Klein il manager dei Rolling Stones (forse vedendo che il sample era diventato l’intera struttura musicale del brano o forse intuendone il successo) pretese il 100% dei diritti e gli autori della musica di “Bitter Sweet Symphony” risultarono Mick Jagger e Keith Richards. Ashcroft commentò sarcasticamente: “È la più bella canzone che Jagger e Richards hanno scritto negli ultimi 20 anni”.

Questo causò la perdita di una grande quantità di introiti per Richard Ashcroft e i Verve, “Bitter Sweet Symphony” in quegli anni incassò molto. Era sulla vetta delle principali classifiche, candidata a Grammy Awards e MTV Music Award, utilizzata come colonna sonora di molte pubblicità, programmi televisivi e film.


Richard Ashcroft decise di intraprendere le vie legali, un lungo percorso che si concluse solo nell’aprile del 2019 con la rinuncia di Jagger e Richards ai diritti sulla canzone e il passaggio di tutte le royalties ad Ashcroft.

È stato un gesto molto gentile e magnanimo da parte loro. Non ho mai avuto niente di personale con gli Stones. Sono sempre stati la più grande rock band del mondo. Ed è stata una conclusione fantastica. Ti fa guardare positivamente alla vita.

Richard Ashcroft
disCover

“La cura” di Battiato non è una canzone d’amore

“La cura” di Battiato non è una canzone d’amore. O almeno non lo è nel significato più semplice che diamo alla parola “amore” e che ci porta ad interpretarne il testo come una dedica di un innamorato alla persona amata.

Franco Battiato non ha mai dato un’esatta spiegazione del significato di questa canzone, ma ogni opera del Maestro e la sua intera carriera ha seguito un’evoluzione filosofica che è sempre stata alla base di ogni sua produzione artistica.

Scrivere di Battiato e cercare di spiegare il significato di un testo così importante non è impresa facile. Soprattutto perché la musica e la poesia, come tutte le arti, sono aperte all’interpretazione; personalmente credo sia impossibile pensare di riuscire a cogliere il più intimo significato di un’opera. Qualunque essa sia. Una canzone, ad esempio, può assumere per ciascuno di noi un particolare senso e significato ed è giusto che sia così; ma, purtroppo, non potremmo mai essere nella mente e nel cuore dell’artista che l’ha creata. Un problema che si traspone anche nella traduzione e nella parafrasi dei classici e che ho ritrovato espresso molto chiaramente in un saggio di estetica titolato “Traducibilità e intraducibilità della poesia” scritto da Gianni Floriani – persona a me molto cara – (“Rivista di Estetica”, Anno III, Fascicolo I, gennaio-aprile 1958).

Questa doverosa premessa non toglie la possibilità di cercare di avvicinarsi e provare a dare una spiegazione ad una delle canzoni più belle della storia della musica italiana. “La cura” è stata pubblicata nel 1996 all’interno dell’album “L’imboscata” ed è stata scritta insieme a Manlio Sgalambro, filosofo ed intellettuale che per anni ha collaborato con Franco Battiato. Battiato ad una domanda di Luca Cozzari (“Battiato”, 2005, p. 19) a riguardo ha risposto: «io ho iniziato la prima parte e lui ha fatto la seconda» senza precisare quale sia la prima o la seconda.

Di certo sappiamo che Battiato non solo in molte canzoni, ma anche nelle sue opere contemporanee e nei film, lancia messaggi particolari per suscitare la curiosità e l’intelletto degli ascoltatori più sensibili:

In realtà sono certi consigli che possono essere utili a chi segue il mio lavoro e in qualche modo è interessato all’evoluzione spirituale. E, in questo senso, ci metto tutte le trappole del caso: se una persona non è ancora pronta a ricevere certi messaggi, non li può afferrare, perché c’è qualcuno che te li deve spiegare. La via spirituale è una via molto impegnativa, necessita di esperienza.

Franco Battiato (Video intervista su XL di Repubblica del 7 novembre 2012).

