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Un computer, un sogno e la musica di Giorgio Moroder

computer smiling


Che cos’è la Musica? Tra le mille risposte possibili, la Musica è anche un mezzo di comunicazione. È un linguaggio. Utilizza un sistema simbolico, un insieme di codici, regole, convenzioni, funzioni sociali che variano e si evolvono a seconda dell’epoca e del luogo in cui viene prodotta.

Come ogni linguaggio non è “universale”, ma bisogna conoscere la sua grammatica per poterlo comprendere. Certo è che la musica non si esprime a parole (se escludiamo i testi e consideriamo la parte puramente strumentale), ma con suoni, tante piccole note che compongono accordi e melodie… Potremmo quasi fantasticare di un mondo in cui sia la musica l’unico mezzo di comunicazione, d’altronde hanno già scritto di un mondo fatto solo di geometria!

Mi è tornato alla mente un vecchio film “Electric Dreams” (1984) di Steve Barron (regista di videoclip di culto come “Take on me” degli A-Ah, “Billie Jean” di Micheal Jackson, “Rough Boy” degli ZZ Top), con sceneggiatura di Rusty Lemorande e musiche di Giorgio Moroder. Una commedia fantascientifica che vede il primo “triangolo amoroso” tra un ragazzo, una ragazza e un computer. Un Cyrano de Bergerac dei nostri giorni dove protagonista è la musica!

Ho sempre amato la musica e il suo rapporto con l’uomo, non soltanto come divertimento, ma anche come mezzo di comunicazione.

Rusty Lemorande

“Ero sulla metropolitana di Chicago quando vidi un bambino che giocava con un piccolo computer parlante invece che parlare con sua madre” ricorda Lemorande. “Sono sempre stato affascinato dalla tecnologia in generale e volevo scrivere una sceneggiatura nell’era dei computer (un’era in rapido sviluppo), inserendo l’elettronica e la tecnologia del computer, esaminando in che modo l’uomo ha creato strumenti in grado di liberarlo per consentirgli una migliore comunicazione con i propri simili, e in che modo poi ha permesso che questi strumenti sortissero l’effetto opposto. Quel bambino in metropolitana mi restò impresso”.

La colonna sonora del film ha pezzi come “Karma Chameleon” e “Do You Really Want to Hurt Me” dei Culture Club, “You Can’t Hurry Love” di Phil Collins, ma soprattutto ha avuto la fortuna di avere delle musiche composte appositamente dal genio di Giorgio Moroder.

Una tra tutte è “The Duel” ed è la protagonista di una delle scene più romantiche del film. Un duetto tra la protagonista, violoncellista, mentre si sta esercitando su un brano di musica classica e il “vicino di casa”, un computer che inizia ad interagire con lei e se ne innamorerà. Ad unire questi due mondi è la musica.

Prima di lasciarvi alla visione di questa scena del film, una curiosità: la melodia portante del brano di Moroder è famosissima, l’avrete sicuramente sentita molte volte. Si tratta del Minuetto in Sol maggiore (BWV 114) erroneamente attributo da sempre a Johann Sebastian Bach, mentre recenti studi hanno confermato che la paternità va al compositore e organista tedesco Christian Petzold (1677 – 1733).

musica

La nascita del repertorio: dalle orchestre di musica classica alle cover band


Vi è mai capitato di sentire qualcuno dire: “Domani sera vado al concerto dei Pink Floyd” (oppure dei Queen, dei Led Zeppelin…) Quando mi succede rimango sempre un attimo perplessa: c’è la reunion e non lo so? È risorto qualcuno? Poi realizzo: la Tribute Band! D’altronde perché scandalizzarsi? Anche le orchestre di musica Classica alla fine non sono altro che delle patinatissime cover band… o no?

Riassumendo l’annosa diatriba “musica originale vs cover band” si arriva ad un paradosso del genere. Ormai le cover/tribute band che omaggiano i grandi della musica Pop e Rock sono sempre di più, anzi quasi la totalità dei gruppi che si esibiscono nei piccoli locali e club; ultimamente anche nei grandi teatri e festival, rientrando in cartellone accanto alle grandi star internazionali.


