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Nel mondo che faremo, Dio è risorto (Francesco Guccini)

“Dio è morto” è forse la canzone più famosa di Francesco Guccini, spesso erroneamente attribuita ai Nomadi. Guccini la scrisse nel 1965 e fu portata al successo dai Nomadi che per primi la pubblicarono nell’album “Per quando noi non ci saremo” del 1967 e con cui parteciparono anche al Cantagiro di quell’anno. Sembra sia stata la prima canzone depositata alla Siae da Francesco Guccini, il cantautore però non la registrò mai in studio e la iniziò a cantare nei suoi concerti soltanto una decina di anni dopo.

Francesco Guccini è stato definito da Umberto Eco “il più colto dei nostri cantautori” e iniziò la sua carriera con un brano che oggi è tra i più belli non solo della produzione gucciniana, ma della canzone italiana. Guccini con la sua schiettezza disarmante scrive inno contro il consumismo, quasi blasfemo nel titolo, ma straordinariamente intriso di spiritualità.

Nomadi – “Dio è morto” (1967)


“Dio è morto” è un titolo che richiama il noto aforisma di Friedrich Nietzsche, tra i più famosi della storia della Filosofia, contenuto nella “Gaia scienza”. In realtà, come da dichiarazioni dello stesso autore, la canzone prende spunto dal poema “Urlo” del poeta statunitense Allen Ginsgerg che inizia così: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipster dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte […].»

Avevo 25 anni e stavo studiando all’Università di Bologna (sembra strano, sono stato giovane anch’io). I primi sit-in e il Sessantotto erano alle porte, era mia intenzione scrivere qualcosa di generazionale. Stava arrivando qualcosa che avrebbe portato ad una nuova primavera, l’idea era questa, giocata su un registro fra l’apocalittico e l’esistenziale. (…) La prima incisione, dei Nomadi, porta nel titolo un punto interrogativo, oltre al sottotitolo fra parentesi “Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”.

Ma c’è un altro aneddoto su “Dio è morto”. Quando andavo all’università pensavo ad una carriera accademica. Fortunatamente ho cambiato strada! Avevo fatto tutti gli esami, mancava solo la tesi, ma mi bocciarono in latino, sui paradigmi, io ricordavo solo i più facili. Il professore disse all’assistente: «Lo sa che questo ragazzo ha scritto quella bellissima canzone che si chiama “Dio è morto?” [era stata appena incisa dai Nomadi]. Però, si ricordi, i paradigmi vanno chiesti a tutti». E mi dissero di tornare. da “Il Vangelo secondo Francesco” di Giancarlo Padula

Francesco Guccini, dal libro “Il Vangelo secondo Francesco” di Giancarlo Padula

“Dio è morto” ha avuto una storia controversa: nell’aprile del 1967 venne censurato dalla Rai che si fermò alla forte affermazione espressa nel titolo e non comprese il significato del testo. La canzone in realtà non celebra la morte di Dio, ma proclama la necessità di una rinascita spirituale e morale. È una critica al falso moralismo, al vuoto consumismo, al perbenismo e all’ipocrisia.

Il messaggio venne colto dall’allora papa Paolo VI che lo fece trasmettere da Radio Vaticana. Nel testo di Guccini Dio non muore negli ideali di una società migliore, anzi “in ciò che noi crediamo Dio è risorto, in ciò che noi vogliamo Dio è risorto, in ciò che noi faremo Dio è risorto“.

Francesco Guccini – “Dio è morto” (live 1982)


“Dio è morto” descrive con un linguaggio semplice e schietto un presente intriso di falsi miti e falsi dei. Francesco Guccini contesta ciò che aveva avvelenato la società con una canzone manifesto che esortava alla nascita di nuovi valori morali e spirituali, che non fossero dogmatici o privi di senso. Il testo inizia con un’affermazione che suona già come una protesta: “Ho visto”. Guccini denuncia l’abuso di stupefacenti, di alcool, i falsi miti della moda, la religione vissuta come un’abitudine, la corruzione, il razzismo…

Aggiunsi una speranza finale non perché la canzone finisse bene, ma perché la speranza covava veramente.

Francesco Guccini

“È una critica generazionale che si rivolgeva alla gente di allora, anche se ogni volta che la canto in concerto mi stupisco del fatto che i giovani la conoscano a memoria dopo tanti anni… Non riesco ad eliminarla dalla scaletta! Il merito, però, devo dire, non è del tutto mio, ma degli “sponsor” di queste canzoni (potrei ricordare anche “Auschwitz”), i razzisti e gli imbecilli che, a quanto pare, tornano periodicamente alla ribalta“. (Francesco Guccini, dal libro “Il Vangelo secondo Francesco” di Giancarlo Padula)


Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a niente
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
Nella ricerca di qualcosa che non trovano
Nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate
Lungo le strade da pastiglie trasformate
Dentro le nuvole di fumo del mondo fatto di città
Essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà
E un dio che è morto
Ai bordi delle strade, dio è morto
Nelle auto prese a rate, dio è morto
Nei miti dell’estate, dio è morto

Mi han detto
Che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell’eroe
Perché è venuto ormai il momento di negare
Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto

e un dio che è morto
Nei campi di sterminio, dio è morto
Coi miti della razza, dio è morto
Con gli odi di partito, dio è morto

Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano
A una rivolta senza armi
Perché noi tutti ormai sappiamo
Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto
Nel mondo che faremo, dio è risorto

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