Sappiamo che Franco Battiato è molto vicino all’esoterismo e alle filosofie orientali, ha fatto parte per anni della scuola di Georges Ivanovič Gurdjieff per poi parzialmente discostarsene. Uno dei concetti base di questa scuola di pensiero è il “centro di gravità permanente”, il grado di coscienza di sé, teorizzando varie possibilità di perfezione. Per Gurdjieff infatti non tutti gli uomini hanno un’Anima: solo pochi eletti illuminati che hanno svolto un efficace lavoro su di sè possono arrivare a raggiungere il loro corpo astrale.

Sempre secondo Gurdjieff ci sono molte strade, più o meno lunghe, più o meno dure, ma tutte, senza eccezione, conducono o cercano di condurre in una stessa direzione: l’immortalità. L’immortalità non è una proprietà con la quale un uomo nasce, ma una proprietà che può essere acquisita.

Echi di queste filosofie le troviamo spesso in Battiato, ad esempio nella canzone “Sui giardini della preesistenza” (dall’album “Caffè de la Paix” del 1993) che lui stesso spiega come un riferimento alla nostalgia dello stato di unione con l’Uno (la preesistenza) in cui l’uomo si trovava prima della caduta nel mondo materiale:

Per chi “sa” di essere solo il riflesso di qualcosa di superiore, ed il risultato di un progetto cosmico da condurre a termine.

Franco Battiato (dal libro “Io chi sono?” di Daniele Bossari, 2009, p. 36)

Iniziamo ad avere degli elementi per una probabile interpretazione del testo de “La cura”. Una delle ipotesi più accreditate è infatti che si tratti di un dialogo a senso unico in cui è l’Anima, la parte spirituale, il corpo astrale, a parlare all’essere umano, la sua parte fisica, terrena e materiale.

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

L’uomo è soggetto a paure, turbamenti, ingiustizie, inganni, malattie, dolori, sbalzi d’umore, ma l’Anima per sua natura si eleva al di sopra delle disarmonie presenti nel piano materiale, si prende cura della sua parte mortale cercando di condurla a Sé.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza

“Le vie che portano all’essenza” potrebbero essere un riferimento al percorso mistico che porta al risveglio, cioè a riscoprire il proprio io più profondo e congiungersi con l’Uno. È il lavoro che, con pazienza e meditazione, deve essere compiuto dall’uomo illuminato, raccontato da Battiato nel brano “E ti vengo a cercare” (dall’album “Fisiognomica” del 1988), anche questo, spesso, travisato e interpretato come una canzone d’amore: «No, non c’era nessuna donna. Cercavo di volare più alto» commentò Battiato a riguardo.

Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Si può parlare di amore, ma di un Amore puro, ultraterreno, universale, inteso come energia che conduce l’uomo verso la parte spirituale che per sua natura è “oltre” il piano terreste dell’esistenza. L’Anima possiede la Conoscenza (le leggi del mondo) e la dona all’uomo illuminato; è capace di superare correnti gravitazionali, lo spazio e la luce, è al di là del concetto di tempo, è immortale.

Secondo le dottrine che hanno influenzato Franco Battiato, l’uomo è una sorta di angelo caduto in Terra dall’Eterno:

Siamo all’interno di un corpo di cui accettiamo tutte le schiavitù possibili, perché è sempre meglio dell’ignoto. Abbiamo paura perché non sappiamo dove si va a finire. Non è che forse abbiamo dimenticato le immense possibilità dell’Essere? (….) La guarigione dovrebbe essere la ricongiunzione definitiva con il Divino.

Franco Battiato (intervista con Stefania Vitulli, Il Giornale, 2007)

L’uomo illuminato attraverso un duro lavoro interiore anela al ricongiungimento con la sua parte spirituale, l’Uno da cui deriva. Un percorso che porta alla completa “guarigione” e che avviene dopo un lunghissimo ciclo di vite, ciò presuppone il credere nella reincarnazione. Se la via verso l’eternità e il ricongiungimento con il corpo astrale è la nostra “guarigione”, la “cura” passa inevitabilmente attraverso il superamento della morte.


Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai

Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te

Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
Attraversano il mare

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare

Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te
Io sì, che avrò cura di te