Quando è cominciato tutto? Nel corso della storia della Musica non è sempre esistito il concetto di “repertorio”, ovvero i grandi capolavori e musicisti immortali da conoscere, studiare e trasmettere a tutte le successive generazioni. La nostra posizione di ascoltatori oggi è molto diversa rispetto a quella di chi è vissuto secoli fa. Può sembrare strano, ma in passato il pubblico ascoltava i compositori della generazione presente e i musicisti studiavano al massimo quella di una o due generazioni precedenti. La musica più antica non interessava, cessava di esistere e lasciava il posto a nuove sonorità, più moderne e vicine al gusto del pubblico contemporaneo.

La dimensione di musicisti e ascoltatori – almeno per quanto riguarda la Storia della Musica occidentale – è iniziata a cambiare solo nel Settecento, con l’affermarsi del concetto di “classicità” applicato alla Musica. Si inizia a pensare che un’opera abbia un valore al di là della sua funzione contingente e che possa permanere nel tempo come capolavoro artistico. 

Anche l’affermarsi dell’editoria musicale e il diffondersi delle riduzioni per canto e pianoforte hanno in seguito contribuito ad orientare il pubblico verso una fruizione di tipo diverso, in cui il teatro era anche il luogo in cui assistere a nuove interpretazioni di opere già note. Storicamente gli studiosi hanno individuato uno dei momenti cardine di questo cambiamento nella prima esecuzione moderna della Passione Secondo Matteo di J.S. Bach, diretta da Felix Mendelssohn a Berlino nel 1829.

Dopo la sua morte (Lipsia, 1750) anche la musica di Bach era stata soppiantata dalle opere dei suoi successori, proprio per il modo che si aveva allora di concepire la musica. Suo figlio lo chiamava “vecchia parrucca” e come tutti gli preferiva autori più moderni: era già considerato sorpassato.

I circoli berlinesi in cui Mendelssohn era cresciuto hanno cominciato un inarrestabile percorso che mirava alla diffusione delle opere dei tempi passati. La Musica inizia così ad essere considerata in senso storico, con una sua evoluzione e con i suoi Maestri, così come accadeva già per le arti figurative, il teatro e la letteratura. Da fine Ottocento nei programmi di concerto, accanto alle musiche nuove, iniziano ad essere inserite anche le composizioni dei grandi del passato che nel Novecento finiranno per soppiantare quasi totalmente le opere di autori contemporanei.

Oggi il concetto di “repertorio” è fondamentale e il musicista classico che si dedica unicamente alle proprie composizioni o ad un repertorio contemporaneo è considerato uno specialista. La musica Classica contemporanea circola più in ambienti “di nicchia” che non in quelli mainstream e il repertorio che il pubblico ascolta in assoluta maggioranza e interesse è innegabilmente legato ai secoli passati.


Non sembra la descrizione di quello che sta succedendo ora? La storia è fatta di corsi e ricorsi, forse è il caso di chiederci se non siamo arrivati ad un punto di svolta così radicale anche per la musica Pop e Rock. A pensarci bene, tranne meteore passeggere create ad hoc per un pubblico di giovanissimi, da una decina di anni ad oggi sono pochi sono gli artisti ancora in auge, mentre i Big sono sempre più intramontabili (ad esempio: Achille Lauro farà veramente la carriera di Vasco, per quanto ne sentiremo parlare?). Nelle piccole realtà cittadine la situazione è ancora più lampante: i concerti di giovani musicisti che eseguono musica propria sono sempre meno, il pubblico interessato è pochissimo e sempre più “di nicchia”. Mentre sono seguitissime le tribute e cover band che con i loro concerti dedicati ai “grandi classici” della musica Rock e Pop riempiono anche teatri e palazzetti.

Beatles, Queen e Pink Floyd saranno i nuovi Mozart, Bach e Beethoven?

Merito dei musicisti del passato o demerito dei musicisti del presente? Colpa del music business? Colpa della musica liquida, di Spotify e dei talent show? “It’s evoloution baby!”